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Zitti non staremoCristiano Lucchi · Resistenze - Prima pagina
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Rubrica: RESISTENZE | Autore: Cristiano Lucchi
Il governo ha deciso di anticipare il centenario delle "leggi fascistissime", approvate nel biennio 1925/26, che segnarono l'inizio del Ventennio mussoliniano. Il ddl sicurezza approvato alla Camera introduce il reato di resistenza passiva, una norma "anti-Gandhi" che criminalizza la nonviolenza. Il pensiero va a chi, recluso in carcere o nei centri migranti in condizioni disumane, si cuce le labbra per protestare, a chi occupa una strada per lanciare l'allarme sull'emergenza climatica, a chi difende una famiglia sfrattata opponendo il proprio corpo disarmato, a chi contesta le grandi opere marciando nelle valli. Rischieranno tutti fino a 5 anni di prigione. La norma definita "anti-Rom" permette di carcerare le madri con neonati o in attesa. Quella "anti-poveri" condanna fino a 7 anni chi è senza dimora e occupa uno stabile abbandonato. Si proteggono le imprese che violano i diritti dei lavoratori, i costruttori di grandi opere, i proprietari di edifici in stato di abbandono. Mentre il governo si mette al riparo dal dissenso.
La maggioranza meloniana - repressiva ed autoritaria - approva inoltre l'autonomia differenziata che aumenterà le diseguaglianze tra ricchi e poveri, si rifiuta di dare la cittadinanza alle persone considerate "straniere", continua a sostenere paesi colpevoli di genocidio o che rischiano di portarci alla distruzione nucleare. Potremmo proseguire per ore, anzi, proseguiamo nelle pagine interne dove trovate diffusa una cultura dei diritti, dell'eguaglianza, del rispetto e della pace. Finché potremo continueremo a farlo, ma abbiamo bisogno di tutti voi che ci leggete e apprezzate in questo momento difficile per le casse della nostra associazione. A pagina 3 tutti i dettagli.
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Questo è un uomoClaudia Daurù · Controvento - Ritratti
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Rubrica: CONTROVENTO | Autrice: Claudia Daurù
A volte le pietre di inciampo sono delle storie; storie che rimangono nel cuore e nella mente e vanno condivise. Una di queste è quella di Lorenzo e Primo.
Primo è Primo Levi, una delle voci più lucide del '900, non solo nel raccontare l'universo di Auschwitz ma anche nello scandagliare l'animo umano di fronte al male. Di Lorenzo scrisse: "Per quanto di senso può avere il voler precisare le cause per cui proprio la mia vita, tra migliaia di altre equivalenti, ha potuto reggere alla prova, io credo che proprio a Lorenzo debbo di essere vivo oggi: e non tanto per il suo aiuto materiale, quanto per avermi costantemente rammentato, con la sua presenza, con il suo modo così piano e facile di essere buono, che ancora esisteva un mondo giusto al di fuori del nostro, qualcosa e qualcuno di ancora puro e intero, di non corrotto e non selvaggio, estraneo all'odio e alla paura, qualcosa di assai mal definibile, una remota possibilità di bene" (da "Se questo è un uomo").
Lorenzo è Lorenzo Perrone: nasce nel 1904 a Fossano, un paesino del Cuneese, da una famiglia di robivecchi. Il padre, abbrutito dalla miseria, è spesso ubriaco e violento e Lorenzo cresce taciturno, attaccabrighe, solitario, avvezzo al vino. Arriva alla terza elementare poi, a 10 anni, inizia a lavorare come manovale e per molti anni ingrossa le fila delle migliaia di persone che fin dalla fine dell'800, dall'autunno a primavera, vanno a lavorare illegalmente nel sud della Francia come muratori e operai. Ogni volta varca il confine a piedi. Non frequenta la chiesa e non si sente religioso. Non è tra coloro che i fascisti perseguitano ma nemmeno tra gli iscritti al Fascio; probabilmente è contrario al regime per una sua naturale avversione nei confronti dei prepotenti. L'inizio della guerra mette fine al via vai tra Italia e Francia. Tornato a Fossano, si ritrova senza lavoro e senza relazioni che gli stiano a cuore e così accetta la proposta, portata di paese in paese da alcuni impresari edili, di andare a lavorare in Germania; Lorenzo non sa, come tutti del resto, dove sia Auschwitz e cosa vi accade; né che la Germania nazista e l'Italia fascista hanno stretto un patto per fornire all'industria nazista migliaia di muratori, meccanici, elettricisti, carpentieri italiani. Un patto redditizio anche per le imprese italiane, sulla pelle di lavoratori che furono chiamati "volontari" ma che di volontario avevano ben poco. Lorenzo si ritrova così con un contratto della ditta Beotti per lavorare come muratore al Lager I di Auschwitz nella tristemente famigerata I.G. Farben. Era un campo per lavoratori che, a differenza dei prigionieri, mantenevano un'identità, potevano inviare e ricevere la posta e non erano destinati all'annientamento, purché non parlassero con gli schiavi degli schiavi. Pena il trasferimento al lager.
Un giorno dell'estate del 1944 Lorenzo sta costruendo un muro, di fronte ha un prigioniero che, sfinito com'è, non è in grado di alzare il secchio della calcina e ne rovescia un poco. A Lorenzo escono strette tra i denti "Ah's capis, cun gent' parei" ("Si capisce, con gente così..." ndr). Primo capisce, alza gli occhi. I due si riconoscono come italiani, piemontesi. Anche solo questo gesto di riconoscimento è pericolosissimo, ne va della vita di entrambi. E invece Lorenzo, per sei mesi, porta ogni giorno una gamella di avanzi di cibo che racimola nella sua baracca, un dono inimmaginabile che Primo divide con l'amico Alberto Dalla Volta e che accresce le loro chances di sopravvivenza; qualche tempo dopo gli porta una maglietta lacera che, nascosta sotto la divisa del campo, è preziosa per proteggersi dal freddo. E addirittura - caso più unico che raro - riesce a far arrivare alla famiglia di Levi una lettera. Primo lo avverte subito che aiutarlo è troppo pericoloso. Lorenzo risponde con un'alzata di spalle. Non è un temerario inconsapevole dei rischi, è un uomo la cui profonda libertà e avversione nei confronti del potere lo portano ad agire secondo la propria personalissima etica; gesti che porteranno Primo a scrivere "Grazie a Lorenzo mi è accaduto di non dimenticare di essere io stesso un uomo".
Dopo la liberazione da parte dei russi del campo di Auschwitz, Lorenzo torna a casa, da solo, a piedi. Prima di arrivare a Fossano, si ferma a Torino per dire alla madre di Levi che con ogni probabilità Primo non ce l'ha fatta. Non accetta nulla, nemmeno i soldi per un biglietto del treno, e si rimette in cammino. Più tardi sarà felice di sapere di essersi sbagliato.
Gli anni che seguono sono per Lorenzo una tragica dolorosa deriva: non riesce a riprendere un lavoro, né a vivere con i fratelli, si abbandona all'alcol, si addormenta per strada. Levi lo cerca, lo incontra più volte, in incontri fatti di poche parole e profondo affetto, prova ad aiutarlo, a convincerlo a curarsi. Ma Lorenzo non ha più voglia di vivere, si ubriaca di continuo, si ammala e muore il 30 aprile 1952, a soli 48 anni.
Sebbene Levi ne abbia scritto, parlato, abbia dato il suo nome ai suoi figli - Lisa Lorenza e Renzo - e lo Yad Vashem lo abbia riconosciuto nel 1998 come Giusto tra le Nazioni (tra l'altro si è accertato che aiutò anche altre persone, oltre a Levi), la storia di Lorenzo non è conosciuta come dovrebbe. Noi qui lo vogliamo ricordare, grati di averci mostrato che è sempre possibile guardare al mondo con occhi diversi da quelli dei dominatori e agire di conseguenza.
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Il libro: Carlo Greppi, Un uomo di poche parole. Storia di Lorenzo che salvò Primo, Laterza, 2023.
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Allarme sede Fuori BinarioFuori Binario · Crisi
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Sezione: CRISI | Autore: Fuori Binario
Il bilancio in rosso minaccia la sopravvivenza della nostra redazione. Partita la gara di solidarietà per garantire un reddito ai senza dimora
Riccardo è felice ed emozionato mentre parla alle tante persone che hanno riempito la sala. Il giudice del Tribunale di Firenze ha appena decretato il successo del suo periodo di "messa alla prova" presso l'associazione Periferie al centro, l'editore di Fuori Binario. I 18 mesi passati a sistemare la sede di via del Leone, a pitturare le pareti, a frequentare il corso di giornalismo per poi scrivere sul giornale, a ragionare con Gisella la psicoterapeuta, a chiacchierare con gli amici e le amiche e con chi passa dalla piazza, sono risultati fondamentali per renderlo una persona finalmente libera. Riccardo non dovrà mai più tornare in cella.
Inizia così, con questa storia a lungo applaudita, l'assemblea "Salviamo la sede di Fuori Binario" che si è tenuta lo scorso 25 settembre alla presenza di oltre cento persone. Erano lì a portare proposte e denari ma anche a rappresentare l'affetto di tutta Firenze per questo giornale che da trenta anni è presidio di comunità, umanità, relazione e cittadinanza attiva e che oggi rischia di chiudere mentre la città viene svenduta alla gentrificazione, al turismo, alla violenza del profitto.
Il deficit
I conti non tornano, il bilancio è paurosamente in rosso. Tre decenni di ascolto e impegno per costruire un piccolo reddito di sussistenza ai più poveri, per arginare solitudini e fragilità, per dare la residenza a chi non ce l'ha, per ridurre il bisogno alimentare di chi non arriva a fine mese rischiano di concludersi il prossimo 31 dicembre se non saremo in grado, tutti insieme, di attivarci per trovare le risorse necessarie ad andare avanti.
La priorità è il reddito per chi vende il giornale
Ad oggi infatti abbiamo debiti pregressi e non disponiamo delle risorse per poter sostenere i costi di gestione, visto che le entrate derivanti dal giornale, tolte le spese vive di stampa, vengono utilizzate per dare un reddito alle distributrici e distributori, ovvero per assolvere alla finalità principale dell'associazione. Uno dei principali problemi riguarda l'importo dell'affitto dei locali, avuti in concessione dal Comune. Su questo, una volta lanciato l'allarme, abbiamo avuto un'interlocuzione positiva con gli assessori Nicola Paulesu (sociale) e Dario Danti (patrimonio non abitativo). Mentre scriviamo stanno lavorando per capire come abbassarlo, riconoscendo così, nel rispetto delle norme, il valore sociale della nostra esperienza.
Le attività della nuova gestione
Dal maggio scorso Periferie al centro ha un nuovo presidente e un nuovo direttivo, ve ne abbiamo dato conto nel numero di giugno. Durante l'estate queste persone - appassionate, competenti, concentrate sul loro mandato - si sono attivate per dare un futuro all'associazione. Grazie anche e soprattutto all'apporto di molti di voi: volontari/e, attivisti/e, lettori/trici. È stato fatto ordine nei conti; risistemata la sede; avviato un lavoro per la partecipazione a bandi; curato gli indirizzari; partecipato ai lavori della Rete internazionale dei giornali di strada; prodotto migliorie nelle varie procedure burocratiche a cui siamo tenuti. Stiamo inoltre muovendoci per l'organizzazione di eventi e cene di autofinanziamento; abbiamo rinsaldato la distribuzione alimentare; seguito gli inserimenti sociali e, nel frattempo, come avete visto, il giornale ha continuato ad uscire con regolarità continuando a dare un reddito a chi lo vende in strada. Da questo lavorìo di riorganizzazione è emersa la situazione debitoria e l'insostenibilità del modello di gestione portato avanti nel recente passato.
L'appello ad agire subito
Oggi ci appelliamo a voi che ci leggete e apprezzate il nostro impegno. Se ci stiamo attrezzando per il futuro, da qui a dicembre non possiamo cavarcela da soli, è impensabile. Per questo vi chiediamo aiuto e sostegno.
Durante l'assemblea c'è chi ha offerto il suo tempo per organizzare eventi, chi il suo gruppo musicale per una serata, chi i suoi dipinti per un'asta. C'è anche chi userà una stanza per fare un'attività e lascerà una donazione o chi organizzerà un gruppo di amici per acquistare insieme qualche abbonamento.
Vi invitiamo a starci vicini se pensate che Fuori Binario possa avere un futuro. Siate presenti, partecipate attivamente, venite a curiosare in via del Leone 76. Sarete benvenute e benvenuti!
Visitate infine il nostro sito fuoribinario.org, dove troverete tante altre informazioni per attivarvi e diventare soci di Periferie al centro. Se invece volete fare una donazione subito, l'Iban è IT08G0760102800000020267506.
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Non tutti i Draghi vengono per nuocereCamilla Lattanzi · Crisi
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Sezione: CRISI | Autrice: Camilla Lattanzi
L'abbraccio della città al nostro giornale dopo gli attacchi del partito di Meloni sulle residenze fittizie
"Nella sede della rivista sono residenti 32 persone con la residenza fittizia. Come è possibile tutto ciò?": è una citazione dalla denuncia che il consigliere comunale fiorentino di FdI Alessandro Draghi ha diffuso martedì 17 settembre, dopo avere letto un articolo pubblicato dal quotidiano "il Corriere Fiorentino" riguardante le difficoltà economiche del nostro giornale e dell'associazione che ne è editrice.
Vorremmo fare chiarezza in proposito: a dispetto degli elettori di FdI, avere una casa di proprietà o un contratto di affitto non è un obbligo. Esiste ancora la libertà, la possibilità, l'accidentalità di trovarsi a non avere - per scelta o per disgrazia - una dimora. La Corte di Cassazione nel 2000 ha normato questa eventualità sancendo che l'iscrizione all'anagrafe è un diritto per chi non possiede una dimora, ed è un obbligo per i Comuni. Il motivo è semplice: avere una residenza, sia essa reale, fittizia o virtuale, è un passaggio imprescindibile per ricevere la posta, ottenere carta d'identità, codice fiscale, servizio sanitario, iscrizione alle liste elettorali, per essere assunti al lavoro, per poter agire un'eventuale difesa legale oltre all'ottenimento di servizi sociali e assistenziali. A questo fine i Comuni offrono le residenze anagrafiche presso le sedi di alcune associazioni convenzionate e l'associazione "Periferie al Centro", editore della rivista "Fuori Binario", rende utilizzabile il proprio numero civico e la propria sede come "residenza virtuale".
Dunque venite a verificare di persona la sede di Piazza Tasso, presidio di resistenza in un centro storico prosciugato dalle sue relazioni, gentrificato e messo al servizio dell'imprenditoria turistica più rapace. E chi sperasse di trovare 32 persone nascoste in un ripostiglio rimarrà deluso: al loro posto troverà accoglienza non giudicante, servizi sociali, umanità, pensiero critico.
Intanto, involontariamente, il falso allarme di Draghi ci ha regalato una visibilità senza precedenti: la città si è stretta attorno a noi in un abbraccio di cui avevamo davvero bisogno, e per onestà intellettuale non ci sottrarremo dal ringraziarlo.
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Meno crimini, più detenutiMassimo Lensi · Carcere
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Rubrica: CARCERE | Autore: Massimo Lensi / Associazione Progetto Firenze
Un paradosso causato dall'invenzione di nuovi reati, funzionale a trasformare il carcere in una discarica sociale e privatizzare le detenzioni "alternative"
Il 51,7% degli italiani teme di rimanere vittima di reati, ma nell'ultimo decennio il numero delle denunce è diminuito del 25,4%. È quanto emerge dal 56° Rapporto Censis. Nel 2012 in Italia erano stati denunciati 2.818.834 reati, nel 2021 sono stati 2.104.114, con una differenza di 714.720 delitti. Anche altre analisi concordano con questo dato: il crimine in Italia è in diminuzione. Aumentano soltanto i reati informatici e le estorsioni, un fenomeno tipico delle organizzazioni criminali congiunto alla forte crisi economica. Però la carcerazione, sia intra moenia, sia in esecuzione esterna (Uepe), e la concessione di misure alternative sono in aumento.
Il fenomeno della carcerazione di massa, introdotto negli Usa negli anni Ottanta del secolo scorso attraverso precisi meccanismi tecnico-giuridici, annulla la detenzione minima e contemporaneamente innalza i periodi di carcerazione. L'innalzamento delle pene, l'introduzione ipertrofica di nuovi reati e la maggiore applicazione di misure alternative sostitutive della carcerazione, contribuiscono a imprimere un forte stress da sovraccarico alla penalità generale.
In sintesi: in Italia il crimine diminuisce, ma i detenuti, nelle varie forme di esecuzione, aumentano. Questa evidente constatazione, solo apparentemente contraddittoria, porta con sé il rifiuto evidente ad adottare provvedimenti deflattivi, come la liberazione anticipata speciale, l'amnistia e l'indulto. Le ragioni sono politiche, economiche e disciplinari. L'invenzione di una delinquenza con contorni definiti di natura etnica (i migranti), sociale (la marginalità urbana), e di allarme generazionale (i reati legati alla legislazione sulle tossicodipendenze; la recente ipotesi di messa al bando della Cannabis light) ha dato vita e sostanza a una massa detentiva funzionale.
Una massa detentiva perfetta per realizzare forme alternative alla detenzione di natura economica e privata: le comunità educanti, le dimore sociali, i nuovi istituti "moderni" da costruire e via dicendo. Lo stesso fenomeno dei suicidi in carcere è considerato ormai accettabile: sia dal punto di vista etico-collettivo, per l'opinione pubblica è applicazione della regola "Chi vuole il proprio mal pianga sé stesso", sia da quello istituzionale, "Un fenomeno inevitabile" sostiene il ministro Nordio.
La detenzione intra moenia è dunque destinata a crescere nei prossimi anni. Quello che dobbiamo domandarci oggi, semmai, è se le "alternative" alla prigione siano la diffusione o la decrescita del controllo sociale e disciplinare dello Stato.
Non vorrei essere frainteso. Non trovo niente di scandaloso nel fatto che delle persone siano punite se infrangono delle regole. Il problema è definire il concetto di "punizione" e di "regola". Ritengo, però, inaccettabile incarcerare un individuo perché è stato posto davanti a un sistema giudiziario che accetta pratiche arcaiche senza tener conto dei problemi reali che maturano in una società. Il carcere contemporaneo è pieno di migranti, tossicodipendenti e marginalità urbana. Una discarica sociale. Quello che desidero, dal mio umile osservatorio, è un nuovo diritto penale minimo riparatorio ma "non disciplinare", che definisca chiaramente quali azioni punire, senza inventarsi buonismi collaterali utili soltanto ad aumentare i numeri dei reati, delle sanzioni alternative, e della carcerazione.
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Strategie di sopravvivenzaLisa Nuti · Carcere
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Rubrica: CARCERE | Autrice: Lisa Nuti
Carlo è maestro di scacchi in un carcere toscano: "Impegnarsi in un gioco così complesso fa sentire vivi e riapre alla speranza"
Il mio amico Carlo ha iniziato a giocare a scacchi all'età di 8 anni. La sua grande passione lo ha portato a gareggiare, vincere e poi a diventare un maestro nazionale di scacchi. Ora insegna questo bellissimo gioco e io l'ho intervistato.
Carlo, tu hai portato avanti un progetto per insegnare a giocare a scacchi in un carcere toscano. Me ne vuoi parlare? Si, è partito da un progetto educativo per il recupero della dispersione scolastica, che coinvolge soprattutto persone straniere. Lo porto avanti da due anni. Da questa esperienza, con l'appoggio di due insegnanti, è nata l'idea di portare gli scacchi nel carcere ed è stata una bella esperienza, emozionante.
Dove insegnavi? All'interno del carcere c'è un'aula didattica, che però non può essere usata liberamente ma solo attraverso l'approvazione delle guardie carcerarie. Inoltre, non ho potuto portare materiale di studio dall'esterno e questo ha reso tutto più difficile. L'altro fatto limitante è che non ci sono computer né collegamento internet. Comunque ci siamo dati da fare.
I detenuti partecipavano volentieri alle tue lezioni sulla scacchiera? Si, però era difficile riunirli tutti, poiché devono essere convocati dalle guardie, oppure devono passarsi parola fra di loro, per ricordarsi il giorno e l'ora della lezione: in carcere non esistono orologi, il tempo deve essere immaginato o contato in altri modi, è difficile... Spesso poi, la lezione veniva interrotta, sempre dalle guardie, se c'erano colloqui o altre attività da fare. Dunque niente libri, né fotocopie, tutto a voce, a tu per tu.
Ed erano interessati? Molto. Si trattava di uomini di varie età: dai 20 fino all'età matura. C'erano molte persone non italiane, che comunque parlano bene la nostra lingua. Quest'anno ho trovato un livello culturale e cognitivo molto basso, però erano tutti rispettosi ed educati verso l'insegnante. Il primo anno ho trovato un livello culturalmente superiore ed erano più attenti e attivi. Avevano molte idee. Pensavano di fare delle partite a scacchi sfidando detenuti di altre carceri. Una sorta di torneo!
E poi è stato fatto? No, ma quest'anno li abbiamo fatti incontrare con dei ragazzi, perlopiù adolescenti, facenti parte del progetto di recupero della dispersione scolastica. Li abbiamo portati in visita, hanno giocato a scacchi con i detenuti.
Una bella esperienza, immagino. Certo! I detenuti si sono commossi e li ho anche visti sorridere.
Credi che possano fare tesoro di questi momenti di gioco e condivisione? Senza dubbio, infatti io penso che il beneficio maggiore di questi progetti, sia quello di dare sollievo e speranza, un riscatto verso una vita migliore.
Hai proposto ai detenuti di continuare a giocare, una volta liberi? Certo, invitandoli ad imparare gli scacchi in forma non agonistica. Per poter ripartire, fare qualcosa di creativo. Pensa che, chi sapeva già giocare, mi ha ringraziato per questa opportunità, è stato come se avessi reso loro il tempo, ricordando loro che esiste una vita, all'esterno!
È dunque una strada, quella della rieducazione, che dobbiamo continuare ad intraprendere, giusto? Tu lo hai fatto egregiamente, mi pare! Si, è da fare, ma purtroppo, vedi, la rieducazione nel carcere non è uno degli obiettivi principali. Ci sono corsi di cucina, giardinaggio, ma tutto sotto supervisione. Ogni cosa passa attraverso la catena di comando: direzione, guardie. Un momento di grande solitudine è l'ora d'aria, o "del passeggio". Ho visto un semplice quadrato vuoto, una stanza di 2 mt per 2, con una finestra che dà sul cortile, e un telefono antico...che cosa puoi fare lì? Solo muoverti in cerchio, pensare... c'erano corridoi lunghi, vuoti, lugubri... un paesaggio allucinante, oppressivo, di una pesantezza infinita. Ecco perché dovremmo attuare molto più spesso questi progetti, perché queste persone possano respirare ancora e sperare in qualcosa di più grande.
Hai perfettamente ragione! Adesso mi stai mostrando una scacchiera molto particolare... Si, è speciale! È stata fatta dai detenuti con materiale riciclato, ed è venuta molto bene, è quasi elegante direi! Alla fine del corso, dopo avere cucinato per noi, i detenuti me l'hanno data in dono, insieme ad una loro commovente lettera di ringraziamento, ed io le custodisco entrambe.
Ti sento molto soddisfatto e felice. Si, perché il gioco che io amo, gli scacchi, ha permesso anche alle persone più fragili di coltivare speranza, recuperare emozioni, ha dato loro una spinta per ricostruirsi una vita.
È fantastico. Anch'io sono appassionata di scacchi e credo che essi siano, appunto, lo specchio della vita: devi lottare per vincere.
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Sicurezza disumanaFuori Binario · Esperienze
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Autore: Fuori Binario
Il nuovo decreto prevede la detenzione anche per le donne incinte o con neonati
Con l'approvazione del nuovo decreto sicurezza la maggioranza parlamentare continua ad abbattere nel silenzio i diritti per come li conosciamo. Tra i tanti, pessimi, articoli ce n'è uno aberrante che abolisce l'obbligatorietà del rinvio della pena per le donne in gravidanza o con figli sotto l'anno di età. Ciò vuol dire che una donna in attesa di un figlio o con un neonato può finire direttamente in cella nelle peggiori carceri della tanto civile Europa. Vuol dire che può partorire in celle sporche, con topi e zecche, tra malattie tra le più disparate, sovraffollate, allagate dalla pioggia, bollenti d'estate o gelide d'inverno.
Per Patrizio Gonnella di Antigone: "L'art. 146 del Codice penale prevede il rinvio obbligatorio della pena detentiva nel caso di una donna incinta o di una madre di un bambino di età inferiore a un anno. L'interesse superiore del minore è, in tutta evidenza, di vivere fuori dal carcere e non è necessaria una valutazione individuale per stabilirlo. Dal primo al terzo anno di vita del bambino, la decisione di differire o meno la pena viene lasciata alla valutazione del giudice. Il nuovo articolo elimina il rinvio obbligatorio della pena creando così un vulnus intollerabile dal sistema giuridico, socio-sanitario e pedagogico per il minore. La nuova disposizione - conclude Gonnella - è in netto contrasto con quanto previsto dalle regole penitenziarie europee, secondo le quali le detenute devono essere autorizzate a partorire fuori dal carcere".
Si tratta in tutta evidenza di una norma propagandistica - una norma anti rom qualcuno l'ha definita, e quindi anche razzista - che non tiene conto delle statistiche e della realtà effettiva e fa parte di un pacchetto di misure repressive che ignorano le conseguenze per la salute delle donne e dei bambini.
Come racconta il XX Rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione, al 31 marzo 2024 su 61.049 persone detenute solo 2.619 (il 4,3%) erano donne. Le donne rom poche decine.
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Cresciuto in frettaCristina Niccoletti · Esperienze
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Autrice: Cristina Niccoletti
Il figlio di Giulia: "Vergogna di mia madre? Mai"
Sono di nuovo con Giulia, definita mamma coraggio nell'articolo pubblicato il mese scorso. "Oggi c'è anche mio figlio, di cui abbiamo scelto di non divulgare il nome, anche se alcuni su questa scelta avranno da ridire, ma la risposta è molto semplice: vogliamo tutelarci dal padre. Infatti è ritornato alla carica a chiedere soldi perché informato che io e mio figlio abbiamo trovato dei lavoretti".
Mi racconta A. che le poche volte che ha parlato con suo padre è stato solo per i soldi che lui gli chiedeva in prestito da quando aveva solo 14 anni.
Gli chiedo molto sfacciatamente: hai mai avuto vergogna di tua madre? "NO!" mi risponde sicuro. "Sono dovuto crescere molto in fretta, quindi ho iniziato a capire certe dinamiche da molto giovane. Diciamo che era più che altro in quegli sporadici periodi che la mamma non c'era e che io ero dalle suore che magari mi preoccupavo un po'".
Madre e figlio si sono poi riavvicinati quando il ragazzo è cresciuto e sono rimasti sempre molto vicini, anche se adesso A. ha la sua vita e una fidanzata e dopo un periodo di studio sta cercando il famoso lavoro fisso.
La vita non è stata gentile con questa famiglia, speriamo che il futuro lo sia di più, nonostante il periodo sia difficile per tutti.
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Pagine di stradaFrancesco Martinelli · Esperienze
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Rubrica: ESPERIENZE | Autore: Francesco Martinelli
Dialogo con Janek, ex senza dimora reinventatosi scrittore. Nel libro "Storia di mia vita" racconta il valore della solidarietà
Mi sposto da Firenze a Roma per parlare con Janek, un uomo con un vissuto gigante che di conseguenza mi affascina e con cui condivido esperienze parallele. Janek ha da poco scritto un libro, "Storie di mia vita", che speriamo di avere presto in redazione e che magari sia proprio Janek a portarcelo, regalandoci una bella presentazione pubblica. Tuttavia, quando l'ho incontrato, non abbiamo parlato del libro, ma abbiamo piuttosto condiviso le nostre esperienze, trovando tante affinità: la vita in strada, il carcere e la visione sull'attualità.
Venuto in Italia dalla Polonia in giovane età, Janek, nonostante sia un buon fabbro, si è ritrovato a vivere senza dimora e alla giornata. Si sente escluso dalla comunità e negli ultimi anni ha sentito venire meno la solidarietà delle persone intorno. Poi, tramite delle amicizie che lo hanno guidato, è riuscito a trovare la sua stabilità arrivando a scrivere un libro dove si racconta. Ma il punto di vista è chiaro: "Se è vero che in strada ci sono associazioni che fanno volontariato per aiutare i senza dimora, purtroppo quando ci si ritrova nei dormitori si tende a tornare per la via, poiché quell'ambiente è quasi ostile e, se non fosse per sopravvivere al freddo o quel che è, se ne fa a meno volentieri".
Mi racconta un po' della sua esperienza carceraria dovuta a piccoli reati: "Le galere sono sovraffollate e si viene spostati di continuo e si vive in situazioni estreme dove anche i topi si mangiano tra loro". A Rebibbia ha conosciuto terroristi, detenuti comuni, indagati nel delitto di Meredith a Perugia, brigatisti. Con tutti è riuscito a dialogare e fare esperienza delle esperienze. "Ho tentato il suicidio dopo la perdita della mia compagna di vita, ma le persone che mi sono state accanto e la letteratura mi hanno aiutato a superare questo brutto momento. Anche il gioco degli scacchi mi ha insegnato la pazienza facendomi passare le lente giornate al chiuso".
Nonostante la crudezza di ciò che racconta, tra noi non mancano le risate. Janek non è uno che si compiange, anzi vuole spronare gli altri ad andare avanti, mostrando che ce la possiamo fare, lavorando su di sé, facendosi aiutare se c'è bisogno. L'importante è non rimanere mai soli. Scherziamo, ironizzando su chi ogni estate dice "che caldo!" e ogni inverno "quanto fa freddo!", oppure "piove governo ladro" e via così: "Ricordiamoci che tra poco ricomincia l'emergenza freddo, poi piove e poi... siamo sempre in emergenza. Ma era già stato predetto che anche quest'anno sarebbe accaduto e che del resto con i cambiamenti climatici in corso e la situazione si aggrava per chi non ha un posto dove stare".
Con il caldo in strada è più facile lavarsi, asciugare i vestiti e trovare un parco per dormire, anche se le alte temperature sono comunque pericolose, soprattutto se si è digiuni o disidratati. Poi, finita l'estate e passate magari le elezioni comunali, ricominciano gli sgomberi delle case occupate e arriva il problema di gestire chi dorme fuori, con scarsi alloggi adibiti a dormitorio. Il solito girotondo nel Bel Paese. "Ora sto risolvendo i miei problemi e cerco di aiutare i vecchi compagni di strada, quando per esempio passo dalla stazione Termini dove c'è una grave situazione di povertà".
Conclude la conversazione dicendomi: "Io non ho mai abbandonato". Cosa? Ce lo racconterà nel suo libro.
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Storia di mia vita è il libro d'esordio di Janek Gorczyca, edito da Sellerio.
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Speranza sotto un tettoFrancesco Piobbichi · Lavoro
!Lavoro
Rubrica: LAVORO | Autore: Francesco Piobbichi, operatore sociale Mediterranean Hope
A Gioia Tauro nasce un ostello sociale per i lavoratori stagionali. Un progetto di accoglienza sostenibile e replicabile in tutta Italia
Dambe so, in lingua Bambarà, vuol dire Casa della Dignità. È un ostello sociale per braccianti, aperto da qualche anno nella Piana di Gioia Tauro. Nasce da un intervento del progetto "Mediterranean Hope" della Federazione delle Chiese Evangeliche Italiane e oggi conta 15 appartamenti, che possono ospitare circa 50 lavoratori durante la stagione degli agrumi. Dambe so è stato concepito in chiave mutualistica: i braccianti versano una quota per sostenere le spese, mentre un'altra quota proviene dalle Arance senza sfruttamento di SOS Rosarno e la cooperativa Mani a terra, che vendono i propri prodotti alle reti di acquisto solidali. Questi due elementi provano a rendere il progetto sostenibile e, soprattutto, replicabile al di fuori degli interventi emergenziali, che in questi decenni hanno costruito a ciclo continuo campi di baracche, che poi sono diventati dei veri e propri ghetti di Stato.
Il progetto Dambe so intende con la sua pratica dimostrare che è possibile una politica dell'abitare decolonizzata per i lavoratori braccianti, dove prevale il protagonismo e la responsabilizzazione nella gestione degli spazi. Ma soprattutto vuole dimostrare che l'utilizzo sociale della terra può generare, all'interno delle filiere etiche, uno spazio economico in grado di alimentare processi di riscatto per gli invisibili e garantire welfare dal basso. La filiera agricola di fatto ha bisogno di questi lavoratori, ma al tempo stesso è completamente avulsa dal dibattito sul sistema di accoglienza. In realtà è la filiera stessa, con la grande distribuzione organizzata in particolare, che dovrebbe essere chiamata a sostenere le spese per un'accoglienza degna, senza che questi interventi ricadano, come avvenuto fino ad oggi, sulla fiscalità generale.
Dambe so recentemente ha aperto un altro intervento in Piemonte nella provincia di Cuneo, dove ogni anno si concentrano in estate migliaia di braccianti.
Il tentativo, per certi aspetti visionario, è quello di costruire una serie di ostelli collegati tra loro, in modo da dare dignità ai lavoratori che durante l'anno si spostano a seguito della stagionalità delle produzioni. In questa maniera si può superare la frammentazione dei tempi di vita, per assicurare loro una continuità rispetto al diritto all'abitare e di conseguenza una maggiore agevolazione per il rinnovo dei permessi di soggiorno, corsi di lingua, tutela sindacale, orientamento ai servizi socio sanitari.
Dambe so è un progetto che vuole aprire con il suo esempio una discussione rispetto al tema delle politiche di accoglienza per i lavoratori braccianti e il diritto all'abitare. Tema questo che riguarda non solo chi lavora nelle campagne, ma anche centinaia di migliaia di lavoratori in trasferta, spesso precari, che hanno oggi un enorme problema per quanto riguarda il diritto ad avere una casa.
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Disegni di Francesco Piobbichi tratti dal suo libro Fuori dal Buio, edito da Cronache Ribelli e acquistabile su cronacheribelli.it. Per ogni copia venduta, 3 euro andranno a sostenere l'ostello Dambe So.
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Com'è possibile tutto questo?Paola Sani · Lavoro
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Rubrica: LAVORO | Autrice: Paola Sani
Testimonianza dai ghetti dei braccianti a Rosarno, dove la vita è disumana. Un segreto di Pulcinella che fingiamo di non vedere
"Da secoli ci succhiate il sangue in Africa e ora ce lo succhiate anche qui. Ora basta!". Me lo ha detto un ragazzo che vive nella baraccopoli di San Ferdinando a Rosarno, dove sono stata nei giorni scorsi. In molti hanno voglia di raccontare, hanno piacere di essere ascoltati anche se i loro occhi sono persi mentre i miei si riempiono di lacrime. Non riesco a trattenermi anche se mi trovo davanti a loro.
Il ghetto è in mezzo alle fabbriche. Vivono in centinaia, nella disumanità più assoluta, senza alcun servizio. Sono tutti maschi, nessuna donna, molti bevono e assumono sostanze, hanno problemi psichiatrici, impazziscono in quelle condizioni. Vengono sfruttati nei campi, raccolgono pomodori e ortaggi che noi compriamo spesso sottocosto. Sono loro a pagare, in mano ai caporali, senza alcun diritto.
Tanti di loro sono anni che vivono nell'assoluta indifferenza, nell'assenza di igiene, con permessi di soggiorno scaduti che la nostra burocrazia gli impedisce di rinnovare, dove l'ambulanza per arrivare ci mette due ore perché nell'enormità della baraccopoli non ci sono punti di riferimento. I containers del Ministero dell'Interno sono privi della più elementare manutenzione. Gli escrementi restano lì, all'aperto, formando pozzanghere intorno ai fatiscenti bagni dove delle galline beccano cercando qualcosa da mangiare. Alcuni di loro sono arrabbiati con noi. Tra di loro il ragazzo, fra i più lucidi, che mi dice "Ora basta!".
Li saluto, ci stringiamo le mani, ringraziano ma purtroppo sanno che nessuno verrà mai per risolvere gli enormi problemi che vivono quotidianamente. Non è indifferenza, è un crimine, un altro capitolo della guerra contro tutto il popolo dei non-umani, di cui sono note cause, vittime e i modi per evitare tutto questo. Basterebbe poco per invertire la rotta, invece è tutto assurdo e intollerabile, perché è tutto assolutamente noto da sempre, ma nessuna autorità si impegna per garantire loro i diritti costituzionali. Torno sui miei passi, sfinita, come è possibile tutto questo? Come possiamo accettare di dormire tranquilli sapendo che trattiamo così questa umanità? Abbiamo più cura delle cose che delle persone. Il nostro sistema economico e sociale li rende schiavi, venduti, travolti dal meccanismo capitalistico per garantirci un benessere che gronda sangue: muoiono in mare per raggiungere l'Europa, muoiono nei campi agricoli lavorando in condizioni estreme per pochi euro; muoiono di malattie perché l'accesso alle cure mediche resta un miraggio.
Abbiamo globalizzato le forme di schiavitù e siamo incapaci di globalizzare il rispetto per la persona, per la vita. Siamo disturbati dalla loro presenza, abbiamo bisogno di loro per svolgere lavori usuranti o di cura ma li vogliamo invisibili. Queste condizioni di diseguaglianza e di sfruttamento sono la misura della nostra disumanità e dell'imbarbarimento dei rapporti umani che rende agghiacciante la società in cui viviamo.
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A Firenze una casa per i riderIsabella Mancini · Lavoro
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Autrice: Isabella Mancini
Sarà un luogo dove riposare e socializzare, per rendere il lavoro un poco più umano
Estate 2024. Caldo insopportabile. Firenze si trasforma in un forno dove trovare un attimo di pace sembra impossibile. Va meglio a chi lavora in uno spazio al chiuso, con condizionamento e ventilazione. Ma chi corre in su e in giù per la città nel mezzo del giorno, dove trova un attimo di pausa? Quando guadagni a cottimo, come puoi permetterti di mangiare tutti i giorni fuori? Quando hai bisogno di accedere a un bagno, ricaricare il telefono con cui lavori o la batteria della tua bicicletta, come fai?
È ascoltando questi bisogni che la CGIL di Firenze ha provato ad immaginare delle risposte, ha chiesto il supporto di altre realtà associative e chiesto all'amministrazione comunale di sposare una idea: la costituzione di uno spazio nel quale permettere a una delle categorie di lavoratori più esposta allo sfruttamento, i rider, di trovare asilo per i bisogni minimi ma anche un luogo dove poter fare rete, costruire relazioni, rafforzare la propria conoscenza del mercato del lavoro e delle normative italiane, oltre che la lingua italiana.
Nasce così "Casa Rider a Firenze". Lo spazio è stato appena consegnato, si trova in pieno centro cittadino, in via Matteo Palmieri 11/r, storica sede del Movimento di Lotta per la Casa fino al 2016.
Sarà un punto di ristoro tra una chiamata e l'altra, ma anche un luogo di accoglienza, con percorsi di socializzazione e formazione, consulenza e primo orientamento, un posto dove confrontarsi, ascoltare e parlare, uscire dall'isolamento di un meccanismo di lavoro che ti riduce al numero di un algoritmo. La gran parte dei rider in città sono giovani uomini arrivati da molto lontano, abituati a modelli di vita e sociali completamente differenti, spesso non hanno avuto l'opportunità dell'accesso alla scuola e alla formazione e facendo questo lavoro rischiano di rimanere ancora più isolati.
Lo spazio è comunale ed è stato assegnato ad uso gratuito. Però ha bisogno di essere ristrutturato e adeguato, sia per mettere a norma gli impianti che per dotarlo di arredi, impianto di riscaldamento e altri servizi, come per esempio una ciclo-officina per le riparazioni lampo. È già stata fatta una prima cena di finanziamento e molti hanno dato il loro contributo, ma il traguardo è ambizioso e c'è bisogno di risorse. Per questo è stata aperta una raccolta fondi su www.produzionidalbasso.com.
Potete contribuire per una giusta causa, questa giusta causa, anche voi, cercando sul sito di produzioni dal basso il progetto Casa Rider Firenze e sarete parte di una idea di comunità condivisa, attorno a principi e valori di solidarietà e mutuo aiuto.
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Transizione sotto controllo operaioValentina Baronti · Lavoro
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Rubrica: LAVORO | Autrice: Valentina Baronti
Dalla lotta dell'ex Gkn agli stati generali della giustizia climatica e sociale. Dall'11 al 13 ottobre tre giorni di mobilitazione a Firenze
La vertenza ex Gkn chiama una nuova mobilitazione. Non una piazza, questa volta, ma tre giorni di discussione attorno a una reindustrializzazione dal basso di una fabbrica dell'automotive, che diventa un piccolo esempio di come si può rispondere alla deriva climatica, sociale e bellica in cui siamo immersi. Venerdì 11 ottobre, in occasione dello sciopero globale per il clima si terrà una giornata della reindustrializzazione; sabato 12 ottobre un incontro con i movimenti, verso gli stati generali della giustizia climatica e sociale; domenica 13 ottobre, la prima assemblea nazionale e internazionale dell'azionariato popolare della cooperativa GFF, nata per il recupero dell'ex Gkn. Tre giorni per costruire assieme un pezzo di futuro, mentre le tre richieste della vertenza continuano a rimbalzare sul muro di gomma delle istituzioni: stipendi, commissariamento, legge regionale sui consorzi di sviluppo industriale. Nel momento in cui chiudiamo questo numero, su queste tre richieste ci sono solo dichiarazioni e ancora nessun fatto concreto.
L'autunno è iniziato sotto i peggiori auspici: crisi dell'automotive e della moda, inondazioni, escalation bellica. Un panorama allarmante, annunciato da tempo. Eppure, la risposta delle istituzioni è timida. Si parla di rinviare il green deal europeo perché i licenziamenti sarebbero una valanga, di rinnovare gli ammortizzatori sociali per la moda senza pensare a piani industriali e di riconversione. Si discute se stoppare oppure no l'invio di armi all'Ucraina, ma solo se quelle armi vengono usate in territorio russo. Piccoli aggiustamenti, prese di posizione, accordicchi che non sono all'altezza di questa fase e trasformano la timidezza in complicità. Da più di tre anni c'è un collettivo operaio che denuncia questa deriva, ponendo il proprio licenziamento in un contesto più ampio, allargando la prospettiva, raggruppando attorno a sé una classe dirigente dal basso che invece propone soluzioni radicali e fattibili.
Dal 9 luglio 2021 sono passati più di mille giorni. Ci siamo ritrovate tutte e tutti davanti a quei cancelli e dietro quegli striscioni, per dire no alla delocalizzazione e ai licenziamenti, costretti in qualche modo a costruire un'alternativa: la fabbrica socialmente integrata. L'assemblea della cooperativa GFF è un coraggioso laboratorio di resistenza alla crisi del capitalismo: la transizione sotto controllo operaio e sociale. In quella assemblea siederanno operaie e operai, sindacati, movimenti climatici nazionali ed europei, cittadine e cittadini alluvionati, realtà mutualistiche di ogni tipo, chi lotta contro le basi militari e per il diritto alla casa, chi sogna un mondo di pace e giustizia sociale, chi si oppone all'oppressione del carcere e delle istituzioni totali, chi lavora per l'inclusione e contro la povertà, chi accoglie i migranti e costruisce insieme a loro pezzi di economia solidale. Lì troverete tutte le istanze che attraversiamo ogni mese su queste pagine. Ritroviamoci ancora una volta assieme, discutiamo, mettiamo a verifica il progetto di reindustrializzazione, costruiamo un piccolo pezzo di futuro. Le porte sono aperte. Vi aspettiamo là. Astenersi perditempo, che di tempo non ne abbiamo più.
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Canzoni contro la guerraMoreno Biagioni · Storie
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Rubrica: STORIE | Autore: Moreno Biagioni
Il 4 novembre, festa delle Forze Armate, 12esima edizione dell'evento antimilitarista le cui radici affondano nella tradizione pacifista fiorentina
Il 4 novembre al Circolo "L'Affratellamento", una delle più vecchie società di mutuo soccorso, si terrà la dodicesima edizione di "Canzoni contro la guerra", iniziativa pacifista nata nel 2012 da un'idea del Comitato Fermiamo la Guerra e dall'Istituto Ernesto De Martino, in contrapposizione alla cosiddetta "Festa delle Forze Armate".
In questi dodici anni (si è saltato il 2020 a causa della pandemia) "Canzoni contro la guerra" si è creato un suo pubblico, dando il suo piccolo contributo a quell'ampia galassia pacifista, che ha avuto punte molto alte di presenza attiva sullo scenario mondiale e che oggi è in una fase di riflusso, con un diffuso clima bellicista che trova notevoli spazi sui media e fra i soggetti politici.
L'evento affonda le radici nella tradizione pacifista fiorentina e si rivolge a una galassia la cui iniziativa sarebbe estremamente importante rilanciare, visto che di conflitti armati ve ne sono molti nel mondo.
L'idea di contrapporre delle iniziative pacifiste alla ricorrenza della festa delle Forze Armate - e della vittoria nella guerra del '15/'18 - viene da lontano, in quanto da tempo, da varie parti, si era cominciato a pensare che ci fosse poco da far festa per quella che era stata "un'inutile strage" e che non fossero nemmeno da festeggiare le Forze Armate, visto che gli armamenti producono sempre morte e devastazione.
Già negli anni '60 dei cattolici fiorentini, "lapiriani", avevano diffuso il 4 novembre volantini anti-militaristi e a Firenze il Sindaco La Pira aveva riunito le città del mondo contro la guerra e contro il riarmo atomico, per far sì che gli Stati, sotto la pressione delle comunità urbane, imboccassero finalmente strade pacifiche.
Sempre a Firenze aveva preso corpo l'azione per l'obiezione di coscienza al servizio militare, con la proiezione, non ancora permessa nelle sale, di "Tu non ucciderai" di Autant Lara; la "Lettera ai cappellani militari" della Scuola di Barbiana e la successiva "Lettera ai giudici" di don Milani; il sostegno di padre Balducci ai primi obiettori, che subivano il carcere per non aver voluto indossare la divisa e imbracciare le armi.
Tutto ciò si inseriva in un percorso animato da ristrette minoranze, il cui principale esponente era Aldo Capitini, del Movimento di Azione Nonviolenta, di ispirazione gandhiana, organizzatore nel 1961 della prima Marcia Perugia-Assisi, una Marcia che sarebbe poi ripresa nel 1978, divenendo un appuntamento annuale del pacifismo italiano.
Il movimento contro la guerra aveva dato luogo, negli anni '80, a grandi manifestazioni, perché i venti di guerra erano tornati a soffiare minacciosi - in Irak, nei Balcani, in Afghanistan. A Firenze era risuonata alta e forte la parola di padre Balducci, con i suoi Convegni "Se vuoi la pace, prepara la pace" e in piazza San Giovanni, accanto al Battistero, era stata montata la Tenda della Pace.
Sempre negli anni '80, a Comiso, in Sicilia, il movimento era riuscito ad ostacolare l'installazione dei missili statunitensi Cruise e fu anche per la pressione esercitata dal movimento che fu raggiunto un accordo fra il Presidente degli Stati Uniti Reagan e il Presidente dell'Unione Sovietica Gorbaciov, per non installare in Europa ulteriori missili, sia ad Ovest che ad Est.
Dopo un periodo di stasi - del movimento, non delle guerre, che sono proseguite intense -, le iniziative pacifiste hanno ripreso con forza nella stagione dei Social Forum, culminata nel Social Forum Europeo di Firenze del 2002, quando le quattro giornate di incontri sono state concluse da una straordinaria manifestazione per la pace, dando inizio a quella mobilitazione che vedrà nascere, nella realtà fiorentina, il Comitato "Fermiamo la guerra", tra gli ispiratori dell'evento pacifista del 4 novembre.
La soluzione dei problemi non può passare dalla via delle armi, ma ha come unica possibilità la trattativa, la mediazione, il rifiuto "senza se e senza ma" dell'uso della forza. Tutte le energie andrebbero concentrate sul far fronte alla crisi energetica e ambientale, che richiederebbe un radicale cambiamento di rotta nelle politiche generali e nei comportamenti individuali, negli stili di vita, nelle relazioni fra le persone, al fine di recuperare una dimensione di comunità oggi inesistente, un cambiamento di cui per ora si vedono poche tracce.
Per questo occorre come premessa indispensabile il NO ALLA GUERRA, a cui devono poi, immediatamente, far seguito scelte di rinnovamento profondo, in grado veramente di costruire un mondo in cui la cura - di sé, delle altre persone, dell'ambiente - prenda il posto del profitto nella scala dei valori, la solidarietà e la cooperazione prevalgano sulla competizione, il mercato non sia più il punto di riferimento a cui subordinare tutto il resto. In altre parole, si ricominci a parlare di socialismo come sbocco razionale di una situazione che sta portando l'umanità verso il baratro.
Anche un'iniziativa come "Canzoni contro la guerra" può dar luogo a pensieri e riflessioni che mettono in discussione lo stato di cose attuale e definiscono, a partire dal no alla guerra, un orizzonte diverso. Per tutto questo la nostra iniziativa di novembre costituisce un'alternativa alla retorica patriottarda e militarista della Festa della Vittoria e delle Forze Armate e intende esprimere un'altra visione della società. Siamo convinti che anche la musica ed il canto abbiano un ruolo in questa prospettiva. "Canzoni contro la guerra" ne è una testimonianza efficace.
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Solidarietà in musicav.b. · Storie
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Rubrica: MUSICA | Autore: v.b.
Concerti gratuiti e raccolta fondi per le mense popolari. Dal 1 ottobre al 16 novembre con l'Orchestra della Toscana
Portare la musica fuori dal centro storico gentrificato, offrire cultura gratuita e raccogliere fondi per le mense popolari. È il progetto "Musica Diffusa", promosso dall'Orchestra della Toscana per il terzo anno consecutivo, con 9 concerti dal 1 ottobre al 16 novembre, finanziati dal Ministero della Cultura con il bando "Autunno Fiorentino" del Comune di Firenze, in collaborazione con la Fondazione Solidarietà Caritas ETS, Cesvot, e Fondazione Montedomini onlus.
Gli eventi sono a ingresso gratuito e su prenotazione sulla piattaforma Eventbrite, ma chi partecipa potrà contribuire con donazioni libere che serviranno ad offrire pasti caldi durante tutto l'anno. Nel 2023 sono stati raccolti quasi 13mila euro, che hanno permesso di preparare oltre 2.500 pasti distribuiti dalla Caritas.
Oltre ad ascoltare buona musica, si potranno visitare complessi monumentali come la Certosa di Firenze o l'Istituto di Scienze Militari Aeronautiche delle Cascine.
La rassegna si apre martedì 1 ottobre alla Certosa di Firenze con un programma musicale che intreccia Mozart, Schumann e Carl Maria von Weber. Il 16 ottobre al Mandela Forum verrà eseguita la Sinfonia n. 5 di Čajkovskij, e il 26 ottobre all'Istituto di Scienze Militari Aeronautiche delle Cascine sarà possibile ascoltare l'Eroica di Beethoven. Le Stagioni di Vivaldi saranno il 18 ottobre a Palazzo Wanny, nel quartiere 4, mentre il 6 ottobre alla Casa della Carità sarà la volta di Astor Piazzolla e il 10 novembre all'Istituto Abamelek del Galluzzo del quintetto d'archi "Open Strings Quintet" con Il '900 Classic/Rock.
Previsti anche due spettacoli di Alessandro Riccio: "Ti racconto Don Giovanni" all'Auditorium Ottone Rosai sabato 5 ottobre e "Il mio amico Giacomo" il 16 novembre al Teatro Affratellamento.
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La periferia sotto sottoFrancesco Martinelli, Jacopo Stefani · Città nascosta
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Rubrica: CITTÀ NASCOSTA | Autori: Francesco Martinelli, Jacopo Stefani
Il nostro viaggio underground prosegue a Rifredi dove i binari della ferrovia diventano un limite invalicabile
Come piccoli topi di città ci aggiriamo tra le giunture delle strade di questa Firenze, nei raccordi delle periferie, abbandonati dal buon senso istituzionale, cercando la chiave del ragionamento creativo che li ha modellati e le realtà che li abitano. Siamo partiti dal quartiere delle Cure e abbiamo attraversato la città insieme ai lettori di questi ultimi numeri del giornale. I sottopassi proseguono con cadenza regolare, arrivando via via verso i due che attraversano la stazione di Rifredi. Un tempo erano fra i meno sicuri, ma oggi sembra che il degrado sia stato sospinto, come per un movimento naturale generato dalle politiche securitarie di riqualificazione, verso il quartiere Lippi, che si stende loro accanto, a metà strada tra ciò che voleva essere e ciò che è.
Incontriamo M., un abitante del quartiere, che ci accompagna per un tratto del nostro viaggio. Ci racconta di quando è stato testimone oculare, tre mesi fa, di un tentativo di stupro nel sottopasso che collega il quartiere a via Reginaldo Giuliani. Poi ci mostra il sentiero che da lì, attraverso una stradina sterrata chiamata dai locali "il boschetto", porta verso la stazione. Nonostante sbocchi su strade percorse anche da ragazzini che tornano dalla scuola, c'è uno slargo dove abitualmente si recano sex workers e clienti, per la consumazione di un socialmente accettato sfruttamento di un'antica merce. Quel che è peggio, il sottobosco è costellato dei tristi resti dell'emarginazione: siringhe, boccette per il crack, preservativi e fazzoletti appallottolati.
Questi 300-400 metri quadri di alberelli terminano bruscamente sia andando verso la stazione di Rifredi che, allontanandosi ancora di più dalla ferrovia, dove inizia il giardino - ben più curato - che costeggia il cimitero.
Ringraziamo e salutiamo M. e ci avviamo verso la stazione. Qui tutto è oggi un po' più ordinato; ma abbiano bene impressi nella memoria i molteplici presunti suicidi avvenuti in questo tratto ferroviario, liquidati in breve dalla cronaca cittadina.
E se volessimo evitare questi sottopassaggi per raggiungere a piedi via Giuliani? Ci sarebbe un ponte che passa sopra i binari, ma sono segnalati continui guasti all'ascensore. Rimangono allora le scale, che già sono un problema per chi non ha buone gambe. Ma non basta: il sovrappasso è chiuso ogni giorno tra le ore 20 e le 6 del mattino, a causa di una non meglio specificata responsabilità gestionale tra comune, ferrovie e guardie giurate. In realtà si può trovare chiuso anche fuori orario, a seconda delle giornate, senza una logica chiara (telefonando al numero di emergenza affisso alla porta si risolve poco), creando un vicolo cieco nel quartiere. Sta al pedone chiedersi se vale la pena tentare la sorte o fare un paio di chilometri in più a piedi, tornando sui propri passi.
Noi intanto riprendiamo il nostro viaggio e vi auguriamo buona fortuna!
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Trent'anni di Giornali di StradaFelice Simeone · Informazione
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Rubrica: INFORMAZIONE | Autore: Felice Simeone, nostro inviato
A Liverpool il meeting della Rete INSP che ha riunito redazioni dai cinque continenti. Focus su reddito e giornalismo dal basso
Lo scorso Settembre si è tenuto a Liverpool il meeting della Rete Internazionale dei Giornali di Strada (International Network of Street Papers - INSP). L'ultima volta si era tenuto a Milano due anni fa, e da allora, ha detto la presidente dell'INSP Fay Selvan, il mondo è cambiato moltissimo. Alla pandemia sono seguite le guerre in Ucraina e in Palestina; altre meno raccontate, ma non meno cruente, sono continuate. In due anni, molte persone sono andate ad allargare la fascia di povertà praticamente ovunque nel mondo; episodi di violenza, intolleranza e razzismo si registrano quasi quotidianamente.
In questo contesto, i giornali di strada si sono interrogati ancora una volta sul proprio ruolo e su come assolverlo al meglio.
Alla rete INSP aderiscono giornali di strada prevalentemente europei, ma non hanno rinunciato ad essere a Liverpool molte esperienze latino-americane, statunitensi, giapponesi. Nonostante le loro inevitabili diversità legate a storia e contesto, i giornali di strada fronteggiano le stesse sfide. Il racconto della povertà e dell'esclusione sociale è spesso fatto da giornalisti che guardano a queste cose da lontano. Da un sondaggio pubblicato sul sito dell'INSP, è risultato che la stragrande maggioranza dei giornalisti del Regno Unito vengono da classi sociali abbienti; non è difficile immaginare una situazione analoga in altre parti del mondo. È evidente che i giornali di strada rappresentano l'unico tentativo di racconto diretto del e dal mondo dell'esclusione. Il Network è nato circa trent'anni fa con l'obiettivo di sostenere i giornali di strada fornendo strumenti per mettere le redazioni in grado di pubblicare un prodotto giornalistico curato ed affidabile. La vendita in strada rimane la caratteristica unificante di queste esperienze; bisogna notare che, per sua natura, un giornale di strada potrà essere venduto solo se stampato su carta, a dispetto delle tendenze attuali che spingono i media professionali verso i canali virtuali: il New York Times fra 10 anni molto probabilmente non potrà essere più acquistato in edicola, ma Fuori Binario sarà ancora per le strade di Firenze.
Il maggior giornale di strada del Regno Unito, The Big Issue, esce ogni settimana e distribuito su base nazionale. Il brasiliano Tracos è molto particolare perché ha deciso di puntare sull'arte come strumento di critica sociale e riscatto. Il tedesco Biss stipendia i propri distributori, sebbene con cifre molto al di sotto dei valori di mercato, ma che comunque riescono ad assicurare una certa stabilità. Per l'Italia, oltre a Fuori Binario, erano presenti Scarp de Tennis di Milano, Zebra di Bressanone, e aMuse di Napoli. Anche se non nella rete, dobbiamo ricordare Piazza Grande di Bologna, testata storica del nostro giornalismo di strada.
A Liverpool ci si è chiesti come fare a superare lo stigma del distributore di strada; molto importante l'aspetto dei contenuti: un intero pomeriggio è stato dedicato a come possano i giornali di strada rappresentare il più fedelmente possibile la strada e l'esclusione. È il nostro linguaggio sempre fedele alla nostra missione? Questa domanda Fuori Binario se la pone da sempre: è stato importante rendersi conto che non siamo i soli a percepire il problema.
E poi c'è la questione fondamentale: la stabilità economica. Tutti i giornali di strada, indistintamente, devono far fronte a questa questione. Qualcuno si sta avventurando nella vendita digitale, mentre altri beneficiano di contributi pubblici e possono permettersi stipendi regolari per i propri collaboratori. Altri si affidano a schiere molto nutrite di donatori anonimi. La motivazione a continuare, nonostante tutto, la danno i venditori stessi. Matthew, di The Big Issue (Regno Unito) era presente: "Non ho mai avuto un lavoro stabile" ha detto, "The Big Issue è stato ideale per me. Se faccio qualcosa e questa non funziona, posso sempre ritornare a The Big Issue; mi aiuta ad andare avanti. Non è sempre facile. Passi molto tempo da solo. Se piove, ti bagni e ti sporchi. Capita anche che rimani intrappolato dentro pensieri negativi. La gente giudica. C'è addirittura chi ti considera una persona egoista, che pensa solo a sé stessa. Alla fine, tutti abbiamo dei sentimenti".
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Una firma contro la povertàFuori Binario · Attualità
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Sezione: ATTUALITÀ | Autore: Fuori Binario
Serve un'imposta sui grandi patrimoni per redistribuire le risorse: la chiede Oxfam all'Unione Europea con la petizione #LaGrandeRicchezza
Sono circa 50 mila gli italiani che dispongono di una ricchezza tre volte superiore a quella della metà più povera della popolazione, ben 25 milioni di persone. Si tratta di un divario dannoso e pericoloso che mina alla base la coesione sociale e devasta la naturale applicazione dei diritti costituzionali. Gli eventi a cui siamo stati costretti negli ultimi anni, tra cui la pandemia, la crisi energetica, le guerre e l'impennata dei prezzi e relativa inflazione aggravano ulteriormente le disuguaglianze tra i cittadini.
Queste disuguaglianze sono figlie delle scelte che la politica ha compiuto negli ultimi decenni. L'aver sposato appieno politiche liberiste in generale ma anche e forse soprattutto nei settori pubblici per eccellenza come la scuola, la sanità, i trasporti, il lavoro ha prodotto profondi mutamenti nella distribuzione di risorse tra i cittadini.
Tutti gli indicatori raccontano un paese in cui crescono povertà e diseguaglianze: sono oltre 5,6 milioni gli italiani in condizioni di povertà assoluta, 1 milione e 269 mila di essi sono bambini e 1,7 milioni stranieri; 2,7 milioni sono coloro che, pur lavorando, non arrivano a fine mese. C'è poi la povertà sanitaria che colpisce circa mezzo milione di persone; quella alimentare che coinvolge circa 3,4 milioni di persone. Il 5,9 per cento degli italiani non dispone del diritto all'abitare e il 9,9 per cento non riesce a soddisfare i cosiddetti bisogni energetici.
Numeri pesantissimi, e dietro ogni numero si cela un volto, una storia di sofferenza. Grazie alla petizione #LaGrandeRicchezza lanciata da Oxfam possiamo però fare pressione sulla politica. Con la nostra firma - serve lo Spid o la Carta di identità elettronica - chiediamo alla stessa Unione europea l'introduzione di un'imposta sui grandi patrimoni. Se fosse applicata a quei 50 mila italiani più ricchi, con un patrimonio netto al di sopra dei 5,4 milioni di euro, l'imposta potrebbe produrre risorse fino a 16 miliardi di euro all'anno. Una panacea per i mille mali che affliggono il nostro paese. Si tratta di un'imposta progressiva, colpirà i più ricchi, potrà avere diversi scaglioni e aliquote marginali crescenti e sarà sostitutiva, per chi la verserà, delle imposte di tipo patrimoniale esistenti.
La nostra firma è importante per un altro motivo, perché serve a chiedere che queste nuove risorse vengano impiegate per finanziare misure di contrasto alla povertà e politiche di inclusione sociale negli stati membri dell'Unione; finanziare e spingere ogni stato ad accelerare la transizione ecologica giusta prima che sia troppo tardi; incrementare le risorse dell'Unione destinate alla cooperazione internazionale allo sviluppo e alla finanza climatica.
In Italia siamo messi molto male. Mancano pochi giorni alla scadenza della petizione, il 9 ottobre è vicino.
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Rubriche - Millefoglie, FemminismiVari (Valentina Nicastro, Marta Benettin) · Rubriche
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La cipressa di Fiesole
Rubrica: MILLEFOGLIE | Autrice: Valentina Nicastro
Stavolta andiamo a conoscere un individuo vivente di altra specie, fiero rappresentante della società vegetale, un bellissimo albero che vive a Fiesole. Fiesole è un Comune a sé ma le sue geografie sono pienamente parte del paesaggio culturale fiorentino e viceversa, intendendo per paesaggio culturale quell'opera combinata della natura e dell'uomo, qualcosa di grande valore scenico e culturale, omogeneo, familiare e impresso nella memoria collettiva.
Appena si esce dal paese si imbocca via del Bargellino, una stradina stretta che scende per poi risalire, dove un cartello di legno riporta la scritta "via della cipressa". Lì a pochi metri c'è un casolare abbandonato e ci si immerge tra ulivi e querce, tra i mille colori di fiori selvatici, un paesaggio quasi incontaminato che si allunga verso la valle del Mugnone.
A breve distanza si raggiunge una radura erbosa, dalla quale emerge in tutta la sua meraviglia "la cipressa", albero monumentale dal valore paesaggistico inestimabile presente nell'elenco regionale del Misaaf per le sue eccezionali caratteristiche di altezza (16 metri) di longevità e di circonferenza (3 metri). Si tratta di un esemplare singolo di cipresso comune (Cupressus sempervirens) che per la particolare forma della chioma non fastigiata (cioè non conica) viene gergalmente definito "cipressa". Il suo apparato radicale si sviluppa sulla roccia inglobandola. È un albero degno di essere censito tra i monumentali, degno di venire cercato, trovato e ammirato. Lasciandolo, allontanandomi da lui, mi sono voltata indietro più volte per esser certa di che esista davvero un cavaliere verde tanto nobile e prezioso.
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Bastava chiedere
Rubrica: FEMMINISMI | Autrice: Marta Benettin
Vorrei sapere a quante donne è capitato di sentirsi rispondere "bastava chiedere" quando, tornando a casa, sono inciampate sulla montagna di vestiti da lavare o nei piatti da mettere in lavastoviglie che però, guarda caso, va svuotata. "Bastava chiedere": ed è là che la furia omicida deve fare i conti con il principio nonviolento che abbiamo abbracciato e che ci ha impedito, ad oggi, di comprare una mazza da baseball per rispondere.
L'EIGE, l'European Institute for Gender Equality dice che in Italia il 72% delle donne (con o senza figli) si occupa delle faccende domestiche, rispetto ad appena il 34% degli uomini, ma che questo divario si sta lentamente riducendo. Quello di cui non parlano le statistiche è del "carico mentale", quel peso invisibile che molte donne portano sulle spalle, la lista infinita delle faccende domestiche da pianificare e dell'organizzazione dei figli piccoli se ci sono. Le Mrs Wolf che devono continuamente risolvere problemi, mentre l'uomo al massimo svolge i compiti che gli vengono indicati. Un vero e proprio lavoro che il più delle volte viene completamente sottovalutato, ma che concretamente esaurisce le energie mentali e fisiche delle donne lasciandole in una condizione nettamente svantaggiata.
Suggerimenti: 1. Ricordati che l'uomo non è bravo perché "dà una mano" ma fa solo la sua parte, il suo dovere in casa sua e coi suoi figli. 2. Scegliete insieme gli impegni di cui non ti devi occupare dalla A alla Z (lavopiatti? Attività pomeridiane dei figli?) e poi vivi da fruitrice, possibilmente senza sensi di colpa. Se gli uomini riescono a viversela beati, possiamo farlo anche noi.
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La progettazione empiricaFabio Bussonati · Un mondo ganzo è possibile
!Attualità
Rubrica: UN MONDO GANZO È POSSIBILE | Autore: Fabio Bussonati
Una volta focalizzato quel che si vuole inventare, lo si costruisce, si vede come funziona e si modifica di conseguenza (progettazione a verifica).
Se prendiamo ad esempio il frigorifero ci possiamo accorgere che può funzionare ad energia solare anche senza le batterie, che sarebbe un grosso risparmio, e si dovrebbe poter fare immagazzinando il freddo invece della corrente.
Per fare questo dobbiamo dividere lo spazio utile in un comparto ghiacciaia ed un comparto per le vivande; durante le ore di sole nella ghiacciaia si accumulerà il freddo che verrà rilasciato nell'arco di tutta la giornata al comparto delle vivande; tutte le superfici di contatto con l'esterno dovranno essere isolate generosamente con materassini di canapa industriale con una densità di 60 Kg al metro quadro o superiore.
L'involucro può essere costruito nella forma più conveniente in legno non trattato, i componenti del frigorifero a 12 o 24 Volt si trovano nei negozi di nautica, i pannelli Fv in quelli di elettronica e la canapa nelle manifatture specializzate.
È necessario usare la canapa come isolante perché, oltre ad essere anallergica, antisettica, immarcescibile, regola l'umidità dell'aria e contribuisce a mitigare l'effetto serra togliendo all'atmosfera quindici tonnellate e mezzo di anidride carbonica per ettaro. Un ettaro sono 10.000 metri quadri per cui ogni metro coltivato a canapa assorbe un Kg e mezzo di Co2 che è più o meno quella prodotta per fare 10 chilometri in una macchina con un motore termico che faccia 20 Km con un litro.
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Un mondo ganzo è possibile è anche un libro! Edito da Fuori Binario, raccoglie i primi sette anni della rubrica, con tutti i disegni dell'Autore. Lo potete richiedere in sede oppure al vostro venditore di fiducia.
- frigorifero solare
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Liberi tuttiClara Baldasseroni · Attualità
!Attualità
Sezione: ATTUALITÀ | Autrice: Clara Baldasseroni
Nell'isola-carcere di Gorgona i detenuti hanno salvato gli animali dalla macellazione
L'isola di Gorgona è un'isola carcere fin dalla fine dell'800. Oltre a un allevamento ospitava anche un impianto di macellazione e lavorazione della carne e del latte. Nel 1989 il giovane direttore Carlo Mazzerbo insieme al veterinario Marco Verdone, basandosi su principi costituzionali costruisce un nuovo modello in cui gli animali vengono considerati come esseri viventi da accudire e amare, e non meri strumenti di produzione.
Purtroppo nel 2015 una nuova direzione interrompe questo equilibrio e vengono riprese le macellazioni. I detenuti non erano d'accordo e hanno contattato la LAV per chiedere aiuto. Dopo anni di battaglie, attraverso petizioni e manifestazioni, nel 2020 hanno ottenuto che tutti i 588 animali dell'isola fossero salvati. I macchinari del macello erano stati messi all'asta e sono stati ricomprati dalla LAV stessa per far in modo che se ne cessasse l'utilizzo per sempre.
La LAV effettua raccolte fondi per il cibo degli animali, sollevando l'amministrazione penitenziaria dai costi, e retribuisce alcuni detenuti che li accudiscono.
Pian piano la motonave "Urgon" della polizia penitenziaria ha trasportato 450 animali sottratti alla macellazione (la maggior parte sono partiti a metà 2024) destinati alle adozioni dislocate in tutto il territorio. È possibile anche fare adozioni a distanza. Gli animali rimasti a Gorgona sono circa 150 e sono protagonisti di storie e attività didattiche guidate, che comprendono anche visite di gruppo dall'esterno. Grazie all'intervento della LAV i detenuti sono riusciti a far liberare i loro animali attraverso un'esperienza di "un'isola dei diritti" che è un vero e proprio esempio rieducativo per tutti.
Per saperne di più: lav.it/gorgona
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Il futuro è oraValentina Baronti · Sorellanze - Ultima pagina
!Ultima pagina
Rubrica: SORELLANZE | Autrice: Valentina Baronti
L'estate torrida non era ancora finita e già ci siamo ritrovati in un autunno anticipato. Esondazioni, alluvioni e allagamenti non hanno aspettato l'equinozio per arrivare nelle case di quelle stesse persone che le avevano subite un anno fa. Prima è successo a Campi Bisenzio e nel pratese, poi in Emilia Romagna, solo per rimanere in realtà vicine a noi. Immaginate di aver appena finito di imbiancare e ricomprare i mobili, di piangere i ricordi portati via dalla corrente, di stare ancora aspettando i rimborsi o, nel peggiore dei casi, la giustizia, per qualcuno rimasto incastrato in un sottopassaggio o travolto da una piena mentre cercava di tornare a casa. Avete appena finito e state appese all'allerta meteo e salite ai piani superiori, cercando di mettere in salvo tutto quello che ce la fate a spingere su per le scale. E l'acqua arriva ancora e il fango invade un'altra volta la strada, gli scantinati, le fabbriche, le case, le scuole, i negozi, i circoli o i teatri. Intanto sentite gli industriali italiani parlare di una transizione ecologica impossibile, provate a utilizzare servizi di trasporto pubblico che non funzionano, assistete inermi all'inquinamento dei fiumi o alla distruzione delle montagne, in nome di un profitto che ingrassa i pochi e impoverisce i molti. Chi si oppone è trattato da criminale, rischia la galera chi osa bloccare una strada per chiedere un futuro diverso. In Emilia Romagna non aveva ancora smesso di piovere che le Brigate di Solidarietà Attiva erano già per strada, pronte ad attivare quella rodata rete di protezione civile dal basso, che è l'unica salvezza di fronte a una politica sorda a un'emergenza climatica che è già realtà e che invece viene ignorata, come se avessimo ancora tempo, come se fosse qualcosa che riguarderà le prossime generazioni. E invece è qui, il futuro è ora. Noi, i molti, lo sappiamo e abbiamo anche un'idea di come andrebbe affrontato. Voi, i pochi, fate finta di non vederlo. Ma di tempo non ne abbiamo più.
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Alfabeto - 21 proposteFelice Simeone
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Rubrica: ALFABETO | Autore: Felice Simeone
Ogni mese 21 proposte di cose, eventi, persone e fatti interessanti da scoprire, per costruire insieme una società più giusta: podcast, libri, film, canzoni, mostre, spettacoli, siti, laboratori. Seguiteci!
A come ALBERI - Per far fronte alle sfide del cambiamento climatico, la tecnologia più efficace è avanzata risulta essere anche la più antica: gli alberi. La Rete Clima in collaborazione con PEFC Italia e Coldiretti hanno promosso la campagna Foresta Italia, con cui negli ultimi due anni sono stati messi a dimora circa 100.000 nuovi alberi. "La piantazione di alberi è anche una strategia per creare connessioni ecologiche, per conservare e promuovere la biodiversità." ha detto Paolo Viganò della Rete Clima. Chiunque può contribuire alla riforestazione.
B come BRASILE - Da più parti si cerca di convincerci ad abbandonarci al controllo digitale delle nostre ed altrui vite. Se a qualcuno l'assurdità di questa visione non è ancora chiara, allora viene in aiuto una preziosa iniziativa editoriale del Gruppo Abele che ha deciso di pubblicare le opere più incisive di uno dei pedagoghi più profondi che abbiamo avuto: Paulo Freire, brasiliano. Lasciamo a fare da recension i titoli stessi dei suoi libri: Pedagogia degli oppressi, Pedagogia dell'autonomia e Pedagogia della speranza. Invitiamo tutti i ministri in carica a procurarsi la trilogia.
C come CARCERE - Durante l'ultima torrida estate, Mattarella ha ricevuto una lettera dei detenuti del carcere di Brescia. La lettera denuncia che la fatiscenza del carcere fa sentire "Violentati intimamente, mentalmente, moralmente". Il sovraffollamento è tale da non permettere ai detenuti di schivare gli schizzi di merda provenienti dal bagno. Pongono una domanda "come può funzionare il reinserimento in queste condizioni? Questa mancanza pressochè totale di umanità nei confronti dei carcerati non è forse pari a commettere reati?" la lettera integrale è disponibile sul sito di Brescia Oggi.
D come DIGITALE - Nei trent'anni di storia del giornalismo online è successo di tutto, ai giornali e a noi lettori, al modo in cui ci informiamo e siamo raggiunti dalle notizie e da tutto quello che esce dai nostri smartphone". Parola di Ben Smith, direttore visionario del compianto BuzzFeed News ed oggi direttore di Semafor. In Traffic, pubblicato da Iperborea, Smith argomenta la sua critica ai meccanismi dell'informazione on-line analizzando la deriva verso il populismo di destra da quando Facebook, Google, e Apple si sono appropriati di buona parte dello spazio virtuale.
E come EDUCAZIONE - Molte delle fiabe tradizionali con cui siamo cresciuti trasfigurano, attraverso l'immaginazione, il conflitto fra le classi: quasi sempre raccontano di potenti determinati a sopraffare un contadino o una poveretta perché dotati di qualche qualità desiderabile. Antonio Gramsci vide in questa struttura narrativa un'opportunità pedagogica per i giovani e, durante la prigionia a Turi, tradusse le fiabe dei fratelli Grimm. Le edizioni Cronache Ribelli ripropongono queste traduzioni nel libro Gramsci e le nuove generazioni-Favole e lettere dalla prigionia. Una nota di copertina avverte: "non è un testo direttamente per bambine/i, ma magari può essere letto insieme".
F come FESTIVAL - C'è stato un Festival della Canzone, in Lucchesia, seguito, dal 1964 al 1969, da un pubblico più ampio di quello di Sanremo. A scrivere le canzoni, cantare e suonare sul palco erano i degenti dell'ex ospedale psichiatrico di Maggiano, aiutati e coordinati da alcuni operatori della struttura. Enrico Marchi, medico psichiatra, e Marco Innocenti, giornalista, hanno fatto confluire tutti i materiali che testimoniano di questa esperienza nel libro La leggera cura. Quando Maggiano cantava, sottraendola così all'oblio. Il volume contiene anche i link ai video di questo incredibile festival.
G come GUERRA - Dopo il 7 Ottobre del 2023, il numero di giornalisti uccisi in Palestina sotto il governo Netanyahu ha raggiunto livelli mai visti prima. Anna Maria Selini, giornalista esperta di medio oriente, ha lanciato così il progetto di un podcast finanziato dal basso, La guerra dei giornalisti, che intende dare voce proprio a quei giornalisti che il governo di Israele vuol far tacere per sempre. Il progetto si può sostenere con donazioni volontarie sul sito dell'Altreconomia.
H come HOT - Mentre scriviamo, l'Italia viene devastata, di nuovo, dalle alluvioni. Piogge, frane, esondazioni sono arrivate dopo un'estate, di nuovo, caldissima. Il gruppo Openpolis ha riportato che, per ogni capoluogo di regione, si sono avute in media 60 notti tropicali, cioè notti con temperature che non sono mai scese sotto i 20°C. In Sicilia le notti tropicali hanno superato la centinaia. Si tratta di un aumento superiore al 100% rispetto al periodo 2006-2015. Neanche di notte si può stare freschi! La mappa delle notti tropicali italiane è consultabile su openpolis.it.
I come INQUIETANTE - Josh Pettinger è l'autore di Goiter, una serie di fumetti decisamente inconsueta. Le storie di Goiter sono spesso paradossali e per questo possono risultare inquietanti. La ricerca dell'estremo, perseguita con la forza dell'immaginazione, però ha la funzione di dissacrare gli schemi entro cui siamo convinti di vivere una vita libera. Ma, inaspettatamente, queste caratteristiche fanno di Goiter una lettura divertente...per quanto possa essere divertente un graffio.
L come LIBERTÀ - Nel libro Non c'è che dire - La libertà di espressione nella cultura italiana, Marta Rizzo invita una serie di intellettuali a porsi alcune domande: "che cos'è la libertà di espressione? Quanto influiscono i social media? E il metaverso, la cancel culture, il web, il politically correct? Qual è il rapporto col neoliberismo? Esiste ancora la censura nel cinema? È davvero libera la cultura italiana?" Tutti noi, autori e fruitori, dovremmo chiedercelo. Noi aggiungiamo che dovremmo chiedercelo anche noi lettori.
M come MIGRANTI - Molti dei protagonisti del nostro dibattito pubblico parlano ideologicamente di molti argomenti senza effettivamente conoscerli. Di questi temi, l'immigrazione è quello più abusato e, al tempo stesso, più misconosciuto. Per nostra fortuna, dal 2007 esiste l'Archivio delle memorie migranti che raccoglie e diffonde racconti di sé e testimonianze scritte e orali sulle migrazioni, realizza documentari audio e video (segnaliamo i cortometraggi Benvenuti in Italia), laboratori di autonarrazione e di antirazzismo nelle scuole, anche attraverso la partecipazione attiva di migranti. archiviomemoriemigranti.net
N come NAVE - Quante volte abbiamo sentito l'espressione "Taxi del mare" usata da chi cerca pretesti per denigrare e disumanizzare chi tenta di attraversare il Mediterraneo? La nave Life Support di Emergency è in mare dal 2022 impegnata a salvare vite che altrimenti sarebbero perdute. Raul Pantaleo, il suo progettista, ha deciso di passare del tempo sulla sua nave e ha raccontato quello che ha vissuto nel libro La Nave. 2000 miglia, 336 ore di navigazione, 29 naufraghi salvati. Sono i numeri dell'esperienza di Raul e che i razzisti in politica si rifiutano di leggere.
O come OCCHIO - Abbiamo già scritto diverse volte che il governo di Israele non permette ai giornalisti internazionali di entrare a Gaza. Sappiamo della mattanza solo grazie al lavoro di giornalisti indipendenti; fra questi dobbiamo segnalare la testata Middle East Eye (L'occhio del medio-oriente), accessibile da tutte le piattaforme, e presente su youtube con un proprio, ricchissimo canale. La testata è stata criticata da media occidentali per faziosità e falsa indipendenza, ma bisogna ammettere che al momento è una delle pochissime opportunità che abbiamo di guardare al Medioriente con un occhio diverso.
P come PAPAVERI - Le guerre, quelle antiche e quelle moderne, quelle tecnologiche e quelle primitive, condividono indistintamente lo stesso esito: uccidono. Valentina D'Efilippo, una designer italiana molto conosciuta in tutto il mondo, ha visualizzato con dei papaveri interattivi il numero di morti che ogni guerra ha fatto dagli inizi del 1900 fino ai giorni nostri. Nella grafica d'insieme, i papaveri più grandi sono quelli della 1a e 2a Guerra Mondiale. Ma la miriade di piccoli papaveri intorno a quelli più grandi denunciano l'ininterrotto spargimento di sangue umano durato un secolo. poppyfield.org
Q come QAWWALI - Nusrat Fateh Ali Khan è stato il più famoso interprete della musica sacra Qawwali, una specie di musica mistica musulmana. Finché era in vita, ha dato concerti in tutto il mondo, compreso l'occidentale; suonò anche a Firenze. È stato uno dei nomi più significativi della Real World di Peter Gabriel che lo volle per la colonna sonora de L'ultima tentazione di Cristo. Scomparso nel 1997, a settembre è stato pubblicato un album di inediti dal titolo Chain of Light, che fa rivivere la sperimentazione vocale del suo autore che si armonizza con le melodie tradizionali: la commistione è di nuovo magnetica.
R come ROAD - Almeno dal 1998, la via della seta è anche un percorso musicale animato dal noto violoncellista Yo-Yo Ma. Spinto dalle diversità che la globalizzazione ha fatto emergere, Yo Yo Ma si è chiesto se e come poter far collaborare, ad un livello musicale e culturale, tradizioni profondamente diverse. Il produrre nuova musica ha poi stimolato iniziative con forte impatto sociale, educativo, politico. Il manifesto del Silk Road Project recita: "siamo una collettività; non parliamo con una sola voce, ma condividiamo uno stesso obiettivo: umanità, pace, e amore per ognuno".
S come SLOW - L'altezza, il vuoto, la profondità non sono le sole cause di vertigini. C'è una forma peculiare di vertigine che Roberta Lippi ha esplorato nel podcast Vertigini-Storie Avanti. Si tratta di quelle che provoca il trovarsi davanti ad un bivio della propria vita: è la vertigine del cambiamento. Vertigini è la serie podcast che racconta le emozioni e le esperienze di coloro che si sono trovati sull'orlo di una scelta cruciale, pronti a fare il grande salto in nuova avventura, capaci di trasformare la paura in possibilità e il cambiamento in una storia tutta nuova.
T come TURISMO - Nell'era dell'over-tourism, la memoria storica delle nostre città rischia di sfuggire anche a chi ci ha sempre abitato. Per porre un argine a questa deriva, il Festival del Turismo Responsabile, premiato dall'Organizzazione Mondiale del turismo dell'ONU per l'eccellenza e l'innovazione nel turismo, ha organizzato, insieme ad altri eventi, un itinerario a piedi per rievocare Storie di fabbriche e di lotte. Gli anni Settanta in Bolognina, che è un quartiere popolare di Bologna, sede di ex-fabbriche, ora dismesse o delocalizzate, luoghi che furono fondamentali per l'identità della comunità. Ci si può prenotare sul sito del festival.
U come UOMO - Edoardo Martinelli è stato un allievo di Don Milani alla scuola di Barbiana, ed è anche il babbo del nostro caro Fraska. Avendo raggiunto l'età della maturità, Edoardo ha voluto rivisitare la sua esperienza fra i banchi di Barbiana, riaprendo i diari dell'epoca rimasti chiusi per lunghi anni. È stata l'occasione per cogliere aspetti che gli erano sfuggiti, e forse non solo a lui. Spesso si tralascia il fatto che Don Lorenzo Milani era un prete, e bisognerebbe leggere la sua vicenda da questa prospettiva, come ha fatto Edoardo nel libro Lorenzo Milani uomo e prete.
V come VALORI - La cronaca ci trasmette l'idea che la finanza sia un'attività predatoria al limite, e spesso oltre, la moralità. In realtà, di amorale nella finanza non c'è niente, tanto che può diventare addirittura uno strumento a vantaggio della comunità. Questa convinzione sta alle fondamenta della Banca e della Fondazione Finanza Etica. È possibile informarsi sulle attività di queste due realtà sulla rivista on-line Valori.it che, oltre a denunciare l'avidità dei cinici di turno, informa su progetti benefici ed educa ad essere consapevoli di cosa altri fanno dei nostri soldi.
Z come ZAMBRANO - "Entrare nello stato di pace significa oltrepassare una soglia. Si tratta, dunque, di un'autentica 'rivoluzione', del duplice compimento di quel sogno di rivoluzione pacifica che hanno sognato tanti spiriti grandi". Sono parole di Maria Zambrano, raccolte, insieme a quelle di altri 45 spiriti grandi, nell'antologia Verrà la pace e avrà i tuoi occhi. Piccolo vademecum per la pace, curata da Moreno Montanari e Sara Oliva Boch. La pace ha il bisogno continuo di essere riaffermata, sostenuta, ridefinita. La guerra, invece, è sempre la stessa.
a cura di Felice Simeone
