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LA BATTAGLIA DI FIRENZE
Cecchini a Firenze, la storia non emendabile
La battaglia di Firenze: 4 agosto - 1 settembre 1944. Contro ogni revisionismo "pacificatore" non smettiamo di combattere la battaglia per la memoria.
Riccardo Michelucci · Fuori Binario n. 231, Estate 2021, pagina 9
Per liberare Firenze dal nazifascismo, nell'estate del 1944, non bastò una battaglia ma ne furono necessarie addirittura due, come spiegò a suo tempo Piero Calamandrei. Una di natura strategica, combattuta a distanza tra le artiglierie alleate disposte sui colli a sud dell'Arno contro quelle tedesche schierate sul semicerchio contrapposto delle colline di Fiesole. L'altra tattica, nel cuore di Firenze, che fu combattuta con armi leggere per le strade e le piazze della città, tra il popolo insorto e i nazifascisti che si barricarono tra le rovine dei palazzi, lasciando che i suoi monumenti fossero ridotti in macerie per poter poi incolpare gli Alleati.
I nazisti in ritirata poterono contare sulla potenza di fuoco della "vecchia guardia" del fascismo repubblicano locale guidata dal famigerato Alessandro Pavolini, un fiorentino che non si fece alcuno scrupolo nel contribuire alla distruzione dei ponti della sua città, né a sottrarre alla Prefettura cinque milioni di lire – una cifra assai considerevole per l'epoca – e a distribuirli ai suoi "franchi tiratori" per convincerli a rimanere in città e fare eroicamente strage di civili. Dopo la partenza dei capi fascisti verso il nord, a restare a Firenze furono i nuclei più disperati e fanatici, che si accanirono contro donne e bambini sparando dai tetti e dalle finestre dell'Oltrarno.
Oggi, a 77 anni di distanza da quei fatti, c'è ancora una battaglia da combattere: quella per la memoria. La Resistenza continua a subire vergognosi attacchi revisionisti e improbabili tentativi di equiparazione tra partigiani e repubblichini. L'obiettivo dichiarato sarebbe quello di costruire una fantomatica "memoria condivisa", ovvero di confondere tutto in una gigantesca notte hegeliana - vittime e carnefici, liberatori e occupanti, nazisti e deportati - appiattendo la complessità della storia in nome di un ecumenismo inaccettabile.
Nelle settimane scorse Fratelli d'Italia ha depositato in Senato un disegno di legge che vorrebbe equiparare le foibe - cioè i massacri compiuti dai partigiani jugoslavi sul confine orientale - al genocidio nazista degli ebrei: un'iniziativa che lo storico Marcello Flores non ha esitato a definire "frutto di ignoranza o di stupidità".
La verità è che da destra l'uso politico strumentale del dramma delle foibe, al pari dei numerosi tentativi di equiparazione tra nazifascismo e comunismo, vengono da sempre branditi proprio in nome di questa presunta "memoria condivisa" che suona sempre più come un ossimoro. Come può essere accomunata la memoria di chi, a Firenze, celebra l'11 agosto e chi quel giorno stesso si reca invece al cimitero di Trespiano per commemorare i franchi tiratori che sparavano su civili inermi? È impossibile, perché la Storia non potrà mai mettere sullo stesso piano Aligi Barducci e Alessandro Pavolini.
Anche i maldestri sforzi per cercare di assolvere il "bravo italiano" demonizzando il "cattivo tedesco" stanno mostrando tutta la loro inconsistenza: la presenza di disertori tedeschi è un fatto ormai acquisito dalla recente ricerca storica sulla Resistenza. Nell'ottimo volume Partigiani della Wehrmacht Mirco Carrattieri e Iara Meloni affermano che durante la Seconda guerra mondiale circa 30mila soldati abbandonarono l'esercito tedesco. In alcuni territori italiani si costituirono veri e propri distaccamenti di disertori tedeschi. Ricordare anche questi disertori è assai significativo e utile a respingere, una volta di più, qualsiasi tentativo di revisionismo assolutorio.
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Uscito sul numero 231 (Estate 2021), a pagina 9. Leggi nel PDF · Sfoglia il numero
