Archivio › Fuori Binario n. 240 · Maggio 2022 › pagina 3
INTERNAZIONALISTI
Il richiamo ideale del Rojava
Davide Grasso, ex combattente in Siria: "Volevo fare la mia parte, contro l'ISIS e per difendere un progetto politico rivoluzionario"
Cecilia Stefani · Fuori Binario n. 240, Maggio 2022, pagina 3
Era il 2015. Nella notte tra il 13 e il 14 novembre l'ISIS sconvolse Parigi e l'Europa con una serie di attentati che provocarono 137 morti. Un nome resta scolpito nella nostra memoria: Bataclan. Al Bataclan durante un concerto i terroristi entrarono e spararono all'impazzata, lasciando a terra 90 persone. Per Davide Grasso, giornalista e scrittore torinese, quella strage fu la spinta finale per andare in Siria a combattere l'Isis.
Conoscevo quel quartiere, avevo amici lì, avrei potuto esserci quella sera... L'Isis già da tempo si era impadronita di Iraq e Siria, arrivavano notizie atroci di crocifissioni, lapidazioni, stermini, fughe di massa... ero sconvolto, come tutti, speravo qualcuno li fermasse, ma faticavo a vedere l'esercito USA in questo ruolo. Ho scoperto poi, grazie a chi era stato in Kurdistan anni prima e aveva visto coi propri occhi una realtà spesso deformata dai media, che a resistere davvero all'Isis non era il governo iracheno e neppure l'esercito americano, ma forze della sinistra curda, PKK in Iraq e YPG in Siria. Anch'io volevo fare la mia parte, pensavo che la mia generazione dovesse rispondere. La notte del Bataclan le mie esitazioni sono crollate, mi sono detto: se non andiamo noi, vengono loro. Certo, non ero sicuro di avere il coraggio, per questo mi sono organizzato per fare almeno un reportage.
Poi hai trovato il coraggio. Ma avevi qualche esperienza di tipo militare?
Nessuna, mai toccato un'arma prima. Sono stato cinque mesi nell'esercito, dopo l'addestramento e il corso di curdo, che era l'unica lingua con cui si poteva comunicare, dato che i curdi, per la situazione di emarginazione in cui vivono, raramente parlano inglese. Io ero l'unico italiano in quel periodo, c'erano molti turchi, iraniani, arabi, ma anche inglesi, australiani, americani, qualche francese.
A un certo punto hai deciso di tornare e lasciare il fronte, perché?
La mia famiglia aveva già faticato a capire il viaggio in quelle zone, poi addirittura in area di guerra, a combattere... sentire che andavo via per un anno, a rischiare la vita... avevo promesso che sarei tornato dopo l'estate. E comunque è stata un'esperienza traumatica, specialmente dopo l'offensiva di Mambij mi sono reso conto che non avevo tutta la lucidità necessaria per essere davvero utile. I miei compagni avrebbero preferito che rimanessi, ma non riuscivo a restare oltre.
Sei stato definito un foreign fighter, cosa ne pensi?
È un termine ambiguo, anche se corretto da un punto di vista letterale. I foreign fighters ci sono anche nell'ISIS. Preferisco la definizione di internazionalisti o internazionali, che implica l'esistenza di motivi ideali per dare un contributo, che può essere anche non militare. Non lo fai per soldi, non c'è nessun vantaggio, rischi la vita, perdi il lavoro... Nel caso mio e degli altri compagni che sono in Rojava alla base c'è l'adesione ad un progetto politico rivoluzionario.
È corretto il parallelo con la nostra Resistenza o coi volontari nella guerra civile di Spagna?
Ha senso, anzi, è perfetto nel caso del Rojava. Sono molto simili, soprattutto nell'idea democratica e socialista, è una resistenza armata che non vuole imporre dominio o espandere un territorio, ed è antifascista. Lo YPG fa riferimento esplicito alla Resistenza italiana cantando Bella ciao in curdo. Ci sono seminari su Gramsci. Molti nomi di battaglia richiamano Guevara o Orwell, che sono punti di riferimento per tutti gli internazionalisti. La resistenza in Rojava è un tassello successivo a quelle e ad altre lotte anticoloniali successive. L'obiettivo è la costruzione di una nazione democratica, dove possano convivere più etnie, lingue, religioni, ciascuna con un'autonomia amministrativa all'interno di un sistema decentrato fondato sui diritti: una vera democrazia popolare, dal basso.
Ma credi davvero alla possibilità di un'utopia come questa? In un mondo dominato dagli interessi economici, con le superpotenze che calpestano i diritti all'autodeterminazione, equilibri di forze che sembra molto rischioso turbare? Sono pessimista al riguardo.
Capisco il pessimismo, ma ricordiamoci il messaggio di Orso: proprio quando tutto precipita serve la ribellione, siamo chiamati a non accettare lo stato delle cose. Inoltre la storia delle superpotenze è un po' un alibi che ci diamo: chi è che può essere potente senza il sostegno delle persone? Due terzi dei russi sostengono Putin, in Ucraina la maggioranza si è schierata sempre con chi negava ogni autonomia al Donbass... Ci raccontiamo di non avere nessun potere, e restiamo nell'apatia, ma non c'è potere senza consenso popolare, senza soldati che alla fine si arruolano per campare e obbediscono e sono disposti a uccidere. Il problema è cambiare la mentalità, la dimensione ideale, e l'unica via d'uscita, difficile, è promuovere idee diverse, supportare quelle realtà che si attivano per cambiare le cose, non c'è altra soluzione.
Si può fare qualcosa anche restando a casa sul divano?
Proprio sul divano no, ma anche senza partire si può fare qualcosa, sia per il proprio paese che per altri, magari donando del denaro a certe organizzazioni, per esempio la Mezzaluna rossa curda, informandosi, occupandosi della politica internazionale e non solo di casa nostra.
Penso però che andare all'estero, anche in situazioni di conflitto, sia un passaggio necessario. Non possiamo essere tutti come Orso, ma provare a muoversi, a sostenere dei progetti politici o umanitari, a vedere la realtà di situazioni diverse dove c'è sofferenza, per noi occidentali significa aprire gli occhi sul mondo, mettere a fuoco la nostra posizione. Almeno per me è stato così, prima di andare in Irak e Siria tante cose non le avevo capite, anche il lavoro che faccio adesso non sarei in grado di farlo senza quell'esperienza.
Vuoi aggiungere qualcosa per concludere?
Vorrei soltanto invitare tutti a mantenere alta l'attenzione su quanto accade in Siria, a non dimenticarsi della lotta dei curdi e a leggere il libro che raccoglie gli scritti di Lorenzo.
(Orso. Scritti dalla Siria del Nord-Est, Red Star Press, 2021)
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Uscito sul numero 240 (Maggio 2022), a pagina 3. Leggi nel PDF · Sfoglia il numero
