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GENOCIDIO
Indian childhood: la tragica \"riabilitazione\" subita dai piccoli nativi americani in Canada
Il caso dei bambini indigeni internati nelle Indian Residential Schools e il ritardo storico sull'ammissione degli orrori commessi in quelle "scuole speciali"
Mosè Carrara Sutour · Fuori Binario n. 231, Estate 2021, pagina 6
Una delle cose più dure che ho condiviso con mio padre fu ascoltarlo parlare delle Indian Residential Schools [IRS, ndr]. Mi ha raccontato ogni cosa… gli abusi, le sofferenze provate. Per me è stata una prova pesantissima, l'ho visto piangere. Sapevo che la sua era una ferita aperta, che era in collera.
A queste parole, Randal, figlio di Elmer Courchene (1936-2018), aggiungeva che il padre, al momento della confessione, gli chiese di non rivelare mai a nessuno quanto accaduto tra le mura della "Fort Alexander" (riserva di Sagkeeng, Manitoba, 1906-1970) e della "Lebret" (Saskatchewan, 1884-1998) scuole speciali destinate agli "indigeni", gestite dai Missionari oblati di Maria Immacolata e (nel secondo caso) dalle Suore Grigie, dove fu trasferito da bambino.
Più noto come "Standing Strong Man", Courchene, di professione saldatore e portavoce della Sagkeeng First Nation, era membro dell'"Assemblea delle Prime Nazioni", organizzazione modellata sull'ONU che riunisce oltre 630 comunità native canadesi per circa 900.000 persone. Consigliere in seno alle principali rappresentanze native del Manitoba, impegnato con la moglie Delores nella lotta all'abuso di droghe da parte dei più giovani, era, soprattutto per questi ultimi, un esempio di integrità.
Violenza istituzionale e piani di lettura incrociati
A fine maggio correva sui media la notizia dei resti di 215 bambini, alcuni di soli 3 anni, rinvenuti in una fossa comune scavata sotto la Kamloops Indian Residential School (Columbia Britannica). Mentre i dati raccolti dalla "Commissione per la verità e la riconciliazione" – TRC, istituita nel 2008, che in un Report del 2015 riferisce di almeno 6000 morti tra gli internati, senza contare le "sparizioni" – ricevevano ulteriore convalida, due immagini fotografiche appartenenti a secoli diversi sembravano galleggiare insieme in un tempo sospeso.
Nella prima, scattata nel 2003, vediamo Elmer Courchene che celebra una cerimonia di purificazione in occasione della nomina a Primo ministro del liberale Paul Martin.
L'altra fotografia è del 1885, anno della cosiddetta "Ribellione del Nordovest" contro il Governo federale canadese (e dell'impiccagione del leader métis Louis Riel), e ritrae i tepee dei familiari dei bambini piantati fuori dai cancelli di un istituto scolastico a Lebret.
Entrambe le immagini sono emblematiche e portano all'intersezione drammatica di due contesti, che riportano alle finalità per cui la Commissione fu istituita:
- quello dell'incontro culturale, che trova un momento di riconciliazione nel sincretismo politico-istituzionale: la tradizione, che il passato voleva estirpare, rende omaggio al potere costituito ma sceglie di farlo a modo suo, in un momento di pubblica solennità;
- il contesto privato delle storie personali: verità sepolte dietro ai muri di architetture erette per isolare prima di assimilare, finanziate dalla Confederazione e amministrate dalla Chiese (cattolica, ma anche anglicana e unita del Canada); luoghi sovraffollati, carenti di igiene e di manutenzione, pronti a bruciare facilmente; storie di torture e abusi sessuali, di fughe e annegamenti, di ricatti ai familiari per evitare la denuncia; tragedie che non hanno più attori o che stentano – per chi è sopravvissuto – a uscire dall'ombra in cui si sono consumate, in un angolo cieco della memoria.
Il secondo contesto rimanda al primo: qual è, pensando al vissuto di Standing Strong Man, il senso del gesto che compie nella foto a colori del 2003? Fuori da ogni rimozione o amnesia infantile, le simboliche della politica possono aiutarci a ripensare il futuro accettando di vivere nel presente, senza dimenticare? Senza l'incidenza reciproca di entrambi i piani di lettura, saremmo "fermi" allo choc collettivo della scoperta: i corpi ritrovati, l'indignazione puntuale, pronta a ripetersi… Eppure i dati risalgono a ritroso il flusso temporale: 150.000 bambini furono sottratti alle famiglie native tra il 1863 e il 1998; tra le vittime, oltre 4100 sono state identificate dal "Missing Children Project" della TRC, mentre le cause legali che hanno portato a un risarcimento, nel periodo 2008-2017, sono più di 36.000.
Già nel 1914 – si legge nell'introduzione al Report del 2015, vol. IV, p. 4 – un funzionario dipartimentale riferiva che «il 50% dei bambini che hanno fatto ingresso in queste scuole non è vissuto abbastanza a lungo da trarre beneficio dall'istruzione in esse ricevuta».
Di fronte ai benefici promessi ai futuri "nuovi canadesi", è sufficiente parlare di un debito della società bianca? Di «capitolo vergognoso» (Trudeau) o di "conto aperto" con la Storia? E, soprattutto: esiste un termine all'archeologia degli orrori di Stato?
«Kill the Indian and Save the Man» o la pedagogia dell'oppressione
Come riporta Paula Larsson (Lessons in Race: Curriculum in IRS, 1900-1966, in History of Intellectual Culture, n. 1/2016), il programma educativo delle IRS poggiava, rafforzandola, sull'oppressione di una "minoranza aborigena" da "civilizzare" in nome dei valori della tradizione cristiana, per formare futuri cittadini. Ad assistere questo ideale troviamo una triangolazione classica del potere (oltre alla Chiesa: gli amministratori e le forze di polizia, braccio esecutivo dell'Autorità nelle traduzioni forzate, ma anche nell'inazione di fronte agli abusi commessi) assistita da una visione ossessiva dell'"indianità da estirpare", la stessa applicata negli Usa dal Generale R.H. Pratt (1840-1924).
Prima di fondare con successo una scuola tecnica per nativi a Carlisle (Pennsylvania), dal 1975 al 1978 Pratt esortò i "suoi" detenuti di Fort Marion (Florida) a disegnare, per convertirli in "studenti". Contrario alla segregazione, a Carlisle adottò il seguente motto: «Kill the Indian and Save the Man» («Uccidi l'Indiano e salva l'Uomo»)… "Gradualmente", aggiungiamo per il Canada, citando il titolo della seconda legge approvata dal Parlamento canadese in materia di assimilazione (Gradual Enfranchisement Act, 1869), che avrebbe giustificato l'emancipazione dal proprio nome e dalla propria lingua, il controllo sulle terre nelle riserve e, più tardi, nel 1894, quando un emendamento dell'Indian Act (1876) la rese obbligatoria, la scolarizzazione dedicata ai bambini delle First Nations… Per "salvare l'Uomo".
[I disegni di Fort Marion sono esposti al National Museum of the American Indian di Washington, DC – ndr].
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Uscito sul numero 231 (Estate 2021), a pagina 6. Leggi nel PDF · Sfoglia il numero
