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RITRATTI - CONTROVENTO
La cognata di Vincent
Claudia Daurù · Fuori Binario n. 274, Giugno 2025, pagina 2
!La cognata di Vincent
Rubrica: CONTROVENTO | Autore: Claudia Daurù
Giovanissima vedova del fratello Theo, grazie a lei oggi tutto il mondo conosce Van Gogh e può ammirare le sue opere
Se possiamo ammirare le opere di Vincent Van Gogh lo dobbiamo a una donna che pochi conoscono: Johanna Bonger. Fu la giovane moglie di Theo, quel fratello che fu forse il solo ad offrire al pittore affetto e supporto economico.
Johanna ebbe la capacità di andare oltre il punto di vista dei benpensanti che vedevano in Vincent solo un imbrattatore di tele, pazzo e buono a nulla, e dobbiamo a lei se le opere dell'artista non sono andate perdute. Oltre 900 tra dipinti e disegni, realizzati in 10 anni, di cui Vincent riuscì a venderne solo due.
Johanna avrebbe avuto molte ragioni per nutrire del risentimento verso i due fratelli, perché quando Vincent morì, nel luglio del 1890, a soli 37 anni, Theo si lasciò andare ad un tale abbattimento che in sei mesi lo portò alla morte, lasciandola vedova in una città straniera, sia pur bella come Parigi, senza un soldo e con un bimbo piccolo al quale, oltre tutto, il marito aveva dato il nome del fratello: Vincent!
In quei mesi Johanna fece di tutto per salvare il marito, lo curò con pazienza, ne sopportò gli accessi violenti e i cupi silenzi, lo riportò nella loro terra natale, l'Olanda. Ma nulla servì. E così, alla morte di Theo, Johanna si sentì affranta e risentita con lui: per non aver reagito alla morte del fratello, per averla lasciata sola, per la percezione che il legame tra i due Van Gogh fosse stato più forte dell'amore tra lei e Theo. Ma non rimase inchiodata al dolore e alla frustrazione. Del resto era allenata a non abbattersi di fronte alle difficoltà; da giovanissima, andando controcorrente, ebbe l'ardire di andare da sola a Londra a studiare Shelley e a lavorare al British Museum, e poi di insegnare letteratura inglese al college.
A 29 anni, nuovamente a casa dei genitori, si ritrovò a far appello al suo coraggio; si prese il tempo per capire cosa fosse successo, per scrivere i suoi sentimenti in un diario, per comprendere cosa volesse fare e chi desiderasse essere. Nella solitudine delle notti, lesse una dopo l'altra le lettere che Theo e Vincent si erano scambiati per anni, rimanendo colpita dalla loro bellezza e profondità. Leggendo sentì la nostalgia per i quadri di Vincent che erano rimasti nella casa di Pigalle, dove aveva vissuto con i due fratelli prima che Vincent si trasferisse in Provenza e poi a Auvers. Quadri che la gente non capiva e non amava ma che lei decise di recuperare. Tutti quelli che poté. Del resto nessuno li reclamò e Theo, sul letto di morte, in un attimo di lucidità, disse che spettavano a nessun altro che a lei.
Johanna poi scommise su un'idea del tutto nuova per l'epoca: che ci sarebbero state persone disposte a pagare per trascorrere qualche giorno in un luogo di relax. Così, con l'aiuto della madre, convinse il padre a farsi dare una piccola somma per ristrutturare una casa a Bussum, vicino Amsterdam, e in pochi mesi si ritrovò a vivere e dirigere Villa Helma. Arredò la villetta riempiendo le pareti con i quadri di Vincent. Poiché erano molti li appendeva a rotazione: quel luogo divenne senza saperlo il primo museo dedicato a Van Gogh. Di giorno, in attesa degli ospiti, Johanna traduceva racconti e si occupava del bambino; di notte, leggendo le lettere, scrivendo il diario e comprendendo l'anima dei quadri che la circondavano, elaborava il dolore e si apriva alla vita. Prese forma in lei la determinazione che avrebbe fatto conoscere al mondo l'arte di Vincent Van Gogh.
Della famiglia Van Gogh fece amicizia con Willemina, che le mostrò di capire l'arte di Vincent e che le parlò con vitalità del neonato movimento femminista. Per Johanna, che già nei fatti cercava autonomia e indipendenza, fu naturale sostenere i diritti delle donne e entrare a far parte del movimento socialista delle donne.
Cominciò a organizzare piccole mostre con i quadri di Van Gogh. Le prime non ebbero esiti incoraggianti ma lei fece suo il motto delle donne del movimento: "Non essere timorosa, non pretendere il successo immediato, ché quello vero richiede tempo, e prova soddisfazione per l'impresa" e ne organizzò altre, all'Aja e ad Amsterdam, facendosi aiutare da persone al di fuori del giro mainstream dei mercanti d'arte, scegliendo personalmente i quadri da esporre, individuando le cornici sulla base delle note che Vincent aveva scritto a Theo. Con l'aiuto dell'eccentrico Jan Toorop, organizzò due piccole mostre in contemporanea ad Amsterdam e poi una più grande a Rotterdam. Scelse i quadri e decise di accompagnarli con le lettere in cui Vincent spiegava la scelta dei colori, il senso della luce, dello spazio. Nel tempo, grazie alla sua caparbietà e al suo stile, libero e gentile, riuscì a far conoscere l'opera di Van Gogh ai suoi contemporanei e a consegnarla all'umanità.
Riuscì anche ad accogliere, senza giudizio, il legame intenso che univa i due fratelli arrivando nel 1914 a pubblicarne l'epistolario, di cui aveva compreso il valore, e a trasferire le spoglie di Theo al cimitero di Auvers-sur-Oise in modo che riposassero accanto a quelle di Vincent.
Che Johanna, una donna che ha affrontato le avversità della vita senza indurirsi, che ha attraversato il dolore imparando a dare un nome ai sentimenti, che ha seguito con determinazione e gentilezza le sue intuizioni e i suoi desideri, che ha saputo vedere in Vincent Van Gogh non un pezzente fallito ma un uomo dalla grande sensibilità artistica, sia per tutti noi di ispirazione.
IL LIBRO: Camilo Sànchez, La vedova Van Gogh, Milano, Marcos y Marcos, 2016
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Uscito sul numero 274 (Giugno 2025), a pagina 2. Leggi nel PDF · Sfoglia il numero
