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Fuori Binario n. 240

Maggio 2022 · 39 articoli · ISSN 2784-9384

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1Prima pagina1 articolo
Aggrappati all'utopiaCristiano Lucchi · Resistenze

Se aveste avuto la ventura di vivere il 9 giugno del 1940 (un giorno prima dell'entrata in guerra dell'Italia) o il 23 luglio del 1943 (un giorno prima della caduta del fascismo) avreste mai pensato che pochissimo tempo dopo l'Italia sarebbe divenuta una democrazia, che la monarchia avrebbe lasciato il passo alla repubblica, e che avremmo avuto una delle Costituzioni più avanzate della Terra? Pochi l'avrebbero immaginato, eppure è successo. Nel 1941, durante il duro e difficile confino nel carcere di Ventotene, Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi non buttarono il loro cervello all'ammasso ed elaborarono il manifesto "Per un'Europa libera e unita", rendendo plausibile quella che in quel momento era una pura e semplice utopia, con il continente saldamente in mano a Hitler e Mussolini. Eppure hanno pensato, hanno scritto, hanno gettato il sasso nello stagno, rifuggendo il pessimismo e la depressione che legittimamente poteva coglierli nella situazione che stavano vivendo.

Oggi viviamo un secondo 1941: i nostri governi sembrano spingere per la guerra, con l'obiettivo di consolidare l'egemonia mondiale e malgrado il popolo desideri solo il cessate il fuoco e la pace immediata; dopo aver causato una micidiale emergenza ambientale, adesso corriamo euforici e convinti verso la nostra prossima estinzione di specie; nel frattempo la crisi economica e sociale cresce a dismisura e coinvolge sempre più persone.

Che fare allora? L'invito è quello ad abbandonare i vecchi dogmi, a lasciarsi persuadere che insieme e grazie alle nostre intelligenze unite, ai nostri saperi e alle nostre conoscenze, possiamo immaginare un futuro senza guerra, con la ricchezza distribuita tra tutti, più giusto e solidale. E piano piano passare dal pensiero alla pratica.

Un'altra utopia? Forse oggi lo è, ma basta non arrendersi, smettere di essere complici di un sistema che ci sta letteralmente ammazzando. Ne va della nostra vita, certamente, ma anche, e forse soprattutto, della nostra dignità.

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Orso Tekoşer, una goccia nella tempestaAlessandro e Annalisa Orsetti · Controvento

Il ricordo dei genitori: un partigiano di oggi, morto per la libertà

Dopo la sua morte molte persone ci hanno chiesto: "Chi era Lorenzo? Cosa faceva? Dove viveva?...". Per scoprire chi fosse noi familiari riteniamo utile conoscere cosa desiderasse, cosa ancora lo emozionasse, se avesse ancora voglia di vivere e di lottare nonostante i suoi dolori, o se si era chiuso in se stesso. Se era ancora in grado di reggere il dolore e la sofferenza, se, malgrado la fatica, fosse ancora capace di sperare e di amare e per quell'amore sacrificarsi, se credeva nonostante tutto nella libertà come bene più grande.

Lorenzo era nato il 13 febbraio 1986 a Bagno a Ripoli, vicino a Firenze. Dopo gli studi, alla ricerca di autonomia e libertà, aveva lavorato come cameriere e poi come cuoco. In questi anni, a scuola e sul lavoro, aveva dovuto fare i conti con le ingiustizie quotidiane, le piccole e grandi prevaricazioni a cui molti di noi sono ormai abituati. Sappiamo tutti, ad esempio, come sia difficile trovare a Firenze una stanza ad un prezzo equo o un lavoro retribuito dove i diritti vengano rispettati; oppure disporre di uno spazio aggregativo dove, senza l'obbligo di consumare, potersi liberamente confrontare. Queste esperienze lo avevano portato a ricercare le cause più profonde delle ingiustizie sociali, e a scoprire che a far ammalare fisicamente e psicologicamente le persone sono il capitalismo, il neoliberismo che impera in questa società. Un sistema crudele che provoca disuguaglianze, inquinamento e che mette ogni essere umano contro un altro, in una competizione infinita.

Lorenzo era un idealista e credeva che il mondo potesse e dovesse essere un posto bello da vivere per tutti, dove la giustizia e la dignità fossero valori irrinunciabili. In quegli anni forse non aveva chiaro come si potesse costruire un mondo migliore. Sicuramente però rifiutava questa realtà e voleva che la vita fosse diversa. Non cercava però una soluzione individualista, non pensava solo a se stesso; voleva piuttosto una risposta politica per contrapporsi al sistema, rifiutando di adattarsi e rassegnarsi, pieno della speranza che anima chi lotta per gli altri e con gli altri.

Questo atteggiamento purtroppo appartiene a una minoranza, sono pochi quelli interessati a combattere discriminazioni, disuguaglianze, ingiustizie. Alcuni prosperano in questo sistema capitalista e neoliberista. Tanti si accontentano e chiudono cuore e occhi, accontentandosi delle briciole, che certo sono di più di quanto sia possibile ottenere nei paesi lontani. Lorenzo non ha voluto chiudere gli occhi e ha cercato una vita diversa, legando il suo desiderio di un mondo migliore al suo credo anarchico, fondato sulla libertà che non era disposto a barattare col benessere.

> La lettera-testamento > "Non ho rimpianti, sono morto facendo quello che ritenevo più giusto, difendendo i più deboli e rimanendo fedele ai miei ideali di giustizia, eguaglianza e libertà"

Lorenzo pensava che l'unico modo per cambiare questa società consistesse non nella conquista del potere, ma nella sua dissoluzione e nella riscoperta di spazi di antipotere, alternativi al potere, legati alla partecipazione e non più ai partiti, ma alle ong, ai collettivi, ai progetti comunitari autonomi.

In questa ricerca di un'alternativa, Lorenzo ha conosciuto il progetto della rivoluzione curda: una democrazia che nasce dal basso, che rifiuta il concetto di Stati nazionali come fonte di oppressione e limite al cambiamento, in favore di un modello fondato sull'economia partecipata e su relazioni tra persone vissute secondo l'ecologia sociale.

Così il 22 settembre 2017 è partito per la Siria del Nord-Est, il Rojava. Intendeva dare il suo apporto al popolo curdo e al confederalismo democratico, che rappresenta tuttora l'unica possibilità di realizzare una società pacifica in quell'area del Medio oriente. Si tratta di un sistema animato dalle assemblee che costituiscono una democrazia fondata sul rispetto e la convivenza tra le varie etnie, sulla parità di genere tra donne e uomini, sull'ecologia sociale e l'economia condivisa. Principi teorizzati ma soprattutto praticati dai curdi e dagli altri popoli che vivono in quelle terre.

In questo secolo hanno dovuto difendere la loro esistenza e la loro cultura con le armi, in una lotta che è costata loro più di 13.000 morti. Si tratta infatti di zone il cui controllo è conteso da vari Stati e potenze: dalla Siria di Assad alla Turchia di Erdogan, dagli iraniani ai russi, dai francesi agli statunitensi, senza contare la costante minaccia dell'Isis.

Questa mobilitazione di popolo ha dato vita alle Unità di protezione popolare, le YPG. Al loro fianco sono intervenuti molti giovani provenienti da ogni parte del mondo, gli Internazionali, svolgendo compiti organizzativi e di supporto e anche militari, impugnando in prima persona le armi. Lorenzo è stato uno di loro. E così si è "salvato", unendo il bisogno di sentirsi soggetto attivo al bisogno di andare oltre la lamentela per realizzare un mondo diverso, facendo così della sua vita "un successo", come leggiamo nella sua lettera di addio.

La sua esperienza in Rojava doveva terminare dopo sei mesi, ma in quei mesi Lorenzo si è fortemente legato alle popolazioni di quei luoghi e alle loro vite. Nel popolo curdo ha trovato un sistema di relazioni in cui gli aspetti individuali e gli aspetti comunitari sono collegati, ha conosciuto persone che gli hanno consentito di realizzare i valori e gli ideali in cui credeva. E così il tempo di permanenza si è prolungato fino al 18 marzo 2019, un anno e mezzo in cui Lorenzo ha partecipato attivamente ai combattimenti.

In molte occasioni gli abbiamo chiesto se intendeva rientrare a casa, ma ogni volta ci rispondeva che la guerra all'Isis e la costruzione del Confederalismo democratico non erano terminate. Ha scelto di continuare a lottare fino alla fine contro il fondamentalismo islamico da partigiano, internazionalista e antifascista. Orso Tekoşer Piling, il nome di battaglia con cui oggi è universalmente conosciuto, ha dato la sua vita per gli ideali in cui credeva. Per questo merita che ne facciamo memoria.

(nella foto: Lorenzo Orsetti)

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Il richiamo ideale del RojavaCecilia Stefani · Internazionalisti

Davide Grasso, ex combattente in Siria: "Volevo fare la mia parte, contro l'ISIS e per difendere un progetto politico rivoluzionario"

Era il 2015. Nella notte tra il 13 e il 14 novembre l'ISIS sconvolse Parigi e l'Europa con una serie di attentati che provocarono 137 morti. Un nome resta scolpito nella nostra memoria: Bataclan. Al Bataclan durante un concerto i terroristi entrarono e spararono all'impazzata, lasciando a terra 90 persone. Per Davide Grasso, giornalista e scrittore torinese, quella strage fu la spinta finale per andare in Siria a combattere l'Isis.

Conoscevo quel quartiere, avevo amici lì, avrei potuto esserci quella sera... L'Isis già da tempo si era impadronita di Iraq e Siria, arrivavano notizie atroci di crocifissioni, lapidazioni, stermini, fughe di massa... ero sconvolto, come tutti, speravo qualcuno li fermasse, ma faticavo a vedere l'esercito USA in questo ruolo. Ho scoperto poi, grazie a chi era stato in Kurdistan anni prima e aveva visto coi propri occhi una realtà spesso deformata dai media, che a resistere davvero all'Isis non era il governo iracheno e neppure l'esercito americano, ma forze della sinistra curda, PKK in Iraq e YPG in Siria. Anch'io volevo fare la mia parte, pensavo che la mia generazione dovesse rispondere. La notte del Bataclan le mie esitazioni sono crollate, mi sono detto: se non andiamo noi, vengono loro. Certo, non ero sicuro di avere il coraggio, per questo mi sono organizzato per fare almeno un reportage.

Poi hai trovato il coraggio. Ma avevi qualche esperienza di tipo militare?

Nessuna, mai toccato un'arma prima. Sono stato cinque mesi nell'esercito, dopo l'addestramento e il corso di curdo, che era l'unica lingua con cui si poteva comunicare, dato che i curdi, per la situazione di emarginazione in cui vivono, raramente parlano inglese. Io ero l'unico italiano in quel periodo, c'erano molti turchi, iraniani, arabi, ma anche inglesi, australiani, americani, qualche francese.

A un certo punto hai deciso di tornare e lasciare il fronte, perché?

La mia famiglia aveva già faticato a capire il viaggio in quelle zone, poi addirittura in area di guerra, a combattere... sentire che andavo via per un anno, a rischiare la vita... avevo promesso che sarei tornato dopo l'estate. E comunque è stata un'esperienza traumatica, specialmente dopo l'offensiva di Mambij mi sono reso conto che non avevo tutta la lucidità necessaria per essere davvero utile. I miei compagni avrebbero preferito che rimanessi, ma non riuscivo a restare oltre.

Sei stato definito un foreign fighter, cosa ne pensi?

È un termine ambiguo, anche se corretto da un punto di vista letterale. I foreign fighters ci sono anche nell'ISIS. Preferisco la definizione di internazionalisti o internazionali, che implica l'esistenza di motivi ideali per dare un contributo, che può essere anche non militare. Non lo fai per soldi, non c'è nessun vantaggio, rischi la vita, perdi il lavoro... Nel caso mio e degli altri compagni che sono in Rojava alla base c'è l'adesione ad un progetto politico rivoluzionario.

È corretto il parallelo con la nostra Resistenza o coi volontari nella guerra civile di Spagna?

Ha senso, anzi, è perfetto nel caso del Rojava. Sono molto simili, soprattutto nell'idea democratica e socialista, è una resistenza armata che non vuole imporre dominio o espandere un territorio, ed è antifascista. Lo YPG fa riferimento esplicito alla Resistenza italiana cantando Bella ciao in curdo. Ci sono seminari su Gramsci. Molti nomi di battaglia richiamano Guevara o Orwell, che sono punti di riferimento per tutti gli internazionalisti. La resistenza in Rojava è un tassello successivo a quelle e ad altre lotte anticoloniali successive. L'obiettivo è la costruzione di una nazione democratica, dove possano convivere più etnie, lingue, religioni, ciascuna con un'autonomia amministrativa all'interno di un sistema decentrato fondato sui diritti: una vera democrazia popolare, dal basso.

Ma credi davvero alla possibilità di un'utopia come questa? In un mondo dominato dagli interessi economici, con le superpotenze che calpestano i diritti all'autodeterminazione, equilibri di forze che sembra molto rischioso turbare? Sono pessimista al riguardo.

Capisco il pessimismo, ma ricordiamoci il messaggio di Orso: proprio quando tutto precipita serve la ribellione, siamo chiamati a non accettare lo stato delle cose. Inoltre la storia delle superpotenze è un po' un alibi che ci diamo: chi è che può essere potente senza il sostegno delle persone? Due terzi dei russi sostengono Putin, in Ucraina la maggioranza si è schierata sempre con chi negava ogni autonomia al Donbass... Ci raccontiamo di non avere nessun potere, e restiamo nell'apatia, ma non c'è potere senza consenso popolare, senza soldati che alla fine si arruolano per campare e obbediscono e sono disposti a uccidere. Il problema è cambiare la mentalità, la dimensione ideale, e l'unica via d'uscita, difficile, è promuovere idee diverse, supportare quelle realtà che si attivano per cambiare le cose, non c'è altra soluzione.

Si può fare qualcosa anche restando a casa sul divano?

Proprio sul divano no, ma anche senza partire si può fare qualcosa, sia per il proprio paese che per altri, magari donando del denaro a certe organizzazioni, per esempio la Mezzaluna rossa curda, informandosi, occupandosi della politica internazionale e non solo di casa nostra.

Penso però che andare all'estero, anche in situazioni di conflitto, sia un passaggio necessario. Non possiamo essere tutti come Orso, ma provare a muoversi, a sostenere dei progetti politici o umanitari, a vedere la realtà di situazioni diverse dove c'è sofferenza, per noi occidentali significa aprire gli occhi sul mondo, mettere a fuoco la nostra posizione. Almeno per me è stato così, prima di andare in Irak e Siria tante cose non le avevo capite, anche il lavoro che faccio adesso non sarei in grado di farlo senza quell'esperienza.

Vuoi aggiungere qualcosa per concludere?

Vorrei soltanto invitare tutti a mantenere alta l'attenzione su quanto accade in Siria, a non dimenticarsi della lotta dei curdi e a leggere il libro che raccoglie gli scritti di Lorenzo.

(Orso. Scritti dalla Siria del Nord-Est, Red Star Press, 2021)

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Ma la rivoluzione non è la guerraRedazione · Internazionalisti

La militanza civile è il pilastro per costruire una società giusta, dove le donne sono le protagoniste della loro stessa liberazione

Chi va in Rojava non sempre è lì per combattere, si può dare supporto in molti modi. Come racconta ancora Grasso "Tanti volontari aiutano in ambito sanitario, poi c'è l'informazione, ma soprattutto c'è la militanza civile, perché la rivoluzione non è la guerra. La guerra bisogna farla per proteggere ciò che fanno i civili, sono loro che costruiscono l'economia nuova, la politica, cambiano le leggi, le usanze, i rapporti di forza...".

Un elemento di novità radicale è il protagonismo delle donne: "Ricordo per esempio una ragazza europea che insieme ad altre curde andava casa per casa, ogni giorno, convincendo i padri e i mariti a lasciare che le donne prendessero un tè con loro, senza la presenza degli uomini... Questa attività ha portato tante di loro ad essere coinvolte nelle comuni femminili, nelle case delle donne e in altre nuove istituzioni che oggi difendono i loro diritti. È un'attività preziosa e unica nella storia. Oggi abbiamo le Asaysha Jin che sono le guardie rivoluzionarie donne, che intervengono in caso di violenze e abusi, la casa delle donne che è sempre parte in causa nei processi che le vedono imputate o vittime, la riforma del diritto di famiglia, con l'abolizione della poligamia, del delitto d'onore, del matrimonio con minori, nuove norme paritarie nel divorzio, e altre conquiste prima impensabili".

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Casa, diritto o lusso?Beatrice Montini · Classismo

La situazione abitativa è un termometro della salute della nostra società: in Toscana la febbre sale, e cresce il numero delle persone che chiedono assistenza

Restate a casa, restiamo a casa. Il mantra che abbiamo imparato a conoscere durante l'emergenza Covid - tra lockdown, restrizioni, quarantene, coprifuoco - ci ha insegnato che la casa non è solo il luogo dove abitiamo ma è anche un presidio di protezione della salute pubblica. Restare a casa non ha avuto, però, lo stesso significato per tutti. Condizioni di sovraffollamento, mancanza di servizi essenziali, di luminosità o anche di eventuali spazi esterni, sono elementi che hanno contribuito a rendere il periodo dell'isolamento diverso per ognuno di noi.

Ma non solo. La situazione abitativa è anche un fattore importante per valutare lo stato di "salute" della nostra società e le diseguaglianze che la caratterizzano. A fare un primo quadro della situazione in Toscana è il rapporto "Povertà abitativa. Casa: un diritto o un lusso per pochi?" dell'Osservatorio delle povertà e delle risorse di Caritas Firenze, in collaborazione con il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell'Università. Dal confronto dei dati tra il 2018 e il 2021, un primo elemento che emerge è che - a fronte di una sostanziale stabilità del numero delle persone che si rivolgono alla Caritas - si assiste ad un generalizzato aumento dei contatti che queste stesse persone hanno avuto con i servizi dell'associazione a partire dal 2020 (cioè in parallelo al Covid) e, soprattutto, a un'impennata delle problematiche che vengono manifestate ai centri. Nel 2021, inoltre, è cresciuto il numero di coloro che, potremmo dire, restano "intrappolati" nel circuito assistenziale di cui non possono più fare a meno: le persone in questa condizione sono state 1.125 sulle 7 mila richieste di aiuto agli sportelli dell'associazione.

Per quanto riguarda il rapporto con la situazione abitativa, i dati evidenziano la crescente fragilità di individui e nuclei familiari che possiamo definire con una condizione di "relativa stabilità" per quanto riguarda l'alloggio (sostanzialmente persone che pagano un affitto): dopo l'emergenza sanitaria, oltre una persona su tre tra quelle che si sono rivolte alla Caritas cittadina ha avuto difficoltà a far fronte alle spese della locazione. E si tratta perlopiù di nuclei familiari con figli piccoli.

Come evidenziato già in un report di febbraio, va inoltre segnalato l'incremento, sia in termini assoluti che percentuali, degli utenti della Caritas che hanno dichiarato di vivere in locazione: si passa dai 6.565 del 2019 ai 9.206 del 2020 (+40%). Di questi il 93% dichiara di avere un reddito non sufficiente per far fronte alle normali esigenze. Nel 2019 erano il 44,2%.

Inoltre l'81% delle persone che vivevano una condizione abitativa definita come provvisoria nel 2018 si trovano nella stessa situazione anche a distanza di quattro anni.

Per tutti quelli che si sono rivolti alla Caritas la richiesta prevalente è stata quella del pacco viveri/alimenti. Se questa prestazione aveva subìto già un significativo aumento allo scoppio della pandemia (+72% tra il 2019 e il 2020), nell'anno successivo si assiste ad un sostanziale raddoppio del numero di richieste di aiuto alimentare con un incremento, rispetto al 2019, di ben il 252%.

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Pandemia e lockdown, impatto pesante sulle donneBeatrice Montini · Classismo

Più povere, più sovraccariche, più depresse, più sole: è il quadro drammatico che esce da un dossier Caritas

Secondo i dati Istat di febbraio su 101mila nuovi disoccupati in Italia, 99mila sono donne. Niente di nuovo visto che, già nel giugno 2020, l'Ispettorato del lavoro aveva segnalato che 37.611 lavoratrici neo-madri si erano dimesse nel corso del 2019. La situazione critica delle lavoratrici in Italia, soprattutto dopo un parto, viene confermata anche da un altro dato: solo il 21% delle richieste di part time o flessibilità presentate da lavoratori con figli piccoli viene accolto.

In sintesi, dunque, la pandemia, non ha fatto che accentuare il trend già in corso: donne lasciate sole a far fronte a un carico enorme dal punto di vista familiare, professionale e psicologico. Una situazione fotografata dal dossier Caritas "Donne e Covid-19. La pandemia delle diseguaglianze", presentato recentemente.

Gli studi sull'impatto pandemico nella popolazione italiana e non solo - si legge nel dossier - ci dicono che sono state le donne a subire le peggiori conseguenze sociali ed economiche della pandemia. Anche se proprio le donne sono state spesso in prima linea: in Europa il 76% del personale dei servizi sanitari e sociali e l'86% del personale che presta assistenza sono donne.

Il quadro drammatico, a cui mancano ancora risposte davvero concrete, è punteggiato da dati economici e sociali: una donna su 2 ha visto peggiorare la propria situazione economica, sia al Nord che al Centro e Sud; la quota sale al 63% tra le 25-34enni e al 60% tra le 45-54enni. Ancora, una donna su 2 si dice più instabile economicamente e teme di perdere il lavoro. E il 60% delle donne non occupate con figli dichiara di aver avuto durante la pandemia una riduzione almeno del 20% delle proprie entrate economiche, che implica spesso un'aumentata e preoccupante dipendenza: il 51% (una su 2) sostiene infatti di dipendere maggiormente da famiglia e partner rispetto al passato. Infine, per quanto riguarda il carico familiare, il lavoro di cura è quasi interamente sulle spalle delle donne: nonostante gli aiuti familiari, ripartiti dopo il primo lockdown, ancora il 38% delle donne (2 su 5) dichiara di farsi carico da sola di persone non autonome (anziani o bambini): dato che sale al 47% tra le donne tra i 25-34 anni, concentrate sui figli minori, e al 42% nella fascia 45-54 anni, che cura soprattutto gli anziani.

Passando alle conseguenze psicologiche della pandemia, l'80% delle donne dichiara un impatto devastante sulle proprie relazioni sociali e il 46% (una donna su 2) sulla propria voglia di vivere. Sono le giovani donne (18-24 anni; 25-34 anni) a segnalare un maggior impatto della pandemia sul loro umore, mentre l'83% delle meno giovani (55-65 anni) soffrono maggiormente sul fronte delle loro relazioni.

"Gli effetti della pandemia non sono stati uguali per tutti e, soprattutto, non possono essere definiti "neutri" dal punto di vista del genere - sottolinea Natalia Peiro, segretaria generale di Caritas Spagna - Se negli anni precedenti parlavamo di volto femminile della povertà, oggi possiamo testimoniare come Caritas, attraverso tutte le persone che accompagniamo, che anche gli effetti della pandemia hanno un volto femminile".

(b.m.)

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Come carta stracciaCristiano Lucchi · Classismo

Mohamed, 20 anni, somalo, ha finito i suoi giorni nel cassonetto in cui dormiva. È una strage invisibile quella dei senza dimora in Italia: oltre 500 morti dal 2020.

È il 28 marzo scorso. In un impianto dell'azienda di riciclo Metal Carta di Empoli, un operaio trova il cadavere di un senza dimora che viveva a Firenze. Anni prima aveva ottenuto lo status di rifugiato politico, ma provenendo da una guerra sbagliata, quella somala, nessuno lo ha accolto come il diritto internazionale prevede. Ha cercato riparo in un cassonetto della carta in piazza Elia della Costa, che si è trasformato così nel suo ultimo giaciglio. Si chiamava Mohamed. Aveva appena 20 anni.

Mohamed è morto come Mihai Rusu. Era il 2004 e anche l'uomo rumeno terminò i suoi giorni in un cassonetto, dimenticato da tutti. A nessuna istituzione venne nemmeno in mente di organizzare il suo funerale. Lo organizzò alle Piagge l'associazione Aurora, insieme alla Comunità di Alessandro Santoro, che celebrò la funzione.

Prima di Mohamed, dal 1 gennaio 2022 fino a fine marzo, ben 76 persone tra coloro che vivono in strada sono morte. Il conto viene tenuto dalla fio.PSD, la federazione delle realtà che si occupano di senza dimora. Da quasi quaranta anni studiano il fenomeno, promuovono politiche virtuose in grado di contrastare l'emarginazione adulta, lottano contro l'esclusione sociale.

Dalle analisi dei decessi degli ultimi due anni, sappiamo che nel 2020 sono morte altre 208 persone e nel 2021 ben 246. Oltre 500 vite perse in nemmeno un triennio, nell'indifferenza dei più. Sono soprattutto uomini (92%), pochissime le donne (7%), solo una persona transgender. 49 anni è la loro età media. In strada si muore giovani, se si restringe l'analisi ai decessi degli stranieri, 8 su 10 hanno meno di 30 anni, ennesima prova del fallimento del sistema di accoglienza.

Nel 44% dei casi si muore per "incidenti", come Mohamed; per motivi di salute (39%); seguono casi di morte per violenza subita (12%) e i suicidi (5%). La ricerca abbatte anche lo stereotipo "è normale morire di freddo se vivi in strada", perché di povertà estrema si muore tutto l'anno. Analizzando i dati dell'ultimo anno le 246 vittime hanno trovato la morte tra gennaio e marzo (nel 29.9% dei casi), tra ottobre e dicembre (27.9%), tra aprile e giugno (21.3%) e tra luglio e settembre (20.9%). La Toscana si posiziona come quinta regione in cui si muore di più, nonostante per popolazione sia nona. Al link bit.ly/strage-invisibile è possibile scaricare la ricerca completa.

La salute delle persone senza dimora è quindi uno degli aspetti più importanti su cui da anni le organizzazioni come fio.PSD provano a lavorare. Eppure l'accesso ai servizi di cura o l'avvio di percorsi di prevenzione sono ad oggi difficilissimi da realizzare. In alcuni casi, inoltre, le precarie condizioni di vita compromettono decisamente anche le più semplici azioni di cura (avere o andare da un medico di base), avere una documentazione sanitaria aggiornata, assumere medicinali o seguire una terapia. E così la salute lentamente peggiora, diventando così la seconda causa dei decessi.

Per invertire questa tendenza resta centrale disporre di una casa in cui vivere. Ciò significa avere una base sicura per poter vivere e partecipare attivamente alla vita sociale di una comunità. Non averla compromette buona parte dei diritti di cittadinanza - a partire dalla residenza - e l'accesso ai servizi collettivi. Le storie delle centinaia di persone uccise a causa della loro condizione, raccontano un disagio complesso e dalle mille sfaccettature, in cui la mancanza di quattro mura in cui vivere, è parte di un processo di impoverimento fatto di isolamento relazionale, precarietà economica, malattie e difficoltà ad integrarsi.

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Vite ai marginiGiulia Mascagni · Classismo

Un fenomeno complesso e radicato che ha bisogno di risposte non emergenziali.

I numeri su citati descrivono un tema umanamente enorme seppur residuale rispetto al totale della popolazione: quello della marginalità estrema è un problema di pochi, statisticamente poco rilevante. Eppure, necessariamente, da affrontare.

È un problema di visibilità: chi è senza dimora non ha voce, non fa massa critica, non vota.

È un problema di mistificazione: considerare come urgenza imprevista una criticità radicata riduce la prospettiva dell'intervento, lo deresponsabilizza e rende più facile giustificarne il taglio drastico e gli eventuali insuccessi.

È un problema di semplificazione: un'analisi del fenomeno che perde di vista la dimensione della complessità parcellizza e standardizza gli interventi e ne comprime gli orizzonti, rendendoli superficiali.

Quello della marginalità estrema è poi un problema di violenza: talvolta agita, il più delle volte subita. A partire dalla perdita dello spazio che si considerava casa: evento traumatico che impone la riconfigurazione della quotidianità e mette in crisi l'identità. La violenza esplicita e ricorrente che colpisce in momenti di particolare vulnerabilità. La violenza indiretta e sottile, derivante dal mancato riconoscimento del bisogno, della dignità dell'autodeterminazione; perpetrata da narrazioni che omettono, escludono, cancellano e non contemplano versioni alternative.

I bisogni dominanti, ricorrenti e indifferibili sono quelli materiali, di base: un pasto caldo offerto o una coperta donata nelle notti più fredde. Ci sono però anche bisogni di ascolto e di riconoscimento, ovvero il desiderio di trovare interlocutori con i quali instaurare una relazione "alla pari" e non giudicante e di essere riconosciuti come individui unici, con una identità che precede e può (e deve) andare oltre la homelessness e con una storia personale significativa e significante.

Infine, accanto a questi - e spesso come conseguenza degli stessi - si delineano le necessità di cura dettate da una condizione psicofisica in veloce deterioramento. Perdere la salute è l'esito manifesto delle quotidiane deprivazioni subite, sommate e intrecciate al disagio psichiatrico e agli effetti di eventuali abusi di sostanze.

Una sfera del bisogno così complessa richiede un intervento profondamente rinnovato nei paradigmi di riferimento, nelle modalità e nei ritmi di presa in carico: un intervento proposto, offerto e liberamente accessibile. Un supporto articolato e multilivello capace di operare sul contesto sociale, ambientale e relazionale in cui la persona si vuole (re-)inserire. Il passaggio da un paradigma "a gradini" dal forte mandato rieducativo/riformativo, al riconoscimento del principio della casa come bene primario e diritto umano fondamentale, unito al riconoscimento di autodeterminazione del singolo anche nelle modalità e nelle tempistiche.

Le indicazioni presenti nel PNRR vanno in parte in questa direzione, prevedendo l'esplicita destinazione di fondi per l'Housing temporaneo e Stazioni di posta. Le puntualizzazioni già avanzate da fio.PSD e il suo monitoraggio attivo rappresentano una risorsa e un correttivo prezioso, per una rotta non facile da mantenere ma imprescindibile.

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Cittadini a puntiGilberto Pierazzuoli · Diritti digitali

L'uso di algoritmi per l'analisi dei comportamenti sociali rischia di criminalizzare ogni "deviazione" dalla norma.

Nei paesi anglosassoni, ma non solo, esiste ufficialmente un punteggio di credito, il cosiddetto Credit Score, un meccanismo, o meglio un algoritmo, che permette agli istituti finanziari di valutare il rischio di insolvibilità di un cliente. I data broker tracciano in modo tempestivo il modo in cui paghiamo i nostri debiti, dandoci un punteggio che viene utilizzato da istituti di credito e fornitori di mutui. Alcune società indipendenti offrono servizi predittivi alle polizie di tutto il mondo. Non si è arrivati alle reclusioni per delitti potenziali non ancora fatti, ma il daspo urbano e quello calcistico ci si avvicinano, sono punizioni senza delitto che si potrebbero basare su una "valutazione" algoritmica dei comportamenti umani.

In alcuni distretti giudiziari degli Stati Uniti si fa ampio uso di algoritmi che calcolano la probabilità di recidiva, diventando strumenti di aiuto ai giudici per le scelte sulla libertà vigilata e altre determinazioni restrittive da applicare in molti casi giudiziari. L'ultima parola la prende un umano, ma quasi sempre essa coincide con quella proposta dalla macchina. Nessuno osa prendersi la responsabilità di una scelta che l'algoritmo sconsiglia. Nulla è stato fatto per bandire questa pratica anche dopo aver constatato che questo strumento discrimina le minoranze e i ceti più poveri.

Il sistema di credito sociale cinese estende queste idee a tutti gli aspetti della vita, giudicando il comportamento e l'affidabilità dei cittadini. Il regime di Pechino sta impiantando in Cina un sistema di "credito sociale" mediante il quale gli "errori" di qualsiasi individuo vengono "scontati" dal suo "saldo", di modo che, in base alla sua "qualificazione" comportamentale, un cittadino può essere punito con multe, restrizioni, mancato accesso a promozioni sul lavoro, negazione all'autorizzazione di viaggi etc.

Si tratta di uso e abuso di dati aggregati per l'analisi del comportamento. L'obiettivo del sistema è quello di "incentivare le buone azioni" (o quelle considerate tali) attraverso l'assegnazione di crediti, e disincentivare quelle cattive togliendole. Ci sono sistemi di credito sociale pubblici e privati che spesso però condividono i dati. Nei progetti privati come quello di Sesame Credit, che vanta 400 milioni di utenti, vengono giudicate (e premiate con denaro) le abitudini più disparate: dall'utilizzo dei videogiochi (che fa perdere crediti) al fatto di essere genitori (che ne fa guadagnare). Prendere parte ai sistemi privati o governativi di credito sociale è tecnicamente volontario, ma esistono incentivi per chi decide di aderirvi, e disincentivi per chi si rifiuta di partecipare.

È di questi giorni la notizia che il governo britannico abbia in programma di introdurre nel 2022 un'app per la salute che monitorerà i nostri acquisti, i nostri livelli di esercizio fisico o l'assunzione di frutta e verdura e ci ricompenserà con punti virtù che possiamo scambiare con sconti, biglietti gratuiti (a quale tipo di evento non è chiaro) e altre chicche.

Anche a Bologna c'è l'intenzione di subordinare e condizionare l'accesso ad alcuni servizi in relazione al punteggio di una "patente digitale". "Tra gli interventi più innovativi c'è lo smart citizen wallet. 'Il portafoglio del cittadino virtuoso', dice l'assessore alla agenda digitale del comune di Bologna Massimo Bugani. "L'idea è simile al meccanismo di 'una raccolta punti del supermercato', il cittadino avrà un riconoscimento se differenzia i rifiuti, se usa i mezzi pubblici, se gestisce bene l'energia, se non prende sanzioni dalla municipale, se risulta attivo con la Card cultura". Comportamenti virtuosi che corrisponderanno a un punteggio che i bolognesi potranno poi 'spendere' in "premi in via di definizione" riporta Il Corriere di Bologna.

Bisogna a questo punto spiegare una volta per tutte che ogni misurazione dei comportamenti umani è imperfetta se non fallace, e porta a una normalizzazione; sin qui sembra che non ci sia nulla di grave. Il fatto è che la normalizzazione non è una forma di armonizzazione e che ogni normalizzazione ha una performatività escludente. Gli implementatori parlano di premi, ma nessuno vieta che la prossima mossa sia una punizione per chi si discosta dalla norma. Oltretutto, anche se si registrano soltanto i comportamenti virtuosi, si stigmatizzano nello stesso tempo tutti gli altri. L'algoritmo è un dispositivo che rafforza le opinioni. È un meccanismo reputato oggettivo che dà voce alla maggioranza silenziosa. È una tecnica che lavora al servizio delle banche, delle assicurazioni, di ogni tipo di serialità e contro ogni singolarità.

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Mai più senza, ovvero gli entusiasti della blockchainGinox · Cyber Bluff

Blockchain è uno di quei termini che ciclicamente invadono l'informatica moderna, una buzz word, utile a livello lessicale principalmente a riconoscersi tra simili. Se la pronunci nelle giuste cerchie e circolini, significa che hai colto l'affare del momento.

Il concetto nasce nel 1991 da un'idea di alcuni ricercatori per risolvere il problema della distribuzione di firme elettroniche. La cosa rimane però sostanzialmente ignorata, fino a quando non diventa l'ossatura del progetto Bitcoin, la mamma delle moderne criptomonete. La blockchain è di fatto un archivio, una sorta di libro mastro, cronologicamente ordinato e teoricamente immodificabile, si può solo aggiungere ma non togliere.

Perché questa cosa abbia creato così tanto entusiasmo è un mistero per molti informatici, me compreso. Le ragioni vanno ricercate, credo, nella sfera dell'economia. Le criptomonete sono divenute un gioco redditizio per investitori rampanti, ognuna si basa su una blockchain utilizzata per registrare le transazioni. Qualcosa di utile a creare un fenomeno così pervasivo, deve per forza essere intelligente... Se si usa la parola "blockchain", ad esempio per un bando di qualche progetto, ci si potrà fregiare dell'aggettivo "innovativo", anche se in quel contesto quella particolare soluzione tecnica è inutile e ridondante.

Le blockchain attirano le attenzioni dei soggetti più vari. Recentemente Banca Etica ha promosso un convegno "Blockchain e la sfida della sostenibilità", con tanto di esposizione di crypto art su una piattaforma realizzata attraverso la blockchain Hive, un progetto di nicchia, che punta molto sugli NFT, di cui ci siamo permessi di parlare male in un altro articolo di questa rubrica. Il meccanismo per cui la blockchain riesca a fare breccia anche nei settori "alternativi" è un altro mistero, forse dovuto a un ragionamento del tipo: se tutti ne parlano, qualcosa di buono ci deve essere.

Rimane però un fraintendimento di base: la dimensione della giustizia sociale pertiene a una sfera non tecnicamente determinabile, non c'è un escamotage tecnico che la possa garantire, è uno sforzo di volontà, in assenza del quale la tecnica non serve a nulla, neppure la blockchain. E in presenza di questa volontà la blockchain è soltanto un vezzo.

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7Attualità2 articoli
Contenzione illegittima, nessuno stato di necessitàperUnaltracittà · Attualità

La giurista Sofia Ciuffoletti interviene sul caso dell'ambulante soffocato dai vigili sui lungarni e ripreso in un video da testimoni di passaggio.

Due agenti del reparto antidegrado della Polizia municipale di Firenze fermano il 5 aprile scorso una persona che vende braccialetti vicino a Ponte Vecchio. Due testimoni riprendono in un video un uomo in borghese che tiene a terra l'ambulante - strattonandogli e serrandogli il collo con l'interno del gomito -, mentre quest'ultimo, con le tipiche urla agghiaccianti di chi sta perdendo il fiato, cerca di liberarsi dalla presa per non soffocare, subito dopo un altro agente si appoggia con il suo peso sull'ambulante.

I due testimoni vengono invitati dai vigili a "togliersi dalle palle" perché stanno "interrompendo un pubblico servizio" (sic). I testimoni - che successivamente sporgeranno denuncia in procura - affermano di aver visto uscire dalla bocca della vittima una schiuma di saliva mista a sangue e di aver parlato con un ristoratore che ha dichiarato che l'uomo dei braccialetti stava disturbando il pranzo dei clienti. Semplicemente.

A poco ci interessano le polemiche, animate anche dagli ondeggiamenti di opinione della giunta comunale (sulla vicenda è stato costretto ad intervenire anche Luigi Manconi con una lettera aperta al sindaco Nardella), si tratta di un fatto grave perché ci lascia la sensazione che a chi veste la divisa sia consentito di fare tutto ciò che vuole. Il soffocamento per fermare una persona non trova infatti cittadinanza nello stato di diritto.

Sul tema abbiamo interpellato la giurista e avvocata Sofia Ciuffoletti (qui il suo intervento https://bit.ly/3y9EaC7) che riveste il ruolo di segretaria generale del Network European prison litigation presso il Consiglio d'Europa e quello di analista della giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti Umani e dei diritti delle persone private della libertà personale.

"La contenzione, l'immobilizzazione di un corpo a opera di un altro corpo in divisa, impone necessariamente una riflessione sulle connessioni tra atti volti a garantire la sicurezza pubblica, conseguenze fisiologiche e psicologiche di tali atti sui corpi e sulle menti delle persone che vi sono soggette e responsabilità di uno stato di diritto rispettoso delle prerogative dell'habeas corpus" - ci ha detto Ciuffoletti. "Per questo la lungimiranza dei nostri padri e madri costituenti ha introdotto una riserva di legge sui casi e modi delle limitazioni alla libertà personale. Affermare che addetti alla pubblica sicurezza che operano con tecniche di contenzione che incidono sui corpi e sulle menti delle persone non possano essere chiamati a risponderne significa abdicare alla funzione di tutela dei diritti e alla limitazione dei poteri che è alla base della teoria dello stato di diritto".

"La Corte di Cassazione - continua la studiosa - ha affermato nella sentenza Mastrogiovanni che la contenzione ha una mera funzione cautelare e può essere scriminata solo nelle ipotesi di stato di necessità, ovvero in caso di pericolo attuale di un danno grave alla persona, pericolo altrimenti inevitabile e solo in condizioni di proporzionalità tra pericolo e azione contenitiva. Solo entro questi precisi confini la contenzione, qualsiasi contenzione, occorre ribadirlo, può essere scriminata. Sulla base delle affermazioni contenute nella sentenza Mastrogiovanni si può quindi ritenere che trovi applicazione anche nel caso fiorentino, rendendo così illegittima la mossa di immobilizzazione, in quanto non operata in condizioni di stato di necessità".

perUnaltracittà continuerà a seguire questa storia che ricorda troppo da vicino i casi di Riccardo Magherini, morto soffocato in Oltrarno dopo un controllo dei Carabinieri, e quello di George Floyd, assassinato da un agente di polizia a Minneapolis nel 2020.

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La propaganda che uccide la paceClara Baldasseroni · Attualità

L'informazione riporta le singole vicende della guerra ucraina dando ogni volta un "effetto" alle singole notizie, vediamo girare quegli stessi "spin" che sostennero la decisione di Bush&Blair di invadere l'Iraq. Tali spinte propagandistiche, tipiche dei momenti di guerra, stanno pilotando l'opinione pubblica in tutti i paesi. I media soffocano così il libero dibattito e indirizzano l'opinione pubblica, che pare priva di strumenti interpretativi solidi.

Tale propaganda di guerra tende a dividere il campo in maniera netta: da una parte i buoni, dall'altra i cattivi, e viceversa. Dalle nostre parti chi affronta la complessità viene fatto passare per pazzo. A Mosca i cattivi sono sempre e solo gli altri, e chi prova a pensarla diversamente finisce in carcere. Per il mainstream, ovunque esso si trovi, il nemico è da abbattere; assistiamo ad un muro mediatico che rende esuli i messaggi di pace. Continue omissioni - del presente per i russi, del passato per la Nato - servono a nascondere i fini reali della guerra e capire la realtà diventa sempre più difficile. In Russia la Novaja Gazeta è costretta a chiudere; la Silicon Valley cerca di cancellare la presenza russa da internet.

La complessità ci avvolge. In Ucraina si parlano due lingue, il russo e l'ucraino appunto, sono entrambe del ceppo slavo orientale. L'ucraino è la lingua ufficiale governativa, ma buona parte della popolazione è bilingue. A disilludere una convivenza pacifica sono ancora i tentativi di interferenza delle superpotenze imperialiste, che hanno scommesso su un conflitto interetnico.

In Ucraina stiamo assistendo all'ennesimo conflitto deciso dall'alto, per consolidare il potere dei governi e curare gli interessi economici dell'industria bellica. Il nostro governo sostiene che non ci sono i soldi per accogliere i profughi dal nord Africa o dalla rotta balcanica, ma riesce ad accogliere, giustamente con profusione di mezzi, quelli ucraini. Allo stesso tempo annuncia che verranno aumentate le spese militari. Impossibile per noi credere che mandare armi possa essere un modo per concludere la guerra.

Il resto del mondo intanto continua la sua tragica esistenza. La Palestina sta scomparendo, Gaza subisce un blocco commerciale da 15 anni, mentre l'occupazione di Israele condanna gli aiuti umanitari accusati di rafforzare il terrorismo. I soldati e cecchini israeliani continuano a compiere arresti e provocare morti e feriti. Molti crimini di guerra non vengono riportati o non vengono definiti tali. Di sicuro nessuno invierà mai armi ai palestinesi per difendersi. Notiamo anche il silenzio complice dei media su molti anni di bombardamenti sauditi sui civili nello Yemen, che hanno provocato una catastrofe umanitaria. Lo stesso silenzio è calato sull'enorme numero di morti della guerra in Iraq: tra i 650mila e gli 800mila a seconda delle fonti.

Senza maschere né segreti eravamo e restiamo contro la guerra, senza se e senza ma.

"Ecco la mappa dell'acciaieria Azovstal". Ma era la grafica di un videogioco. L'incredibile "scivolone" di Piazzapulita e altre trasmissioni tv mostra la situazione penosa dei nostri media, ormai malati di scoop e sempre più inaffidabili.

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Il futuro di MondeggiOrnella De Zordo · Beni comuni

Dopo l'apertura della Città Metropolitana restano ancora indefinite le prospettive della "fattoria senza padroni".

Nel luglio 2021 il sindaco metropolitano Dario Nardella dichiarò di non voler più vendere la tenuta di Mondeggi, ma di volerla recuperare con i fondi del Pnrr (52 milioni a disposizione), confrontandosi con la comunità di Mondeggi Bene Comune per valutare la possibilità di arrivare a un progetto condiviso. Su questo tema abbiamo intervistato Roberto Checcucci, che si occupa della gestione del bene comune a Mondeggi.

Cosa è accaduto nei mesi successivi all'annuncio?

La decisione della Città Metropolitana ci ha colti di sorpresa. Questo cambiamento, dopo 8 anni di silenzio alternato a minacce di sgombero, ha prodotto un ricco e articolato confronto interno nel quale ha prevalso l'orientamento di andare a verificare le reali intenzioni. Abbiamo più volte chiesto formalmente l'inizio del preannunciato dialogo, ma la Città Metropolitana non ha mai risposto, nonostante il pochissimo tempo dato dal Ministero per predisporre un progetto. Abbiamo comunque intrapreso un percorso progettuale interno, finalizzato sia alla sistematizzazione di tutte le attività che stiamo portando avanti, sia alla definizione di un progetto da estendersi su tutta la tenuta di Mondeggi. Nel frattempo abbiamo continuato a lavorare e curare la terra, come sempre.

Nasce così il progetto condiviso "Mondeggi oltre Mondeggi". Un grande lavoro collettivo, ci siamo uniti attorno ad un'idea davvero comune sulla Mondeggi del futuro. Da questo lavoro è nata anche la mappatura "Passaggio a sud-est" a cura del Forum Beni Comuni e il progetto "Mondeggi bene comune". Abbiamo fatto una presentazione pubblica e un laboratorio di coprogettazione dove sono stati coinvolti associazioni e cittadini.

In che modo hanno partecipato le istituzioni?

Benché invitate, erano assenti, e questa assenza la dice lunga sulla loro disponibilità nei nostri confronti, ma noi vogliamo arrivare in fondo, cioè non vogliamo sottrarci ma verificare se e come verrà recepito il nostro progetto, nel quale abbiamo investito tempo e energie.

Quali sono i punti di forza del progetto?

Agricoltura agroecologica, sostenibilità energetica, inclusione sociale, cura della persona, libera trasmissione dei saperi, nella forma di "bene comune", ovvero una forma innovativa di autogoverno della proprietà pubblica. Ora, se da un lato la privatizzazione del bene sembra definitivamente scongiurata, sul nostro futuro non abbiamo garanzie. Ad oggi la nostra priorità politica è la salvaguardia e la valorizzazione della proposta che in questi anni ha visto coesistere ambito agricolo e sociale.

Nell'ultimo periodo qualcosa si è mosso.

La Città Metropolitana ha incaricato due squadre di tecnici dell'Università di Firenze per redigere un progetto di fattibilità tecnico-economica per il ministero competente. Ci hanno incontrato e hanno ascoltato le nostre proposte, vedremo presto gli eventuali frutti. Intanto la Città Metropolitana ha inserito Mondeggi tra gli interventi del Pnrr approvando la fattibilità della proposta progettuale "Rigenerazione territoriale della Tenuta di Mondeggi". Un passo concreto.

Cosa vi aspettate nelle prossime settimane?

Allargheremo la coprogettazione a tutte le realtà che lo vorranno e vedremo che tipo di risposta arriverà. Basta che quanto scritto nell'atto della Città Metropolitana, e cioè che: "La strategia di progetto intende preservare il bene nel suo complesso, valorizzando un approccio unitario e integrato sia nelle soluzioni programmatiche, sia in quelle spaziali, attraverso un sistema di interventi strutturali organizzati attorno a quattro asset progettuali: i beni territoriali, le reti, i beni architettonici, le attrezzature" non siano solo parole. Noi siamo abituati a far coincidere le parole ai fatti. Ora sta a loro dimostrare che sono all'altezza della sfida non solo organizzativa, ma anche culturale, sociale e economica che abbiamo posto.

https://www.facebook.com/mondeggi.benecomune

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Niente sgomberi senza tutele, lo dice il Consiglio di StatoRedazione · Casa

Prima di procedere ad uno sfratto o ad uno sgombero, si devono mettere in atto tutte le misure necessarie a non far finire le persone per strada. Anche in caso di occupazione. A dirlo non sono i movimenti di lotta per la casa, bensì il Consiglio di Stato, con una sentenza del 16 marzo scorso, emessa in seguito al ricorso presentato da Roma Capitale contro Investire SGR spa.

La società per azioni, che gestisce un patrimonio di oltre sette miliardi di euro, distribuito in 52 fondi immobiliari, aveva ottenuto dal TAR del Lazio la diffida a Comune e Prefettura ad eseguire lo sgombero di un immobile occupato a Roma, entro 120 giorni. Il Consiglio di Stato però ha ribattuto che questo non può avvenire, senza aver prima dato un'alternativa concreta, tutelando i livelli essenziali di assistenza. Una sentenza destinata a fare giurisprudenza.

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Crescono le malattie da smog. Allarme dell'Ordine dei mediciRedazione · Salute

Asma, patologie cardiache e cancro. Sono queste le malattie da inquinamento atmosferico che, secondo l'ordine dei medici chirurghi e odontoiatri, stanno aumentando fortemente anche a Firenze. L'allarme è stato lanciato in occasione della Giornata Mondiale della Salute istituita dall'Organizzazione Mondiale della Sanità.

Le patologie legate allo smog possono essere di vario tipo: infiammazioni ai bronchi, polmoniti, peggioramento dell'asma, ipertensione, problematiche cardiovascolari ed anche tumori.

Secondo l'Oms nel mondo ci sono 13 milioni di decessi annui imputabili a cause ambientali evitabili, 13 persone al giorno perdono la vita per colpa di patologie scaturite dall'inquinamento dell'aria, oltre il 90% respira aria malsana, mentre non si arrestano il riscaldamento globale e gli eventi atmosferici estremi che contribuiscono a generare condizioni di degrado sanitario.

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Bollette acqua, al via le domande per la riduzioneRedazione · Agevolazioni

Fino all'11 giugno si possono presentare al Comune di Firenze le domande per il bonus idrico integrativo per il 2022, ulteriore agevolazione rispetto al bonus nazionale.

La domanda dovrà essere presentata alla direzione servizi sociali via email all'indirizzo bonus.idrico@comune.fi.it. La modulistica può essere scaricata dal sito del Comune o ritirata presso la direzione servizi sociali.

Il bonus idrico integrativo è destinato ai nuclei con un valore Isee non superiore ai 15mila euro; in caso di famiglie numerose con almeno quattro figli a carico, il valore Isee di accesso non potrà superare i 20mila euro. Il bonus idrico integrativo è stato stabilito dall'Autorità Idrica Toscana per tutti i cittadini dei comuni dell'ambito, che si trovano in condizioni socio-economiche disagiate. Ogni comune ha poi definito la soglia di reddito per l'accesso e la misura dell'agevolazione.

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9Attualità2 articoli
GKN, una storia da ascoltare a puntate su Rai Radio 3Valentina Baronti e Camilla Lattanzi · Attualità

Un audiodocumentario realizzato dalle nostre autrici ripercorre la lotta operaia di questi otto mesi, a partire dalla mail di licenziamento, "Lo scherzo" del titolo.

Era il 19 settembre 2021 quando varcammo per la prima volta i cancelli della GKN di Campi Bisenzio, dietro a I Gigli, iscritte a un turno del presidio, che stava andando avanti dal 9 luglio e che vedeva impegnati sia gli operai che tante persone esterne chiamate i solidali. Entrammo in fabbrica con l'idea di raccogliere una storia per Fuori Binario e in effetti scrivemmo un pezzo, che uscì nel numero di ottobre. L'idea era quella di trascorrere una domenica insieme, scrivere un articolo e tornare a casa, ma a quei cancelli noi ci siamo rimaste impigliate: anche uscendo dalla fabbrica in qualche modo eravamo sempre lì, e parlando tra noi, si tornava su quegli operai straordinari, quella intelligenza diffusa, quei sindacalisti capaci di fare sindacato davvero, quelle decine e decine di lavoratori che non si limitano a delegare ma partecipano, con parole, fatti e con spessore umano. È stata questa atmosfera, contestataria e propositiva, ma umana nella sua drammaticità, a farci appassionare alla visione di #Insorgiamo.

Non pensavamo che servisse il microfono e invece lo abbiamo acceso fin dal primo giorno, perché era evidente che in quel posto si stava facendo la Storia, e che il caso GKN era "un caso nazionale, un caso politico".

È nato così l'audio-documentario "Lo scherzo. Il caso GKN, lotta operaia del terzo millennio", da quel pomeriggio di sole e vento, trascorso con persone estranee e familiari, dalla sensazione di avere trovato finalmente una casa per le nostre idee.

Con noi, da subito, c'è stato Gianluca Masala, che di mestiere fa il tecnico del suono e che ha contribuito a definire le atmosfere del lavoro e il filo conduttore che legava le puntate, diversissime tra loro. Sarà Rai Radio Tre a diffondere il ciclo di cinque puntate: quattro delle quali andranno in FM, nel format Tre Soldi, il 2-3-5-6 maggio alle 19:50, mentre tutte e cinque saranno disponibili su www.raiplayradio.it e sull'app raiplayradio.

"Lo scherzo" è il titolo che ci hanno suggerito gli operai, che, quando hanno ricevuto senza preavviso la email con cui la proprietà annunciava chiusura e licenziamenti, non ci credevano. Poi però si sono organizzati per rispedire lo scherzo al mittente. Il documentario inizia così, da questa burla terribilmente seria, che in poco tempo si trasforma in una presa di coscienza collettiva, in un movimento nuovo, che affonda le radici in una tradizione sindacale gloriosa e punta lo sguardo dritto verso l'obiettivo: difendere la dignità dei lavoratori.

Le difficoltà ci sono: i rapporti di forza sono impari e i media hanno più volte dato il caso come risolto, prendendo per buone quelle promesse di re-industrializzazione che però, dieci mesi dopo, restano ancora disattese.

Andrà tutto bene? Non possiamo saperlo e "Lo scherzo" non svelerà l'arcano. Ma una cosa è certa: tutto quello che si è ottenuto, è frutto della lotta e con la lotta dovremo continuare a difenderlo.

Il prossimo appuntamento è il 15 maggio per un'assemblea nazionale di restituzione e rilancio del corteo del 26 marzo scorso a Firenze.

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Scritture... d'evasioneBarbara Imbergamo · Attualità

Una collana editoriale del Collettivo Informacarcere.

Il Collettivo Informacarcere del Centro sociale evangelico di Firenze da sempre impegnato a favore dei detenuti - dai contatti epistolari con chi sta scontando una pena, ai tirocini di inserimento lavorativo per chi ha finito di scontare la pena - ha avviato, da qualche mese, un nuovo progetto legato alla scrittura e al carcere.

Il progetto "L'evasione possibile" si è presentato alla città lo scorso 18 marzo in un pomeriggio pubblico alla Biblioteca delle Oblate nel quale sono stati presentati i primi due testi: Alessio Attanasio, L'inferno dei regimi differenziati e Giovanni Farina, Poesie d'amore dal carcere, due volumi che ben rappresentano lo spirito della collana, che punta sia a far conoscere le condizioni di vita dei detenuti sia consentire loro spazi di evasione.

L'intenzione del Collettivo e del progetto è di lavorare a tutto tondo sul rapporto tra carcere e scrittura, conducendo una mappatura di tutte le esperienze di scrittura già attive in Italia e dando vita a una rete a livello nazionale. Di queste esperienze di scrittura - che può essere creativa, epistolare, biografica, di bollettini e fogli del carcere cartacei e on line - se ne contano a decine nelle principali carceri italiane tra quelle consolidate e durature e altre di più breve durata.

È possibile collaborare e sostenere il progetto acquistando i volumi o organizzando delle presentazioni, scrivendo a collettivocse.informacarcere@gmail.com e seguendo la pagina Facebook Collettivo-Informacarcere-del-Centro-Sociale-Evangelico-di-Firenze.

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Vera o finta, la carne è insostenibileRedazione · Restiamo Animali

Gli allevamenti intensivi hanno un impatto enorme ma a salvare il pianeta non sarà il cibo di laboratorio.

Il meno che si possa dire è che i consumi di carne devono calare drasticamente e da subito, se vogliamo lottare seriamente contro il surriscaldamento globale, giunto vicino se non già oltre i livelli di guardia. Gli scienziati del clima non fanno che ribadirlo, rapporto dopo rapporto: gli allevamenti di animali - sostengono - hanno un impatto ambientale enorme, in termini di consumo di acqua e di suolo nonché di inquinamento. La questione ecologica, dunque, si è affiancata a quella animale basata sul rifiuto dello sfruttamento e dello sterminio di vite senzienti a fini alimentari.

Ma come uscire dal "carnismo", cioè da un sistema materiale ma anche ideologico (il mangiar carne come pratica pretesa come "naturale" o come espressione di tradizioni da tutelare) che permea le culture umane e che si è esacerbato nella moderna società dei consumi? La via maestra, va da sé, è il progressivo passaggio a diete basate principalmente su proteine vegetali, ma ogni trasformazione collettiva, vista con gli occhi del business e dell'innovazione tecnologica, è anche una grande occasione d'affari. Non sorprende perciò che sia nato un nuovo filone d'impresa (specie a opera di grandi multinazionali) attorno a un nuovo prodotto: la carne sintetica, nelle sue varie formule.

In apparenza tutto torna: niente sofferenza animale, niente iperconsumi d'acqua e di suolo, e anche il gusto, a quanto pare (alcune versioni di "finta carne" sono già in commercio), è preservato. C'è un però. Anzi più di un però. Intanto, la qualità del cibo: la "carne sintetica" è per definizione un alimento molto elaborato, come e forse più di tutti i cibi industriali: non può dunque essere questa la frontiera dell'alimentazione futura. In aggiunta, una sua vasta diffusione darebbe un'ulteriore spinta alla colonizzazione e uniformazione delle abitudini alimentari, sommandosi alla tendenza dei grandi marchi a dominare i mercati.

Molti osservatori temono poi che la scomparsa degli allevamenti comporterebbe un dissesto economico per molti lavoratori e imprese familiari. Quest'ultima obiezione - certo sensata - vale anche per il più generale progetto, al momento in realtà solo un auspicio, di progressivo superamento degli allevamenti intensivi, ma può essere affrontata con opportune iniziative di conversione aziendale verso altre produzioni (conversioni che dovrebbero riguardare anche quei settori agricoli che producono alimenti destinati al bestiame). Restano gli altri problemi e rimane inevasa una questione più generale, cioè la necessità di ripensare il mondo in un'ottica aperta a tutte le forme di vita.

La "carne sintetica", in sostanza, non sembra la risposta giusta a una domanda sempre più pressante. L'alimentazione prevalentemente vegetale non solo è più sana, ma anche più vicina a tradizioni alimentari che solo negli ultimi decenni sono state abbandonate e inoltre prefigura un mondo nuovo, meno antropocentrico, più attento alle esigenze di Gaia, cioè della vita sul pianeta Terra. Un'altra alimentazione e quindi un'altra economia e un'altra società sono possibili.

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Ode alle infestanti e all'erba altaValentina Baronti · Millefoglie

Andar per erbe selvatiche è il più antico atto umano di alimentazione, eppure non possiamo limitarci a considerarla un'abitudine tradizionale, perché è qualcosa che nei millenni si è evoluta moltissimo.

Le erbe, al pari degli altri elementi della natura, mutano, si spostano, si adattano ai cambiamenti. Solo pochi giorni fa, camminando in una periferia industriale, dal marciapiede ho visto spuntare una pianta enorme di strigoli. Sì, proprio sul marciapiede. E pensare che io, per trovarne una quantità sufficiente in campagna, devo camminare per ore. Gli strigoli (Silene vulgaris) sono tra i più delicati, perché sono perenni e con radici in superficie, quindi le lavorazioni dei terreni li hanno praticamente fatti scomparire dai nostri oliveti. Eppure su quel marciapiede crescevano, rigogliosi come non mai.

La lotta senza quartiere alle infestanti, che i contadini prima e le aziende agricole poi, hanno perseguito con abnegazione e tenacia, ha impoverito i campi, li ha resi sterili e quindi inospitali per quelle piante ancestrali. Ma loro, le erbe, non si sono date per vinte e oggi le troviamo dove non ce le aspettiamo. I migliori vivai di selvatiche sono le aiuole, i bordi stradali e i giardini pubblici: lì nessuno le disturba, nessuno si accanisce a eradicarle, nessuno tocca le loro preziose radici.

Per questo, quando vedo l'erba alta nelle aiuole, invece di inveire contro l'inefficienza dei servizi pubblici, io sono felice. Sono felice perché so che quel cardo mariano che avevo visto mentre portavo fuori il cane, forse ce la farà a fiorire e a disseminarsi, perché quell'argine si riempirà dei fiori viola della borragine e lungo la strada vedrò ondeggiare le campanule dei raperonzoli. Certo i ritagli verdi in città non sono il posto più sano in cui raccogliere le erbe selvatiche, ma intanto loro così continuano a disseminarsi, ad evolvere, a cambiare, ad adattarsi e quindi a vivere. A pensarci bene, è un atto rivoluzionario.

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  • verde urbano
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La cavallina di Acate, una vittima fra tanteCamilla Lattanzi e Lorenzo Guadagnucci · Restiamo Animali

Una cavallina di dieci anni è stata rapita e uccisa in modo sadico da due uomini sulla trentina che sono stati identificati: è accaduto ad Acate, in provincia di Ragusa, lo scorso 3 aprile, alle 5 del mattino. I due criminali hanno legato la pony all'auto e hanno fatto partire la vettura a tutta velocità, trascinandola per chilometri sull'asfalto, causandole terrore, dolori lancinanti, lacerazioni e fratture esposte su tutto il corpo.

La cavallina è stata poi abbandonata sul ciglio della strada statale 115, Sud Occidentale Sicula. Le foto del corpo, pubblicate in rete, sono inguardabili, ma basta la lunghissima strisciata di sangue lasciata sull'asfalto a immaginare il dolore sofferto da questa cavallina nel dire addio alla vita.

L'episodio potrebbe avere più significati: una bravata sadica, o un segnale di "supremazia" di stampo malavitoso su un territorio dove gli animali, i cavalli in particolare, sono tenuti in scarsissima considerazione. In quella zona, non di rado la malavita organizza corse clandestine di cavalli e combattimenti tra cani a scopo di scommessa.

Sbaglia chi pensa che la notizia sulla fine della cavallina sia un'eccezione che conferma la regola: gli animali non umani sono abitualmente trattati come merce, come giocattoli, come corpi da sfruttare, da mangiare, da addestrare, da esibire. Non entriamo in contatto visivo con i loro calvari, ma sono miliardi le atroci morti occultate da un sistema di dominio e sfruttamento che normalizza violenze da capogiro.

La cavallina di Acate è stata vista, fotografata, e la sua fine ha suscitato indignazione e desiderio di giustizia. La sua esposizione mediatica ha dato voce a tutti quegli spettri che né prima, né durante, né dopo la morte hanno avuto la possibilità di lanciare un grido di dolore. Siamo indisponibili a rassegnarci a questa strage silenziosa: scrivere di questo, leggerne, rappresenta un piccolo riscatto.

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Piazza Tasso, quel che resta di una Firenze popolareElisa Biagini · Città

Resiste in Oltrarno un luogo non patinato ma vissuto dagli abitanti, con poche vetrine, un campetto sportivo e tanto attivismo sociale.

Qui in Oltrarno c'è un luogo di confine, poroso e denso di voci: un luogo che era di prati ed orti ma anche di un sottoproletariato urbano, che la Firenze borghese ha sempre tentato di allontanare con operazioni di gentrificazione ante litteram.

Piazza Tasso si chiama così solo dal 1913 e la sua riqualificazione è iniziata con la problematica avventura di Firenze capitale e i relativi discutibili interventi di Poggi e compagni. Alla fine dell'800 nella piazza era presente la barriera del dazio, e non lontano, poco dopo, sono iniziati i lavori per la creazione di villette residenziali alle pendici della zona signorile di Bellosguardo, molto amata da scrittori e artisti di lingua inglese e non solo, già dalla metà dell'Ottocento.

Ma mentre si tentava di bonificare, ripulire, adeguare la zona ad un decoro di gusto piemontese, le persone che la popolavano resistevano, opponevano la vita alla definizione di "gente triste e svergognata". E questo filo di resistenza che lega la piazza di oggi al passato ha avuto un suo nodo fondamentale durante la Seconda Guerra Mondiale: tutta la zona è ricca di episodi di lotta alla barbarie fascista e nazista, ma è qui uno dei suoi luoghi più dolenti e di più viva memoria ovvero il monumento all'eccidio di civili per mano della fascista banda Carità del 17 agosto 1944.

Questo vento antifascista e anche un po' anarchico continua anche oggi a soffiare le sue storie: quella di Lorenzo Orsetti, morto a fianco dei Curdi nel 2019 ricordato su uno dei muri della piazza (ma in tutto il quartiere è facile incontrare lo stencil che recita "Orso vive"), le attività dei ragazzi di Occupazione di Via del Leone che intervengono con aiuti alimentari e lottano contro gli sfratti (senza dimenticare di portare il cinema in piazza!), come pure i vari centri diurni sempre in via del Leone e nella vicina via della Chiesa, sede anche dell'Albergo Popolare. Sotto lo sguardo vigile della quanto mai attuale trecentesca Madonna del Morbo scorrono senza tetto, immigrati in cerca di aiuto legale, anziani che non arrivano a fine mese ma anche studenti, ragazzi che si incontrano per giocare a calcio, bambini e cani. Un confine poroso tra mondi diversi ma che vogliono incontrarsi, annusarsi, sulle panchine come dentro la bella biblioteca comunale dedicata allo scrittore per ragazzi Pietro Thouar. Una cacofonia di voci che cerca di sopravvivere alla triste omologazione della finta armonia imposta da bottegai e turisti, alla "domesticazione" che ha in larga parte snaturato la vicina Piazza Santo Spirito. Perché questo non è un luogo bello secondo canoni rinascimentali o di plastificazione contemporanea, ma un luogo vero.

www.elisabiagini.it

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L'armadio-frigo del detenuto ingegnosoCincirinella · Ricette di cella

Cominciamo la nostra escursione nell'empirismo carcerario dal frigorifero. Non l'invenzione più geniale, non quella più ricca di aneddoti, ma certamente tra le più funzionali.

Per prima cosa va individuato un armadietto da adibire a nuova funzione. Probabilmente, visto il perenne sovraffollamento dell'aspirante lager chiamato Sollicciano, è l'impresa più ardua.

Una volta raggiunto il difficile accordo con i "coinquilini" si smonta lo stipetto dal muro.

Ora andiamo sul tecnico.

Con il tappo di una latta di pelati (sarebbe meglio di ananas ma è di difficile reperibilità) ripiegata come scavino, fare dei fori sulle pareti laterali in cui inserire dei fili di straccio all'interno che permetteranno di fare aderire alle pareti le bottiglie di acqua congelata che verranno inserite.

Fissare bene gli stracci e sigillare i fori con il dentifricio a mo' di stucco. (Il dentifricio è il materiale multiuso carcerario per eccellenza).

Tagliare poi una cassetta grande della frutta di plastica (reperibile tramite il portavitto di sezione) a misura del lato inferiore dell'armadietto e inserirla al contrario in modo da creare un simil ripiano all'interno.

Collocato nell'anfratto più vicino al "fresco" nell'unica stanza disponibile, il frigo è fisicamente pronto.

Reperite, riempite e riposte nel freezer di sezione le bottiglie di plastica d'acqua, si aspetta domani (magari uno migliore).

Una volta congelate prendere le bottiglie dal freezer e sostituirle con il medesimo numero di quelle da congelare.

Portate in "stanza", collocare le vostre panette di ghiaccio al di sotto del ripiano creato con la cassetta e ai lati all'interno dei lacci precedentemente fissati.

Et voilà, il vostro frigo per un giorno è pronto.

Ripetete l'operazione quotidianamente (potete comunque usare il solito stipetto!) e i risultati, contestualizzati, saranno soddisfacenti.

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Accettare, sostenere, lottare insiemeAgedo Toscana · Intersexioni

Intersexioni ospita Agedo Toscana.

Il 17 maggio ricorre la Giornata internazionale contro l'omofobia, la bifobia, la transfobia (o IDAHOBIT, acronimo di International Day Against Homophobia, Biphobia, Transphobia). Buona occasione per parlare di Agedo, associazione di genitori parenti e amici di persone lgbtqia+ (lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer, intersex, asessuali, ecc.), che dal 1993 è attiva su tutto il territorio nazionale, con ben 31 sedi in tutta Italia. Nasce dall'esigenza di creare uno spazio non giudicante dove confrontarsi, condividendo le proprie esperienze, traendone un arricchimento personale e familiare.

Nel tempo le attività di Agedo si sono diversificate, evolvendosi secondo le necessità di una società in continua trasformazione. È fondamentale per noi, anche attraverso le attività svolte nei nostri punti di ascolto, condividere l'importanza di sostenere lƏ nostrƏ figliƏ, prima durante il loro percorso di autoconsapevolezza, e poi in quella che è la lotta per il riconoscimento dei diritti di tuttƏ, cominciando da quello di potersi esprimere per ciò che si è.

La strada è lunga e passa dalla necessità di abbattere i pregiudizi, il più delle volte figli dell'ignoranza. Indispensabile quindi diffondere una corretta informazione, attraverso incontri, corsi e progetti svolti nelle scuole, in collaborazione con professionisti competenti.

Anche l'uso delle parole, attraverso un linguaggio corretto, svolge un ruolo importantissimo. Infatti spesso sottovalutiamo le conseguenze dell'uso di termini, che possono veicolare un significato che va al di là di quello puramente letterale.

Un altro ambito in cui opera Agedo è quello dei luoghi di lavoro, al fine di contribuire alla creazione di un ambiente il più possibile inclusivo, attraverso l'adozione di buone prassi.

Agedo è un'associazione senza fini di lucro, apolitica, aconfessionale, aperta a chiunque voglia avere un confronto pacifico. Combatte ogni forma di discriminazione, lottando per l'abbattimento di pregiudizio e stigma sociale, in ogni sua espressione.

Per maggiori informazioni su Agedo: www.agedotoscana.it oppure sui canali social (facebook e instagram).

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Amore e fumogeniFraska · Attualità

Racconto semiserio di un pomeriggio periferico un po' inquieto.

Questa è una storia senza inizio né fine. Una di quelle situazioni in cui ci si ritrova dentro all'improvviso e non si ha il tempo per riflettere sulle proprie azioni se non col senno di poi.

Stavo camminando per la via e poco ci manca che mi prendessi un fumogeno in bocca, al posto della sigaretta che mi proponevo di fumare.

"Cazzo succede qua?" - mi chiedo mentre già cominciano a bruciare gli occhi e ad appannarsi la vista. Non riesco a raggiungere la cabina telefonica per trasformarmi in supereroe (cazzo non se ne trova più una, non ho idea di come faccia Spiderman ultimamente) e quindi mi becco la burrasca in faccia come un qualunque moscone di queste parti.

Vengo trascinato al bordo della strada da due soggettoni che inizialmente fanno quasi simpatia perché sembrano i playmobil con cui giocavo da bambino. Tanto di casco e piedoni piatti. E quasi penso "fico!", ma il dolore delle bastonate sul groppone mi inibisce l'iniziale cordialità. Purtroppo ho anche già sgozzato due Tennent's e il mio stomaco si ribella all'esercizio fisico imposto e al mio scarso tentativo di difesa, così mi spiaccico a terra. Unica soddisfazione è vomitare il mio odio sugli scarponi che mi pestano.

Ma sono un ragazzo fortunato e forti braccia mi salvano da quell'intrico istituzionale portandomi via (devo dire di peso) e non ho pena per quei tutori dell'ordine al momento disorientati e incapaci di proteggermi. I miei santi protettori sono comunque molto più simpatici, smilzi e stilosi (fuck the police), sanno il fatto loro in queste situazioni anche senza essere addestrati ad ubbidire a spese dei contribuenti.

Tuttavia, quando mi rialzo e acquisto equilibrio sulle gambe, ho poco da compiacermi: avverto il classico calore del sangue quando scivola sulla testa da una ferita aperta e sento puzza di kebab andato a male sul petto. Mentre mi osservo noto un capello attaccato addosso alla mia felpa. Lungo, bruno e bello. È un suo capello. Reperto di ciò che stringevo prima di essere catapultato tra la marea delle scorrettezze cittadine. "Quel che conta è l'amore" - mi dico, e l'amore è per me questo filo proteico tra le dita. Cose preziose a guardia del baratro in cui quotidianamente rischio di cadere, mettere cose belle a difesa del mio benessere interiore è ciò che mi salva.

Nel dopo sera alla teleinvasione hanno raccontato follie da reality show. Nessuno che abbia avuto il coraggio di dire mezza verità. Il manicheismo di Stato è penoso e le vittime sono civili come in ogni guerra. Ma se questa è guerra cosa dobbiamo aspettarci da questi militi che marciano e pestano nella loro stessa nazione. Ci guardiamo le terga... solo rispettate l'amore.

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Se niente importa. Perché mangiamo gli animali?Giuliana Mesina · Fuori Scaffale

Dopo oltre 12 anni dalla sua uscita, il saggio di Jonathan Safran Foer ha ancora molto da raccontare: siamo quello che mangiamo oggi come allora.

L'alimentazione vegetariana o vegana è oggi molto più diffusa, al punto da essere quasi una moda, ma ancora manca una consapevolezza che metta in correlazione il modello alimentare, i sistemi di produzione, l'impatto sul pianeta, il consumo di risorse naturali, il modello economico e lavorativo.

L'autore descrive un percorso personale, legato alle sue origini ebraiche: tutto ha inizio dal ricordo della nonna che ha sofferto la fame durante la guerra, e ha trovato tuttavia la forza di rifiutare la carne di maiale perché non "kosher". "Se niente importa, non c'è più nulla da salvare", così diceva la nonna, evidenziando come il cibo non sia solo cibo, ma anche "terrore, dignità, gratitudine, vendetta, gioia, umiliazione, religione, storia e, ovviamente, amore".

Da questo insegnamento l'autore trae lo spunto per il suo racconto-inchiesta scaturito da un lungo viaggio negli allevamenti intensivi americani, che descrive le violenze spesso gratuite e torturanti che il modello intensivo impone.

Si riportano le voci di allevatori, addetti alla macellazione e attivisti animalisti, si descrivono animali stipati in pochi decimetri, imbottiti di antibiotici, tacchini che non riescono a reggersi in piedi, scrofe costrette a partorire in gabbie troppo piccole, animali macellati ancora vivi.

Ma si parla anche di allevatori più consapevoli, che offrono carne di qualità migliore, che non "drogano" i loro animali, che danno loro ampi spazi per crescere e vivere, che cercano di sopprimerli in modo dignitoso, pur con tutte le inevitabili contraddizioni.

È un testo ormai classico della cultura animalista mondiale, ma ha il pregio di non voler imporre la scelta di alimentazione vegana come modello assoluto: vuole semmai contribuire a ridurre il consumo di carne, per migliorare la salute nostra, del pianeta e degli animali.

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Il denaro, un gradino da abbattereIlaria Simoncini · Se hai, hai per dare

La finanza tradizionale è un orizzonte mentale nel quale siamo tutti immersi, e, per rivoluzionarla, dobbiamo innanzitutto cambiare noi stessi e la nostra visione del denaro.

La moneta, nata come strumento per dare un valore alle merci e semplificare gli scambi, si è trasformata in merce essa stessa, cedibile dietro il pagamento di interessi, unica merce in grado di replicare sé stessa. Ed è diventata simbolo di potere, unità di misura anche del valore delle persone e della loro possibilità di incidere sui destini degli altri.

Non sfugge neppure l'ambito familiare. Non ci creiamo troppi problemi a chiedere in prestito un'auto o qualsiasi altro bene materiale, ma se quello di cui abbiamo bisogno sono i soldi, allora cambia tutto, nascondiamo il problema, cerchiamo qualsiasi strada, pur di non rivolgerci alla famiglia o agli amici. Perché il denaro, quando entra nei rapporti, può essere un pericoloso veleno, di cui noi ci ostiniamo a trovare l'antidoto.

Il denaro è quel gradino che separa chi ha, da chi non ha, dimenticando quello che ognuno di noi è. E noi ci ostiniamo a cercare di abbattere quel gradino.

Chi chiede un prestito MAG a volte pensa di essere di fronte all'ennesima società finanziaria, che in quarantotto ore ti accorda il prestito, purché tu abbia le giuste credenziali. E si presenta mostrando le sue carte migliori, offrendosi di pagare rate altissime. Poi si trova davanti a persone con le quali si può parlare d'altro, si possono condividere problemi. E l'atteggiamento iniziale, un po' riservato e intimidito, si scioglie in una maggiore rilassatezza. Quando, ben oltre al denaro, alle persone viene data fiducia, quella fiducia può germogliare e, nel tempo, diventare condivisione, responsabilità, appartenenza ad una comunità. E non si sa più chi ha dato cosa e chi ha preso cosa, la relazione ha soppiantato il denaro nell'orizzonte dei rapporti. È difficile, e non sempre accade, ma se accade, allora vuol dire che è possibile.

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13Attualità4 articoli
CPA Firenze Sud #luoghiamiciRedazione · Servizio

La storia del CPA Fi Sud inizia alla metà degli anni Ottanta quando alcuni abitanti di Gavinana e Sorgane lanciarono l'idea di costruire "un'alternativa all'emarginazione, all'eroina e all'isolamento" allora, come oggi, imperante.

Da allora il "Cippi", come viene amichevolmente chiamato, ha compiuto passi da gigante e resiste ancora a chi vorrebbe normalizzare una realtà sociale tra le più importanti della città.

La sede è in via Villamagna 27/a e tante sono le attività, realizzate tutte con il crisma dell'antifascismo, che animano la ex scuola occupata: concerti, film, palestra popolare, ciclofficina, la libreria Majakovskij, iniziative contro la repressione, il carcere e le istituzioni totali.

Il prossimo appuntamento è con Sgrana & (Tra)balla, la tre giorni di musica popolare che si terrà dal 16 al 18 giugno.

Se avete un #luogoamico da proporre non esitate! Scriveteci a redazione@fuoribinario.org o telefonateci allo 0552286348.

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  • Gavinana
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#Luoghiamici - Dove trovare il giornale?Redazione · Servizio

Una rete solidale di gruppi, realtà, associazioni, movimenti che accompagnano la crescita dei diffusori di Fuori Binario: per ridurre i costi di acquisto a loro carico, per rinsaldare i rapporti con la città, per ampliare il numero dei lettori e delle lettrici. Hai un luogo amico da proporre? Scrivici una email a redazione@fuoribinario.org per maggiori dettagli.

  • Anelli Mancanti in via Palazzuolo 8
  • Casa del Popolo 25 Aprile in via del Bronzino 117
  • Casa del Popolo Le Panche in via Giulio Caccini 13b
  • Comunità delle Piagge in piazza Alpi-Hrovatin 2
  • Comunità Isolotto in via degli Aceri 1
  • Cpa Firenze Sud in via di Villamagna 27/a
  • Csa Next Emerson in via di Bellagio 15
  • Fattoria di Mondeggi sulle colline di Bagno a Ripoli
  • Firenze Città Aperta in via delle Porte Nuove 33
  • Forimercato in via di Ripoli 96
  • Ortocollettivo in via degli Ulivi 30, Calenzano
  • Palazzuolo Strada Aperta in via Palazzuolo 95
  • Villaggio dei Popoli in via dei Pilastri 45r
  • luoghi amici
  • rete solidale
  • diffusori
  • distribuzione
  • case del popolo
  • spazi sociali
  • giornale di strada

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Energia solare, adesso o mai più. Il fotovoltaico ci può salvareFabio Bussonati · Attualità

Ci siamo svegliati scaraventati indietro di un secolo. Ma dopo lo sgomento abbiamo rimesso gli orologi sulla nuova era, tutta roba già vista se non fosse per il fatto che giocando alla guerra si perde il pianeta, un effetto secondario che dovrebbe far riflettere.

In un contesto dove le forniture energetiche sono in discussione diventa necessario dotarsi subito tutti di un impianto solare minimo, un impianto di continuità, permanentemente alimentato dal Sole che garantisca la luce elettrica, la ricarica dei telefoni, l'alimentazione dell'elettronica della casa e un frigorifero piccolo, molto piccolo; un metro quadrato a persona di fotovoltaico ti dà questo tutti i giorni che Dio mette in Terra senza il permesso di nessuno.

Davanti ad un pericolo imminente come quello dell'incertezza sulle forniture energetiche viene da pensare alla situazione degli ospedali che non possono restare senza corrente neanche per un momento e che ancora dipendono interamente dalla rete elettrica nazionale e dai combustibili fossili, rete che può subire interruzioni e combustibili che cominciano a scarseggiare; non so se dovremmo attingere ai fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza o da quelli del Ministero della Difesa, ma è subito che bisogna rendere autonomi sul piano energetico i luoghi di cura.

Forse non sarà possibile in tempi brevi arrivare alla completa decarbonizzazione degli ospedali ma intanto l'energia per le sale operatorie, per le terapie intensive, la dialisi e per tutti gli esami diagnostici deve esserci per forza, e l'unica Ditta che dà garanzie illimitate è il Sole.

Se poi serve un esempio basta andare in Uganda a vedere il nuovo centro di chirurgia pediatrica di Emergency a Enbedde: voluto "scandalosamente bello" da Gino Strada, è stato progettato da Renzo Piano e con i suoi 2500 pannelli mette all'ombra 3000 mq di superficie e copre un terzo del fabbisogno complessivo massimo dell'ospedale.

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Arte in serra alle PiaggeValentina Baronti · Attualità

Negli spazi della ex-serra della Comunità delle Piagge nascerà un nuovo luogo per i giovani del quartiere. Il progetto "Germinale, una serra per coltivare nuove generazioni", ha ricevuto il premio #creativelivinglab del Ministero della Cultura.

Con il finanziamento verrà recuperato questo spazio abbandonato, dove sorgerà una nuova struttura destinata alle attività organizzate dalla Comunità e in particolare un progetto teatrale e uno di arte visiva. La struttura poggerà su un tavolato in legno e avrà pareti e tetto trasparenti. Rimane poi una seconda serra tuttora in funzione, dove si continueranno a coltivare e curare le piante.

I due progetti culturali saranno portati avanti da realtà attive nel quartiere da anni: la compagnia di teatro Le Rotte Sedie e il gruppo di artisti visivi del progetto Il Prisma, che organizzeranno in questa sede laboratori di incisione.

(v.b.)

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TorporeKae Tempest · Lettere e opinioni

Per essere in grado di sopravvivere con almeno un'apparenza di sanità mentale il torpore è necessario. Il torpore dell'abbandonare il corpo, dell'abbandonare la mente dicendo: "La vita continua". "La realtà è questa". "Bisogna che te ne fai una ragione". "Bisogna andare avanti". Abbuffarsi di film. Abbuffarsi di alcol. Abbuffarsi di cibo.

Essere nella posizione di poter ignorare la realtà di ciò che questo sistema fa e continua a fare significa esserne complice. Significa trarne un enorme vantaggio. Poter non pensare a come, chi vince a questo gioco, abbia accumulato grandi quantità di ricchezza minerale, significa trarre profitto da quella stessa ricchezza. Il lungo elenco di paesi saccheggiati, di dittatori imposti, di rivolte finanziate da interessi commerciali, di corpi imprigionati, di terre rovinate. Morte, malattie e oleodotti. Potersi permettere di ignorare le diseguaglianze nella città in cui si abita, significa prosperare su quelle diseguaglianze.

Non pensare. Non voglio pensare. Non sento più niente. So di non volerlo. Ma non so come uscirne. Questo sistema ha bisogno del nostro torpore. Non siamo altro che agenti di consumo. Agli occhi del nostro governo non abbiamo altro scopo. Grasso per ungere un meccanismo fondato sulla nostra complicità e sulla nostra appassionata malleabilità. Ci hanno portato a credere che tutto quello che dobbiamo fare per vivere la miglior vita in assoluto è competere. Vincere. Consumare.

Siamo dei consumatori. Sin dai tempi dell'Illuminismo che ha diffuso la propria mitologia come un'epoca di impareggiabile fraternità e liberalità, quando invece era un'epoca di violenza, di guerre civili e globali, di ineguaglianza, di repressione e crudeltà feroce. Si nutriva di sangue. Il sangue delle classi subalterne. Il caos continua. Il vostro torpore è necessario. Il mio torpore è necessario.

Estratti da Connessioni di Kae Tempest, edito da edizioni e/o

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Resistente 2022Redazione · Lettere e opinioni

È il movimento "Insorgiamo", animato dagli ex lavoratori della GKN, ad aver vinto il Premio "Resistente 2022" assegnato durante la Zona Altamente Partigiana (ZAP) che si è tenuta, come tradizione ogni anno, lo scorso 25 aprile presso la Comunità delle Piagge.

Durante la stessa manifestazione è stato anche presentato il libro del nostro Lorenzo Guadagnucci "Camminare l'antifascismo. La memoria come ribellione all'ordine delle cose", Edizioni Gruppo Abele 2022.

Questa la motivazione del premio, consegnato da Alessandro Santoro a Francesco Iorio, in rappresentanza delle 500 persone che lo scorso luglio iniziarono un percorso di lotta ed emancipazione, dopo essere state licenziate via mail dal fondo speculativo Melrose: "Ai lavoratori e alle lavoratrici della GKN, che hanno riaffermato l'urgenza di lottare tutti insieme per la dignità, l'umanità e la bellezza; contro l'ingiustizia di un sistema in cui gli interessi economici e finanziari dominano la politica e schiacciano gli esseri umani".

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ColophonRedazione · Colophon

DIRETTORE RESPONSABILE - Cristiano Lucchi

REDAZIONE - Roberto Pelozzi (caporedattore), Cecilia Stefani & Valentina Baronti (desk), Veronica Urbano (grafica), Rossella Giglietti e Ginox (sito), Barbara Imbergamo e Gianna Innocenti (social & segreteria redazione), Maria Veltri (luoghi amici), Alessandro Simoni, Beatrice Montini, Camilla Lattanzi, Camilla Passigli, Clara Baldasseroni, Fabio Bussonati, Fabrizio Cherubini, Felice Simeone, Fraska, Gian Luca Garetti, Giuliana Mesina, Giuseppe Cazzato, Ilaria Morelli, Lorenzo Guadagnucci, Luca Lovato, Maria Abete, Mariolina Guarneri, Ornella De Zordo, Riccardo Michelucci, Sabrina Tosi Cambini, Sisina Prelazzi, Stefania Valbonesi.

SEDE - Via del Leone 76, Firenze. La redazione è aperta lunedì, mercoledì e venerdì dalle 15 alle 18. Tel. 055/2286348

DIFFUSORI - Berisa Sabit (Viale XI Agosto), Cezar Toma (Oltrarno), Clara Baldasseroni e Raffaele Venuto (Livorno, Pontassieve, Mugello), Cristina (Rifredi), Danila Remus (Tranvia S.M.N.), Filippo Bartoletti Teloni (Novoli e Peretola), Fraska (Rifredi), Giovanni Minervino (Piazza Tasso e Piazza del Carmine), Nanu Ghiocel (Sant'Ambrogio, F.S. Campo di Marte e Borgo San Lorenzo), Robert Ionita (Masaccio e Milanesi), Totò Orlando (Le Cure), Teodor Stanescu (Piagge, Repubblica, Cimabue).

SU INTERNET - www.fuoribinario.org | redazione@fuoribinario.org

CREDITI FOTOGRAFICI - Cecilia Stefani (1), Heval Rashid, Zerocalcare (3), Shamsia Hassani (4), Tommaso Gasperini (5), Cristiano Lucchi, Camilla Lattanzi (9), Valentina Baronti (10), Patrizia Landi (11), Cecilia Stefani (12), CPA (13), Cristiano Lucchi (14).

OBBLIGHI DI LEGGE - Testata registrata al Tribunale di Firenze con il n°4393 del 23 giugno 1994. ISSN 2784-9384. Edito dall'Associazione Periferie al Centro. Sede legale via del Leone 76, Firenze. Stampa Litografia IP, Firenze.

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15Per non perdersi2 articoli
Fuori dal tunnel - Per non perdersi a FirenzeRedazione · Per non perdersi

Una mappa per orientarsi nel mondo della solidarietà. Si tratta di informazioni preziose per chi vive sulla strada, è arrivato in città da poco, non conosce la lingua e ha bisogno di mangiare, dormire, lavarsi, vestirsi, avere una parola di conforto, essere accolto, avere un consulto legale, chiedere aiuto. Ma è anche una guida per chi accompagna tutti i giorni queste persone e ha bisogno di conoscere cosa offre la città. N.B. A causa della pandemia alcuni orari potrebbero aver subito delle modifiche.

Segnalazioni alla email redazione@fuoribinario.org

PER MANGIARE

STAZIONE CAMPO MARTE Ore 19.30: Ve/Sa Ore 20.30: Lunedì Ore 21: Lu/Ma/Me/Gi/Ve/Sa Ore 21.30: Domenica

STAZIONE S.M. NOVELLA Ore 7: Ma/Gi/Do Ore 9.30: Mercoledì Ore 11.30: Mercoledì

CARITAS Pranzo: Lu/Ma/Me/Gio/Ve/Sa/Do Piazza S.S. Annunziata - 055282263 Via Baracca 150/e - 05530609230

PER CURARSI

ANELLI MANCANTI Ore 19-21: Mercoledì Via Palazzuolo 8 - 0552399533

CENTRO STENONE Ore 15-18: Lu/Ma/Me/Gi/Ve Ore 8-10: Venerdì Via della Chiesa 66 - 055280960

L.I.L.A. TOSCANA Ore 17-19.30: Me/Gi Via delle Casine 12r - 0552479013

CENTRO SOLIDARIETÀ FIRENZE Via dei Pucci 2 - 055282008

CONSULTORIO FAMILIARE Via Villani 21a - 0552298922

PER ESSERE ACCOLTE E VESTIRSI (DONNE)

PROGETTO ARCOBALENO Via del Leone 9 - 055280052

PROGETTO SANT'AGOSTINO Via Sant'Agostino 19 - 055294093

PRONTO DIMMI Via del Pesciolino 11/M - 055316925

SAN FELICE Via Romana 2 - 055222455

CENTRO AIUTO VITA Ragazze madri in difficoltà Piazza San Lorenzo - 055291516

ANELLI MANCANTI Ore 18-20: Martedì Via Palazzuolo 8 - 0552399533

PER ESSERE ACCOLTI E VESTIRSI (UOMINI)

ALBERGO POPOLARE Via della Chiesa 66 - 055211632

IL SAMARITANO Via Baracca 150/E - 05530609270, 05530609270

CENTRO OASI Via Accursio 19 - 0552049112

CASA CACIOLLE Via delle Panche 30 - 055429711

CASA DEL MELOGRANO Via S. Pellico 2 - 0552469146, 3397798479

CASA SAN PAOLINO Via del Porcellana 30 - 055463891, 0552646182

ANELLI MANCANTI Ore 18-20: Martedì Via Palazzuolo 8 - 0552399533

PER PARLARE

NOSOTRAS - DONNE STRANIERE Via Faenza 103 - 0552776326

CARITAS Ore 14.30-17: Lunedì Ore 9-12: Ma/Me/Gi/Ve Via Faentina, 34 - 055463891

LA FENICE Ore 9-18: Lu/Ma/Me/Gi/Ve Ore 9.30-12: Sabato Via del Leone 35 - 3312144403

C.I.A.O. Ore 9.30-13: Lu/Ma/Me/Gi/Ve Via delle Ruote 39 - 0554630876

ACISJF HELP CENTER Ore 10-13 e 16-19: Lu/Ma/Me/Gi/Ve Via Valfonda 1 - 3472494777

ANGELI DELLA CITTÀ Ore 15-18: Martedì Ore 10-12.30: Lu/Gio Via Sant'Agostino 19 - 3405239889

VINCENZIANI Ore 9.30-11.30: Mercoledì Via Ronco Corto 20 - 0550128846

PROGETTO ARCOBALENO Ore 18-19.30: Lu/Me Via del Leone 9 - 055288150

SPAZIO CIP Ore 13-16: Martedì Ore 14-17: Giovedì Via dell'Agnolo 5 - 055284823

MADONNINA DEL GRAPPA Ore 8.30-11.30: Mercoledì Ore 8.30-10.30: Venerdì Via delle Panche 28 - 3703169581

ANELLI MANCANTI Sportello Consumatori - Ore 19-21: Giovedì Sportello Lavoro - Ore 19-21: Martedì Via Palazzuolo 8 - 0552399533

CENAC Ore 15.30-18: Lu/Ma/Me/Gi/Ve Via Pratesi 11 - 0556122035

SANT'EGIDIO Ore 18.30-20: Martedì Via della Pergola 8 - 0552342712

CENTRO ATTAVANTE Ore 14-19.30: Lu/Me/Gi/Ve Ore 14-20: Martedì Help Center Ore 10-13: Lu/Ve Ore 14-18: Lu/Gi Via Attavante - 0557364043

PREZIOSISSIMO SANGUE Ore 17-18: Mercoledì Via Boccherini 23 - 055361046

ASCENSIONE Via G. da Empoli 2 - 055366433

DIVINA PROVVIDENZA Ore 15.30-17.30: 2° e 4° Sabato del mese Via D. Compagni 6 - 055583008

SANTA MARIA AL PIGNONE Ore 16.30-18.30: Lunedì per italiani Ore 9-12: Ma/Gi per persone straniere Piazza Santa Maria al Pignone 1 - 055229188, 0552276388

SACRA FAMIGLIA Ore 9-12: Lu/Ve, Ore 16-19: Mercoledì Via Gioberti 33 - 055666928

SAN MARCO VECCHIO Ore 10-11.30: Ma/Gi Via Faentina 131 - 055588274

SANT'ANTONIO AL ROMITO Ore 11-12: Ma/Sa Via Corridoni 19r - 055486329

SPORTELLO LEGALE

ANELLI MANCANTI Ore 19-21: Martedì e Giovedì Via Palazzuolo 8 - 0552399533

AVVOCATI DI STRADA Ore 17.30-19: Giovedì Piazza Alpi-Hrovatin 1 - 3396171468

L'ALTRO DIRITTO adir@altrodiritto.unifi.it

PROGETTO ARCOBALENO legale@progettoarcobaleno.it

PER IMPARARE L'ITALIANO

CENTRO "G. BARBERI" Borgo Pinti 74 - 0552480067

CENTRO LA PIRA Via de' Pescioni 3 - 055213557

PROGETTO ARCOBALENO Via del Leone 9 - 055288150, 055280052

ANELLI MANCANTI Via Palazzuolo 8 - 0552399533

IL COLLE Da Settembre a Giugno Via R. Giuliani 115/n - 3482324967

COMUNITÀ DELLE PIAGGE Piazza Alpi-Hrovatin 1 - 055373737

CENAC Via Rubieri 5r - 055667604

PER FARSI UNA DOCCIA

CARITAS Ore 9-13: Lu/Ma/Me/Gi/Ve/Sa/Do Via Baracca 150/e

SANTA MARIA AL PIGNONE Ore 9-11: Mercoledì, solo uomini Piazza S. Maria al Pignone 1 - 055229188

LA FENICE Ore 9-12: Ma/Gi/Sa Via del Leone 35 - 055211632

INFO DIPENDENZE

PORTE APERTE "ALDO TANAS" Via del Romito 19 - 0558493526, 055683627

CENTRO JAVA Ore 15-19: Ma/Ve Chill out zone. Ore 1-5: Venerdì notte Via Pietrapiana angolo via Fiesolana - 0552340884

BANDI CASA, AFFITTO, SFRATTI

MOVIMENTO LOTTA PER LA CASA Ore 17-20: Venerdì Via dei Pepi 47r - 393 5895698

RESISTENZA CASA SOLIDALE Ore 17-19.30: 1° e 3° Mercoledì del mese - Via Palazzuolo 95 Ore 16.45-18.45: 2° e 4° Giovedì del mese - Via Palazzuolo 8 - 3311673985 Ore 17-19.30: 1° e 3° Lunedì del mese - Piazza Baldinucci 8r - 3311673985

SPORTELLO CASA RESISTENZE Ore 16-17: Sabato Via Rocca Tedalda - 3935895698

SPORTELLO UNIONE INQUILINI Ore 17-19: Ma/Me/Gi Via dei Pilastri 41r - 055244430

SPORTELLO GRUPPO CASA CAMPI BISENZIO Ore 17-19.30: Martedì Piazza Matteucci 11, Campi Bisenzio - 3351246551

LAVORO

SPORTELLO CUB 2° e 4° Mercoledì del mese Via Palazzuolo 95

STOP VIOLENZA

ARTEMISIA Via Mezzetta 1 - 055601375

CENTRO UOMINI MALTRATTANTI Via Enrico il Navigatore 17 - 3398926550

DEPOSITO BAGAGLI

CARITAS Ore 9-11: Tutti i giorni Via G. Pietri 1 Via Baracca 150/e

  • servizi sociali
  • mense
  • dormitori
  • docce
  • ambulatori
  • sportelli casa
  • sportelli legali
  • dipendenze

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Diventare strillone: guadagnare qualcosa vendendo il giornaleRedazione · Servizio

Cari aspiranti diffusori,

se state vivendo un periodo di difficoltà economica potete contattare la redazione allo 0552286348 o via email su redazione@fuoribinario.org per proporvi come diffusori nelle strade e nelle piazze fiorentine (e non solo) con il meccanismo raccontato qui a sinistra. Fare lo strillone, vendere Fuori Binario, può permettervi di mettere insieme un po' di denaro e allo stesso tempo contribuire alla diffusione di un'informazione libera e indipendente. Avrete delle copie in omaggio per provare questa attività, conoscere altre persone, confrontarvi con loro, scambiarvi delle dritte. Non perdete l'occasione: è facile, avrete un nostro tesserino di riconoscimento e continuerete a fare la vostra vita con la libertà di sempre.

La redazione di Fuori Binario

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  • difficoltà economica
  • informazione indipendente
  • povertà
  • appello

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Come sostenere il giornale, i diffusori e l'associazioneRedazione · Servizio

Cara lettrice, caro lettore,

il foglio che hai in mano nasce nel 1994, quando un gruppo di persone impegnate nel sostegno alle persone più fragili della città decise di aiutarle in un modo alternativo, facendo anche informazione. Fuori Binario è da allora l'unico giornale di strada di Firenze, ormai uno dei pochi in Italia, ed è da sempre autogestito e autofinanziato.

I nostri diffusori

La redazione è composta da volontari. Chi scrive, fotografa, impagina, lavora alla complessa produzione del giornale, non prende un euro per il suo impegno. Tutto questo viene fatto per sostenere economicamente i diffusori che incontri in strada. Si tratta di persone senza lavoro, spesso senza fissa dimora, ma non solo, che subiscono l'esclusione dall'attuale sistema economico.

Un piccolo reddito grazie al tuo acquisto

La loro possibilità di costruire un reddito grazie al giornale dipende anche da te che stai leggendo queste righe. Appena uscita dalla tipografia questa copia viene affidata al costo di un euro al diffusore: si tratta del costo vivo della stampa e della spedizione postale, dell'affitto della sede e delle utenze. Ciò che offrirai in più costituirà il suo guadagno.

Come sostenerci

Se questo progetto di economia frugale ti convince, ti chiediamo di farla conoscere e sostenerla nel tempo, puoi infatti anche abbonarti per ricevere Fuori Binario direttamente a casa o contribuire con il tuo 5x1000. Grazie al tuo aiuto, inoltre, Fuori Binario viene diffuso all'interno del carcere di Sollicciano e saltuariamente vengono pubblicati libri sui temi trattati dal giornale.

Le altre attività

L'editore è l'associazione Periferie al Centro che si impegna affinché i senza fissa dimora abbiano la possibilità di avere una residenza anagrafica senza la quale vedrebbero abbattuti i loro diritti. I nostri volontari sono attivi anche nella distribuzione di alimenti e coperte per chi dorme in strada.

  • giornale di strada
  • diffusori
  • autogestione
  • autofinanziamento
  • volontariato
  • abbonamenti
  • 5x1000
  • residenza anagrafica

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Dove trovarciRedazione · Servizio

In strada

  • Oltrarno, da Cezar
  • Piazza Repubblica, Via Cimabue, Comunità delle Piagge, da Teodor
  • Piazza Tasso, Piazza del Carmine, da Giovanni
  • Piazza delle Cure, da Totò
  • Rifredi, da Cristina e Fraska
  • Via Masaccio, Via Milanesi, da Robert
  • Sant'Ambrogio, FS Campo di Marte, Borgo San Lorenzo, da Nanu
  • Novoli e Peretola, da Filippo
  • Tramvia Santa Maria Novella, da Danila
  • Viale XI Agosto, da Berisa
  • Pontassieve, Mugello, Livorno, da Clara e Raffaele

Online

  • www.fuoribinario.org
  • facebook.com/fuoribinariofirenze
  • instagram.com/fuoribinariofirenze
  • diffusori
  • punti vendita
  • distribuzione
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  • social
  • quartieri

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Abbonarsi a Fuori Binario: le modalità di sostegnoRedazione · Servizio

Per abbonarti al giornale bastano 29 euro l'anno.

Puoi farlo su Paypal.me/fuoribinario o con un bonifico postale sul conto 20267506 o tramite l'IBAN: IT08 G076 0102 8000 0002 0267 506 intestati all'Associazione Periferie al Centro. La causale da usare è Abbonamento Fuori Binario e ricorda sempre di scrivere il tuo indirizzo a redazione@fuoribinario.org. Grazie!

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