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CONTROVENTO - RITRATTI

Scampata al genocidio

Riccardo Michelucci · Fuori Binario n. 278, Novembre 2025, pagina 2

!Scampata al genocidio - Aya Ashour

Sezione: CONTROVENTO - RITRATTI | Autore: Riccardo Michelucci

La ricercatrice palestinese accolta a Siena dall'Università per stranieri ha raccontato agli studenti la vita a Gaza sotto le bombe

Prima di arrivare in Italia aveva visto il mondo solo attraverso internet. Era rimasta rinchiusa per tutta la vita in quella che è stata definita la più grande prigione a cielo aperto del mondo: Gaza.

Aya Ashour, giovane giornalista e ricercatrice palestinese dallo sguardo intenso e la parola ferma, vive e studia in Toscana da pochi mesi e in una mattina di settembre ha incontrato gli studenti e le studentesse di diritto internazionale alla facoltà di scienze politiche di Firenze.

Si è trovata di fronte una platea di persone più o meno della sua stessa età. Quando la professoressa Micaela Frulli le ha ceduto il microfono, Aya ha iniziato a raccontare cosa significa scampare a un genocidio dopo essere nata e cresciuta in una realtà segnata da conflitti e crisi umanitarie, dove blocchi, restrizioni e violenze erano all'ordine del giorno ben prima della terribile rappresaglia scatenata da Israele dopo il 7 ottobre 2023. L'aspetto di Aya tradisce la sua giovane età, ma la determinazione nei suoi occhi racconta una storia di impegno e consapevolezza che va ben oltre i suoi ventiquattro anni. Stupiscono la sua calma, l'uso misurato ed estremamente colto delle parole, la straordinaria chiarezza d'analisi dei suoi racconti. Ha detto di essersi trovata più volte in situazioni di grande rischio, anche in mezzo a un fuoco incrociato di droni e carri armati, tra corpi che cadevano e proiettili ovunque: è viva per miracolo.

È in Italia dal giugno scorso: il suo arrivo è stato reso possibile da un progetto di accoglienza per studenti e intellettuali provenienti da aree di conflitto fortemente sostenuto dal rettore Tomaso Montanari. Un'opportunità che ha permesso ad Aya di lasciare Gaza per dedicarsi a studi avanzati, lavorando come visiting researcher su temi quali diritto internazionale e studi di genere, con particolare focus sul ruolo delle donne nella sicurezza e nella costruzione della pace, in linea con la Risoluzione 1325 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Quello è stato anche l'argomento della tesi di laurea che ha conseguito a Gaza pochi giorni prima che Israele iniziasse la sua guerra di sterminio.

Da quando aveva diciassette anni, Aya si è impegnata a difendere i diritti umani, soprattutto quelli dei bambini e delle donne, anche come educatrice in materia di diritto internazionale umanitario, violenza di genere e diritti dei bambini e delle bambine. Lavorava con loro nelle tende e nei campi profughi anche prima che il mondo occidentale si accorgesse che in Palestina vige da decenni un regime di apartheid. Il pubblico italiano aveva avuto modo di conoscerla quando si trovava ancora a Gaza, grazie a una rubrica che le era stata affidata dal Fatto Quotidiano.

"È uno sterminio sistematico contro il processo educativo e formativo nella Striscia – scriveva -. Le biblioteche universitarie sono state bruciate, gli edifici scolastici e gli atenei sono stati trasformati in macerie, gli studenti sono in coda per l'acqua e il cibo, invece che per entrare nelle aule. Nonostante questo, durante la guerra, a Gaza le ong e i volontari hanno sostituito scuole e università con campi educativi. Ho tenuto lezioni nelle tende e gli studenti universitari si sono dati da fare per costruirsi spazi educativi, per avere accesso a internet ed elettricità, e – immaginate – tutto questo mentre sopravvivono in luoghi che vengono bombardati giorno e notte e mentre molti di loro perdono la vita sotto razzi e macerie".

Le parole di Aya raccontavano anche la voglia di normalità e il desiderio di riscatto di una popolazione che in tutti i modi stava provando a reagire all'orrore.

Il suo lavoro di ricerca integra la dimensione giornalistica attraverso la collaborazione con diversi istituti accademici italiani e internazionali, concentrandosi sugli studi sociali e culturali della Palestina contemporanea. In particolare, si focalizza sul ruolo di donne e giovani, mettendo in luce dinamiche spesso ignorate dai grandi flussi informativi. Come quelle che ha raccontato collaborando con "Women with Gaza", un progetto italo-palestinese di mutualismo collettivo che intende far conoscere cosa significa essere donna oggi a Gaza. Da quando, dall'inizio della distruzione della Striscia, Israele ha bandito l'ingresso di prodotti per l'igiene personale, Aya ha preso il suo smartphone e ha cominciato a spiegare cosa significhi questo per le donne di Gaza, costrette a vivere senza sapone né assorbenti, anche durante i giorni del ciclo mestruale. "Se non muori di fame, puoi morire per la mancanza di prodotti per l'igiene personale", ha spiegato in un video.

La Toscana e l'Università per Stranieri di Siena l'hanno accolta a braccia aperte offrendole, non solo uno spazio per studiare e fare ricerca, ma anche un ambiente in cui confrontarsi con altri intellettuali e studenti, rafforzando la sua voce e la propria identità di ricercatrice e giornalista. Ovviamente non sono mancati neanche stavolta i soliti razzisti e vigliacchi da tastiera, cui non andava proprio giù che Aya indossasse il velo nel nostro Paese e l'hanno presa di mira su X con una vergognosa e vile campagna diffamatoria.

L'incontro con gli studenti e le studentesse dell'Università di Firenze è stato un momento prezioso di dialogo e confronto. Aya ha risposto con sincerità e precisione alle domande, invitando tutti a superare stereotipi e pregiudizi, e ad avvicinarsi alla complessità del Medio Oriente con uno sguardo più attento e critico.

La sua storia è un esempio di come una terribile esperienza personale possa trasformarsi in un lavoro di testimonianza e ricerca dal grande valore.

Pagina 2 del numero 278 Uscito sul numero 278 (Novembre 2025), a pagina 2. Leggi nel PDF · Sfoglia il numero