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CULTURA - LA VITA MESSA A NUDO
L'Eremo delle Carceri
Tomaso Montanari · Fuori Binario n. 278, Novembre 2025, pagina 9
!L'Eremo delle Carceri
Rubrica: LA VITA MESSA A NUDO - ARTE E POVERTÀ | Autore: Tomaso Montanari
Sulle orme di san Francesco per una nuova fratellanza con la Terra
Durante il suo viaggio in Italia, Simone Weil confessa: "ho corso il rischio di rimanere per tutta la vita, qualora le donne fossero ammesse, nel minuscolo Eremo delle Carceri, a un'ora e un quarto di strada sopra Assisi. Non vi è spettacolo più sereno, più paradisiaco, dell'Umbria vista da lassù. Quel san Francesco sapeva scegliere i posti più deliziosi per viverci in povertà: non aveva nulla di un asceta". Salire oggi all'Eremo delle Carceri significa avvicinarsi al Cielo, rimanendo vicinissimi alla terra.
È il sublime paradosso di Francesco, che non si esercita nel distacco dal mondo: ma nell'amore intenso, fisico e viscerale per il creato. È vicino alla Terra: letteralmente, è umile (da humus). L'umiltà è la via maestra per coltivare la nostra fraternità con il mondo, e per elevare l'anima sopra le nuvole: qualunque cosa cerchiamo.
Pensiamo che si trovi, o non si trovi, lassù. Prima di essere offerte ai francescani, le Carceri erano state date dal Comune di Assisi ai benedettini. Ma mentre i monaci potevano pensare di vivere per sempre, stabilmente, 'carcerati' lassù, lontani dalla città e dall'umano consorzio, i frati di Francesco trovavano in quell'angolo di paradiso un luogo in cui riprendere fiato, respiro. Per poi tornare a percorrere, con i loro poveri sandali, le strade del mondo e degli uomini.
La grandezza di Francesco è capire che la città degli uomini si restaura e si rifonda solo attraverso una comunione con la natura. La febbre del pianeta si alza ora dopo ora, e mai come in questo nostro tempo è evidente che la fraternità tra esseri umani non ha un futuro se non si apre ad una fraternità più grande: quella con tutta la Terra. Il grido dei poveri è indistinguibile dal grido degli animali, delle piante, di ogni essere vivente e del corpo stesso del pianeta: sappiamo – scientificamente e storicamente: e lo avvertiamo ogni giorno sulla nostra pelle – che non può esserci giustizia sociale senza giustizia ambientale.
Le Carceri – sublime paradosso – sono la via di fuga. Non il centro (Assisi: ormai spopolata e preda di un terribile turismo del sacro), ma la periferia: le montagne, le aree interne, l'Italia dei vuoti, fragile, marginale. Scartata.
Parlarne significa da una parte fare l'inventario di «quel che resta» (per riprendere il titolo di un importante libro di Vito Teti), dall'altra significa capire quel che potrebbe essere: e non solo delle aree interne, ma di tutto il Paese, in un modello alternativo e sostenibile di convivenza civile.
Alle Carceri, come nel chiuso delle nostre anime: è in luoghi come questi che possiamo trovare la forza e l'umiltà di cambiare il mondo.
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Uscito sul numero 278 (Novembre 2025), a pagina 9. Leggi nel PDF · Sfoglia il numero
