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ENERGIA
Il bluff del Piano Mattei
Clara Baldasseroni · Fuori Binario n. 278, Novembre 2025, pagina 6
!Il bluff del Piano Mattei
Sezione: ENERGIA | Autore: Clara Baldasseroni
"Aiutiamoli a casa loro": ma lo sviluppo locale targato Eni sta producendo in Africa soltanto nuova povertà
Il cosiddetto 'Piano Mattei' è la proposta del governo italiano per lo 'sviluppo economico locale' dell'Africa, luogo ideale dove utilizzare ampie estensioni di terreno agricolo con manodopera a basso costo con l'idea, esplicitata, di bloccare i flussi migratori verso l'Europa.
I fondi ammontano a 210 milioni di dollari, stanziati dal Fondo per il Clima istituito dalla Banca Mondiale in occasione degli accordi di Parigi del 2015. Il governo ha incaricato della gestione Eni, ovvero l'unico colosso transnazionale italiano, che da solo emette più anidride carbonica di tutto il resto dell'Italia. Tra gli obiettivi del piano c'è la coltivazione dei semi della pianta di ricino e la produzione del rispettivo olio, che poi verrà riconvertito in biocarburante. Il progetto pilota del 2024, in Kenya, è però fallito, mettendo in difficoltà 80mila contadini della contea di Nakuru.
È grazie agli studi dell'Università Statale di Milano e della ong "A Sud" che possiamo direttamente osservare ciò che accade in Kenya. È stata realizzata un'indagine sul campo nel villaggio di Mbegi, situato a sud-est della regione, dove vivono circa 200 coltivatori. Si racconta come Safa (Servizi Agricoli Forestali Africa, la società intermediaria incaricata del progetto da Eni) ha sottoscritto un contratto biennale proponendosi di arare i loro campi, fornire le sementi e acquistare il prodotto a un prezzo finale fisso (17 KES/kg). La piantagione non è però decollata e ha coperto solo 1/4 delle aspettative. I contadini di Mbegi che possedevano indicativamente un acro a testa, sono riusciti a produrre poco, (all'incirca 10 chili in un anno), ricevendo l'esigua somma di meno di 1 euro a persona. Hanno inoltre raccontato come la scarsa resa sia dovuta all'associazione del ricino ad altre colture poco indicate, tanto che, a distanza di due anni dall'avvio delle coltivazioni, molti di essi hanno manifestato l'intenzione di non rinnovare il contratto. Eni si è giustificata con messaggi di spiegazione pubblicati sul sito, per discolparsi del fallimento, ma, allo stesso tempo, si è mostrato ottimista per il futuro.
Purtroppo lo spirito dell'operazione si è guastato, perché la pianta in questione ha una natura infestante e velenosa, tanto che ingerire solo 4/8 bacche schiacciate può provocare la morte. C'è da sottolineare che al momento i terreni sono rimasti avvelenati e che alcuni animali - come le mucche - sono morte dopo aver pascolato in quei campi. Nonostante tutto, è già partita un'altra coltivazione per l'olio di ricino anche nel Congo, dove non è stato ancora prodotto niente. Altre nazioni africane attendono di essere coinvolte in futuro prossimo. Intanto, per produrre biocarburante per auto (diesel 5/6 e futuri 7) e aerei con l'olio proveniente dal continente africano - se un giorno arriverà - Eni sta riconvertendo la raffineria di Livorno in bioraffineria.
Il risultato è che le terre che prima producevano mais e fagioli per un'economia locale di sussistenza, ora sono inutilizzabili e improduttivi. In definitiva, il 'Piano Mattei' non è altro che l'ennesimo piano di sfruttamento coloniale sull'Africa operato dal governo italiano grazie ad Eni. Insieme stanno producendo solo povertà.
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Eni e l'ipocrisia dello Stato che ancora punta sulle fonti fossili
Osservatorio ENI è stato istituito dalla Ong A Sud e dal Centro documentazione dei conflitti ambientali (CDCA) per monitorare le attività della multinazionale italiana attraverso ricerca, reporting e azionariato critico. L'obiettivo è quello denunciare gli impatti di Eni su ambiente, clima e diritti umani attraverso informazione e lobbying per indurre Eni a cambiare le sue politiche aziendali.
Eni è infatti l'azienda fossile più grande d'Italia e una delle maggiori compagnie energetiche a livello globale. Opera in oltre 60 paesi, non solo con un impatto emissivo enorme ma anche un impatto ambientale, sociale e culturale nei territori in cui lavora. Il cuore degli affari di Eni riguarda principalmente lo sfruttamento di idrocarburi, soprattutto petrolio e gas. Le emissioni prodotte sono nell'ordine di decine di milioni di tonnellate di CO2. Se consideriamo anche le emissioni indirette, dovute all'impiego dei prodotti di Eni, i livelli salgono a centinaia di milioni di tonnellate, superiori a quelli dell'intera Italia.
Nonostante gli sforzi dichiarati verso la transizione energetica, come investimenti in energie rinnovabili, Eni punta ancora sui combustibili fossili. Lo scoppio della guerra in Ucraina ha svelato con più chiarezza che mai l'influenza che Eni esercita sulle politiche energetiche nazionali, inaugurando una nuova fase di colonialismo energetico. Nonostante gli annunci di decarbonizzazione, i piani dell'azienda non prevedono nessun cambio di rotta: il cane a sei zampe continua a basare il proprio business sullo sfruttamento delle fonti fossili. Sull'onda dell'emergenza energetica, la multinazionale ha spinto per sostituire il gas russo, basando il proprio approvvigionamento principalmente sul gas naturale e cominciando a espandere le proprie alleanze con Paesi altrettanto autoritari come Algeria e Qatar.
Pur comportandosi come una multinazionale quotata in borsa, Eni è partecipata dallo Stato, che detiene la maggioranza relativa delle azioni. Invece di essere influenzata da politiche nazionali per la decarbonizzazione, al contrario Eni condiziona le politiche energetiche nazionali creando un circolo vizioso impossibile da interrompere. Nonostante la crisi climatica e gli allarmi della comunità scientifica, l'azienda continua ad aumentare anno dopo anno la quantità di idrocarburi estratti. Sta sviluppando nuovi progetti di perforazione sia all'estero che in Italia. Dalla Val d'Agri in Basilicata a Taranto e Gela in Sicilia, diverse zone subiscono l'impatto disastroso del cane a sei zampe.
Se non bastasse, a questa realtà opaca corrisponde un racconto aziendale pericolosamente edulcorato. Non è un caso se il colore del marketing è sempre più verde. Così, Eni racconta di essere una realtà responsabile in ambito ambientale e climatico e di lavorare per la transizione mentre le sue trivelle continuano ad estrarre petrolio e gas. Questa dissonanza tra realtà e rappresentazione ha un nome, greenwashing. L'Osservatorio Eni lavora per svelarne le trappole e denunciarne la scorrettezza. (f.b.)
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Uscito sul numero 278 (Novembre 2025), a pagina 6. Leggi nel PDF · Sfoglia il numero
