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CONTROVENTO - RITRATTI
Questo è un uomo
Claudia Daurù · Fuori Binario n. 266, Ottobre 2024, pagina 2
!Controvento
Rubrica: CONTROVENTO | Autrice: Claudia Daurù
A volte le pietre di inciampo sono delle storie; storie che rimangono nel cuore e nella mente e vanno condivise. Una di queste è quella di Lorenzo e Primo.
Primo è Primo Levi, una delle voci più lucide del '900, non solo nel raccontare l'universo di Auschwitz ma anche nello scandagliare l'animo umano di fronte al male. Di Lorenzo scrisse: "Per quanto di senso può avere il voler precisare le cause per cui proprio la mia vita, tra migliaia di altre equivalenti, ha potuto reggere alla prova, io credo che proprio a Lorenzo debbo di essere vivo oggi: e non tanto per il suo aiuto materiale, quanto per avermi costantemente rammentato, con la sua presenza, con il suo modo così piano e facile di essere buono, che ancora esisteva un mondo giusto al di fuori del nostro, qualcosa e qualcuno di ancora puro e intero, di non corrotto e non selvaggio, estraneo all'odio e alla paura, qualcosa di assai mal definibile, una remota possibilità di bene" (da "Se questo è un uomo").
Lorenzo è Lorenzo Perrone: nasce nel 1904 a Fossano, un paesino del Cuneese, da una famiglia di robivecchi. Il padre, abbrutito dalla miseria, è spesso ubriaco e violento e Lorenzo cresce taciturno, attaccabrighe, solitario, avvezzo al vino. Arriva alla terza elementare poi, a 10 anni, inizia a lavorare come manovale e per molti anni ingrossa le fila delle migliaia di persone che fin dalla fine dell'800, dall'autunno a primavera, vanno a lavorare illegalmente nel sud della Francia come muratori e operai. Ogni volta varca il confine a piedi. Non frequenta la chiesa e non si sente religioso. Non è tra coloro che i fascisti perseguitano ma nemmeno tra gli iscritti al Fascio; probabilmente è contrario al regime per una sua naturale avversione nei confronti dei prepotenti. L'inizio della guerra mette fine al via vai tra Italia e Francia. Tornato a Fossano, si ritrova senza lavoro e senza relazioni che gli stiano a cuore e così accetta la proposta, portata di paese in paese da alcuni impresari edili, di andare a lavorare in Germania; Lorenzo non sa, come tutti del resto, dove sia Auschwitz e cosa vi accade; né che la Germania nazista e l'Italia fascista hanno stretto un patto per fornire all'industria nazista migliaia di muratori, meccanici, elettricisti, carpentieri italiani. Un patto redditizio anche per le imprese italiane, sulla pelle di lavoratori che furono chiamati "volontari" ma che di volontario avevano ben poco. Lorenzo si ritrova così con un contratto della ditta Beotti per lavorare come muratore al Lager I di Auschwitz nella tristemente famigerata I.G. Farben. Era un campo per lavoratori che, a differenza dei prigionieri, mantenevano un'identità, potevano inviare e ricevere la posta e non erano destinati all'annientamento, purché non parlassero con gli schiavi degli schiavi. Pena il trasferimento al lager.
Un giorno dell'estate del 1944 Lorenzo sta costruendo un muro, di fronte ha un prigioniero che, sfinito com'è, non è in grado di alzare il secchio della calcina e ne rovescia un poco. A Lorenzo escono strette tra i denti "Ah's capis, cun gent' parei" ("Si capisce, con gente così..." ndr). Primo capisce, alza gli occhi. I due si riconoscono come italiani, piemontesi. Anche solo questo gesto di riconoscimento è pericolosissimo, ne va della vita di entrambi. E invece Lorenzo, per sei mesi, porta ogni giorno una gamella di avanzi di cibo che racimola nella sua baracca, un dono inimmaginabile che Primo divide con l'amico Alberto Dalla Volta e che accresce le loro chances di sopravvivenza; qualche tempo dopo gli porta una maglietta lacera che, nascosta sotto la divisa del campo, è preziosa per proteggersi dal freddo. E addirittura - caso più unico che raro - riesce a far arrivare alla famiglia di Levi una lettera. Primo lo avverte subito che aiutarlo è troppo pericoloso. Lorenzo risponde con un'alzata di spalle. Non è un temerario inconsapevole dei rischi, è un uomo la cui profonda libertà e avversione nei confronti del potere lo portano ad agire secondo la propria personalissima etica; gesti che porteranno Primo a scrivere "Grazie a Lorenzo mi è accaduto di non dimenticare di essere io stesso un uomo".
Dopo la liberazione da parte dei russi del campo di Auschwitz, Lorenzo torna a casa, da solo, a piedi. Prima di arrivare a Fossano, si ferma a Torino per dire alla madre di Levi che con ogni probabilità Primo non ce l'ha fatta. Non accetta nulla, nemmeno i soldi per un biglietto del treno, e si rimette in cammino. Più tardi sarà felice di sapere di essersi sbagliato.
Gli anni che seguono sono per Lorenzo una tragica dolorosa deriva: non riesce a riprendere un lavoro, né a vivere con i fratelli, si abbandona all'alcol, si addormenta per strada. Levi lo cerca, lo incontra più volte, in incontri fatti di poche parole e profondo affetto, prova ad aiutarlo, a convincerlo a curarsi. Ma Lorenzo non ha più voglia di vivere, si ubriaca di continuo, si ammala e muore il 30 aprile 1952, a soli 48 anni.
Sebbene Levi ne abbia scritto, parlato, abbia dato il suo nome ai suoi figli - Lisa Lorenza e Renzo - e lo Yad Vashem lo abbia riconosciuto nel 1998 come Giusto tra le Nazioni (tra l'altro si è accertato che aiutò anche altre persone, oltre a Levi), la storia di Lorenzo non è conosciuta come dovrebbe. Noi qui lo vogliamo ricordare, grati di averci mostrato che è sempre possibile guardare al mondo con occhi diversi da quelli dei dominatori e agire di conseguenza.
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Il libro: Carlo Greppi, Un uomo di poche parole. Storia di Lorenzo che salvò Primo, Laterza, 2023.
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Uscito sul numero 266 (Ottobre 2024), a pagina 2. Leggi nel PDF · Sfoglia il numero
