1Prima pagina1 articolo
Bastano cinque SìCristiano Lucchi · Resistenze - Prima pagina
!Prima pagina
Rubrica: RESISTENZE | Autore: Cristiano Lucchi
Nell'intervista di Valentina Baronti a Cosimo Barbagli sul "mangificio" a cui è ridotta gran parte della nostra città trovate lo spaccato di una realtà sotto gli occhi di tutti ma della quale pare non importare davvero a nessuno. Il profitto di pochi - che non esitiamo a definire avvoltoi - a scapito dei diritti dei più è un fenomeno al quale si fa fatica a ribellarsi, mentre istituzioni e partiti si sono autoseppelliti in liturgie bugiarde e mancanza di atti concreti.
Il principio di "legalità", agitato come un manganello verso i non conformi a una città ridotta al ruolo di spremi-turisti, serve soltanto a mettere fuori dal salotto buono i poveri (e povero oggi non è solo il senza dimora, ma chiunque, anche lavorando, non arriva dignitosamente alla fine del mese).
Nel mangificio fiorentino, scrive Barbagli, vincono lo sfruttamento, il lavoro nero, la precarietà e l'insicurezza. Ma dallo studio emerge anche l'apartheid subìto all'interno dei locali dalle persone che hanno un colore della pelle diverso da quello che ci si aspetterebbe dai camerieri di tipiche trattorie toscane. Se non sei caucasico e di bella presenza sparisci in cucina o a fare le pulizie. Al centro di tutte le politiche dominanti oggi ci sono più i diritti delle imprese che quelli dei lavoratori e, per quello che li riguarda, vince il pregiudizio che i "bianchi" siano migliori dei "neri".
Questa è Firenze nel 2025: sfruttatrice e razzista. Vogliamo invece imprese più responsabili, regole eque e certe su contratti e licenziamenti, diritto di cittadinanza garantito agli immigrati che vivono nel nostro Paese. Il voto di giugno ai referendum è un passo importante. Bastano 5 Sì.
- referendum
- mangificio
- Firenze
- turismo
- sfruttamento
- lavoratori
- razzismo
- diritti
2Ritratti1 articolo
La cognata di VincentClaudia Daurù · Ritratti - Controvento
!La cognata di Vincent
Rubrica: CONTROVENTO | Autore: Claudia Daurù
Giovanissima vedova del fratello Theo, grazie a lei oggi tutto il mondo conosce Van Gogh e può ammirare le sue opere
Se possiamo ammirare le opere di Vincent Van Gogh lo dobbiamo a una donna che pochi conoscono: Johanna Bonger. Fu la giovane moglie di Theo, quel fratello che fu forse il solo ad offrire al pittore affetto e supporto economico.
Johanna ebbe la capacità di andare oltre il punto di vista dei benpensanti che vedevano in Vincent solo un imbrattatore di tele, pazzo e buono a nulla, e dobbiamo a lei se le opere dell'artista non sono andate perdute. Oltre 900 tra dipinti e disegni, realizzati in 10 anni, di cui Vincent riuscì a venderne solo due.
Johanna avrebbe avuto molte ragioni per nutrire del risentimento verso i due fratelli, perché quando Vincent morì, nel luglio del 1890, a soli 37 anni, Theo si lasciò andare ad un tale abbattimento che in sei mesi lo portò alla morte, lasciandola vedova in una città straniera, sia pur bella come Parigi, senza un soldo e con un bimbo piccolo al quale, oltre tutto, il marito aveva dato il nome del fratello: Vincent!
In quei mesi Johanna fece di tutto per salvare il marito, lo curò con pazienza, ne sopportò gli accessi violenti e i cupi silenzi, lo riportò nella loro terra natale, l'Olanda. Ma nulla servì. E così, alla morte di Theo, Johanna si sentì affranta e risentita con lui: per non aver reagito alla morte del fratello, per averla lasciata sola, per la percezione che il legame tra i due Van Gogh fosse stato più forte dell'amore tra lei e Theo. Ma non rimase inchiodata al dolore e alla frustrazione. Del resto era allenata a non abbattersi di fronte alle difficoltà; da giovanissima, andando controcorrente, ebbe l'ardire di andare da sola a Londra a studiare Shelley e a lavorare al British Museum, e poi di insegnare letteratura inglese al college.
A 29 anni, nuovamente a casa dei genitori, si ritrovò a far appello al suo coraggio; si prese il tempo per capire cosa fosse successo, per scrivere i suoi sentimenti in un diario, per comprendere cosa volesse fare e chi desiderasse essere. Nella solitudine delle notti, lesse una dopo l'altra le lettere che Theo e Vincent si erano scambiati per anni, rimanendo colpita dalla loro bellezza e profondità. Leggendo sentì la nostalgia per i quadri di Vincent che erano rimasti nella casa di Pigalle, dove aveva vissuto con i due fratelli prima che Vincent si trasferisse in Provenza e poi a Auvers. Quadri che la gente non capiva e non amava ma che lei decise di recuperare. Tutti quelli che poté. Del resto nessuno li reclamò e Theo, sul letto di morte, in un attimo di lucidità, disse che spettavano a nessun altro che a lei.
Johanna poi scommise su un'idea del tutto nuova per l'epoca: che ci sarebbero state persone disposte a pagare per trascorrere qualche giorno in un luogo di relax. Così, con l'aiuto della madre, convinse il padre a farsi dare una piccola somma per ristrutturare una casa a Bussum, vicino Amsterdam, e in pochi mesi si ritrovò a vivere e dirigere Villa Helma. Arredò la villetta riempiendo le pareti con i quadri di Vincent. Poiché erano molti li appendeva a rotazione: quel luogo divenne senza saperlo il primo museo dedicato a Van Gogh. Di giorno, in attesa degli ospiti, Johanna traduceva racconti e si occupava del bambino; di notte, leggendo le lettere, scrivendo il diario e comprendendo l'anima dei quadri che la circondavano, elaborava il dolore e si apriva alla vita. Prese forma in lei la determinazione che avrebbe fatto conoscere al mondo l'arte di Vincent Van Gogh.
Della famiglia Van Gogh fece amicizia con Willemina, che le mostrò di capire l'arte di Vincent e che le parlò con vitalità del neonato movimento femminista. Per Johanna, che già nei fatti cercava autonomia e indipendenza, fu naturale sostenere i diritti delle donne e entrare a far parte del movimento socialista delle donne.
Cominciò a organizzare piccole mostre con i quadri di Van Gogh. Le prime non ebbero esiti incoraggianti ma lei fece suo il motto delle donne del movimento: "Non essere timorosa, non pretendere il successo immediato, ché quello vero richiede tempo, e prova soddisfazione per l'impresa" e ne organizzò altre, all'Aja e ad Amsterdam, facendosi aiutare da persone al di fuori del giro mainstream dei mercanti d'arte, scegliendo personalmente i quadri da esporre, individuando le cornici sulla base delle note che Vincent aveva scritto a Theo. Con l'aiuto dell'eccentrico Jan Toorop, organizzò due piccole mostre in contemporanea ad Amsterdam e poi una più grande a Rotterdam. Scelse i quadri e decise di accompagnarli con le lettere in cui Vincent spiegava la scelta dei colori, il senso della luce, dello spazio. Nel tempo, grazie alla sua caparbietà e al suo stile, libero e gentile, riuscì a far conoscere l'opera di Van Gogh ai suoi contemporanei e a consegnarla all'umanità.
Riuscì anche ad accogliere, senza giudizio, il legame intenso che univa i due fratelli arrivando nel 1914 a pubblicarne l'epistolario, di cui aveva compreso il valore, e a trasferire le spoglie di Theo al cimitero di Auvers-sur-Oise in modo che riposassero accanto a quelle di Vincent.
Che Johanna, una donna che ha affrontato le avversità della vita senza indurirsi, che ha attraversato il dolore imparando a dare un nome ai sentimenti, che ha seguito con determinazione e gentilezza le sue intuizioni e i suoi desideri, che ha saputo vedere in Vincent Van Gogh non un pezzente fallito ma un uomo dalla grande sensibilità artistica, sia per tutti noi di ispirazione.
IL LIBRO: Camilo Sànchez, La vedova Van Gogh, Milano, Marcos y Marcos, 2016
- arte
- Van Gogh
- Johanna Bonger
- donne
- femminismo
- pittura
- museo
- lettere
3Sfruttamento1 articolo
Mangiati viviValentina Baronti · Sfruttamento
!Mangiati vivi
Sezione: SFRUTTAMENTO | Autore: Valentina Baronti
Firenze è una grande fabbrica della ristorazione: 20mila addetti senza coscienza di classe imprigionati in un lavoro alienante
A Firenze, nella sola area Unesco, possono esserci oltre 400 locali tra bar, ristoranti, gelaterie e pub. In quei 5 chilometri quadrati di città ogni giorno si muovono e lavorano 20mila addetti del settore. Praticamente una grande fabbrica a cielo aperto, dove al posto dei reparti ci sono tante piccole attività, apparentemente scollegate tra loro, tanto che difficilmente si riesce a sviluppare una coscienza di classe. È così che la ricerca di condizioni migliori di lavoro si limita a cambiare ristorante e l'unica integrazione al reddito è la solidarietà.
"È lo sviluppo naturale del capitalismo nel contesto della città storica – ci spiega Cosimo Barbagli, autore della ricerca 'Un'Industria senza fabbrica? Indagine sul lavoro nella ristorazione nel centro storico di Firenze'. I monumenti non si spostano, di conseguenza i turisti si trovano qui e i clienti sono tendenzialmente infiniti. È in questo contesto che questo tipo di capitalismo trova un suo sistema di auto-riproduzione".
Cosimo Barbagli, sei cresciuto a San Frediano e immaginiamo abbia visto il tuo quartiere cambiare. È nata da questo l'idea di una ricerca sul mangificio?
Per me, che sono nato e cresciuto in piazza Tasso, uno degli aspetti più impattanti è stata proprio la concentrazione di ristoranti e locali per bere. Spesso si parla delle conseguenze della città turistica sui residenti, ma questi sono sempre meno, sempre più anziani e sempre più ricchi. Allora ho iniziato a chiedermi come vivono il quartiere le lavoratrici di questi ristoranti, perché se vogliamo tentare una redistribuzione della ricchezza del turismo, dobbiamo ascoltare loro.
Per la tua ricerca hai intervistato 295 lavoratori e lavoratrici in 237 locali dell'area Unesco di Firenze. Quali sono i principali aspetti che sono emersi?
Alcuni erano già molto conosciuti, come quello delle condizioni di sfruttamento e di lavoro nero che ci sono in questi locali. Altri invece sono meno noti, a partire proprio dalla differenza di prospettiva tra lavoratrici del centro e residenti. Noi lamentiamo la frammentazione del tessuto sociale, mentre chi ci lavora ha la prospettiva di un luogo di socialità, di relazione. Ed è proprio la concentrazione in un'area così piccola che permette la nascita di legami di solidarietà tra loro.
Quindi è una cosa positiva?
Non proprio. Perché queste relazioni di solidarietà, in mancanza di una rivendicazione collettiva, portano ad accettare condizioni di lavoro pessime. In pratica, la solidarietà diventa un'integrazione al reddito. Senza che peraltro loro se ne rendano conto.
Puoi farci un esempio?
Prendiamo il caso del pasto a fine turno. Se te lo dà il tuo capo, è facile capire che è un'integrazione al reddito e quindi pretendere che sia invece monetizzato. Ma se la cena o la bevuta te la offre il padrone del pub accanto, o magari te la dà a prezzo scontato, perché si è instaurato un legame con i lavoratori di quel locale, allora è più difficile passare dalla solidarietà alla rivendicazione. Però intanto il tuo padrone offre la cena a quelli del bar accanto. E così via.
Ventimila lavoratori invisibili nel centro di Firenze, come è possibile?
Le realtà invisibilizzate dalla patina luccicante di città vetrina sono tante: il lavoro sfruttato, il lavoro migrante, il volume di soldi che gira. Sono quasi tutte piccole imprese, ma se sommate muovono milioni di euro. È un'industria di grandi dimensioni. Del resto, in inglese si chiama catering industry, perché il rapporto di lavoro è quello: un padrone che fornisce mezzi di produzione e degli operai che li mettono in moto. Lo stesso vale per l'alienazione, chi lavora con i turisti serve ogni giorno persone che non rivedrà mai più, con le quali non stabilisce nessuna relazione. Un turista è solo uno scontrino da battere o un piatto da portare.
È come se fossero a catena?
Sì, la città è come una fabbrica e come una fabbrica ha bisogno di operai e di poterli riprodurre.
Sembra un sistema ben architettato.
Ma non è neanche questo. È l'evoluzione naturale del capitalismo nella città storica. Ci si aspetterebbe che tanti ristoranti vicini si facessero concorrenza, e ovviamente è così, però nel momento in cui i clienti sono infiniti, questo diventa secondario. D'altro canto, questa concentrazione crea una dinamica di comunità tra le lavoratrici, che però è quella che permette di ridurre il costo del lavoro e quindi il perpetuarsi di questo sistema di sfruttamento. Il mangificio è un sistema che si regge su se stesso.
Impossibile da combattere?
Io credo che a un certo punto non reggerà più. Succederà nel momento in cui i lavoratori pretenderanno di essere pagati equamente, di avere un contratto full time, di poter andare in ferie o assentarsi quando sono malati. Per mettere in critica questo sistema, dobbiamo partire dalla concentrazione dei locali in un'area così ridotta, perché questo è il pilastro su cui si regge.
---
In sala solo bianchi
"I vincoli posti alle soggettività migranti che riempiono le cucine di molti esercizi di ristorazione, e che spesso preparano i piatti tipici della tradizione per affamate folle di turiste, sono quelli di un tipo di industria che, nel cercare di offrire alla cliente un'esperienza, prima ancora che un servizio, si impegna a mettere in scena l'autenticità che l'acquirente si aspetta". È così che il migrante sparisce alla vista, almeno quello che non può essere scambiato per italiano. Dal campione analizzato emerge che il 36% di chi lavora in cucina è di origine migrante, mentre in sala la forza lavoro deve essere di origine caucasica e di bella presenza.
---
Lavoro nero, fondi neri, evasione fiscale e profitto
Dal campione analizzato dalla ricerca, è emerso che una percentuale di stipendio che si attesta intorno al 15% viene data fuori busta. Ma a chi conviene il lavoro nero? Si legge nella ricerca: "Mettiamo il caso che in un ristorante la caposala percepisca uno stipendio netto di 1800€, che regolarmente costerebbe all'imprenditrice circa 3400€; se, di questi, 250€ vengono pagati a nero, ella si trova a risparmiare 220€ netti. Fino a qui il ragionamento è semplice e lineare e poco aggiunge alla nostra comprensione del fenomeno. Per aggiungere un elemento alla nostra capacità di lettura dobbiamo però pensare all'origine di questo denaro. Per pagare irregolarmente le proprie dipendenti, l'imprenditrice deve avere a disposizione dei fondi altrettanto ignoti al fisco, per non rendere evidenti delle difformità nel bilancio e non incorrere in accertamenti ed eventuali sanzioni. Al fine di accumulare questi soldi, la nostra ipotetica imprenditrice accetterà quindi dei pagamenti senza emettere scontrino fiscale e/o acquisterà delle merci senza richiedere regolare fattura. In questo modo il risparmio aumenta ulteriormente di circa il 20% sul prezzo della merce acquistata e/o venduta. Il flusso di denaro esentasse scorre così direttamente dalla clientela alle dipendenti, senza inquinare i conti dichiarati dall'impresa e assicurando una minore riscontrabilità da parte del fisco e un doppio risparmio per la proprietà". (v.b.)
- ristorazione
- sfruttamento
- lavoro nero
- Firenze
- turismo
- UNESCO
- mangificio
- capitalismo
4Istruzione2 articoli
Da Gaza a Firenze, 22 palestinesi scampati al genocidioRedazione · Istruzione
!Istruzione
Pagina: 4
Sono in 22, scampati al genocidio, alla pulizia etnica e alla fame a cui il governo israeliano costringe i palestinesi a Gaza. Ora sono in salvo a Firenze. Le loro vite, i loro corpi, non entreranno nella contabilità assassina che mentre scriviamo conta tra i 50 e i 70.000 morti, oltre ai condannati a morte nelle prossime settimane. Tra di loro, accompagnati dai genitori, ci sono 16 bambine e bambini senza più casa, affetti, amici, giocattoli e vestiti. Si tratta di ricongiungimenti familiari dopo che alcuni bimbi sono stati curati a Firenze.
Dal 23 maggio sono ospitati dalla Madonnina del Grappa di don Vincenzo Russo che ha risposto all'appello circolato sui social: "Chiedo a tutti voi un sostegno per i bambini e gli adulti palestinesi che abbiamo accolto", ha detto don Vincenzo. "Serve tutto ciò che può essere utile per vestirli, così come è bene accetto qualsiasi altro genere necessario. Servono anche volontari per il supporto scolastico, animatori per giocare e passare del tempo coi più piccoli e persone che parlino arabo".
Chi volesse contribuire può portare il necessario direttamente a Casa Caciolle in via don Corso Guicciardini 5 (ex via di Caciolle) a Firenze. Dopo che l'appello all'accoglienza è circolato sui social, Prefettura e Comune hanno coordinato la solidarietà e gli aiuti. Al supporto dei 22 palestinesi, presto ne arriveranno fortunatamente altri, collaborano la Caritas per i pasti, le Misericordie per la logistica sanitaria e l'Associazione di amicizia Italo Palestinese.
- Palestina
- Gaza
- genocidio
- accoglienza
- bambini
- solidarietà
- ricongiungimento familiare
- profughi
Zitti e attenti, a scuola non si pensaMariella Marzuoli · Istruzione
!Istruzione
Sezione: ISTRUZIONE | Autore: Mariella Marzuoli
Lo spirito repressivo delle "Nuove indicazioni" ministeriali preoccupa chi insegna con passione
Sono dell'11 marzo scorso le "Nuove Indicazioni 2025 per la scuola dell'infanzia e il primo ciclo di istruzione" del Ministro Valditara, che sostituiranno dall'anno 2026/2027 quelle del 2012 e i più recenti "Nuovi scenari". Numerose le reazioni negative. Chiediamo a due insegnanti di scuola primaria che cosa ne pensano.
"Solo l'Occidente conosce la storia" si legge nel documento. Entrando nel merito delle diverse materie, in particolare storia e matematica, per cosa si caratterizzano le nuove indicazioni?
Risponde Giulia "Per quanto riguarda la storia cambia il linguaggio, con il fine specifico di cambiare il paradigma culturale. Si perde l'idea di complessità, di costruzione della conoscenza, c'è una visione eurocentrica. Scompare ogni idea di intercultura e si perde del tutto il tentativo di costruire una conoscenza collettiva. Vi si dice che non ha senso portare i bambini a interpretare le fonti, perché la storia va solo narrata. Si vuole cancellare il pensiero critico. Si vogliono ridurre gli studenti ad ascoltatori passivi. Questo anche nella parte di italiano".
Per Martina è importante sottolineare come cambia l'impianto sotteso all'insegnamento della disciplina. "Prima l'obiettivo era acquisire competenze e strumenti. Ora invece c'è una nuova sezione, 'Conoscenze', che dettaglia anno per anno in modo preciso e prescrittivo i contenuti da trasmettere. In queste indicazioni il verbo trasmettere è usato moltissimo. Si torna ad un tipo di scuola trasmissiva, che è stata combattuta con fatica negli ultimi decenni dalla ricerca scientifica e dall'impegno degli ambienti più progressisti della scuola. Per quanto riguarda la matematica, gli obiettivi sono gli stessi di prima, ma sono stati ridotti nella parte dell'intervento trasformativo sulla realtà: «Utilizzare le rappresentazioni per ricavare informazioni, formulare giudizi, prendere decisioni», diventa «Utilizzare le rappresentazioni per ricavare dati». È stato eliminato tutto ciò che era rielaborazione personale per promuovere una matematica asservita all'informatica, che diventa una sezione all'interno del capitolo matematica, per rispondere – si dice - alle sfide dell'intelligenza artificiale. Eliminando il ragionamento e il laboratorio si ottiene l'obiettivo opposto, rendendo le giovani generazioni incapaci di leggere, interpretare e trasformare la realtà".
Quindi davvero si vuol tornare a disciplina e nozionismo?
Martina: "Sono anni che la scuola subisce attacchi, però l'indirizzo verso cui siamo state formate, dal punto di vista pedagogico, era quello di una scuola che abituava all'incontro con l'altro e a essere costruttori di conoscenza piuttosto che destinatari passivi. Riguardo alla disciplina, il linguaggio di questo ministro si caratterizza per esaltare l'umiliazione e la repressione come forma di educazione. Le nuove Indicazioni Nazionali si accompagnano alla recente riforma sulla valutazione che spazza via tutti gli sforzi e la ricerca impiegati per promuovere una valutazione formativa e non sommativa".
Parole molto ricorrenti nel testo, ci dice Giulia, sono: disciplina, senso del limite, senso morale, autorità, regole, tradizione. I bambini e le bambine non possono pensare, usare la creatività, devono ascoltare, rispettare l'insegnante detentore del sapere, maxima debetur magistro reverentia. "Nessuno sforzo relazionale, solo rispetto per l'autorità e il ruolo. Oltre a essere sbagliato è del tutto anacronistico. E se pensiamo alla realtà delle nostre classi, non è la chiave per costruire niente".
E ora come si configura la libertà di insegnamento garantita dalla Costituzione?
Martina: "Questo testo è lunghissimo rispetto alle precedenti indicazioni. Entra nei dettagli dei contenuti dell'insegnamento con un atteggiamento paternalistico e velatamente minaccioso, tanto da far pensare che la libertà del docente venga sostanzialmente annullata".
Anche per Giulia la libertà di insegnamento finisce nel momento in cui gli obiettivi sono prescrittivi, cioè obbligatori: "Sono preoccupata. Riprendendo l'esempio della storia: in prima è previsto che si leggano i testi della Bibbia, dell'Odissea, etc., negli anni successivi la storia degli Egizi, dei Sumeri, viene cassata, perché non europea".
Il ministro ha avviato una consultazione tramite un questionario al quale si poteva rispondere fino al 10 aprile. Molte associazioni hanno invitato a non rispondere. Che cosa ne pensate?
Per Martina è un finto questionario in cui la risposta è sempre la stessa: "Sono d'accordo". Risposte a scelta fra "1. Si condivide l'impianto […]. 2. Sarebbe più utile ampliare le conoscenze suggerite (…). oppure 3. L'approccio metodologico è innovativo ma richiederebbe maggior peso e tempo (…). 4. Nessuna risposta". È l'impianto generale che è da ribaltare, quindi fare delle critiche puntuali lascia il tempo che trova.
Per Giulia inoltre è un documento scritto male: disomogeneo, privo di una sintesi fra le varie parti, quindi difficile da emendare.
Scegliere di essere insegnanti in un momento storico come questo significa avere passione e coraggio. Come vivete questa situazione?
Giulia: "Abbiamo una responsabilità sociale e civile perché in queste indicazioni si manifesta il disegno repressivo di questo governo. Edgar Morin parla di resistenza spirituale: non cedere all'odio, comprendere e aprirsi alla complessità, fare ricerca, creare reti sociali e solidali, unirsi, non farsi intimidire".
Per Martina è anche una responsabilità politica, come si dice nel film Lunana: gli insegnanti toccano il futuro.
- scuola
- istruzione
- indicazioni nazionali
- Valditara
- pensiero critico
- storia
- matematica
- eurocentrismo
5Diritti2 articoli
Yvette Samnick: il femminismo non è una esclusiva europeaCristina Niccoletti · Diritti
!Diritti
Sezione: DIRITTI | Autore: Cristina Niccoletti
Yvette è nata in Camerun a Okala, una località a 30 km dalla capitale Yaoundé. Collabora con UNHCR e con Di.Re. - Donne in rete contro la violenza – nel progetto "leaving violence, leaving save", che mira a tutelare le donne migranti vittime di violenza; è inoltre fondatrice dell'associazione ACLVF, che si occupa anch'essa di violenza sulle donne. Il suo primo libro è stato "Perché ti amo". L'ho incontrata in occasione della presentazione fiorentina del suo libro "Nata Ribelle". Yvette è una ragazza "sempre giovane" e che trasmette una grande forza d'animo e volontà. Un bambino, suo figlio, le ruota sempre attorno sorridendo e interrompendola, come si fa con le madri richiedendo le attenzioni su di sé.
Le chiedo cosa l'ha spinta e perché ha sentito l'esigenza di scrivere. Mi risponde che voleva dare voce al suo dolore: si era resa conto che la gente la sentiva ma non l'ascoltava e quindi desiderava lasciare "scritto nero su bianco" quello che aveva vissuto, di modo che la gente potesse capire.
Nel libro "Nata Ribelle" racconta la società camerunense in cui è vissuta, fondata sulla sopraffazione sul femminile come unica possibilità di riscatto maschile, dove la donna è merce di scambio e dove, pur avendo la possibilità di lavorare e studiare, le donne non riescono a far valere i propri diritti, tanto che la rassegnazione diventa l'unica "cultura" possibile, la sola reazione che il genere femminile conosca. Per questo "Nata ribelle" si impone come testo fuori dal coro, perché offre un'alternativa: "Nessuno mi ha preparata a ciò che mi aspettava nella vita", racconta, "ma ho imparato dalle donne venute prima di me".
In Italia si parla molto del "patriarcato". Le chiedo il suo punto di vista rispetto al tema e se ce ne sia uno che si possa uniformare (o paragonare) a quello occidentale. Così risponde Yvette: "l'Occidente guarda al Camerun con i propri stereotipi: nel mio paese le donne rispondono e hanno sempre risposto ai modelli imposti, fossero questi importati dai coloni o no". Il femminismo non è una esclusiva europea: "Parlo di autodeterminazione in base al contesto, a volte le donne bianche non capiscono: in Camerun c'è sempre stata una resistenza femminile". Le dico che è stata coraggiosa a denunciare e che non tutte le donne ci riescono. "La denuncia arriva con la consapevolezza", risponde.
Se riusciamo a maturare capacità di lettura dei reali fatti vissuti, a dare a questi un nome essendone coscienti, forse riusciamo anche a fare i passi necessari perché siano garantiti i nostri diritti di Donne "libere" dalla violenza.
- femminismo
- Camerun
- Africa
- patriarcato
- donne
- violenza di genere
- autodeterminazione
- migranti
Mattarella straccia Daspo e multaFuori Binario · Diritti
!Diritti
Sezione: DIRITTI | Autore: Fuori Binario
Avvocato di strada: "Oggi è una bellissima giornata. Bisogna combattere la povertà, non infierire sui poveri"
"Bisogna combattere la povertà, non infierire sui poveri. Non si può multare e dare un Daspo ad una persona che sta solo chiedendo l'elemosina senza dare fastidio a nessuno. Oggi è una bellissima giornata perché il Consiglio di Stato ha accolto il nostro ricorso straordinario al Capo dello Stato". A darne notizia è Antonio Mumolo, il presidente di Avvocato di strada, l'associazione che promuove e difende i diritti delle persone senza dimora e che è presente anche a Firenze, dove riceve presso la Comunità delle Piagge (info: firenze@avvocatodistrada.it).
La legge sta, per una volta, dalla parte dei più fragili e nell'epoca in cui viviamo pare un'eccezione. E bacchetta pesantemente un'amministrazione comunale che si è fatta prendere la mano sulla "questione sicurezza". Ma cosa era successo? È lo stesso Mumolo a raccontarlo "Una persona senza dimora che viveva a Verona stava chiedendo l'elemosina seduto a terra a capo chino, in maniera del tutto passiva e senza dare nessun fastidio ai passanti con atteggiamenti violenti o minacciosi. La sua evidente tranquillità non aveva fermato la Polizia municipale, che oltre a comminargli una severa multa gli aveva anche consegnato un Daspo, provvedimento che lo costringeva a lasciare immediatamente la città di Verona. Il Daspo è un provvedimento molto grave, che andrebbe elevato solo contro chi rappresenta un serissimo pericolo per i cittadini, non certo contro una persona senza dimora che chiede l'elemosina per mangiare".
Il presidente degli Avvocati di strada, toccando l'aspetto culturale della vicenda, continua: "Il 'decoro urbano' e la 'percezione della sicurezza' non possono essere bandiere dietro alle quali nascondersi per cacciare via tutti quelli che non ci va di vedere. Quando questa persona si è rivolta a noi – sottolinea ancora Mumolo -, non solo l'abbiamo difesa contro questi provvedimenti ingiusti (multa e Daspo), ma abbiamo deciso di ricorrere insieme a lui. Abbiamo così istruito un Ricorso Straordinario al Capo dello Stato per mandare un segnale preciso. Anche le amministrazioni comunali sono soggette alla legge ed il loro operato può essere controllato ed annullato anche dalla più alta carica dello Stato, il Presidente della Repubblica".
L'obiettivo è stato raggiunto. Il Capo dello Stato, su parere del Consiglio di Stato, ha accolto il ricorso degli Avvocati di Strada e ha dichiarato illegittimi sia il Daspo che la norma regolamentare alla base della multa. Speriamo che questa ennesima sentenza sia da monito a tutte le amministrazioni locali, affinché il loro approccio nei confronti delle persone povere non sia punitivo ma sia rispettoso dei diritti garantiti a tutti dalla nostra Costituzione.
- senza dimora
- Daspo
- multa
- elemosina
- diritti
- povertà
- decoro urbano
- sicurezza
6Popoli2 articoli
Ignorati da 50 anniG.P. (Giulia Pellegrini) · Popoli
!Popoli
Sezione: POPOLI | Autore: G.P.
Nei campi in Algeria 250mila profughi resistono in condizioni estreme nell'indifferenza della comunità internazionale
Un popolo fiero che rivendica la propria libertà nell'esilio nel deserto dell'Hammada, al confine occidentale dell'Algeria. Il popolo Saharawi si trova in terre tanto problematiche quanto potenti, vive in condizioni di enorme difficoltà ma con un'estrema dignità, quella di un popolo che si è autodeterminato nella Repubblica Araba Saharawi Democratica (RASD). L'esilio iniziò nel 1975, durante il processo di decolonizzazione che vide la Spagna spartire, tra Marocco e Mauritania, il territorio delle Comunità Saharawi che, dopo una guerra cruenta, fu costretta a lasciare il Sahara Occidentale per una porzione della vicina Algeria. Il Marocco continua ancora oggi a discriminare i Saharawi rimasti nel Sahara Occidentale, ne arresta gli attivisti riempiendo le celle di prigionieri politici. Un muro di 2.700 km, sorvegliato e circondato da mine antiuomo, costeggia i territori occupati ed è il simbolo dell'indifferenza della Comunità internazionale, che da 50 anni ignora le risoluzioni ONU sul diritto all'autodeterminazione.
Lo scorso marzo il Comitato Selma 2.0, con sede all'Impruneta, ha compiuto una missione umanitaria nei campi profughi di Tindouf, in Algeria, dove oggi circa 250.000 persone vivono supportate quasi integralmente dagli aiuti internazionali. Siamo andati con loro, abbiamo portato il materiale raccolto grazie alle associazioni e alle amministrazioni del sud-est fiorentino per contribuire a migliorare le condizioni di vita nei campi profughi. Ogni anno il Comitato ospita bambine e bambini Saharawi affinché ricevano cure mediche, possano allontanarsi dalle temperature estreme del deserto e riportino nei campi profughi materiali scolastici e alimentari.
Durante questa ultima missione è partito il "Progetto sanitario EPI-DIA" che coinvolge 81 famiglie con bambine e bambini affetti da epilessia o diabete. Oltre a un sostegno economico, le famiglie vengono monitorate e ricevono – insieme a infermiere e insegnanti – una formazione di primo soccorso per poter gestire le situazioni di emergenza e le fasi acute delle malattie. Il progetto, promosso da Selma 2.0 e dall'associazione Saharawinsieme, fornisce agli ospedali strumentazione sanitaria e medicinali, garantendo alle famiglie cure gratuite.
Ad oggi il Sahara Occidentale aspira alla sovranità nazionale e al completo riconoscimento da parte della Comunità internazionale, sperando in un referendum atteso dal 1992 e continuamente rimandato. Per noi sostenere la causa Saharawi non è solo un gesto di solidarietà, ma un atto politico per rendere più visibile una lotta troppo spesso dimenticata. (G.P.)
- Saharawi
- profughi
- deserto
- Algeria
- Tindouf
- autodeterminazione
- aiuti umanitari
- mine antiuomo
Saharawi, popolo del desertoGiulia Pellegrini · Popoli
!Popoli
Sezione: POPOLI | Autore: Giulia Pellegrini
Mohamed Dihani: "Per noi la vostra solidarietà è fondamentale". Intervista con il giornalista e attivista perseguitato in Marocco
Mohamed Dihani è giornalista e attivista impegnato per l'autodeterminazione del popolo Saharawi. Perseguitato per motivi politici dalle autorità marocchine, Dihani ha subito gravi violazioni dei diritti umani, gli sono state inflitte torture sistematiche nei 5 anni e 7 mesi di detenzione nel carcere di Temara, la "Guantanamo d'Africa", ed è stato ingiustamente condannato dalla Corte d'Appello di Rabat per terrorismo. Il suo caso è seguito dall'Alto Commissariato ONU per i Diritti Umani, dal gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulle sparizioni forzate e da Amnesty International. Dihani è in Italia dal 2022, Fuori Binario lo ha intervistato per fare luce su una delle tante crisi che colpiscono il continente africano.
A che punto è la situazione della causa Saharawi?
Il momento è difficile e gli accordi marocchini con Israele, Emirati, Arabia Saudita, Stati Uniti, Francia aggravano la situazione. Francia e Stati Uniti riconoscono la sovranità del Marocco sul Sahara Occidentale nonostante dal 1973 l'Onu abbia stabilito l'autodeterminazione dei Saharawi. Dal 2020 la guerra ha ripreso vigore e oggi contiamo più di 600 prigionieri politici.
Quali sono gli interessi in gioco?
Molti, soprattutto di grandi società internazionali, tra cui quelle del Re marocchino Muhammad VI. Sfruttano le risorse naturali del Sahara Occidentale, a partire dal mare, uno dei più pescosi al mondo. Inoltre il suolo è ricco di fosfato e i campi vengono sfruttati per le energie rinnovabili.
A che livello è la repressione nei territori liberi e occupati?
Lo stato marocchino ha ucciso 127 saharawi con droni israeliani, così una soluzione politica e pacifica si allontana. Nel suo rapporto di aprile, l'inviato speciale delle Nazioni Unite parla di tre mesi per trovare un accordo tra Marocco e Fronte Polisario per evitare che la situazione si complichi ulteriormente e per arrivare al referendum che il Marocco nega dal 1991.
Parliamo del tuo caso. Il Tribunale di Roma ha riconosciuto il tuo diritto alla protezione internazionale ma il Ministero dell'Interno ha fatto ricorso in Cassazione. Cosa provi nell'essere di nuovo nello stato di "richiedente asilo"?
La mia storia è figlia delle pressioni che il Marocco compie sull'Italia. So di altre persone nella mia situazione, fuggite da situazioni terribili, guerre e persecuzioni. Ho passato tre anni di sofferenza, ora ho un documento provvisorio. Senza permesso di soggiorno non ho accesso ai diritti minimi, a partire dalla sanità, ma anche avere una scheda telefonica è un problema. Amnesty mi aiuta, posso ritenermi fortunato. Adesso dovrò attendere almeno un altro anno per il permesso di soggiorno.
Durante la detenzione hai fondato Wesatimes, uno spazio di informazione indipendente sul Sahara Occidentale.
Volevo raccontare quello che succedeva in carcere e dare voce ai detenuti, soprattutto se prigionieri politici, sia saharawi che marocchini. Pubblicavamo il nostro lavoro, incentrato soprattutto sui diritti umani e ricco di contenuti politici, in 5 lingue, tra cui l'italiano. Abbiamo subito vari attacchi informatici e non avevamo né i mezzi né i soldi per proteggerlo e andare avanti. Siamo stati costretti a chiudere.
Cosa chiederesti ai nostri lettori?
Viviamo un momento difficile, la nostra situazione è grave. Ma ho una grande fiducia nel movimento internazionale che supporta la nostra causa. Parlate di noi, fate conoscere ciò che accade a poche ore di volo dall'Italia, per noi la vostra solidarietà è fondamentale.
- Saharawi
- Sahara Occidentale
- Marocco
- autodeterminazione
- diritti umani
- tortura
- prigionieri politici
- giornalismo
7Diritti2 articoli
Lo specchioFlavio Fenici · Diritti
!Carcere
Sezione: DIRITTI | Autore: Flavio Fenici
Ogni mattina, come milioni di persone, osservo il mio viso davanti allo specchio, mentre mi sto tagliando la barba.
Un gesto normale.
Ma non per tutti.
Mi ha fatto impressione ascoltare la testimonianza di un detenuto, intervenuto sabato scorso grazie ad un permesso-premio al convegno "Sprigioniamo Umanità". Quando si è recato al bagno del teatro ha potuto specchiarsi e osservare i segni del tempo sul suo viso.
"A noi detenuti non è permesso avere uno specchio in cella, ed è quindi come se scomparissimo a noi stessi non potendo vedere il nostro volto".
"Cosa sarebbe l'uomo senza un volto?" – scrive Massimo Grilli nell'introduzione al suo libro "il volto: epifania e mistero".
Continua così: "Si dice comunemente che l'uomo ha un volto, ma sarebbe meglio dire che è un volto. In effetti il volto – come del resto il nome – concerne l'identità di una persona: la definisce, la rivela, la mette in relazione. Perché il volto dice soggettività e rapporto, irripetibilità e molteplicità, già e non ancora. Ci appartiene e ci nasconde, è quanto di più intimo e familiare ci possa essere, e tuttavia resta il più grande enigma della nostra vita".
Penso che non poter osservare il proprio volto sia come disabitare il proprio corpo, avere un'immagine deformata che via via il tempo incrementa fino a divenire invisibili – e già la condizione di un detenuto, di un "ristretto", è tale.
Un invisibile.
Immagino che qualcuno non sarà d'accordo sul fatto che questi reclusi possano godere dei diritti fondamentali della persona, eccetto naturalmente quello della libertà.
È tuttavia sufficiente ascoltare alcune esperienze, anche quelle dei volontari e delle varie associazioni che operano all'interno del carcere, per mettere per lo meno in discussione le proprie opinioni e, in molti casi, i propri pregiudizi.
Consiglio la lettura di almeno uno dei volumi della collana "L'evasione possibile" – Contrabbandiera Editrice, Firenze – per conoscere l'umanità di chi sta dietro alle sbarre perché ha sbagliato, ma sviluppa col tempo un desiderio di redenzione, se gli viene offerta tale opportunità.
La scrittura in carcere è una di queste.
- carcere
- detenuti
- specchio
- volto
- identità
- invisibilità
- diritti umani
- scrittura
Carcere, la verità è divisivaVincenzo Russo · Diritti
!Carcere
Sezione: DIRITTI | Autore: Vincenzo Russo, già cappellano di Sollicciano
La politica abbandoni compromessi e equilibrismi. La condizione dei detenuti richiede posizioni chiare e coraggiose
L'esigenza di chiarezza e trasparenza appartiene all'oggi. Troppo spesso, infatti, il grigio è il colore dei luoghi e delle vicende del nostro tempo, a discapito del pur acceso confronto fra bianco e nero.
Oggi, senza dubbio, c'è bisogno di pacificazione, ma questo non a prezzo del "va bene tutto", del compromesso di chi mira al proprio vantaggio e non ha uno sguardo sulla comunità. Chi è chiamato alla gestione della cosa pubblica, particolarmente, dovrebbe considerare inevitabile l'esperienza del "dividere", poiché prendere posizione in favore dei diritti di ogni persona, soprattutto quella esclusa ed emarginata, difficilmente non causa divisione. Se così non è, significa che l'impegno in quel senso non è autentico.
Se pensiamo, per un momento, ai lavoratori, possiamo ben immaginare che un movimento, quale può essere un sindacato, che si prende a cuore le loro istanze e lotta per la rivendicazione dei loro diritti calpestati, finisca inevitabilmente per provocare divisione tra coloro che comprendono e sono a favore e quelli che remano in senso contrario. Di un sindacato non divisivo ci sarebbe da dubitare perché facilmente parrebbe più una struttura "politica" che non uno strumento di salvaguardia dei diritti. Lo stesso vale nei confronti di altri soggetti deboli, come ad esempio coloro che vivono una forma di disabilità, sia fisica che mentale, oppure quelli che si trovano in situazione di estrema povertà, come i senza fissa dimora. Come si potrebbe lavorare per la causa dei loro diritti di cura e piena cittadinanza, senza generare la reazione se non oppositiva almeno indifferente, di tutta quella parte di società interessata a ben altre priorità? Oggi mancano coraggio, iniziative capaci di dividere i fronti, di contrastare la diffusa tiepidezza, mentre si sprecano parole vuote di propaganda che, per non scontentare nessuno, corrono sul filo di un equilibrismo improponibile.
C'è, oggi, urgente bisogno di verità e la verità divide, tra chi la difende e chi la nasconde. Così è del Vangelo, dove si legge: Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; sono venuto a portare non pace, ma spada (Mt 10,34). Di fronte alla verità occorre svelarsi, gettare giù la maschera. Non farlo equivale a rifiuto, ad inadempienza, al fare un passo indietro senza affrontare la questione. La realtà del carcere da molto tempo conosce questo atteggiamento da tanta parte del mondo politico e del sistema giudiziario tutto. Le persone detenute soffrono discriminazione e abbandono, con perdita di ogni diritto pur riconosciuto dall'ordinamento dello Stato. La mancanza di figure incisive e divisive, a livello politico e direttivo, ha annientato ogni tentativo di resistenza e di affermazione dei diritti dei detenuti, con la conseguenza che intorno a quelle persone si è formato un vuoto che ha finito per ingoiare le loro stesse vite, come ci rivela l'alto numero dei suicidi. Una politica non divisiva e forte nelle sue convinzioni, non è politica ma solo una continua concertazione, un accomodarsi su ciò che conviene ad alcuni.
Il mondo ha bisogno di profeti, di parole di verità dirompenti. La storia, anche recente, ce ne ha dati tanti. Il pensiero, riferendoci a Firenze, corre subito a Giorgio La Pira, che dell'opzione per i poveri ha fatto la stella polare della sua azione politica, considerandolo l'obiettivo più alto che possa avere la gestione della cosa pubblica. Allargando l'orizzonte, tra i tanti, possiamo citare il magistrato Rosario Livatino, i giornalisti Peppino Impastato e Ilaria Alpi, il Vescovo Oscar Romero, il sacerdote don Giovanni Minzoni. A questi, particolarmente, desideriamo aggiungere quei sacerdoti come Don Giulio Facibeni e don Corso Guicciardini i quali, nel silenzio e nella dedizione quotidiana, hanno consumato per i poveri tutta la loro esistenza.
Oggi, sull'esempio di questi testimoni, abbiamo bisogno di coraggio, di uscire fuori dalla logica "dell'amico dell'amico" tesa ad aggiustare gli interessi personali e di parte. Occorre essere divisivi, senza essere risucchiati dal vortice dell'omologazione.
Cari politici, cari eccentrici protagonisti del palco di turno, continuate pure secondo le vostre consuete logiche nella tragica rappresentazione del governo di una comunità sempre più lacerata e affossata. Il cammino sulla via del successo è aperto davanti a voi, ma sarà solo personale ed accompagnato dalla sofferenza di tanti altri, che nulla possono dire o fare. Forse, anzi certamente, continuerà a provocare morte sociale, perdita di diritti e di tutela per i più deboli. In questo mondo daltonico, in cui non si distingue più tra destra e sinistra, tra bianco e nero, ma tutto si appiattisce su un anonimo grigiore, posso solo augurarvi di avere un sussulto di dignità e, prima o poi, di comprendere che occorre essere divisivi!
---
Giancarlo Parissi nuovo Garante dei detenuti di Firenze
È plausibile definire Sollicciano il peggior carcere d'Italia, tra i peggiori d'Europa. Ne abbiamo scritto più volte: violazioni dei diritti umani, condizioni igienico-sanitarie infami, celle inadeguate, episodi di violenza, autolesionismo e suicidi, strutture fatiscenti, infiltrazioni d'acqua, muffe, impianti elettrici e idraulici malfunzionanti. I detenuti denunciano la presenza di cimici, scarafaggi e difficoltà nell'accesso alle cure mediche.
Il 19 maggio scorso il Comune ha nominato Giancarlo Parissi nel ruolo di Garante dei detenuti per la città di Firenze. Parissi, da sempre attivo per i diritti di chi è costretto in carcere, è l'animatore dell'associazione fiorentina Ciao che "persegue finalità di difesa, promozione, ampliamento ed esigibilità dei diritti umani e civili di tutti i cittadini, in particolare di quelli che vivono in situazione di segregazione ed emarginazione".
Il Garante dei detenuti si occupa di assicurare il rispetto dei diritti umani e le condizioni di vita delle persone private della libertà, vigilando sul rispetto delle leggi. In pratica, monitora le condizioni detentive, promuove iniziative di sensibilizzazione pubblica e collabora con le autorità per migliorare la situazione dei detenuti.
A Giancarlo Parissi va il nostro augurio di buon lavoro, affinché possa sovvertire una realtà che a Sollicciano genera violenza e tradisce l'articolo 27 della Costituzione: "Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato".
- carcere
- Sollicciano
- diritti detenuti
- politica
- verità
- divisione
- compromesso
- povertà
8Palestina2 articoli
Senza casaClara Baldasseroni · Palestina
!Palestina
Pagina: 8 | Autore: Clara Baldasseroni
La maggior parte delle persone senza dimora non lo è per scelta, ma a causa di circostanze spesso al di fuori del loro controllo. Proprio per ricercarne e comprenderne i motivi, sarebbe necessario un approccio che analizzasse tutti i fattori e che proseguisse in maniera coordinata e cooperativa in una interazione attiva fra governo, organizzazioni non profit, comunità locali e persone.
Le strategie che possono aiutare a risolvere il problema possono essere a breve e a lungo termine.
Quelle a breve termine si attuano nel fornire servizi istantanei in caso di emergenza (cibo, acqua, vestiti e alloggi temporanei); nella creazione di centri di accoglienza in grado di offrire servizi di base (docce, lavanderia e assistenza medica); in programmi di sostegno con consulenze personalizzate.
Le strategie a lungo termine offrono invece soluzioni definitive. Tra le più importanti, la necessità di costruire e mantenere alloggi a prezzi accessibili per le persone a basso reddito e i programmi di "reinserimento" che consentano ai senza dimora di ritornare parte integrante della società, restando, quando necessario, in contatto con i servizi dedicati.
Tutti noi vediamo quotidianamente quanto sia problematico rimanere senza casa.
Queste persone potrebbero essere seguite in un percorso di accompagnamento che le aiuti a far fronte all'emergenza, anche attraverso donazioni o semplicemente dedicando loro del tempo da trascorrere insieme.
Servono però, ovviamente, scelte governative (a tutti i livelli) affinché siano garantiti investimenti sufficienti per sostenere lo stato sociale e aumentare le case popolari.
In ogni caso, l'obbiettivo principale deve essere quello teso al rinnovamento dell'umanità, che possa far sperare in un cambiamento collettivo e conceda la possibilità a tutta la società civile di risollevarsi - come testimoni da un lato e protagonisti dall'altro - in un'esperienza comune che possa ridurre progressivamente il problema dei senza casa, fino a risolverlo completamente attraverso strategie efficienti.
- senza dimora
- casa
- povertà
- strategie
- accoglienza
- emergenza
- alloggi
- reinserimento
Unicoop Firenze, non ci siamoCamilla Lattanzi · Palestina
!Palestina
Sezione: PALESTINA | Autore: Camilla Lattanzi
L'inganno della "libertà di scelta" davanti al genocidio del popolo palestinese. Il ruolo dei soci che rivendicano scelte più coerenti
---
COSA FA UNA MAMMA GAZAWI DURANTE UN RAID ISRAELIANO NOTTURNO
Raccoglie tutti i figli attorno a sé, nel letto come uno raduna libri e vestiti e li mette in valigia prima di lasciare l'hotel. Conta le orecchie, le bocche, i nasi, poi li guarda negli occhi e ve lo giuro, sorride. Canta una ninna nanna, per coprire il suono delle bombe, per far scomparire il ronzio dei droni e rispedirlo su nelle nuvole. Abbraccia ogni figlio di quelli rimasti dopo ogni bomba e se sa che una bomba sta per far esplodere il cielo e la stanza copre loro gli occhi e chiede ad alta voce: "Cosa vedi quando hai gli occhi chiusi?" sperando che la sua voce tremula riesca a coprire il suono distruttore della bomba.
Mosab Abu Toba
---
"Questo genocidio viene commesso a causa della terra, per la terra. Israele vuole la terra senza i palestinesi. Ecco perché lo chiamiamo genocidio di cancellazione coloniale": è uno degli slogan della campagna "No ai Prodotti Israeliani nella Grande Distribuzione", sostenuta da una rete di più di 160 associazioni distribuite in 5 regioni tra le quali la Toscana. Si chiama consumo critico ed è una forma di pressione che conosciamo da quando Francesco Gesualdi, allievo di Don Milani, col suo Centro Nuovo Modello di sviluppo s'inventò la Guida al consumo critico, un manuale che valuta eticamente i prodotti più venduti cosicché ciascuno possa orientare le proprie scelte e il proprio potere di "consumatore". Nel 1999 Gesualdi organizzò la campagna "Diciamo NO all'Uomo del Monte" affinché Coop pretendesse dal produttore Del Monte un miglioramento delle condizioni di lavoro nelle piantagioni di ananas. Coop venne sommersa da cartoline prestampate e reagì immediatamente, inviando una commissione in Kenya. Gli ispettori confermarono le accuse e Coop minacciò Del Monte di non acquistare più gli ananas: l'esito fu un successo.
È quel che si spera anche oggi: Israele può ancora ritrovare una dimensione di legittimità e di rispetto del diritto internazionale, ma fino ad allora si insisterà affinché Coop rinunci a proporre prodotti alimentari israeliani, particolarmente simbolici perché "il sistema agricolo israeliano è totalmente e organicamente complice dei crimini dello stato israeliano. Si tratta di un progetto di colonizzazione basato sulla sottrazione di terra e di risorse idriche alla popolazione palestinese. Ma la terra e l'agricoltura sono fondamentali per la resilienza e resistenza del popolo palestinese e rappresentano un elemento fondante dell'identità palestinese, come per tutti i popoli colonizzati".
Mentre in Palestina si muore, nello statuto di Coop si leggono parole bellissime su valori e diritti dei bambini, delle donne e dei lavoratori. Ma i palestinesi che lavorano in Israele vivono una condizione effettiva di apartheid, come sostenuto dalle maggiori organizzazioni per i diritti umani e in alcuni casi è bastato un post che esprimesse pietà per essere sospesi, bullizzati, aggrediti. Se è vero che "la Coop sei tu", e che contiamo qualcosa come consumatori e soci, allora Coop deve tener conto delle richieste di coerenza e giustizia che arrivano dalle assemblee. I promotori hanno tentato con ogni mezzo di essere ascoltati, attraverso volantinaggi e presidi, hanno fatto chiamare i direttori responsabili per fare domande sui prodotti e sulla loro origine, hanno usato i megafoni davanti agli scaffali dove sono ancora in vendita prodotti che potrebbero provenire dai terreni rubati ai palestinesi nelle occupazioni illegittime e il personale stesso ha ammesso di essere disinformato e ha solidarizzato con i manifestanti. COOP ha infine pubblicato una lettera pilatesca nella quale sostiene che non boicotta perché ciascuno è libero di fare le sue scelte. "Ma chi entra alla Coop pensa di trovare prodotti eticamente migliori di quelli che si trovano in altri supermercati – replicano i soci promotori - e poi che significa lasciare al singolo la scelta? Se il singolo volesse un prodotto che finanzia un genocidio forse che Coop glielo metterebbe a disposizione?"
A chi pensa che non sia giusto sovrapporre le aziende israeliane con il governo Netanyahu, risponde un parere della Corte internazionale di giustizia del 19 luglio 2024, al Paragrafo 278 dove la Corte esplicita "l'obbligo di astenersi da relazioni commerciali con Israele che possano contribuire o consolidare la situazione illegale nel Territorio Palestinese Occupato". Le entrate fiscali che derivano da quelle aziende vengono utilizzate dal governo per comprare armi e finanziare la guerra. Si chiama "finanziamento indiretto della guerra": per molto meno l'Europa e gli USA hanno posto sanzioni alla Russia o a Cuba. La Coop deve rispondere della sua incoerenza e assumersi le sue responsabilità.
Firma per sostenere la campagna: https://www.change.org/p/diciamo-no-ai-prodotti-israeliani-nei-nostri-supermercati-fermiamo-il-genocidio
Per comunicare con l'organizzazione: retecampagnagd@gmail.com
- Palestina
- boicottaggio
- BDS
- Coop
- consumo critico
- genocidio
- Israele
- prodotti israeliani
9Storie2 articoli
Fiori d'asfalto - Esercizi di sguardo poetico dalle periferieVari (Silvia Guasti, Antonio Matrone, Roberto Pelozzi) · Storie
!Storie
Rubrica: FIORI D'ASFALTO | A cura di: Laura Bardelli
---
Indugiare
Tra le prassi impegnative vi è anche l'indugiare. La percezione che aderisce alle informazioni non dispone di uno sguardo lungo e lento. Le informazioni ci accorciano la vista e il respiro. Impossibile indugiarvi. L'indugiare contemplativo presso le cose, quel guardare senza secondi fini che potrebbe essere la ricetta della felicità, cede il passo alla caccia all'informazione. Oggi corriamo dietro alle informazioni senza approdare ad alcun sapere. Prendiamo nota di tutto senza imparare a conoscerlo.
Byung-Chul Han, Le non cose, Einaudi 2021
---
Luna
Stamani la Luna sotto un velo di nubi bassa all'orizzonte da far tremare i fuggitivi chi si può celare sotto una Luna così implacabile. La Porta San Frediano celata dal velo fotografico del restauro trompe-oeil di se stessa per lo straniero incanto e fotografo mentre un'alba a San Salvi mi fa folleggiare e mangiare olive in cucina di notte magari per trovarci, noi, per trovarci lì mentre il sangue brinda la sua orgia divina agli zuccheri, infernale bacchica danza del sangue e degli organi che cedono ricchezza. Stamani sto meglio di ieri sera in cui stamani mi sembrava un inferno.
Silvia Guasti
---
Appartenenza
Sento il continuo / chiudersi dei cuori / Lacrime abortite in gola / Sento; così solo / di appartenere ad una / rabbia che, / mi porta sempre più lontano / da quello che è il mio / centro di purezza.
Antonio Matrone
---
Non dimenticare
Della storia / il ricordo è memoria tutto questo siamo noi / Ama il prossimo tuo è insegnato all'uomo / Questo già accade in natura! / È storia infinita… / Seguiamo l'esempio e nel vivere / stiamo con lei
Roberto Pelozzi
- poesia
- periferie
- sguardo poetico
- Luna
- Firenze
- appartenenza
- memoria
- San Frediano
Fuori Binario, fuori dal giroBarbara Cremoncini · Storie
!Storie
Sezione: STORIE | Autore: Barbara Cremoncini
Da una pena alternativa nasce la seconda occasione di Neri che in via del Leone ha trovato il posto giusto e degli amici
Tutto, nella vita di Neri, ha sempre ruotato attorno al corpo e all'efficienza fisica. Fin da quando, in seconda media, ha cominciato a frequentare una palestra di lotta greco-romana, arrivando anche a vincere nella sua categoria. Poi gli allenamenti, la carriera come addetto alla sicurezza e nei servizi di vigilanza, le esperienze "indimenticabili" dei grandi concerti, quelle da operaio, elettricista, giardiniere e il lavoro con gli animali, soprattutto cani di grossa taglia, come addestratore o dog-sitter. È stato proprio questo approccio fisico, dice, a garantirgli un lavoro fino ad oggi, oggi che ha più di cinquant'anni e comincia a preoccuparsi per il futuro.
Ma è stata questa fisicità, in qualche modo, anche a tradirlo, a farlo entrare in quello che lui chiama "il giro dei cazzotti", un giro dove le risse erano all'ordine del giorno e a volte spuntavano i coltelli.
Poi, un periodo più nero degli altri, una serata più storta. "Ero sotto pressione, mi ero lasciato, dovevo badare ai miei genitori anziani e malati, non riuscivo a dormire". I nervi che saltano. "Ho perso il controllo, ho fatto un casino", così si è ritrovato in questura, denunciato e poi condannato.
La pena ha la possibilità di scontarla facendo lavori socialmente utili e così comincia a cercare. Non vuole un posto qualsiasi. "Il mio lavoro di guardia giurata mi ha fatto conoscere bene certi ambienti e lì non ci volevo andare. Ma molti mi hanno detto no. Chi è che vuole un pregiudicato nella sua associazione? L'alternativa era Sollicciano".
L'ancora di salvezza arriva con Fuori Binario. "Proprio il giorno prima dell'udienza del tribunale di sorveglianza mi hanno preso qui e così sono riuscito a evitare il carcere, a restare fuori". Nella sede di via del Leone ha lavorato nove ore al giorno. "Non solo quello che prevede la legge, ma anche di più, mi sono appassionato: ho fatto di tutto ma soprattutto aiutato a ripulire e riordinare, montato librerie, sistemato archivi". Mostra con orgoglio una stanza pulita e piena di faldoni, in ordine su scaffali che arrivano al soffitto. Ci sono una scrivania, un computer. "È la mia preferita, mi hanno dato la chiave".
Sì, perché, ormai, la pena è scontata dallo scorso settembre ma l'aria di questo posto, la gente, le attività, le idee, l'entusiasmo, gli sono rimasti addosso.
"Ho un passato di dipendenza, sono stato in comunità, al Sert, ma ne sono uscito da molti anni ormai. Questo posto mi piace perché è pulito, mi aiuta a stare fuori dal giro dei tossici e anche dal giro dei cazzotti". Qui Neri, oltre a sentirsi partecipe di un progetto, ha trovato anche un sostegno concreto. Persone che lo aiutano a sbrogliare la matassa ancora complicata della sua vita, impigliata in pendenze giudiziarie e inenarrabili vicende burocratiche. "Ho fatto domanda per un tirocinio retribuito, ma sono mesi che aspetto e ancora non si sblocca".
Il futuro e il lavoro lo preoccupano. "Non so quanto ancora potrò contare sulla mia forza fisica. Mi hanno tolto l'autorizzazione della Prefettura, i servizi di vigilanza non posso più farli".
Ma su una cosa tiene duro. Ha evitato la galera, ora vuole stare lontano dai guai. E sembra un gioco di parole: Fuori Binario, fuori dal giro. Sì, fuori.
- pena alternativa
- lavori socialmente utili
- volontariato
- dipendenza
- reinserimento
- carcere
- pregiudicato
- tirocinio
10Cultura2 articoli
Una favola chiamata AfricaLaura Tabegna · Cultura
!Cultura
Sezione: CULTURA | Autore: Laura Tabegna
A Firenze festival e laboratori per raccontare fuori dagli stereotipi un continente complesso
"Noi non vogliamo, non vogliamo affatto intendere, che quel che ci accingiamo a raccontare sia vero". I cantastorie ashanti iniziano così le loro storie, per condurre i bambini nel luogo dell'immaginario, un po' come succede nelle fiabe europee con "C'era una volta in un paese lontano lontano".
Negli antichi racconti raccolti dal Premio Nobel per la pace Nelson Mandela, si narra di leoni e sciacalli, di principesse e incantatori di serpenti. Si parla di coraggio, di magia, di potere, ma mai di immigrazione. Perché allora, quando parliamo di Africa in Europa, non riusciamo a uscire dalla retorica dell'Africa "povera, disperata e folklorica" e capire la meravigliosa complessità di questo continente? Perché non cominciamo ad ascoltare un'altra Africa? Questa domanda è alla base dell'impegno di Matias Mesquita.
Nato in Angola, naturalizzato fiorentino, Mesquita ha fondato il Kibaka film Festival e Kibaka Africa Books e coordinato il progetto "Anch'io sono fiorentino", che dà voce ai ragazzi italiani di seconda generazione nati da genitori stranieri. La summa di tutte queste iniziative è la rassegna "Africa a portata di mano", organizzata a maggio in collaborazione con il Comune di Firenze, Museo e Istituto Fiorentino di Preistoria, Quartiere 1, Associazione Progetto Arcobaleno, Casa delle Donne a Firenze e The Luloloko Ateliers.
Il sogno di Matias, però, è di realizzare un evento di livello nazionale. "Vorrei un festival che si facesse sentire anche fuori da Firenze: tre giorni di concerti, cinema, musica, libri, danza, in un grande spazio, per raccontare l'Africa in tutte le sue declinazioni, come succede a Milano con il DiverCity, ideato dal medico e attivista di origini camerunensi Andy Nganso, e a Brescia con l'AfroBricks. Mi piacerebbe – continua Mesquita - che si parlasse della cultura africana oltre il tema dell'immigrazione, che rappresenta un argomento importante e sentito, ma che deve essere soppesato con altro per non diventare uno stereotipo e portarci all'equivalenza tra Africa e povertà". Dai titoli proposti al Kibaka abbiamo tanti punti di vista: dalle banlieue parigine al villaggio costiero africano dove si venera una dea sirena, una sorta di Partenope africana.
Con i laboratori di lettura, musica, danza e pittura organizzati al Museo di Preistoria alle Oblate, anche i bambini possono scoprire l'anima dell'Africa. "Molto spesso – continua Matias – ci sono seconde generazioni che non hanno mai visto la terra dei loro genitori. Le fiabe sono un buon modo di trasmettere la magia dell'Africa". Forse anche gli adulti dovrebbero partire dalle favole per riscoprire l'Africa. La nostra Africa.
- Africa
- festival
- cinema
- stereotipi
- seconde generazioni
- fiabe
- cultura africana
- immigrazione
Un Murillo attualeTomaso Montanari · Cultura - La vita messa a nudo
!Cultura
Rubrica: LA VITA MESSA A NUDO - ARTE E POVERTÀ | Autore: Tomaso Montanari
Sono più di tre milioni i bambini poveri in Italia
Anche la finestra è povera: sbreccata, senza vetri né imposte. Così come è povera la stanzetta di questo tugurio: che ha solo la luce del sole, a renderla un po' meno disumana. E la luce abbraccia un corpo che di abbracci deve averne avuti troppo pochi: è un bambino, un ragazzino di nemmeno dieci anni. È un povero: un ultimo, un sommerso, un perdente. È solo: non ha più una famiglia, se mai l'ha avuta. È scalzo, vestito di stracci. È un mendicante, un senza dimora: è stanco, e ha cercato un riparo dal caldo estivo. Si riposa, spulciandosi. In terra la sua povera sporta, con qualche mela ammaccata. Una giara d'acqua: quella che forse vende, per tirar su qualche moneta. E uno scorpione fatto a pezzi: un problema risolto, almeno quello.
Viene dal cuore del 'Siglo de oro', il secolo d'oro spagnolo, questo terribile, dolcissimo ritratto della povertà. Il suo autore, Bartolomé Esteban Murillo, non avrebbe mai potuto dipingerlo con questa forza se non avesse conosciuto la luce e la verità di Caravaggio. Una pittura di corpi che racconta la verità sui corpi: non solo su quelli, esaltati, dei re o su quelli bellissimi delle dee antiche. Ma sui corpi dei dimenticati, degli invisibili: delle migliaia di bambini orfani e soli che battevano, in pieno Seicento, le strade d'Europa.
Questa rubrica si tiene a distanza dalla cronaca, dal fluire degli eventi del nostro tempo: preferendo lo specchio alla finestra. Ma questa volta non si può: perché questa volta è il nostro tempo ad essere sprofondato nel passato.
Il quadro di Murillo potrebbe essere dipinto anche nell'Italia di oggi, almeno un milione e duecentonovantacinquemila volte: perché è questo il numero dei bambini che vive, tra noi, in povertà assoluta. E due milioni di piccoli si trovano in povertà relativa: e questo significa che in Italia un bambino su dieci non può permettersi un abito nuovo e, ancor di più, che uno su venti non riceve un pasto proteico al giorno. E anche loro assomigliano al nostro struggente eroe spagnolo di quasi quattrocento anni fa.
Ci sentiamo moderni, civili, progrediti: ma cos'è esattamente il nostro progresso? E, soprattutto, per chi. Tra gli ori del Barocco, Murillo ha affondato la lama sottile della verità: ora tocca a noi.
Bartolomé Esteban Murillo, Il piccolo mendicante, olio su tela, 1650 circa. Parigi, Musée du Louvre
- arte
- povertà
- bambini
- Murillo
- Barocco
- Caravaggio
- Siglo de Oro
- mendicante
11Attualità1 articolo
Attualità - Notizie breviVari (redazione) · Attualità
!Attualità
Pagina: 11
Premio Bargellini - Focus su diritto all'abitare e carcere
Sono Gabriele D'Adda (dottorato di ricerca in Scienze Politiche, Università degli Studi di Catania) e Rossella Schillaci (dottorato in Media Digitali, Università Nova di Lisbona) i vincitori, scelti tra tanti lavori di alto livello, del Premio "Lorenzo e Donato Bargellini". D'Adda ha presentato la tesi "Precarietà abitativa, mobilitazioni urbane e politiche pubbliche nelle crisi di Italia e Spagna. I casi studio di Barcellona e Bologna", mentre Schillaci ha vinto con la tesi "Documentari immersivi e antropologia visiva: verso l'utilizzo dei documentari in realtà virtuale a 360° in carcere". Il bando della sesta edizione, dedicata al popolo Palestinese, ha valorizzato, come sempre, lavori dedicate a luoghi e forme del conflitto e ai nuovi modelli e pratiche di solidarietà che attraversano gli spazi delle società contemporanee. Sono stati privilegiati lavori focalizzati su forme e azioni collettive che hanno al centro la cura delle relazioni e dei luoghi, oltre a strutture e reti capaci di attivare nuove soggettività sociali e politiche. La consegna del premio e il pranzo sociale si terranno a Firenze domenica 8 giugno, dalle ore 12, presso l'associazione Il Melograno, luogo amico di Fuori Binario, in via Aretina 513. Per prenotare il pranzo 349-6277780.
Totò sta bene - Ma non può più curare il suo tunnel
Serena Berti è la fondatrice delle Curandaie, l'associazione punto di riferimento sui temi sociali del rione delle Cure. Ha seguito da vicino tutta l'assurda vicenda del sottopassaggio ferroviario, culminata in violenze, incendi, minacce che hanno colpito i più fragili che vi trovano riparo. Tra questi Totò, storico venditore di Fuori Binario che è stato così costretto ad abbandonare il giaciglio ricavato nel tunnel. Ecco la testimonianza dell'incontro tra Totò e Serena.
In seguito agli incendi del 7 maggio nel sottopasso delle Cure, Totò (e non solo lui) si è allontanato dal luogo che ha curato per oltre 30 anni. Siamo andati insieme a togliere le ultime cose dalla piccola stanza dove teneva i palloncini da donare a bambine e bambini che attraversano il suo sottopasso. Sì, perché quello negli anni è diventato il sottopasso di Totò, l'Angelo delle Cure, dispensatore di gioiose suonate d'armonica, jam sessions di tutto rispetto con musicisti di passaggio, racconti epici (il Polifemo di Totò raccontato alla Gabriella è diventato un classico), iperboli, gossip e chiacchiere da caffè.
Il 7 maggio si è però chiusa un'era: il sottopasso delle Cure non può più ricevere le sue cure, appunto. Troppo pericoloso per lui - che ha dedicato tanto del suo tempo a rendere più pulito e sicuro il sottopasso, sviluppando con il nostro rione un rapporto che appare quasi di simbiosi. Scrivo per le tante persone che mi hanno chiesto notizie di Totò: lui sta meglio, siamo stati a lungo insieme e ci siamo ripromessi di incontrarci una volta a settimana per aggiornarci, verificare i suoi impegni e supportarlo, se lo desidera.
Nel frattempo il gruppo consiliare Firenze Democratica ha interrogato la giunta comunale per stimolare "un'azione più ampia ed efficace sul tema della marginalità e dei senza dimora e per conoscere lo stato delle indagini sulla morte di Ciro e Marco, deceduti lo scorso 9 aprile in piazza Tasso e anche sugli autori degli incendi nel tunnel delle Cure". Nel dibattito consiliare è intervenuta anche Sinistra Progetto Comune che chiede di "superare la categoria di decoro e provi a mettere al centro i bisogni della vita di ognuna e ognuno. Al centro dell'azione politica devono esserci diritti, doveri e percorsi chiari".
Wish Parade 2025 - Ballare è un atto politico
Oltre diecimila persone hanno invaso le strade di Firenze lo scorso 24 maggio per la Wish Parade 2025, trasformando la città in un palcoscenico di resistenza sonora contro le politiche repressive del governo. Quella che a occhi distratti poteva apparire come una semplice festa era invece una manifestazione politica di ampio respiro, un atto di disobbedienza collettiva contro i decreti sicurezza e un inno alla libertà, all'autorganizzazione, all'autogestione.
Per gli organizzatori si tratta di "un testo che esalta il piano dispotico e la deviazione fascista del governo Meloni, un insieme di norme liberticide, concepite per reprimere le lotte ecologiste, operaie, sociali, le proteste nei CPR e nelle carceri, e per vessare gli immigrati più combattivi".
"La nostra risposta alla repressione del governo è la gioia ribelle" - continua così il manifesto della Wish Parade. "Ballare è un atto politico quando lo Stato vuole imporre il silenzio. Abbiamo sfilato per le strade di Firenze sotto il segno della convergenza intersezionale, abbracciando le lotte per la libertà dei popoli oppressi, contribuendo alla determinazione di una narrativa per la pace da contrapporre alla narrativa della guerra e del riarmo come strumenti di risoluzione delle controversie; denunciando la disumana complicità internazionale rispetto all'intollerabile genocidio di Israele contro la popolazione palestinese a Gaza; rivendicando la libertà di protesta, la legittimità del dissenso, e la garanzia dei diritti fondamentali per le fasce vulnerabili della popolazione, come migranti e persone in condizioni di povertà".
Alla street parade c'era anche la Venere Biomeccanica, risvegliata dagli anni del Social Forum. Una presenza necessaria per promuovere cultura e socialità: chi le ha sfilato accanto ha amplificato la rinnovata fertilità della Dea – arricchita dall'esperienza solidale presso il presidio del Collettivo di Fabbrica GKN – per reclamare l'assegnazione in autogestione di uno spazio dedicato alla creazione artistica condivisa e alla progettazione collettiva. (F.B.)
Iref-Acli: aumenta il lavoro povero
In 10 anni sono aumentati del 55% i lavoratori con reddito povero, passando dal 4,9 al 7,6% sul totale occupazionale. Numeri allarmanti, che ci raccontano di lavori con stipendi da fame, orari impossibili, contratti al di sotto di ogni minimo di legge. È ancora più preoccupante il fatto che la povertà lavorativa sia interconnessa con questioni generazionali, di genere e territoriali: tra chi ha un lavoro povero, le donne sono il doppio degli uomini, mentre le percentuali di incidenza della povertà lavorativa su un ventenne sono di 3,5 volte maggiori rispetto a quelle di un cinquantenne. Per le Acli "Se il lavoro buono non torna al centro dell'agenda politica del Governo e di tutto il Parlamento sarà difficile anche solo immaginare il futuro di questo paese". Il campione evidenzia come le donne con lavoro a basso reddito siano il 54% in più rispetto agli uomini, e gli under 30 con un lavoro povero sono il 70% in più rispetto agli under 50. Il divario tra Nord e Sud permane: la probabilità di firmare un contratto a bassa retribuzione in Basilicata è tre volte più probabile che firmarlo in Lombardia. La ricerca Iref ha mostrato l'esistenza di un nesso tra residenza regionale, basso reddito da lavoro e accesso al sistema sanitario.
NO Comando NATO - Giornalista e attivista allontanati dai carabinieri
A metà maggio un esponente del Comitato fiorentino NO Comando NATO e un giornalista di Controradio stavano facendo un'intervista in piazza, luogo "pubblico" per eccellenza. La loro colpa è stata di esercitare l'articolo 21 della Costituzione, quello della libertà di espressione, su un marciapiede a poche decine di metri dalla Caserma Predieri di Rovezzano, luogo deputato a divenire il Quartier generale delle Forze terrestri dell'Alleanza atlantica. Il tema dell'intervista verteva sulla mancata trasparenza del progetto e sull'avversità dei fiorentini ad ospitare un luogo chiave per quella guerra che i governi europei vorrebbero imminente.
Un militare si è avvicinato e ha intimato loro di allontanarsi. Sono intervenuti i Carabinieri: hanno identificato attivista e giornalista ordinando a quest'ultimo di interrompere il proprio lavoro. Per quanto si trovassero in strada, veniva fatto presente loro che si trovavano "su demanio militare". Il Comitato si è posto alcune domande: "Oggi abbiamo avuto la prova di quanto affermiamo: ciò che accade dentro la Predieri avrà delle ricadute sul territorio circostante. Evidentemente il dominio della Caserma si estende ben oltre le mura di cinta che la perimetrano".
14 giugno - Passeggiata naturalistica (e pranzo) per FB
Si terrà sabato 14 giugno la passeggiata naturalistica alle Cascine (con pranzo) a favore di Fuori Binario. Ad organizzarla la nostra socia Martina, dottoressa in scienze naturali, guida ambientale escursionistica, animatrice di Etica Selvatica, un progetto che porta avanti una filosofia di vita rispettosa di tutti gli esseri viventi. Il ritrovo è alle ore 10 davanti alla Facoltà di Agraria. Per partecipare suggeriamo una donazione a sostegno di Fuori Binario di 10 euro (escursione) e 20 (pranzo), o di 25 euro per chi parteciperà ad ambedue gli appuntamenti. Per prenotare basta inviare un messaggio a Martina al 339-4925890.
- Premio Bargellini
- precarietà abitativa
- carcere
- documentario
- realtà virtuale
- Palestina
- Totò
- senza dimora
12Rubriche1 articolo
Rubriche - Femminismi, Millefoglie, Un mondo ganzoVari (Marta Benettin, Valentina Nicastro, Fabio Bussonati) · Rubriche
!Rubriche
Pagina: 12
Farmaci per soli uomini
Rubrica: FEMMINISMI | Autore: Marta Benettin
I farmaci salvano vite, ma spesso lo fanno "sulla fiducia", soprattutto quando il paziente è una donna. Fino a pochi anni fa, infatti, la maggior parte dei farmaci veniva testata esclusivamente su uomini caucasici giovani, sani, di 70 kg. Le donne – con ormoni fluttuanti, possibili gravidanze, metabolismo diverso – erano considerate troppo "complicate". Eppure le donne consumano tra il 20 e il 30% di farmaci in più rispetto agli uomini.
Secondo l'OMS, le donne hanno un rischio fino a 1,7 volte maggiore di sviluppare effetti collaterali e rappresentano il 60% dei ricoveri per reazioni avverse. Non è solo una questione biologica: è una questione culturale.
Come scrive il farmacologo Silvio Garattini: "Le donne ricevono farmaci studiati solo nel maschio".
In Italia siamo migliorati, il decreto Lorenzin del 2018 ha introdotto finalmente l'obbligo di test anche sulle donne, ma riguarda solo i farmaci nuovi e non specifica quale percentuale. E nel 2023 l'Osservatorio dedicato alla Medicina di Genere (MdG) ha pubblicato le "Linee di indirizzo per l'applicazione della Medicina di Genere nella ricerca e negli studi preclinici e clinici" con lo scopo di fornire una guida pratica per la stesura di studi e protocolli di ricerca che tengano conto di sesso e genere.
Ma la strada è ancora lunga, perché ad oggi in Italia spesso solo il 20% delle donne partecipa alle fasi cruciali della sperimentazione dei farmaci (dati Fondazione Veronesi).
Una medicina davvero equa parte dalla consapevolezza che il corpo femminile esiste, reagisce, metabolizza, soffre e guarisce in modi diversi.
---
Il giuggiolo di San Donato
Rubrica: MILLEFOGLIE | Autore: Valentina Nicastro
Sul colle di San Donato, nel Comune di Calenzano, è possibile ammirare un bellissimo esemplare di matusalemme vegetale: si chiama tecnicamente Ziziphus jujuba ed è un giuggiolo che porta benissimo i suoi 122 anni, trascorsi a vegetare maestoso nella casa del contado appartenente alla tenuta di San Donato, immerso tra gli ulivi e vigneti. Questa pianta è assai negletta, così come lo sono i suoi frutti dolciastri e lievemente allappanti, perché le standardizzazioni e i prezzi imposti dal mercato hanno sacrificato moltissime varietà di frutta, da tempo già scomparse ma molte ancora rischiano di scomparire dalle nostre tavole, perché la richiesta è scarsa e la produzione costosa. Ci sono infatti frutti che i bambini nativi digitali non hanno avuto l'opportunità di conoscere ed apprezzare, semplicemente per le scelte della grande distribuzione: tra questi i corbezzoli, le nespole, le mele cotogne e l'uva spina. Anche le giuggiole sono inserite nel novero dei frutti dimenticati e tipiche di questa stagione, eppure hanno innumerevoli proprietà nutritive e medicinali e sono stati studiati con attenzione e valorizzati anche dalla medicina cinese.
Pur essendo una pianta originaria delle aree tropicali dell'Asia, il giuggiolo si è propagato anche in Africa dove è una specie molto comune, nell'Estremo Oriente e in tutto il bacino del Mediterraneo. Un tempo era diffusissimo anche in Europa ed era ben conosciuto dai Romani, che lo introdussero nel continente e lo importarono per primi in Italia. Nel Rinascimento dai suoi frutti si ricavava un liquore inebriante che la famiglia dei Gonzaga pare offrisse ai suoi ospiti: è forse da questo liquore che deriva l'antico detto "andare in brodo di giuggiole", a significare uno stato di euforia. La droga, cioè la parte di pianta contenente i principi attivi, è costituita dai semi essiccati, che contengono principalmente flavonoidi, saponine, acidi organici, beta carotene e un'alta percentuale di vitamina C.
---
Forse...
Rubrica: UN MONDO GANZO È POSSIBILE | Autore: Fabio Bussonati
Se vuoi vendere il tuo petrolio fuori mercato devi eliminare la concorrenza, per cui ci si inventa un nemico a caso e si dirottano i soldi già decisi per implementare gli apporti delle fonti energetiche rinnovabili e si danno a chi costruisce bombe, ma nel frattempo l'emergenza dei cambiamenti climatici diventa gigante; quest'anno abbiamo sperimentato cosa comporta l'aver superato il grado e mezzo che non dovevamo superare, S. Andrea a Rovezzano, il paese dove vivo è andato sott'acqua come mezz'Italia; allora, questo che vediamo è lo scenario "business as usual" che vuol dire continuare a bruciare il petrolio fin che ce n'è e che prevede un incremento delle temperature entro la fine del secolo corrente dai due gradi e mezzo ai cinque.
Ci saranno problemi anche per trovare da mangiare ma cosa spaventa di più sono i "feedback positivi" che il sistema Terra riserva: i nostri boschi sono già adesso resi fragili da estati più calde e siccitose e bruceranno per un nonnulla producendo altra anidride carbonica e perdendo la capacità di assorbirne, poi viene il deserto.
Questo è un fenomeno di retroazione automatica autoalimentante, e non è il solo, ma ci possiamo fermare anche qui, d'altra parte se davanti a chi bombarda gli ospedali ci voltiamo dall'altra parte vuol dire che l'umanità è morta già e quindi, in realtà, l'estinzione è a portata di mano.
Ma ci sono ancora speranze, se, come ha osservato una volta Erne Robertson (allora al Biomass Institute di Winnipeg), "ci sono tre modi di ottenere un materiale strutturale da calcare: a) tagliarlo in blocchi – poco interessante, b) scaldarlo ad una temperatura di migliaia di gradi fino a trasformarlo in cemento Portland – poco elegante, c) darne da mangiare dei pezzetti a una gallina da cui riemerge nel giro di dodici ore in forma di guscio d'uovo, parecchie volte più resistente del cemento Portland. Evidentemente la gallina sa qualcosa che a noi sfugge".
(dal capitolo "Il ruolo dell'efficienza energetica" di Amory Lovins, in Greenpeace "Clima" del 1992).
Un mondo ganzo è possibile è anche un libro! Edito da Fuori Binario, raccoglie i primi sette anni della rubrica, con tutti i disegni dell'Autore. Lo potete richiedere in sede oppure al vostro venditore di fiducia.
- farmaci
- donne
- medicina di genere
- sperimentazione
- effetti collaterali
- OMS
- giuggiolo
- albero
13Segnalazioni1 articolo
Alfabeto - 21 proposteFelice Simeone (a cura di) · Segnalazioni
!Alfabeto - 21 proposte
Sezione: SEGNALAZIONI | A cura di: Felice Simeone
Ogni mese 21 proposte di cose, eventi, persone e fatti interessanti da scoprire, per costruire insieme una società più giusta.
- A - AMORE: "Come gli uccelli" è uno spettacolo teatrale di Wajdi Mouawad che racconta l'amore tra Eitan, genetista tedesco di origine israeliana, e Wahida, studentessa americana di origini palestinesi. Incontratisi a New York, si trovano a fare i conti con le tensioni delle loro radici. L'opposizione del padre ortodosso di Eitan e una rivelazione della nonna Leah trasformano la storia da commedia romantica a dramma profondo, ambientato in una Gerusalemme segnata dalla violenza. L'opera affascina per la complessità narrativa e l'intreccio di identità e memoria. https://bit.ly/4544Xjn
- B - BASAGLIA: "Fare l'impossibile, Ragionando di psichiatria e potere" è un libro che ricostruisce il percorso umano e politico di Franco Basaglia, che trasformò radicalmente la psichiatria italiana. Attraverso tre documenti inediti, il libro entra nel vivo del movimento antimanicomiale degli anni Settanta, dove la cura significava restituire dignità e diritti ai reclusi nei manicomi. Basaglia emerge come parte di un pensiero collettivo, consapevole del rischio di diventare solo un simbolo. Le sue riflessioni restano oggi profondamente attuali. https://bit.ly/44OE57d
- C - CAPITALISMO: Gastone sogna di fare carriera. La morte prematura del padre e le crescenti responsabilità familiari lo spingono a tuffarsi nel mondo del lavoro. Inizia così una carriera che lo porta a diventare vice presidente di una corporation statunitense, ma anche a rischiare di finire in una trappola perfetta che potrebbe portarlo a perdere tutto, divorato dagli "squali" del mondo degli affari. Ispirato a una storia vera, "La Corporation - a nuoto con gli squali" è un appassionante graphic novel di Gianluca Renzi e Giovanni Barbieri che getta uno sguardo indiscreto nella realtà del capitalismo. https://anuotoconglisquali.com/
- D - DISCORSO: Il 19 febbraio 2025, l'economista Jeffrey Sachs ha tenuto un discorso al Parlamento Europeo, criticando l'influenza degli Stati Uniti sulla politica estera europea e l'espansione della NATO verso est. Ha esortato l'Europa a sviluppare una politica estera autonoma. Sachs ha anche sottolineato l'importanza di affrontare le questioni globali, come i conflitti in Medio Oriente e le relazioni con la Cina, attraverso un approccio diplomatico e indipendente dagli Stati Uniti. Il video integrale del discorso è disponibile su internet. https://bit.ly/44ZQV2k
- E - ETNICITÀ: Marco Aime, nel suo libro "Il patto delle colline", racconta l'esperienza dei Taneka del Benin, che hanno trasformato l'identità etnica da fatto "naturale" a costruzione culturale. Uniti nel XVIII secolo contro i razziatori, hanno creato una società basata su interdipendenza e accoglienza, dove nessuno è straniero o autoctono. Una lezione moderna di convivenza volontaria, in contrasto con i nazionalismi europei legati a sangue e terra. Taneka si diventa, non si nasce. https://bit.ly/3F6ijkA
- F - FOLLE: "È un personaggio strano e meraviglioso allo stesso tempo" ha detto Laura Morante in occasione della sua interpretazione di Alda Merini nel film di Roberto Faenza "Folle d'amore". Attraverso il dialogo con Arnoldo Mosca Mondadori, che fu molto vicino alla poetessa, il film ripercorre le tappe della sua esistenza: l'esordio precoce, gli amori, la malattia mentale, i ricoveri in manicomio e la salvezza trovata nella scrittura. Il film restituisce il genio creativo di Merini, spesso ridotta alla sua sofferenza, ma in realtà ricca di estro e sensibilità. Il film è su raiplay.it gratuitamente. https://bit.ly/4dap3e1
- G - GAZA: "Se devo morire, / che porti speranza, / che sia una storia". Questo è un verso di Refaat Alareer contenuto nel libro "Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza". Si tratta di una raccolta di poesie di dieci autori palestinesi, molti dei quali uccisi durante la guerra, che testimoniano con parole forti e struggenti la tragedia vissuta a Gaza dopo il 7 ottobre 2023. Il volume è arricchito da contributi di Ilan Pappé, Susan Abulhawa e Chris Hedges. Le poesie, atti di resistenza e amore per la propria terra, diventano voce di chi resta e di chi non c'è più. Fazi Editore dona 5 euro a EMERGENCY per ogni copia venduta. https://bit.ly/3RZtLl3
- H - HENDERSON: Annika Henderson, è un'artista poliedrica nota con lo pseudonimo Anika. La sua arte unisce musica, arti visive e performance per indagare emozioni profonde e questioni sociali. Nota per il suo stile sperimentale e testi provocatori, ha debuttato con "Anika" (2010), seguito da "Change" (2021) e "Abyss" (2025), quest'ultimo un album viscerale inciso dal vivo a Berlino che esplora rabbia, vulnerabilità e desiderio di liberazione emotiva. Nei brani affronta con il disagio contemporaneo, offrendo allo stesso tempo uno spazio di ribellione e speranza. https://bit.ly/3H1y2Sz
- I - INFRANTO: Nel libro "Il mito infranto", Antonio Galdo denuncia l'uso distorto del concetto di sostenibilità, diventato slogan vuoto e strumento di nuove disuguaglianze. Il modello green attuale, invece di colmare i divari sociali, ha creato nuovi privilegi per pochi, escludendo la maggioranza. Analizzando settori chiave come clima, mobilità e AI, Galdo invita a riscoprire la vera sostenibilità, basata su equità, stili di vita responsabili e sul primato della politica sulla tecno-finanza. https://bit.ly/44wGHXc
- L - LIBERO: "Amal, uno spirito libero" è un film del documentarista belga Jawad Rhalib e che vorremmo vedere nelle sale italiane. Racconta la storia di Amal, insegnante musulmana in una scuola di Bruxelles. Con metodi didattici coraggiosi, promuove il pensiero critico e la libertà di espressione, ma si scontra con tensioni religiose, bullismo e intolleranza. Ispirato a eventi reali e girato con uno stile naturalistico, il film affronta temi attuali come laicità, educazione e radicalizzazione, proponendo un ritratto complesso e potente della scuola contemporanea. https://bit.ly/44xY89O
- M - MIGRAZIONI: Il progetto "Le Rotte del Clima" ha studiato come i fattori climatici e ambientali siano spesso concausa delle migrazioni, anche se difficili da rilevare con gli strumenti attuali. Attraverso l'ascolto di 348 migranti, in gran parte provenienti dal Bangladesh, si è scoperto che il 69% di chi migra per motivi economici riconosce il peggioramento climatico come fattore rilevante. Il report "Migrazioni ambientali e crisi climatica" mostra l'importanza di un'analisi più profonda e multidisciplinare delle cause ambientali nei fenomeni migratori. Il rapporto è disponibile in rete. https://bit.ly/3EN8zvI
- N - NESHAT: Il Padiglione di Arte contemporanea di Milano celebra, fino 28 Giugno, oltre trent'anni di carriera dell'artista iraniana Shirin Neshat, con opere fotografiche e di video-installazioni. Artista pluripremiata e multidisciplinare, Neshat esplora temi come potere, religione, razza e identità, attraverso uno sguardo femminile che riflette sulla storia e la contemporaneità, in particolare dell'Iran. Dalle celebri immagini di "Women of Allah" alla video-installazione "The Fury", la sua arte indaga le tensioni tra Oriente e Occidente, appartenenza ed esilio, realtà e sogno. https://bit.ly/3EN8zvI
- O - ORO: "Oro rosso. Fragole, pomodori, molestie e sfruttamento nel Mediterraneo" di Stefania Prandi è un'inchiesta approfondita sullo sfruttamento e le molestie che subiscono le braccianti in Italia, Spagna e Marocco, tra i principali esportatori di ortaggi e frutta in Europa. Le donne, pagate meno degli uomini, sono costrette a turni estenuanti e spesso vittime di ricatti sessuali, violenze verbali, fisiche e stupri. Il libro raccoglie le testimonianze di chi resiste nel silenzio generale. Frutto di oltre due anni di ricerche e 130 interviste, ha ottenuto premi e riconoscimenti internazionali. https://bit.ly/4d5aubq
- P - PATRIARCATO: Nell'articolo del blog Lucy sulla Cultura dal titolo "Le motivazioni della sentenza Turetta e il femminismo punitivo", Valeria Verdolini affronta il complesso rapporto tra giustizia e narrazione pubblica nei casi di femminicidio. L'analisi evita le facili polarizzazioni del dibattito per addentrarsi nelle pieghe più problematiche della questione: quanto il desiderio di punizione esemplare possa talvolta offuscare una riflessione più profonda sulle radici culturali della violenza di genere. Un intervento che invita a ripensare gli strumenti di lotta contro il patriarcato oltre la logica punitiva. https://bit.ly/4dtxUYx
- Q - QUARTIERE: Trame di Quartiere è un'associazione interdisciplinare che promuove la trasformazione urbana verso una città più inclusiva, valorizzando le diversità come risorse. Attraverso pratiche di co-progettazione e produzione culturale, coinvolge attori locali per riattivare spazi abbandonati e favorire processi partecipativi che generino nuove opportunità abitative ed economiche. Nel 2015 vince il bando "Boom Polmoni Urbani!" e avvia a San Berillo (Catania) un progetto culturale con laboratori aperti a cittadini e abitanti. I canali social dell'associazione sono fonte di inesauribile di ripensamento delle città. https://www.tramediquartiere.org/
- R - RUSSIA: "A volte non ritornano" è un podcast di Camilla Lattanzi, redattrice di Fuori Binario, che racconta la ricerca del nonno Deruvo Del Bianco, disperso sul fronte russo nel 1942 durante la ritirata dell'esercito italiano. A 76 anni dai fatti, la nipote ripercorre la sua storia attraverso lettere, archivi, testimonianze e un viaggio sul Don. Un'indagine personale e storica che sfida l'oblio, dà voce a una ferita familiare e offre strumenti a chi vuole affrontare ricerche simili, contro il silenzio lasciato dalla guerra. https://bit.ly/3GNM76f
- S - SAMIA: "Non dirmi che hai paura", film diretto da Yasemin Şamdereli e co-diretto da Deka Mohamed Osman, racconta la vera storia di Samia Yusuf Omar, giovane atleta somala che partecipò alle Olimpiadi di Pechino 2008. Nonostante l'ultimo posto, il suo coraggio e la determinazione l'hanno resa un simbolo. Dopo i Giochi, osteggiata in patria per aver corso senza velo, tentò di raggiungere l'Europa per partecipare a Londra 2012. Morì nel Mediterraneo nel 2012 insieme ad altri migranti che cercavano di arrivare a Lampedusa. Il film, tratto dal libro di Giuseppe Catozzella, celebra la sua lotta e il suo sogno spezzato. https://bit.ly/3F48vYp
- T - TORO: "Il fantasma di Toro Seduto - Il mito dei nativi americani nell'Italia degli anni Settanta" è un libro di Massimo De Giuseppe che esplora come, nell'Italia degli anni Settanta, il mito degli amerindi tornò centrale nel dibattito culturale, in un'epoca di crisi del modello occidentale. Le lotte del Red Power e dell'American Indian Movement, come le occupazioni di Alcatraz e Wounded Knee, riemersero nei media italiani, intrecciandosi con ecologia, antiamericanismo e controcultura. Il libro riflette su come quei simboli tornino oggi attuali, in un presente segnato da tensioni globali e ridefinizioni identitarie. https://bit.ly/4iVkAwX
- U - UGUALI: Isolato in trincea, un soldato combatte contro un nemico che non vede, ma che di certo è cattivissimo. Una notte, però, il soldato si avventura fuori dal suo buco e scopre che il terribile nemico, in realtà, non è poi così diverso da lui. Esce in nuova edizione "Il nemico", scritto da Davide Calì, illustrato da Serge Bloch, un fumetto molto amato e usato anche a scuola (per tutte le età, dai 6 anni). L'autore è stato appena insignito del Premio Andersen 2025 per la sua "opera dal passo ampio e dal respiro internazionale, capace di coinvolgere lettrici e lettori di diverse età e differenti culture". https://bit.ly/4m9uhL4
- V - VIOLENZA: Lodolinda detesta Federico e non ha nessuna intenzione di giocare con lui. Preferisce dedicarsi a un disegno arrabbiato come lei: un toro inferocito. Anche Federico sa disegnare, e risponde con una tigre che manda il toro a zampe all'aria! Lodolinda la attacca con un boa e Federico risponde con un famelico avvoltoio, in un crescendo di furiosa creatività che coinvolgerà indiani, cowboy, bisonti, pianoforti... "I disegni arrabbiati" di Italo Calvino sono ancora un efficace strumento per far emergere la violenza. https://bit.ly/4je1YIV
- Z - ZEHRA: "Zehra. La ragazza che dipingeva la guerra" è un libro di Antonella De Biasi che racconta, con parole e disegni, la vera storia di Zehra Doğan, artista curda perseguitata in Turchia per le sue opere. Fin da bambina usa l'arte per esprimere la sua identità. Dopo aver ritratto gli scontri tra curdi e forze turche, viene arrestata per "propaganda terroristica". In carcere continua a dipingere con materiali di fortuna. Una testimonianza potente di resistenza, libertà e identità, arricchita da illustrazioni e opere originali. https://bit.ly/4m7Qw47
- cultura
- libri
- musica
- podcast
- film
- segnalazioni
- capitalismo
- graphic novel
14Pagina 140 articoli
Nessun articolo digitalizzato per questa pagina.
15Per non perdersi0 articoli
Nessun articolo digitalizzato per questa pagina.
16Ultima pagina1 articolo
Rivoluzione come atto d'amoreValentina Baronti · Infine - Ultima pagina
!Ultima pagina
Rubrica: INFINE | Autore: Valentina Baronti
"Ammiro la forza di volontà di questi operai. Lo fanno per una ragione molto importante nel cuore di ogni essere umano: il rispetto della dignità. Aiutateli a resistere".
Ha parlato di rivoluzione e filosofia, Jean-Luc Mélenchon alla ex Gkn, dove ha fatto tappa nel maggio scorso per presentare il suo libro "Ribellatevi. La rivoluzione nel XXI secolo". Un testo nel quale ripercorre le rivoluzioni nel mondo e propone una strategia che sia all'altezza della crisi climatica, sociale e bellica di questo nostro tempo, perché, citando Kant, "la pratica senza la teoria è cieca. La teoria senza la pratica è assurda".
Una lotta, quella anticapitalista, che pone le sue basi non solo nell'evidenza di un sistema che sta crollando e che tenta di riprodursi attraverso scelte suicide, ma che affonda le sue radici nell'animo stesso dell'essere umano.
Nel suo discorso, il leader della sinistra francese "La France Insoumise" ha fatto riferimento all'umanesimo e a Pico della Mirandola: "Ogni essere umano è l'autore della sua storia e la sua lotta inizia proprio con il fatto di poter essere padrone di sé".
Ha invitato a non avere paura, un sentimento che rischia di diventare un legame sociale: "La paura del vicino, la paura di chi non ha il tuo stesso colore della pelle, la paura di chi non ha la tua stessa religione. La paura, la paura, ma quale paura? Noi siamo esattamente il contrario, incarniamo il movimento spontaneo della vita, che sempre si supera, che sempre si diffonde, che incessantemente si ibrida".
E quindi sì, continuons le combat, perché la nostra è una lotta per amore: "Per quel fantastico sapore che hanno sulle nostre labbra le parole liberté, égalité, fraternité. Sì, possiamo dirlo, anche se questo non è il nostro vocabolario, perché sappiamo che non c'è destino umano individuale al di fuori degli altri".
- rivoluzione
- GKN
- Jean-Luc Mélenchon
- anticapitalismo
- lotta
- dignità
- umanesimo
- Pico della Mirandola
