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Fuori Binario n. 278

Novembre 2025 · 19 articoli · ISSN 2784-9384

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BussoleCristiano Lucchi · Resistenze - Editoriale

!Prima pagina - Bussole

Sezione: RESISTENZE | Autore: Cristiano Lucchi

L'Italia s'è desta

A Sesto San Giovanni un uomo di 71 anni si è ucciso quando l'ufficiale giudiziario è arrivato per sfrattarlo. Nel veronese tre fratelli hanno fatto esplodere la loro casa uccidendo tre carabinieri nel momento in cui la forza pubblica stava eseguendo lo sfratto. Altri casi riempiono le cronache locali del nostro paese quotidianamente: nel 2024 sono stati infatti ben 38.690 gli sfratti eseguiti, 106 al giorno.

A Firenze lo scorso anno sono stati emessi 627 provvedimenti di sfratto, con 2.340 richieste di esecuzione e 454 sfratti effettivamente eseguiti. La Rete Alleanza per l'Abitare sottolinea che oltre il 70% di questi è per morosità incolpevole. La gente non ce la fa più, semplicemente. Tra i motivi l'aumento degli affitti: i canoni dei contratti 4+4 crescono del 25% (un appartamento di 80 m² passa da 850 a oltre 1.060 euro), quelli transitori volano oltre il 50% (1.600 euro per 80 m²) e gli affitti concordati crollano del 31% (da 2.409 a 1.668). Ad essere sfrattati non solo più i poveracci ma anche la classe media. Chi resta senza casa si arrangia, inizia una discesa agli inferi senza fine e quando non ce la fa più si uccide.

Tra le proposte della Rete troviamo la costruzione di case popolari, dare la priorità al diritto alla residenza piuttosto che agli affitti brevi a uso turistico, il recupero del patrimonio esistente da destinare a canone concordato, coabitazioni solidali e convivenze sociali. Soprattutto, dice Alleanza per l'Abitare, la politica dovrebbe assumere la casa come priorità politica strutturale. Proposte degne, che però si scontrano con la qualità dei politici e degli amministratori a cui siamo costretti. La loro bussola, infatti, non punta mai verso chi soffre questa economia di rapina.

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Scampata al genocidioRiccardo Michelucci · Controvento - Ritratti

!Scampata al genocidio - Aya Ashour

Sezione: CONTROVENTO - RITRATTI | Autore: Riccardo Michelucci

La ricercatrice palestinese accolta a Siena dall'Università per stranieri ha raccontato agli studenti la vita a Gaza sotto le bombe

Prima di arrivare in Italia aveva visto il mondo solo attraverso internet. Era rimasta rinchiusa per tutta la vita in quella che è stata definita la più grande prigione a cielo aperto del mondo: Gaza.

Aya Ashour, giovane giornalista e ricercatrice palestinese dallo sguardo intenso e la parola ferma, vive e studia in Toscana da pochi mesi e in una mattina di settembre ha incontrato gli studenti e le studentesse di diritto internazionale alla facoltà di scienze politiche di Firenze.

Si è trovata di fronte una platea di persone più o meno della sua stessa età. Quando la professoressa Micaela Frulli le ha ceduto il microfono, Aya ha iniziato a raccontare cosa significa scampare a un genocidio dopo essere nata e cresciuta in una realtà segnata da conflitti e crisi umanitarie, dove blocchi, restrizioni e violenze erano all'ordine del giorno ben prima della terribile rappresaglia scatenata da Israele dopo il 7 ottobre 2023. L'aspetto di Aya tradisce la sua giovane età, ma la determinazione nei suoi occhi racconta una storia di impegno e consapevolezza che va ben oltre i suoi ventiquattro anni. Stupiscono la sua calma, l'uso misurato ed estremamente colto delle parole, la straordinaria chiarezza d'analisi dei suoi racconti. Ha detto di essersi trovata più volte in situazioni di grande rischio, anche in mezzo a un fuoco incrociato di droni e carri armati, tra corpi che cadevano e proiettili ovunque: è viva per miracolo.

È in Italia dal giugno scorso: il suo arrivo è stato reso possibile da un progetto di accoglienza per studenti e intellettuali provenienti da aree di conflitto fortemente sostenuto dal rettore Tomaso Montanari. Un'opportunità che ha permesso ad Aya di lasciare Gaza per dedicarsi a studi avanzati, lavorando come visiting researcher su temi quali diritto internazionale e studi di genere, con particolare focus sul ruolo delle donne nella sicurezza e nella costruzione della pace, in linea con la Risoluzione 1325 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Quello è stato anche l'argomento della tesi di laurea che ha conseguito a Gaza pochi giorni prima che Israele iniziasse la sua guerra di sterminio.

Da quando aveva diciassette anni, Aya si è impegnata a difendere i diritti umani, soprattutto quelli dei bambini e delle donne, anche come educatrice in materia di diritto internazionale umanitario, violenza di genere e diritti dei bambini e delle bambine. Lavorava con loro nelle tende e nei campi profughi anche prima che il mondo occidentale si accorgesse che in Palestina vige da decenni un regime di apartheid. Il pubblico italiano aveva avuto modo di conoscerla quando si trovava ancora a Gaza, grazie a una rubrica che le era stata affidata dal Fatto Quotidiano.

"È uno sterminio sistematico contro il processo educativo e formativo nella Striscia – scriveva -. Le biblioteche universitarie sono state bruciate, gli edifici scolastici e gli atenei sono stati trasformati in macerie, gli studenti sono in coda per l'acqua e il cibo, invece che per entrare nelle aule. Nonostante questo, durante la guerra, a Gaza le ong e i volontari hanno sostituito scuole e università con campi educativi. Ho tenuto lezioni nelle tende e gli studenti universitari si sono dati da fare per costruirsi spazi educativi, per avere accesso a internet ed elettricità, e – immaginate – tutto questo mentre sopravvivono in luoghi che vengono bombardati giorno e notte e mentre molti di loro perdono la vita sotto razzi e macerie".

Le parole di Aya raccontavano anche la voglia di normalità e il desiderio di riscatto di una popolazione che in tutti i modi stava provando a reagire all'orrore.

Il suo lavoro di ricerca integra la dimensione giornalistica attraverso la collaborazione con diversi istituti accademici italiani e internazionali, concentrandosi sugli studi sociali e culturali della Palestina contemporanea. In particolare, si focalizza sul ruolo di donne e giovani, mettendo in luce dinamiche spesso ignorate dai grandi flussi informativi. Come quelle che ha raccontato collaborando con "Women with Gaza", un progetto italo-palestinese di mutualismo collettivo che intende far conoscere cosa significa essere donna oggi a Gaza. Da quando, dall'inizio della distruzione della Striscia, Israele ha bandito l'ingresso di prodotti per l'igiene personale, Aya ha preso il suo smartphone e ha cominciato a spiegare cosa significhi questo per le donne di Gaza, costrette a vivere senza sapone né assorbenti, anche durante i giorni del ciclo mestruale. "Se non muori di fame, puoi morire per la mancanza di prodotti per l'igiene personale", ha spiegato in un video.

La Toscana e l'Università per Stranieri di Siena l'hanno accolta a braccia aperte offrendole, non solo uno spazio per studiare e fare ricerca, ma anche un ambiente in cui confrontarsi con altri intellettuali e studenti, rafforzando la sua voce e la propria identità di ricercatrice e giornalista. Ovviamente non sono mancati neanche stavolta i soliti razzisti e vigliacchi da tastiera, cui non andava proprio giù che Aya indossasse il velo nel nostro Paese e l'hanno presa di mira su X con una vergognosa e vile campagna diffamatoria.

L'incontro con gli studenti e le studentesse dell'Università di Firenze è stato un momento prezioso di dialogo e confronto. Aya ha risposto con sincerità e precisione alle domande, invitando tutti a superare stereotipi e pregiudizi, e ad avvicinarsi alla complessità del Medio Oriente con uno sguardo più attento e critico.

La sua storia è un esempio di come una terribile esperienza personale possa trasformarsi in un lavoro di testimonianza e ricerca dal grande valore.

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Vogliamo tutt'altroCristiano Lucchi · Dal basso

!Vogliamo tutt'altro

Sezione: DAL BASSO | Autore: Cristiano Lucchi

Il movimento globale per Gaza ha in mente una società migliore: a partire dalla sopravvivenza di ognuno di noi

Con milioni di persone mettiamo a disposizione i corpi contro un sistema di violenza, sopraffazione e morte. Sapremo organizzare i nostri desideri?

Chi sono e cosa vogliono le persone che in questo inizio di autunno sono scese in piazza a milioni per dire basta al genocidio compiuto da Israele ai danni del popolo Palestinese? E questa rivolta - che taglia trasversalmente generazioni, appartenenze, culture politiche - avrà la forza di costruire un futuro di giustizia, dignità e benessere per la nostra specie? O verrà schiacciata dai poteri schierati a difesa dello status quo, con una repressione che dispone a piene mani di denaro, algoritmi, disinformazione, violenza verbale e militare?

Dal piccolo osservatorio sulla società che rappresenta il giornale che avete in mano, ci pare di capire che questo movimento spontaneo - felicemente orfano di partiti, sindacati e parrocchie varie -, abbia colto nel dramma palestinese la summa dei disvalori del sistema sociale, economico e politico a cui ognuno di noi è costretto quotidianamente.

L'arroganza e la violenza genocidaria con cui Tel Aviv mira alla Grande Israele, dal Nilo all'Eufrate, si nutre dell'espulsione dai loro territori delle popolazioni non conformi al progetto. Nelle nostre città si privano i più del diritto all'abitare a favore dei ricchi del mondo.

L'ecocidio della terra palestinese, solo l'1,5% dei campi agricoli potrà dare ancora qualche frutto, ricorda l'esasperato consumo di suolo imposto nelle nostre campagne a suon di capannoni, infrastrutture e cemento che anno dopo anno aggrava l'emergenza climatica (pensate ai danni a cui sono costretti gli abitanti della Piana fiorentina in nome dello "sviluppo" e della "crescita economica").

I gazawi affamati e i lavoratori cisgiordani sfruttati nell'economia israeliana possiamo paragonarli a chi dispone solo di un lavoro povero ed è costretto a vivere ai margini dopo che è stato demagogicamente cancellato il reddito di cittadinanza (venite un giorno a vedere con i vostri occhi la fame, anche di chi lavora, durante una delle nostre distribuzioni alimentari).

L'arroganza e la violenza con cui i vari Trump, Netanyahu, Meloni impongono il loro punto di vista a livello internazionale, protetti da media e divise, si nutrono della stessa violenza e arroganza usata in politica interna per reprimere chi si ribella (la polizia che interviene a difesa degli imprenditori del tessile che sfruttano i lavoratori nelle nostre periferie).

Gli ospedali bombardati di Gaza City, Rafah o Khan Yunis risuonano a chi ha orecchie attente al definanziamento della nostra sanità pubblica (se non sei tra gli "eletti" ti curi con sempre più difficoltà o rinunci addirittura alle cure perché il privato costa troppo).

Le detenzioni amministrative con cui Israele annichilisce i palestinesi, anche minorenni, ricordano le galere di ogni specie che in Italia sono piene di migranti colpevoli di niente, se non dell'immaginfico reato di immigrazione clandestina (e non mancate di visitare un carcere minorile sovraffollato a causa del decreto Caivano imposto dal governo).

Il tradimento dell'articolo 11 della Costituzione, la voglia di guerra, il riarmo spinto, la paura del "nemico straniero" che non vede l'ora di bombardarci, fanno parte della stessa, bastarda, cultura che nel nostro paese spaventa, monta la percezione di insicurezza e la corsa al securitarismo, produce daspo e zone rosse (Gaza?), decreti sicurezza contro i poveri e i non conformi al pensiero unico.

Allora chi sono e cosa vogliono le persone che mettendo a disposizione i loro corpi rifiutano un sistema di violenza, sopraffazione e morte? C'è un misto di empatia e immedesimazione a nostro parere. A Gaza come nel resto del mondo è chiaro che il Capitalismo e il sistema sociale che ne deriva sono in una fase finale e quindi sempre più violenti. La vita è molto altro rispetto alla ricerca del profitto a tutti i costi (anche della vita stessa), appare chiaro a molti quanto sia falsa la teoria dello "sgocciolamento" (i benefici per i ricchi si ripercuotono su tutti gli altri) e che va ripresa quella lotta di classe da troppi anni misconosciuta e abbandonata. Le grandi manifestazioni sono state la prova di come la lotta nonviolenta sia potente e vitale per il cambiamento. La Global Sumud Flotilla, madre di questo movimento, ha messo in fila le tante contraddizioni e le enormi ipocrisie di chi governa. La sfida adesso è quella di tenere alto il conflitto sociale creato, per riportare in vita dinamiche di potere capaci di dare forza i nostri desideri, ai nostri valori di umanità, eguaglianza e sorellanza. Sono valori maggioritari in un popolo che non ne può più e che finalmente ha iniziato a volere altro.

Sapremo abbattere le differenze e le diffidenze? Sapremo restare fuori di casa, organizzarci, diventare protagonisti, dare un senso compiuto alle nostre esistenze? Ne va letteralmente della nostra vita. Gaza e i poteri dominanti sono lì a mostrarcelo.

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4Salute mentale2 articoli
Cirkoloco vuole fare reteBernardo Visani · Salute mentale

!Cirkoloco vuole fare rete

Sezione: SALUTE MENTALE | Autore: Bernardo Visani

I tanti progetti della Bottega del Tempo vanno oltre lo "psico bar" e cercano collaborazioni

Cirkoloco è un'utopia. È la voglia di riscatto e lo stare bene insieme che ne permettono l'esistenza. Fra chi ha lavorato lì come inserimento socio-terapeutico, c'è chi è passato dal ciondolare svogliatamente a fare il dj nei locali notturni fiorentini, oppure il caso di un adolescente autistico che non si è mai fatto avvicinare da nessuno e l'ultimo giorno si avvicina e ti chiede un abbraccio. Sono soddisfazioni impagabili, il risultato più concreto del nostro lavoro, il tutto in un contesto di armonia e costruttività.

La nostra associazione "La Bottega del Tempo", non gestisce solo il Cirkoloco, ma ha anche altri progetti che, secondo i principi della psichiatria di comunità, hanno l'obiettivo di costruire spazi di libera espressione dove sia a disposizione un sostegno psicologico, senza incorrere in cure coatte ed emarginazione. Parliamo di "Melteen", progetto per adolescenti fragili a rischio di interruzione del percorso scolastico, e "Casa Nostra", un appartamento finalizzato al recupero dell'autonomia abitativa per persone giudicate inabili.

Per autofinanziare i nostri progetti siamo riusciti in questi anni a organizzare e gestire in autonomia eventi con oltre 500 persone: aperitivi, concerti, dj set, presentazioni di libri, dibattiti, mostre, letture e spettacoli teatrali. Molte di queste cose le abbiamo fatte dentro il Cirkoloco, uno spazio all'Ex Fila del Gignoro di Arci Firenze, con cui abbiamo collaborato per sette anni, condividendone i principi e lo statuto.

Negli ultimi tempi il Cirkoloco ha problemi legati a cavilli burocratici e legali, che però potrebbero essere un'occasione per riflettere e dare forza alle piccole ma ambiziose finalità di aiuto personale e sociale dell'associazione. Per questo facciamo un appello alle tante piccole realtà cittadine che spesso hanno i nostri stessi problemi e rischiano di scomparire. Magari unendosi e collaborando insieme possiamo valorizzarle tutte e dare a tutte un futuro.

Un pezzo di questa collaborazione è già attiva con Fuori Binario, conosciuto durante una serata dedicata al giornale, proprio al Cirkoloco, dove ho sentito che c'era la possibilità di scrivere. Mi sono proposto per il lavoro, più per noia che per altro. Totalmente inconsapevole di quello che stavo facendo, mi sono ritrovato in un mescolìo di soggetti che apparentemente mal potrebbero stare insieme, né andare d'accordo. In due anni e mezzo ho scoperto invece che questo delicato meccanismo funziona per la soddisfazione di vedere crescere gli altri con te stesso, per la volontà di cercare di emanciparsi insieme da un sistema malato. Che poi il problema è sempre lo stesso, un sistema che esclude e una comunità che accoglie.

https://www.facebook.com/Cirkoloco

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Traumi cranici e aggressivitàBarbara Cremoncini · Salute mentale

!Traumi cranici e aggressività

Sezione: SALUTE MENTALE | Autore: Barbara Cremoncini

Una ricerca ha rilevato tra alcuni senza dimora la CTE, una sindrome capace di alterare il comportamento

Calci, pugni, botte in testa, ma anche cadute per malori e incidenti: basta scorrere le cronache per sapere che non di rado, a chi vive per strada, succede di dover fare i conti con tutto questo. Pestati, a volte ridotti in fin di vita, oppure protagonisti loro malgrado di episodi violenti all'interno di ospedali e pronto soccorso. Così la narrazione dei media ci restituisce, a fasi alterne, questa dolorosa realtà. Una realtà che sembra nascondere un'ulteriore e temibile insidia, che resta in agguato anche dopo che le ferite si sono rimarginate e i traumi apparentemente guariti. Si chiama Encefalopatia traumatica cronica (l'acronimo è CTE) ed è una malattia legata a ripetuti traumi cranici, capace di alterare il comportamento e causare aggressività, perdita di memoria e problemi di movimento. Riscontrata in passato negli atleti che praticano sport di contatto come football o boxe, oggi è stata indentificata anche su persone senza dimora. I traumi cerebrali, infatti, sono molto più comuni tra i senzatetto rispetto alla popolazione generale proprio per le difficili condizioni di vita.

A fare luce su questo aspetto è una ricerca pubblicata su Acta Neuropathologica da un team internazionale della Semmelweis University (Budapest), dell'Università di Toronto e della Macquarie University (Sydney).

La ricerca ha analizzato il cervello di 34 persone di età compresa tra 41 e 67 anni, la maggior parte dei quali uomini (29 su 34), morti per varie cause in vari paesi del centro Europa, mentre erano senza dimora. In quattro casi il team ha riscontrato la malattia, mentre altri due mostravano danni ad essa strettamente correlati. Nessuna delle persone esaminate aveva praticato sport professionistici o prestato servizio militare. Risultato: per la prima volta è stata confermata la presenza della malattia in una popolazione europea non sportiva. Un risultato analogo era stato riscontrato in Australia su donne sottoposte a lungo termine a violenza domestica da parte del partner.

L'encefalopatia traumatica cronica (CTE) si sviluppa dopo ripetuti colpi alla testa e attualmente è possibile confermarla solo dopo la morte, attraverso la presenza di un caratteristico accumulo di una proteina cerebrale chiamata Tau. Come si è detto essa può dare luogo a sbalzi di umore, aggressività, perdita di memoria e problemi di movimento.

Grazie a questo studio, come sottolineano gli autori, si è potuto dimostrare come, in alcuni casi, il comportamento violento o aggressivo tra le persone senza dimora possa essere non solo una causa, ma anche una conseguenza di danni cerebrali divenuti cronici.

Gli autori della ricerca avvertono però che, poiché non è possibile stabilire il danno cerebrale e quindi fare la diagnosi di CTE su persone ancora in vita, sarà necessario, in futuro, approfondire le ricerche per mettere a punto strumenti diagnostici in grado di indentificare la malattia durante la vita, in modo da consentire un'adeguata assistenza alle persone colpite. Riconoscerla, affermano i ricercatori, costringerà a ripensare non solo le modalità di assistenza da parte dei servizi sanitari e sociali, ma anche il modo in cui forze dell'ordine e sistema giudiziario interpretano determinati comportamenti e valutano eventuali responsabilità. Un aiuto in più, dunque, quello che viene dal mondo scientifico, per capire meglio una condizione estremamente vulnerabile come quella di chi è costretto a vivere per strada, cui troppo spesso si guarda in modo frettoloso e usando un metro di giudizio imperfetto.

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E se abolissimo la polizia?Lorenzo Guadagnucci · Controllo

!E se abolissimo la polizia?

Sezione: CONTROLLO | Autore: Lorenzo Guadagnucci

Non è una battuta, ma una seria ipotesi di riflessione. Ne parliamo con il sociologo Salvatore Palidda

A che servono, alla fine, le forze di polizia? Perché sono chiamate a svolgere compiti sempre più ampi di controllo sociale? E perché mai non potremmo farne a meno? Il libro "Police abolition. Corso di base per l'abolizione della polizia" (Momo editore) è la traduzione di una fanzine statunitense, con l'aggiunta degli interventi di Italo Di Sabato, animatore dell'Osservatorio Repressione, e di Salvatore Palidda, a suo tempo autore di un libro importante come "Polizia postmoderna" (Feltrinelli 2000). È un libro che ha destato piccole e inutili polemiche per il titolo, ma che offre riflessioni importanti e pertinenti, mentre le democrazie si fanno sempre più illiberali.

Professor Palidda, quanto c'è di realistico nel progetto di abolire la polizia?

È innanzitutto una parola d'ordine che nella bruttissima congiuntura attuale mira a sollecitare un'attenzione e una riflessione critica che purtroppo è debole o manca del tutto. In questo libro dimostriamo che le polizie non solo non servono ma sono solo contro la maggioranza della popolazione: non proteggono gli oltre otto milioni di lavoratori costretti al semi-precariato e al supersfruttamento brutale sino a violenze e neoschiavitù di immigrati e di italiani (quelle che chiamiamo le insicurezze ignorate). Producono continuamente incarcerazioni di persone che dovrebbero essere affidate ai servizi sanitari e sociali (vedi i casi di persone affette da disagio psichico e i tossicodipendenti). Perciò per prima cosa proponiamo il definanziamento massiccio delle polizie per aumentare massicciamente le risorse e gli operatori di questi servizi, oltre che di scuole, università e ricerca, degli alloggi popolari, dei trasporti gratuiti per i bassi redditi, e risorse per la prevenzione e il controllo dei rischi di incidenti e malattie professionali (quindi per gli ispettorati della sanità e del lavoro) e ancora risorse per il contrasto effettivo dei rischi di contaminazioni tossiche, dell'inquinamento delle acque, del suolo, dell'aria e quindi di tutto, ossia per il contrasto dei crimini ecologici.

La situazione delle polizie italiane è paragonabile a quella degli Stati Uniti?

Per certi versi sì: basti pensare che l'assassinio di Federico Aldrovandi fu uguale a quello di George Floyd anni dopo. Ma in Italia non è esploso il Black Lives Matter e gli operatori delle polizie (locali e nazionali) responsabili di crimini persino gravi restano quasi sempre impuniti grazie a norme che lo garantiscono.

Le politiche e la retorica sulla sicurezza che effetto hanno avuto sulle polizie italiane?

Il securitarismo che s'è imposto con la controrivoluzione liberista soprattutto dalla fine degli anni '80 ha accentuato nei ranghi delle polizie italiane il rambismo, il razzismo, il sessismo. Grazie al governo D'Alema e poi ai Violante, Minniti & C. c'è stata una nuova militarizzazione di tutte le polizie e gli operatori democratici sono stati marginalizzati e persino oggetto di persecuzione. La sicurezza è diventata una sorta di valore ontologico che ricorda immancabilmente l'accezione fascista di protezione solo del potere e dei dominanti.

Che cosa resta della riforma della polizia di stato del 1981?

La riforma del 1981 fu un fallimento sin dalla sua estrema parzialità e formulazione che non ha affatto promosso la democratizzazione reclamata anche dalla maggioranza degli operatori di allora. I sindacati di polizia, tranne una parte del SILP e qualche altro sindacalista, sono diventati ultra corporativi e strumenti utili alla parte reazionaria dei vertici per reclamare solo privilegi e impunità perpetua.

Ipotizzando una nuova riforma, quali sarebbero i cambiamenti più urgenti?

Definanziamento massiccio; smilitarizzazione dei Carabinieri e della Guardia di finanza e unificazione in una sola polizia sia per il cosiddetto controllo del territorio, conferito solo a operatori senza armi da fuoco per una gestione dell'ordine pubblico sottoposta alla magistratura e a un dirigente dei servizi sociali, di prevenzione e mediazione (per favorire la gestione pacifica anziché quella violenta di ogni sorta di "disordine"); abolizione della formazione militaresca del personale destinato all'ordine pubblico; istituzione di un comitato nazionale e locale effettivamente indipendente per il controllo del rigoroso rispetto delle norme dello stato di diritto democratico; abolizione degli enormi sprechi di mezzi, personale e strutture; reclutamento aperto a tutti i giovani e non agli ex-militari e sempre sottoposto a una commissione di civili e un solo dirigente di polizia per la garanzia dell'effettiva adesione alle norme costituzionali; formazione degli operatori nei corsi di laurea di tutte le università pubbliche.

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Spiati da un algoritmoCecilia Stefani · Controllo

!Spiati da un algoritmo

Sezione: CONTROLLO | Autore: Cecilia Stefani

Chat Control, sotto esame in UE uno strumento anti pedofilia che rischia di trasformarsi in sorveglianza di massa

Combattere la pedofilia: questo l'obiettivo dichiarato del regolamento Csar - Child Sexual Abuse Regulation – che vorrebbe introdurre in tutta l'Unione Europea uno strumento controverso, ormai noto come Chat Control.

In pratica, tutti i messaggi che ci scambiamo tramite chat o email, ad oggi garantite come private grazie a cifrature e schermature end-to-end, sarebbero scansionati ed esaminati da un algoritmo, alla ricerca di immagini o testi "sospetti". Le segnalazioni verrebbero poi inoltrate alle autorità competenti per gli accertamenti del caso.

La proposta risale al 2022, ed è stata subita messa in discussione da esperti di informatica e attivisti digitali. Il rischio infatti è quello di creare i presupposti per un sistema di sorveglianza di massa che tornerebbe molto utile a governi autoritari – non a caso uno dei paesi favorevoli è l'Ungheria – ma anche a "democrazie" non troppo rispettose del diritto al dissenso. Una volta aperta nella crittografia una "backdoor", una porta di servizio, dalla stessa porta potrebbe entrare chiunque possa avere interesse a conoscere le conversazioni private di un qualsiasi cittadino europeo, anche se a rischiare di più sarebbero ovviamente attivisti, giornalisti, dissidenti politici.

Inoltre, possiamo davvero fidarci dell'intelligenza artificiale e della sua capacità di distinguere fra contenuti sospetti e innocui? O sarebbero segnalati come potenziali pedofili i nonni che si scambiano foto dei nipotini?

Si rischia un aumento vertiginoso del numero di falsi allarmi, come affermato da Elina Eickstädt, informatica e portavoce del Chaos Computer Club, "se il sistema ipoteticamente avesse anche solo un tasso di errore dell'1% e dovesse analizzare un miliardo di messaggi al giorno, questo significherebbe dieci miliardi di segnalazioni errate", impossibile da gestire con le forze in campo, come confermato persino dall'FBI.

E non è ancora tutto: per rendere possibile un controllo così capillare servirebbe all'Europa un'infrastruttura tecnologica possente, ad oggi tutta da costruire con costi notevoli, a meno di non voler ricorrere all'appalto a un paese più avanzato nel settore, come gli USA…

L'ultima votazione del 14 ottobre scorso è stata rinviata a dicembre perché la Germania si è opposta all'ultimo momento. Tra i paesi contrari troviamo Finlandia, Paesi Bassi, Austria, mentre sono a favore Francia, Spagna, Portogallo, Ungheria e Svezia. L'Italia non ha ancora preso una posizione. Per fare pressione sui nostri eurodeputati ti invitiamo a servirti del sito https://fightchatcontrol.eu/ dove troverai i loro contatti e dei testi base da inviare per mail.

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Il bluff del Piano MatteiClara Baldasseroni · Energia

!Il bluff del Piano Mattei

Sezione: ENERGIA | Autore: Clara Baldasseroni

"Aiutiamoli a casa loro": ma lo sviluppo locale targato Eni sta producendo in Africa soltanto nuova povertà

Il cosiddetto 'Piano Mattei' è la proposta del governo italiano per lo 'sviluppo economico locale' dell'Africa, luogo ideale dove utilizzare ampie estensioni di terreno agricolo con manodopera a basso costo con l'idea, esplicitata, di bloccare i flussi migratori verso l'Europa.

I fondi ammontano a 210 milioni di dollari, stanziati dal Fondo per il Clima istituito dalla Banca Mondiale in occasione degli accordi di Parigi del 2015. Il governo ha incaricato della gestione Eni, ovvero l'unico colosso transnazionale italiano, che da solo emette più anidride carbonica di tutto il resto dell'Italia. Tra gli obiettivi del piano c'è la coltivazione dei semi della pianta di ricino e la produzione del rispettivo olio, che poi verrà riconvertito in biocarburante. Il progetto pilota del 2024, in Kenya, è però fallito, mettendo in difficoltà 80mila contadini della contea di Nakuru.

È grazie agli studi dell'Università Statale di Milano e della ong "A Sud" che possiamo direttamente osservare ciò che accade in Kenya. È stata realizzata un'indagine sul campo nel villaggio di Mbegi, situato a sud-est della regione, dove vivono circa 200 coltivatori. Si racconta come Safa (Servizi Agricoli Forestali Africa, la società intermediaria incaricata del progetto da Eni) ha sottoscritto un contratto biennale proponendosi di arare i loro campi, fornire le sementi e acquistare il prodotto a un prezzo finale fisso (17 KES/kg). La piantagione non è però decollata e ha coperto solo 1/4 delle aspettative. I contadini di Mbegi che possedevano indicativamente un acro a testa, sono riusciti a produrre poco, (all'incirca 10 chili in un anno), ricevendo l'esigua somma di meno di 1 euro a persona. Hanno inoltre raccontato come la scarsa resa sia dovuta all'associazione del ricino ad altre colture poco indicate, tanto che, a distanza di due anni dall'avvio delle coltivazioni, molti di essi hanno manifestato l'intenzione di non rinnovare il contratto. Eni si è giustificata con messaggi di spiegazione pubblicati sul sito, per discolparsi del fallimento, ma, allo stesso tempo, si è mostrato ottimista per il futuro.

Purtroppo lo spirito dell'operazione si è guastato, perché la pianta in questione ha una natura infestante e velenosa, tanto che ingerire solo 4/8 bacche schiacciate può provocare la morte. C'è da sottolineare che al momento i terreni sono rimasti avvelenati e che alcuni animali - come le mucche - sono morte dopo aver pascolato in quei campi. Nonostante tutto, è già partita un'altra coltivazione per l'olio di ricino anche nel Congo, dove non è stato ancora prodotto niente. Altre nazioni africane attendono di essere coinvolte in futuro prossimo. Intanto, per produrre biocarburante per auto (diesel 5/6 e futuri 7) e aerei con l'olio proveniente dal continente africano - se un giorno arriverà - Eni sta riconvertendo la raffineria di Livorno in bioraffineria.

Il risultato è che le terre che prima producevano mais e fagioli per un'economia locale di sussistenza, ora sono inutilizzabili e improduttivi. In definitiva, il 'Piano Mattei' non è altro che l'ennesimo piano di sfruttamento coloniale sull'Africa operato dal governo italiano grazie ad Eni. Insieme stanno producendo solo povertà.

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Eni e l'ipocrisia dello Stato che ancora punta sulle fonti fossili

Osservatorio ENI è stato istituito dalla Ong A Sud e dal Centro documentazione dei conflitti ambientali (CDCA) per monitorare le attività della multinazionale italiana attraverso ricerca, reporting e azionariato critico. L'obiettivo è quello denunciare gli impatti di Eni su ambiente, clima e diritti umani attraverso informazione e lobbying per indurre Eni a cambiare le sue politiche aziendali.

Eni è infatti l'azienda fossile più grande d'Italia e una delle maggiori compagnie energetiche a livello globale. Opera in oltre 60 paesi, non solo con un impatto emissivo enorme ma anche un impatto ambientale, sociale e culturale nei territori in cui lavora. Il cuore degli affari di Eni riguarda principalmente lo sfruttamento di idrocarburi, soprattutto petrolio e gas. Le emissioni prodotte sono nell'ordine di decine di milioni di tonnellate di CO2. Se consideriamo anche le emissioni indirette, dovute all'impiego dei prodotti di Eni, i livelli salgono a centinaia di milioni di tonnellate, superiori a quelli dell'intera Italia.

Nonostante gli sforzi dichiarati verso la transizione energetica, come investimenti in energie rinnovabili, Eni punta ancora sui combustibili fossili. Lo scoppio della guerra in Ucraina ha svelato con più chiarezza che mai l'influenza che Eni esercita sulle politiche energetiche nazionali, inaugurando una nuova fase di colonialismo energetico. Nonostante gli annunci di decarbonizzazione, i piani dell'azienda non prevedono nessun cambio di rotta: il cane a sei zampe continua a basare il proprio business sullo sfruttamento delle fonti fossili. Sull'onda dell'emergenza energetica, la multinazionale ha spinto per sostituire il gas russo, basando il proprio approvvigionamento principalmente sul gas naturale e cominciando a espandere le proprie alleanze con Paesi altrettanto autoritari come Algeria e Qatar.

Pur comportandosi come una multinazionale quotata in borsa, Eni è partecipata dallo Stato, che detiene la maggioranza relativa delle azioni. Invece di essere influenzata da politiche nazionali per la decarbonizzazione, al contrario Eni condiziona le politiche energetiche nazionali creando un circolo vizioso impossibile da interrompere. Nonostante la crisi climatica e gli allarmi della comunità scientifica, l'azienda continua ad aumentare anno dopo anno la quantità di idrocarburi estratti. Sta sviluppando nuovi progetti di perforazione sia all'estero che in Italia. Dalla Val d'Agri in Basilicata a Taranto e Gela in Sicilia, diverse zone subiscono l'impatto disastroso del cane a sei zampe.

Se non bastasse, a questa realtà opaca corrisponde un racconto aziendale pericolosamente edulcorato. Non è un caso se il colore del marketing è sempre più verde. Così, Eni racconta di essere una realtà responsabile in ambito ambientale e climatico e di lavorare per la transizione mentre le sue trivelle continuano ad estrarre petrolio e gas. Questa dissonanza tra realtà e rappresentazione ha un nome, greenwashing. L'Osservatorio Eni lavora per svelarne le trappole e denunciarne la scorrettezza. (f.b.)

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7Ambiente2 articoli
Fiori d'asfalto - Esame d'umanità e Non dimenticareLaura Bardelli (a cura di), Haidar al-Ghazali, Roberto Pelozzi · Poesia

!Fiori d'asfalto

Rubrica: FIORI D'ASFALTO - Esercizi di sguardo poetico dalle periferie | A cura di: Laura Bardelli

Esame d'umanità

Nelle ultime settimane non abbiamo solo "gridato" per Gaza, ma abbiamo camminato in silenzio, cantato, pregato, scioperato, raccolto fondi; abbiamo visto salpare la flotta della solidarietà e della speranza, spiegato con loro le vele della pace. In molti istituti, il primo giorno di scuola, studenti, studentesse e docenti hanno letto una poesia di Haidar al-Ghazali (2004), poeta che dall'inizio dell'offensiva israeliana racconta l'assedio. Ecco la prima strofa:

Oggi i giovani liberi si sollevano nelle università e lanciano la loro voce nel vento. Oggi vediamo cuori sgozzati come i nostri e piangono per le madri che non hanno trovato tempo per piangere. Oggi i giovani liberi si sollevano nelle università e non verrà promosso chi non supererà l'esame di umanità.

Da: Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza, Fazi Editore, 2025

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Non dimenticare

Della storia il ricordo è memoria tutto questo siamo noi. Ama il prossimo tuo è insegnato all'uomo. Questo già accade in natura! È storia infinita… Seguiamo l'esempio e nel vivere stiamo con lei

Roberto Pelozzi

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Non siamo numeri. Le voci dei giovani di Gaza

Prefazione di Cecilia Strada. Nutrimenti, 2025.

Segnaliamo l'uscita di un altro volume che raccoglie testimonianze dalla Striscia: «We are not numbers» è un progetto di narrazione giovanile co-fondato da Pam Bailey (negli USA) e da Ahmed Alnaouq (da Gaza) nel 2015. Da allora, i giovani palestinesi che vivono assediati trascrivono in presa diretta l'impatto dell'occupazione israeliana e i loro racconti crudi e luminosi polverizzano le bugie più ricorrenti nel mainstream.

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Niente giustifica la cacciaCamilla Lattanzi · Ambiente

!Niente giustifica la caccia

Sezione: AMBIENTE | Autore: Camilla Lattanzi

La nuova legge in discussione al Senato regalerebbe ai cacciatori libertà di sparare ovunque e comunque

Un cacciatore è già posizionato per sparare a un cervo, ma il suo cane abbassa la canna del fucile: è uno spot di Fondazione Capellino (proprietaria del marchio Almo Nature) diffuso a partire dal 4 ottobre, giorno di San Francesco. Lo spot si conclude con un'affermazione categorica "niente giustifica la caccia" e chiede ai parlamentari di ogni schieramento di non votare a favore della riforma della caccia attualmente in discussione in Senato.

Il disegno di legge riformerebbe la legge 157/92 in vigore, allentando la protezione della fauna selvatica: una promessa fatta dal ministro dell'agricoltura Francesco Lollobrigida al suo bacino elettorale di agricoltori e cacciatori. Meriterebbe più clamore questo regresso verso una "veterocaccia" deregolamentata, eppure si tratta di una delle norme-bandiera della destra di governo: l'occasione per mostrare tutto il suo disprezzo verso scienza, natura, questione ecologico-ambientale e l'odiatissima "questione animale". Danilo Selvaggi - direttore generale LIPU lega Italiana Protezione Uccelli – ci informa che la caccia in Italia è prevalentemente agli uccelli migratori. Non sono gli ungulati, le lepri e i fagiani le vittime principali delle stagioni venatorie: le specie più ambite sono tordi, anatre, pavoncelle e tortore selvatiche. E non si tratta solo di tradizione ma anche di un giro d'affari non facilmente quantificabile.

Il regalo chiesto dai cacciatori alla politica è la cancellazione di quattro divieti che da 33 anni tutelano la fauna invece di tutelare la loro "libertà di sparare": caccia a febbraio, cattura in natura di richiami vivi (uccellini canori che vengono tenuti in gabbie per richiamare altri uccelli), aumento delle specie cacciabili e riduzione delle zone protette. Per ammantare di retorica questa azione di forza, si ricorre a due argomenti. Il primo, più pretestuoso, è la tutela degli agricoltori dai danni da fauna, danni che ci sono sempre stati e sempre ci saranno e per prevenire i quali ci sono già numerosi strumenti come recinti, ristori, cani da pastore, ecc. L'altro più concettuale, che vede l'umano come bio-regolatore, una grande narrazione-fiction secondo la quale la natura deve adattarsi alle attività umane.

Ma non è la fauna ad essere invasiva, sono le attività umane ad aver riempito il territorio di strade, strutture, ferrovie, raccordi, abitato e coltivazioni, e così facendo prima o poi gli animali li incontriamo per forza, perché non abbiamo lasciato loro uno spazio a disposizione per vivere. Il centrosinistra in aula sta presentando moltissimi emendamenti al disegno di legge, ma va segnalato il testo di una lettera di cacciatori del Pd indirizzata a Elly Schlein, che contiene tutte le argomentazioni della lobby venatoria. La minaccia è esplicita: cara segretaria, il Pd siamo anche noi, e il Pd non può rappresentare «istanze massimaliste», come sarebbero quelle di chi vorrebbe evitare l'estinzione di uccelli e altre specie in pericolo.

A reagire costruttivamente è stato un gruppo di associazioni animaliste: la proposta di una legge di iniziativa popolare contro la caccia ha raggiunto in soli due mesi le 50.000 firme necessarie per passare all'esame del parlamento, vedremo come si muoverà il Presidente del Senato, Ignazio La Russa. Gianluca Felicetti presidente della Lega Anti Vivisezione (LAV) spiega che il disegno di legge delle destre al governo va fermato anche perché si salda con altri aspetti: il declassamento a livello europeo della tutela del lupo e degli orsi, che vede il lupo tornare nel mirino dopo 50 anni di protezione integrale e la criminalizzazione del dissenso, perché le destre vogliono impedire contestazioni e proteste da parte dei cittadini contro la caccia. Accettare questo modello di caccia significa accettare la legge del più forte. Intanto si registra il primo morto umano della stagione venatoria che si è appena aperta: è un cacciatore, ucciso per sbaglio da un compagno.

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Spaccate alla fiorentinaFrancesco Martinelli · Umanità

!Spaccate alla fiorentina

Sezione: UMANITÀ | Autore: Francesco Martinelli

Il degrado fra pagliuzze e travi

Il degrado cittadino a Firenze viene sempre preso sul serio. Come la moda a Milano. L'ultima collezione fiorentina sono le "spaccate". I giornali cittadini sono pieni di notizie preoccupate e preoccupanti verso questo fenomeno, che sta dilagando in particolar modo nel quartiere 5: la spaccata, ossia quando con un mattone o simile si rompe una vetrina per rubare all'interno di un negozio. Un posto d'onore nella collezione autunno-inverno se la aggiudicano le "rapine a buon mercato", che si risolvono spesso in un nulla di fatto, con un bottegaio trasformato in "eroe per un giorno" perché ha messo in fuga a scapaccioni il pericoloso delinquente di turno. Adrenalina e paura che si muovono alternandosi, come in una clessidra, tra i giocatori di ruolo nella notizia del giorno. Spaccate e rapine: un cocktail che entusiasma la morbosità dei lettori. Spesso chi compie questi reati viene facilmente individuato ed arrestato. Sono furti semplici, improvvisati, dettati dalla disperazione e gli autori vengono subito acciuffati, andando a ingrossare le fila dei detenuti da inserire nella piaga carceraria.

Chi è che si accolla di fare queste spaccate? Io no grazie, ho i menischi rotti e già spaccati, ma chissà che a qualcuno venga voglia, perché non ha abbastanza fantasia o istruzione per fare altro, ma abbastanza rabbia e giramenti di coglioni per incasinarsi la vita. Chi compie spaccate, come in politica, sceglie il negozio meno peggio e ci rimette di sicuro.

Ecco, le elezioni del meno peggio in Toscana lo dimostrano. Delusa l'anima restano le spaccate. E mentre discute di degrado, la politica contribuisce a fornire ingredienti per la sua preparazione. Il sistema crea psicopatici di cui ha ragione poi di difendersi. Ipocrisia. Le carceri: costringi un uomo a lottare con sé stesso per anni e cosa ottieni? Un buon antisociale. Lo mandano al serd tutt'al più. Al cimitero i più tosti. Io per me ...me la cavo. Male. O libero o morto è il detto criminale. Ma di altri criminali i giornali parlano molto meno. Non vanno di moda. Non sono nella nuova collezione fiorentina. Non ci sono paginate sui reati studiati a puntino, dettati dai giochi di potere, che privano non il singolo negoziante ma una comunità intera. Gli autori di quei reati si nascondono bene, non si lasciano acciuffare tanto facilmente e quasi mai finiscono in gattabuia. E allora mi trovo a sognare colpi seri. Amo le braghe calate del potere, il re nudo su tutto. Una mattonata in faccia che faccia rotolare giù dagli scranni le teste di chi le leggi le fa ma non le rispetta, oppure se le fa su misura così le aggira meglio.

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O tecnocittadini o nullaTommaso Martinelli · Umanità

!O tecnocittadini o nulla

Sezione: UMANITÀ | Autore: Tommaso Martinelli

L'accesso ai servizi pubblici sembra ormai riservato soltanto a chi possiede - e sa usare - uno smartphone

Il mondo va avanti sempre più veloce e soffermarsi sui dettagli diventa difficile. Un dettaglio passato forse inosservato è il fatto che a Firenze, da due anni, per accedere ai bonus comunali, quindi pubblici, per gli abbonamenti ai mezzi di trasporto si debba essere provvisti di smartphone e relativa App. Se non hai l'App, l'abbonamento lo paghi pieno. Come mi scrivono dagli uffici preposti, non esistono procedure alternative. Si potrebbero fare altri esempi banali, come la possibilità di saltare le code alle poste. Se non hai l'App, stai in coda bello sereno, sperando che quell'App non l'abbiano ancora in molti, perché altrimenti ti passeranno tutti avanti. Se protesti, la risposta sbigottita è sempre la stessa: "Signore, si aggiorni!".

Ormai è da tempo che per accedere a molti servizi privati si deve essere obbligatoriamente dotati di App varie. Non è possibile noleggiare una bici o un monopattino senza avere uno smartphone, e ormai anche per mangiare in molti ristoranti è necessario decifrare codici QR.

È chiaro che, salvo leggi specifiche, i privati possono decidere di offrire i loro servizi a chi vogliono, ma il settore pubblico non dovrebbe cedere alla tentazione di escludere a priori chi non partecipa a determinate scelte di consumo, nel caso specifico quella di acquistare uno smartphone. Non sarà forse che nella civiltà del mercato il paradigma dell'inclusività, che tanto si sta giustamente sviluppando in vari ambiti, non si applichi a chi decide liberamente di essere un "consumatore imperfetto"?

Sì, lo confesso, non ho uno smartphone e queste cose le ho vissute con un crescente senso di esclusione. Oltre a quelli privati, vedo che anche la mia possibilità di accesso ai servizi pubblici, pur pagando le tasse come tutti, si sta via via riducendo. Qualcuno potrebbe dire che la storia è vecchia e che da tempo senza almeno un bel paio di mutande, quindi rifiutando quella tecnologia, a giro non si può andare. Ma le cose non stanno proprio così. Nel caso delle mutande posso trovare un modo di coprirmi alternativo e "autogestito", al contrario nel caso dello smartphone il mio essere cittadino è forzatamente subordinato alle multinazionali "tech" che mi danno, e sempre più daranno, la possibilità di esserlo pienamente. La differenza non è da poco, e, se tanto critichiamo gli eroi del capitalismo, i super miliardari delle grandi multinazionali tecnologiche che ormai spadroneggiano nel mondo, dovremmo almeno evitare, in nome del progresso, di calarcele, quelle mutande affidandogli anche la nostra possibilità di esistere come cittadini... magari aspettando l'ennesima App che copra le nostre contraddizioni.

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Digitali si diventa

Anche chi è nato nel secolo scorso può imparare quel tanto che serve a muoversi in un mondo sempre più digitalizzato. L'Associazione Progetto Arcobaleno ha infatti aperto uno sportello per la "facilitazione digitale" presso la sede di via del Leone 9, rivolto ai soci e a tutti gli ospiti e utenti dei vari servizi offerti.

Lo sportello è accessibile il mercoledì dalle 9.00 alle 15.00 nello spazio GAP, con prenotazione tramite: - https://calendar.app.google/d7Un2WjH4RMCauP18 - o, per fortuna dei meno attrezzati, telefonando il mercoledì dalle 9.00 alle 15.00 al numero 055280052.

Un Punto di Facilitazione Digitale è un luogo fisico dove gli utenti possono recarsi e usufruire di servizi di assistenza e/o formazione gratuita. Grazie a un facilitatore digitale disponibile a rispondere ad ogni domanda, i cittadini possono imparare a diventare più autonomi e consapevoli nell'uso di Internet e delle tecnologie digitali, personalizzando il servizio in base alle proprie esigenze.

Informazioni: sportello.digitale@progettoarcobaleno.it

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L'utopia realizzata del Teatro PoveroLaura Tabegna · Cultura

!L'utopia realizzata del Teatro Povero

Sezione: CULTURA | Autore: Laura Tabegna

Monticchiello: un piccolo borgo rurale in Val d'Orcia da sessant'anni luogo di resistenza per l'identità contadina

Siamo nel 1967 quando la comunità di un borgo contadino della Val d'Orcia decide di scendere in piazza per mettere in scena il proprio smarrimento di fronte alla fine di un'epoca, della mezzadria e del suo sistema di riti e valori.

Oggi, nel 2025, quella stessa collettività abita un territorio patrimonio Unesco, immagine della Toscana nel mondo. Sono passati sessant'anni di cambiamenti epocali, eppure quella comunità non ha mai tradito la propria anima grazie a un fenomeno unico: il Teatro Povero.

Il luogo in questione è Monticchiello, un borgo rurale in provincia di Siena e frazione della rinascimentale Pienza. Monticchiello oggi è un presidio del turismo internazionale, ma la sua vera peculiarità è una comunità che da 60 anni è protagonista di un autodramma collettivo, elaborato durante l'anno e messo in scena d'estate, in piazza, dagli stessi abitanti.

Fenomeno sociologico, antropologico e di autocoscienza, il Teatro Povero ha raccontato con l'urgenza della sopravvivenza la crisi del mondo contadino fino a identificarsi nei dubbi dei nostri tempi. L'ultimo spettacolo, non a caso, s'intitola "La casa silente", allusione ai borghi storici trasformati in scenografie di lusso per turisti. Per quanto riguarda la drammaturgia, gli esordi presentano il linguaggio "verista" degli abitanti del borgo, che rielaborano un racconto collettivo nella loro assemblea. La regressione "povera" e popolare è la vera cifra di questa messa in scena unica, che piano piano prende coscienza in una strehleriana espressione di autodramma. Ma non solo. Il Teatro Povero è oggi una cooperativa al servizio della comunità stessa e un motore culturale in funzione tutto l'anno.

"Siamo diventati una sorta di utopia, che va avanti da 60 anni – spiega Gianpiero Giglioni, co-regista con Manfredi Rutelli -, mescolando teatro, servizi per i cittadini, cooperativismo, creazioni culturali, come il recente festival "Avanti Popolo", per parlare di temi culturali con ospiti del calibro di Walter Siti e Anna Foa".

Invece di spopolarsi o trasformarsi in un museo vivente, Monticchiello ha aperto la sede del Teatro Povero tutto l'anno. La cooperativa gestisce un'edicola-libreria, ufficio turistico, servizio di distribuzione farmaci, biblioteca, emporio poli-funzionale. La comunità rimane dunque al centro e, nonostante i temi siano evoluti verso la globalizzazione, il punto di vista rimane quello dei monticchiellesi, dell'umanità più autentica che guarda la luna e i suoi misteri con gli occhi dell'anima.

Info: https://teatropovero.it/

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L'Eremo delle CarceriTomaso Montanari · Cultura - La vita messa a nudo

!L'Eremo delle Carceri

Rubrica: LA VITA MESSA A NUDO - ARTE E POVERTÀ | Autore: Tomaso Montanari

Sulle orme di san Francesco per una nuova fratellanza con la Terra

Durante il suo viaggio in Italia, Simone Weil confessa: "ho corso il rischio di rimanere per tutta la vita, qualora le donne fossero ammesse, nel minuscolo Eremo delle Carceri, a un'ora e un quarto di strada sopra Assisi. Non vi è spettacolo più sereno, più paradisiaco, dell'Umbria vista da lassù. Quel san Francesco sapeva scegliere i posti più deliziosi per viverci in povertà: non aveva nulla di un asceta". Salire oggi all'Eremo delle Carceri significa avvicinarsi al Cielo, rimanendo vicinissimi alla terra.

È il sublime paradosso di Francesco, che non si esercita nel distacco dal mondo: ma nell'amore intenso, fisico e viscerale per il creato. È vicino alla Terra: letteralmente, è umile (da humus). L'umiltà è la via maestra per coltivare la nostra fraternità con il mondo, e per elevare l'anima sopra le nuvole: qualunque cosa cerchiamo.

Pensiamo che si trovi, o non si trovi, lassù. Prima di essere offerte ai francescani, le Carceri erano state date dal Comune di Assisi ai benedettini. Ma mentre i monaci potevano pensare di vivere per sempre, stabilmente, 'carcerati' lassù, lontani dalla città e dall'umano consorzio, i frati di Francesco trovavano in quell'angolo di paradiso un luogo in cui riprendere fiato, respiro. Per poi tornare a percorrere, con i loro poveri sandali, le strade del mondo e degli uomini.

La grandezza di Francesco è capire che la città degli uomini si restaura e si rifonda solo attraverso una comunione con la natura. La febbre del pianeta si alza ora dopo ora, e mai come in questo nostro tempo è evidente che la fraternità tra esseri umani non ha un futuro se non si apre ad una fraternità più grande: quella con tutta la Terra. Il grido dei poveri è indistinguibile dal grido degli animali, delle piante, di ogni essere vivente e del corpo stesso del pianeta: sappiamo – scientificamente e storicamente: e lo avvertiamo ogni giorno sulla nostra pelle – che non può esserci giustizia sociale senza giustizia ambientale.

Le Carceri – sublime paradosso – sono la via di fuga. Non il centro (Assisi: ormai spopolata e preda di un terribile turismo del sacro), ma la periferia: le montagne, le aree interne, l'Italia dei vuoti, fragile, marginale. Scartata.

Parlarne significa da una parte fare l'inventario di «quel che resta» (per riprendere il titolo di un importante libro di Vito Teti), dall'altra significa capire quel che potrebbe essere: e non solo delle aree interne, ma di tutto il Paese, in un modello alternativo e sostenibile di convivenza civile.

Alle Carceri, come nel chiuso delle nostre anime: è in luoghi come questi che possiamo trovare la forza e l'umiltà di cambiare il mondo.

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Ecco perché sono davvero risorseFelice Simeone · Infografica

!Ecco perché sono davvero risorse

Sezione: INFOGRAFICA | Autore: Felice Simeone

Gli immigrati versano allo Stato più di quanto ricevono. Politiche meno repressive migliorerebbero il bilancio

Gli immigrati regolari in Italia non sono un peso per lo Stato, ma una risorsa economica. È quanto emerge dal Dossier Statistico Immigrazione 2025 del Centro Studi e Ricerche IDOS, che quantifica in 4,6 miliardi di euro il contributo positivo degli stranieri alle casse pubbliche nel 2023.

Una cifra che ribalta molti luoghi comuni: gli stranieri versano più di quanto ricevono in servizi sociali e welfare, e potrebbero contribuire ancora di più se le regole sull'ingresso e sul lavoro fossero meno restrittive. Secondo l'analisi condotta da Carlo Fiorio e Tommaso Frattini (Università di Milano) e Andrea Riganti (Insubria), lo Stato italiano spende 34,5 miliardi di euro per i cittadini stranieri, ma ne incassa da questi ultimi 39,1 in tasse e contributi. Il bilancio è quindi ampiamente positivo. Come si può spiegare questo saldo positivo? Gli stranieri sono il 9% della popolazione, ma assorbono solo il 4,3% della spesa sanitaria (6 miliardi su 138 totali) e appena lo 0,6% delle pensioni. Ricevono in media 6.600 euro l'anno in servizi, contro gli 11.600 euro destinati agli italiani. Una differenza dovuta all'età media più bassa e alla minore incidenza di malattie croniche o pensioni.

Sul fronte delle entrate, invece, gli stranieri versano 39,1 miliardi tra Irpef, Iva, contributi previdenziali e altre imposte. In media pagano 7.400 euro a testa all'anno, contro i 10.200 dei contribuenti italiani. A ciò si aggiungono tasse "dedicate", come quelle per i permessi di soggiorno e le pratiche di cittadinanza, che nel 2023 hanno portato 228 milioni di euro nelle casse dello Stato.

Ma, sottolinea Luca Di Sciullo, presidente di IDOS, "questo saldo già positivo potrebbe essere ancora più alto se riformassimo le norme che regolano l'ingresso e l'inserimento lavorativo dei migranti". Il sistema dei Decreti Flussi, concepito su basi ideologiche e repressive, infatti, funziona male: nel 2023 solo il 7,5% dei permessi previsti è stato effettivamente rilasciato, e nel 2024 la percentuale è scesa al 7,8%. Le procedure complicate e il ricorso a intermediari favoriscono l'irregolarità, spingendo migliaia di persone nel lavoro nero. Un meccanismo che danneggia sia i lavoratori che lo Stato, privato di entrate fiscali e contributive.

C'è poi il problema del sottoimpiego. I lavoratori stranieri, anche se regolari, restano confinati nei mestieri più faticosi e meno pagati: il 61% svolge professioni operaie o non qualificate, contro il 29% degli italiani, e il 14% è costretto a un part-time involontario (gli italiani sono il 7,8%). Una segregazione che limita il loro potenziale e riduce il contributo fiscale complessivo, a danno dell'intera economia nazionale.

Il Dossier IDOS, in fondo, racconta una realtà semplice ma spesso ignorata: l'immigrazione regolare sostiene lo Stato italiano. Gli stranieri non sottraggono risorse, le generano. Pagano le pensioni, alimentano la domanda interna, garantiscono manodopera in settori cruciali come assistenza, agricoltura, edilizia e logistica. Eppure, continuano a essere descritti come un costo, vittime di una narrazione utilitaristica che prescinde, e forse proprio nasconde intenzionalmente, i dati. In un Paese che invecchia e perde forza lavoro, riconoscere il valore economico e sociale dell'immigrazione non è solo un atto di giustizia, ma una necessità strategica. Se l'Italia saprà aprire vie regolari, contrastare il lavoro nero e valorizzare competenze oggi sprecate, il saldo di 4,6 miliardi potrebbe crescere ancora. Fino a diventare la prova definitiva che gli stranieri, più che un problema, sono una parte essenziale della soluzione.

  • immigrazione
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11Attualità1 articolo
Attualità - Notizie breviVari (redazione, Clara Baldasseroni) · Attualità

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Vita indipendente per i disabili

Lo scorso 27 settembre si è tenuto a Firenze il "Disability Pride" un evento, nelle intenzioni degli organizzatori, di "inclusione, solidarietà e celebrazione delle diversità" che ha trovato larga eco sulla stampa. L'associazione Vita Indipendente ci ha scritto commentando criticamente l'iniziativa: "Purtroppo è stato organizzato a scapito dei disabili gravi. Il convegno era infatti incentrato sull'accessibilità (soprattutto barriere architettoniche) e non prevedeva nessun intervento sulla vita indipendente (soprattutto sul tema dell'assistenza personale)". L'associazione continua ricordando che la vita indipendente "è il fulcro della Convenzione Onu sui disabili" e che l'articolo 4 della Regione conferma il diritto delle persone con disabilità "ad interventi intesi a garantirne la vita indipendente e la cittadinanza attiva". Mentre "sulle barriere architettoniche c'è molta normativa e giurisprudenza, al contrario sulla vita indipendente non c'è quasi niente", e conclude "Senza assistenza personale, ma con l'accessibilità, i disabili gravi MUOIONO".

Eni, serviva una strage?

Sono servite 5 persone uccise dalla corsa al profitto di Eni - Vincenzo Martinelli, Carmelo Corso, Franco Cirelli, Gerardo Pepe e Davide Baronti - affinché il pericoloso stabilimento di stoccaggio di carburanti di Calenzano chiudesse i battenti.

Erano le 10.22 di lunedì 9 dicembre 2024 quando una violenta esplosione, causata dalla dispersione di vapori di idrocarburi nell'area di carico delle autobotti nel deposito Eni alle porte di Firenze, uccise 5 persone e ne ferì altre 26. Il processo deve ancora iniziare, e intanto dieci persone sono indagate per omicidio colposo plurimo, disastro colposo, lesioni personali colpose; anche la stessa Eni è indagata per illecito amministrativo per i reati commessi dai suoi dipendenti nell'interesse della società, in assenza di un modello organizzativo che impedisse la situazione di rischio.

A 10 mesi dalla strage il sindaco di Calenzano, Giuseppe Carovani, ha annunciato che il deposito chiuderà i battenti e sarà riconvertito ad una produzione non pericolosa per i lavoratori e la popolazione.

La domanda ineludibile che poniamo alle istituzioni - sta a loro tutelare la salute della collettività, non alle imprese che hanno l'obbligo statutario di fare profitti - è questa: perché si è consentita e tollerata la presenza per ben 70 anni - il deposito più grande della Toscana fu inaugurato nel 1956 -, di un'infrastruttura da tutti definita pericolosa nel cuore della Piana fiorentina? Era necessario che morissero cinque persone perché ci si accorgesse dell'assurdità di tale presenza nel tessuto urbano più abitato della regione? Fuori Binario

Lo sfruttamento all'autolavaggio

Almeno quattro lavoratori stranieri venivano pagati 1 euro l'ora per fare turni da 10 a 13 ore il giorno. Succede a Rapolano, nel ricco territorio senese, dove carabinieri e finanzieri ha messo sotto scacco il titolare di un autolavaggio, ora indagato per intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro. Grazie a testimonianze, osservazione e pedinamento, telecamere, la procura senese ha chiesto la misura cautelare reale. Ai lavoratori non venivano riconosciuti né il riposo settimanale né la pausa lavorativa. Violate le misure in materia di sicurezza sui luoghi di lavoro. Inoltre il titolare ha dato alloggio a tre lavoratori nell'autolavaggio stesso, ambiente inidoneo ed in precarie condizioni igienico sanitarie. Per il controllo giudiziario dell'impresa e delle attività economiche collegate, è stato nominato un amministratore giudiziario, mentre un sequestro preventivo è stato finalizzato alla confisca obbligatoria per equivalente del profitto del reato quantificato in un totale di 40.045 euro.

Studenti per la Palestina

Continuano a Firenze le pressioni da parte degli Studenti per la Palestina nei confronti dell'Università di Firenze. Chiedono la rescissione da parte dell'Ateneo e dei suoi dipartimenti di "tutti gli accordi in essere con università, enti e aziende pubbliche e private e istituzioni israeliane che contribuiscono direttamente e indirettamente a politiche genocide e di apartheid nei confronti della popolazione palestinese". Da settimane alcune facoltà, in particolare nei plessi di via Laura e via Capponi, sono occupati (insieme a numerosi istituti superiori) affinché le istituzioni scolastiche e universitarie aprano definitivamente gli occhi sul genocidio e l'occupazione israeliana in corso in Palestina. La "pace" mediatica imposta da Trump non ha infatti messo fine al dramma in corso a Gaza e in Cisgiordania. Si continua a morire di fame, colpiti a morte dall'esercito occupante, gli aiuti umanitari vengono fermati di continuo e l'Occidente continua a fornire armi e collaborazioni ad Israele. Per gli studenti tutto ciò deve finire.

Blocchiamo tutto!

La parola d'ordine comune è: "Embargo immediato di tutte le merci dirette o provenienti da Israele, blocco delle navi israeliane". Questo blocco unitario non solo impedisce agli armamenti di raggiungere Israele, ma, se sostenuto nel lungo termine, indebolirà lo Stato stesso, perché danneggerà la sua economia. L'obiettivo è indurre Israele a un piano di risoluzione internazionale per Gaza. In questa direzione, i portuali d'Italia, sostenuti da vari sindacati e cittadini, hanno incrociato le braccia e impedito gli attracchi delle navi israeliane, sempre più frequentemente in transito da e verso l'Italia. Tutto ciò a dimostrazione che anche Israele, dietro la sua apparente superiorità, ha bisogno di importare ed esportare per sostenersi.

Durante la protesta al porto di Livorno, lo scorso 29 settembre, al varco Darsena Toscana, un presidio dei sindacati Cgil e USB ha impedito l'attracco della nave Zim Virginia, a dimostrazione che i lavoratori non vogliono essere complici del genocidio a Gaza. Sempre a Livorno il 16 ottobre è stata bloccata la lavorazione di un'altra nave israeliana, la Zim Atlantic.

Uno degli obiettivi della protesta è l'apertura di un corridoio umanitario via mare, portato avanti dall'azione della Global Sumud Flotilla, sostenuta a terra dal blocco dei porti, tra cui quello di Livorno. A questo proposito Giovanni Ceraolo, esponente dell'USB a Livorno, spiega: "Stanno facendo concretamente quello che il nostro governo non ha avuto il coraggio di fare". Quindi Ceraolo lancia un messaggio: "Siamo a fianco di tutti i lavoratori e le lavoratrici, di qualsiasi sigla sindacale o anche senza tessera, che rifiutano di collaborare con Israele. Speriamo che questa mobilitazione si allarghi anche ai camionisti, ai ferrovieri, a tutti i settori del lavoro". E l'allargamento c'è stato. Tanto che, mentre la Global Sumud Flotilla rompeva il blocco navale verso Gaza, la protesta in Italia bloccava il transito delle merci dirette verso Israele, in modo funzionale al raggiungimento dell'obiettivo.

Il movimento "Blocchiamo tutto", nato per fermare il genocidio israeliano in Palestina, è in continuo tumulto, ha organizzato due scioperi generali, una manifestazione nazionale con un milione di persone a Roma e altre mobilitazioni ci saranno in futuro. Clara Baldasseroni

Ministero degli interni bocciato sui CPR

Il Consiglio di Stato ha bocciato il Ministero degli interni perché in un capitolato d'appalto per la gestione dei Cpr non erano garantiti adeguati livelli di assistenza sanitaria ai migranti ospiti. La denuncia, partita dall'Associazione studi giuridici sull'immigrazione (Asgi) e da Cittadinanzattiva, ha gettato una luce inquietante sul lavoro del Ministero. Le previsioni di spesa erano insufficienti a tutelare le persone con vulnerabilità psichiatrica o sottoposte a trattamento farmacologico, anche con riferimento alla necessità di contenere atti di autolesionismo e rischio suicidari. La sentenza spiega che "in un contesto delicato come quello della gestione dei Cpr è essenziale non solo che l'Amministrazione si avvalga del supporto di tutte le Amministrazioni che dispongono di competenze relative alla materia affrontata", ma il Ministero nello stilare l'appalto non aveva coinvolto né il Ministero della salute né il Garante delle persone private della libertà personale.

  • disabilità
  • Disability Pride
  • vita indipendente
  • Eni
  • Calenzano
  • strage
  • deposito carburanti
  • autolavaggio

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Rubriche - Femminismi, Un mondo ganzoVari (Marta Benettin, Fabio Bussonati) · Rubriche

!Rubriche - Femminismi, Un mondo ganzo

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Orfani di femminicidio

Rubrica: FEMMINISMI | Autore: Marta Benettin

Si chiamano "orfani speciali": bambini e ragazzi che perdono la madre per mano del padre, o di un uomo che avrebbe dovuto proteggerli. Non affrontano solo un lutto, ma un trauma che li priva di entrambi i genitori: uno ucciso, l'altro in carcere o morto suicida. In un caso su tre erano presenti all'uccisione della madre e in tutti i casi hanno assistito per anni alle violenze. In Italia la legge 4/2018 riconosce loro diritti specifici – patrocinio gratuito, assistenza psicologica, borse di studio – ma manca ancora un sistema di rilevazione ufficiale dei dati. Eppure, secondo Stefania Bartoccetti, presidente dell'Osservatorio nazionale indipendente sugli orfani di femminicidio, sono oltre 3.500. Tre volte orfani: delle madri, dei padri, dello Stato. Nel 2020 l'impresa sociale "Con i Bambini", nata per attuare i programmi del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile, lanciò il bando "A braccia aperte", primo tentativo concreto di costruire una rete di sostegno. In quasi quattro anni gli enti partecipanti hanno intercettato 450 orfani e presi in carico 250. La difficoltà più grande? Rintracciarli. In assenza di un archivio, le reti lavorano ancora sfogliando faldoni cartacei, affidandosi alla memoria di operatori o ai servizi sociali locali. Anche la legge 53/2022, che dispone la raccolta di statistiche sulla violenza di genere, non li menziona. La Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio chiede da tempo l'istituzione di un registro nazionale. Quando arriverà? Nel frattempo a ottobre 2025 ripartono i progetti di "A braccia aperte". Attendiamo l'intervento dello Stato.

Approfondimenti: focus book A braccia aperte – pubblicato da VITA. Progetto Violenza Assistita - Ass. Artemisia https://www.artemisiacentroantiviolenza.it

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Il Sol dell'avvenire

Rubrica: UN MONDO GANZO È POSSIBILE | Autore: Fabio Bussonati

È già da un pò di tempo che non riesco a liberarmi del pensiero di come sia possibile che un governante qualunque annunci, senza tema di smentita, il progetto di costruire un milione e cinquecentomila bunker in cemento, immagino armato, sul confine; ora, per fare un bunker ci vuole molto più cemento che per fare una casa popolare e penso che un piano di edilizia pubblica che comprendesse la costruzione di un milione e cinquecentomila appartamenti sarebbe in grado di risollevare il Pil, oltre all'umore, di uno qualunque dei nostri paesi.

Questa riflessione però rischia di farci dimenticare il nostro obiettivo primario, ossia la transizione alle fonti energetiche rinnovabili dal basso: la metà, il 50% dei consumi possono essere risparmiati con interventi minimi, spesso si tratta di cambiare qualcosa nel proprio stile di vita e poco più; il Sole e il vento ci danno luce e forza quasi tutti i giorni, gratis, le fonti fossili invece hanno un prezzo volatile e a deciderlo non siamo noi. Come tutte le cose, quello che può cambiare il corso delle storie sono le conoscenze che i popoli riescono a mettere a frutto. Oggi, con dei semplici corsi di alfabetizzazione solare possiamo mettere i nostri nipoti in condizione di darci la luce per l'ora che appare buia e per il domani che appare radioso, "il Sol dell'Avvenire".

Va detto che tutto ciò da solo non basterà a far rinascere il paese: si dovranno fornire moduli di continuità permanente minimi a chi non ha le possibilità economiche di procurarseli, fare orti di pace in tutti i parcheggi, sviluppare la coltivazione della canapa industriale con tutta la sua filiera in maniera massiccia; dovrebbe essere direttamente l'esercito a prendere in carico questo impegno, perché è altamente strategico togliere dall'atmosfera velocemente più anidride carbonica possibile ma è anche conveniente dato il prezzo delle quote di carbonio.

  • femminicidio
  • orfani
  • violenza di genere
  • legge 4/2018
  • Con i Bambini
  • energia solare
  • bunker
  • edilizia popolare

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Alfabeto - 21 proposteFelice Simeone (a cura di) · Segnalazioni

!Alfabeto - 21 proposte

Sezione: SEGNALAZIONI | A cura di: Felice Simeone

Ogni mese 21 proposte di cose, eventi, persone e fatti interessanti da scoprire, per costruire insieme una società più giusta.

  • A - ALEX: Nel suo libro "Continuate in ciò che è giusto", Alessandro Raveggi sceglie di non raccontare la vita di Alex Langer con ordine cronologico, ma "attorno" a lui, usando epifanie, ricordi, citazioni e momenti isolati come nodi del racconto. Ne risulta un libro ibrido, a metà strada tra saggio e romanzo, da cui emergono i temi che Langer ha attraversato: ecologia, pace, militanza radicale, dialogo tra etnie e lingue, critica al militarismo. https://bit.ly/46TjWvW
  • B - BARCHE: Mentre scriviamo, la prima missione della Global Sumud Flotilla si è conclusa. Vanni Bianconi, poeta, ha tenuto un diario pubblico della sua esperienza a bordo della Wahoo che il portale doppiozero.com ha messo a disposizione di tutti. Il diario è disponibile su doppiozero.com
  • C - CITTÀ: "Città in affitto" è un'indagine del collettivo Gessi White sulla crisi abitativa in Italia. Attraverso i casi di Bologna, Roma e Milano, il libro svela come fondi d'investimento e piattaforme digitali stiano trasformando le città in dormitori per turisti. https://bit.ly/3KGgPA3
  • D - DIVERSITÀ: Il libro della scrittrice coreana Yeonju Choi, "Gatto Mo e gli amici del bosco" si è aggiudicato il Premio Strega Ragazze e Ragazzi 2025. Una fiaba delicata che invita i giovani lettori a esplorare il valore dell'amicizia e il coraggio di affrontare l'ignoto. https://bit.ly/46Z6Ayj
  • E - ECONOMIA: ProdurreBene è un podcast settimanale della rivista on-line Vita.it, in cui vengono approfonditi temi legati ad impatto sociale, responsabilità d'impresa e filantropia. https://bit.ly/4gZQvNn
  • F - FERITA: "Pensare dopo Gaza" di Franco Berardi (Bifo) denuncia l'impasse psichica dell'Occidente: pensare oggi significa cercare tra le macerie una via per uscire dal ciclo infinito della violenza. https://bit.ly/3IERiqt
  • G - GIORNALISMO: Il podcast della Rai "Giancarlo Siani-il coraggio di scrivere", ricostruisce la vita, l'impegno, l'assassinio e il dopo di Giancarlo Siani, ucciso perché voleva raccontare la verità. Con quattro episodi il podcast narra non solo il delitto, ma anche i depistaggi, le pressioni, le menzogne e la lentezza della giustizia. https://bit.ly/4pZopWD
  • H - HACKMEETING: A fine giugno si è tenuto a Cagliari l'Hackmeeting, incontro annuale delle controculture digitali italiane. Tre giorni di seminari, giochi e dibattiti per riflettere collettivamente sul ruolo delle tecnologie. https://hackmeeting.org/hackit25/
  • I - INSIEME: Il mentalista Mariano Tomatis e l'artista di strada Spokkio hanno scritto il "Manuale di magia notav". Un volumetto illustrato tra fumetto e magia che racconta la lotta NO TAV in Val di Susa. Trucchi di prestigitazione si intrecciano con storie di resistenza. https://bit.ly/4lMImMX
  • L - LIMITE: Serge Latouche, economista e filosofo francese, è tra i principali teorici della decrescita e del senso del limite. Duccio Facchini, direttore dell'Altraeconomia, ne fa un ritratto in un podcast di radio Rai della serie Wikiradio. https://bit.ly/4q1DtD6
  • M - MIGRAZIONI: "Espulsioni a catena" è un'inchiesta collettiva di IrpiMedia che ricostruisce il percorso tormentato di Abdallah, un migrante sudanese, vittima di espulsioni ripetute tra Tunisia, Algeria e Niger. https://bit.ly/4n5ky80
  • N - NAZIONI: In Cisgiordania, tra Betlemme ed Hebron, la famiglia Nassar risponde all'occupazione con Tent of Nations, la Tenda delle Nazioni: un progetto non-violento che rifiuta odio e inimicizia. "Rifiutiamo di essere nemici" è il cuore di una resistenza viva e costruttiva. tentofnations.it
  • O - ORIZZONTI: C'era bisogno di una nuova casa editrice? Così è nata Tulemond, con l'obiettivo di promuovere libri capaci di aprire alla ricchezza di orizzonti inediti. Tulemond pubblica autori dal continente africano, dal Medioriente e dalle Americhe. tulemond.com
  • P - PALLONE: "Perché ero ragazzo" è la voce di Alaa Faraj, giovane calciatore libico accusato ingiustamente di essere scafista dopo una traversata tragica. Scrive questo libro, pubblicato da Sellerio, dal carcere in un italiano appreso tra le sbarre. https://bit.ly/4qiyPRB
  • Q - QUALITÀ: Abbiamo imparato ad apprezzarli con le dirette dalla Global Sumud Flotilla. Sono i giornalisti che lavorano per il portale indipendente Radio Bullets, che nasce alla fine del 2015. radiobullets.com
  • R - RICORDARE: "Ricordami di te" è un documentario di Emanuela Imparato intimo e struggente che racconta l'Alzheimer attraverso lo sguardo di una figlia. https://bit.ly/48lSaKX
  • S - STERMINIO: Nel suo podcast "Gaza, se la cura è lo sterminio", Alberto Puliafito, direttore di Slow News, rompe il suo lungo silenzio su Gaza. Il podcast dà voce alla giornalista Laura Silvia Battaglia. https://bit.ly/3IOP9sg
  • T - TERRA: "Sulla mia terra" di Francesca Mannocchi è un libro per bambini e ragazzi che affronta il conflitto israelo-palestinese, senza rinunciare alla sensibilità e al rigore. https://bit.ly/4mQoBox
  • U - UMANITÀ: K'Naan è un musicista multiforme capace di fondere hip-hop, ritmi africani e testi che parlano di giustizia. Nato a Mogadiscio nel 1978, emigrato in Canada, "Refugee" è un inno potente e lieve allo stesso tempo. https://bit.ly/4o5NBcb
  • V - VOCE: Il film "La voce di Hind Rajab" della regista tunisina Kaouther ben Hania, leone d'argento al Festival di Venezia, racconta la storia di una bambina di sei anni intrappolata in un'auto sotto attacco a Gaza. https://bit.ly/4h2diZ4
  • Z - ZAPATISTI: "Fiabe Resistenti" è un libro del Subcomandante Marcos pubblicato in Italia da Cronache Ribelli. Dalle montagne del Chiapas arrivano favole che parlano di sogni, libertà e dignità. https://bit.ly/46GPt5v
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Se 13 ore vi sembran pocheValentina Baronti · Infine - Ultima pagina

!Se 13 ore vi sembran poche

Rubrica: INFINE | Autore: Valentina Baronti

La Grecia vota le 13 ore al lavoro. È schiavitù. Così titolavano alcuni giornali nell'ottobre scorso, quando il parlamento greco ha approvato una legge sugli orari di lavoro, al centro di una mobilitazione sociale che ha visto anche il paese bloccato da due scioperi generali.

In realtà la Grecia è, purtroppo, in buona compagnia perché una legge del tutto simile c'è in molti altri paesi, Italia compresa. Risale alla direttiva europea 88 del 2003, recepita dal governo Berlusconi l'anno stesso in cui è stata adottata. La normativa italiana non parla espressamente di giornate di 13 ore, ma ci si arriva per sottrazione. Sparisce il limite di 8 ore giornaliere e viene indicato un obbligo di riposo giornaliero di 11 ore. Il tutto nell'ambito di un orario massimo settimanale di 48 ore in media, calcolata con riferimento a un periodo non superiore a 4 mesi. Non è molto diversa la legge greca approvata nell'ottobre scorso, anch'essa giustificata dal bisogno di flessibilità per affrontare la crisi del lavoro e i salari bassi.

Ma è davvero così? Le statistiche sembrano dire il contrario: dove si lavora meno l'economia va meglio. Secondo i dati Eurostat del 2024, le settimane lavorative più lunghe sono state registrate appunto in Grecia (39,8 ore), Bulgaria (39 ore), Polonia (38,9 ore) e Romania (38,8 ore), mentre la media cala nei Paesi Bassi (32,1 ore), Danimarca, Germania e Austria (tutti a quota 33,9 ore).

Del resto, le 13 ore di lavoro non sono una novità nel distretto tessile tra Firenze e Prato, nei doppi turni della ristorazione, nei pronto soccorso così come nelle strutture socio-assistenziali. Solo che finora ci siamo potuti appellare ai contratti nazionali e pretendere il rispetto dei diritti. Ricordiamocelo, quando ci dicono che i contratti nazionali non servono, che è inutile scioperare per il loro rinnovo, che meglio affidarsi ai contratti aziendali. Ricordiamocelo, perché, quando verranno a prendere noi, non ci sarà più nessuno per protestare.

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