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Fuori Binario n. 264

Estate 2024 · 23 articoli · ISSN 2784-9384

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La loro sicurezzaCristiano Lucchi · Resistenze - Prima pagina

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Rubrica: RESISTENZE | Autore: Cristiano Lucchi

Se tra le vostre priorità rientrano il godimento dei diritti, poter dissentire contro le ingiustizie e gli abusi di potere, impegnarvi per l'eguaglianza, iniziate a preoccuparvi. In Parlamento, là dove si è deciso di combattere i poveri e non la povertà, è in discussione l'ennesimo decreto sicurezza. Nel disegno di legge Piantedosi-Nordio-Crosetto si vede chiaramente la matrice fascista della maggioranza al potere, che dibatte di quanto aumentare le pene per chi cerchi alternative ad un sistema sociale ed economico iniquo, discriminatorio, alienante.

Potrà essere condannato dai 2 ai 7 anni di carcere chi ha bisogno di un tetto e occupa case sfitte tra le decine di migliaia abbandonate dalle istituzioni; stessa pena per i movimenti di lotta per la casa che organizzeranno picchetti solidali antisfratto.

Rischierà fino a 8 anni di carcere, o persino 20 se durante la rivolta ci saranno feriti, colui che scappando da una guerra chiederà asilo in Italia e, rinchiuso in un disumano e umiliante Cpr, avrà l'ardire di ribellarsi.

Con l'estensione incontrollata del Daspo urbano chi commetterà azioni contro il patrimonio - magari innocue, come le tante portate avanti dagli attivisti per i diritti sociali o per l'ambiente - rischierà, oltre al carcere, la revoca della cittadinanza se nei precedenti 5 anni ha ricevuto una denuncia (non una condanna).

Infine si mette nero su bianco la locuzione "terrorismo della parola" con cui viene colpito con una pena che va da 2 a 6 anni chiunque detenga, o faccia circolare, in forma sia scritta che orale, testi ritenuti capaci di "sobillare" al compimento di atti o resistenze che coinvolgano uffici, istituzioni, servizi pubblici.

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Una questione di classeGian Luca Garetti · Controvento

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Rubrica: CONTROVENTO | Autore: Gian Luca Garetti

"L'istituzione negata" è il titolo di un libro per me fondamentale curato dallo psichiatra Franco Basaglia, di cui quest'anno ricorre il centenario della nascita. Edito nel 1968, il volume annovera anche un contributo di Franca Ongaro, che fu sua moglie. Racconta la storia di una realtà istituzionale in rovesciamento, oggi si direbbe in transizione, alla ricerca del passo successivo.

"Per molti anni firmavamo Franco e Franca Basaglia. C'era una totale identificazione nell'impresa di Franco. Anche se eravamo molto diversi (io sono più rigida), avevamo cose fondamentali in comune. Nella ripartizione dei ruoli la scrittura ero io, quindi mi è difficile dire o riconoscere quello che era dell'uno o dell'altra. Le cose nascevano insieme da un continuo confronto. Per questo ho difficoltà a parlare di Franco senza sentirmi coinvolta in prima persona" scriveva Franca Ongaro Basaglia, che mantenne un ruolo defilato ma autonomo rispetto alla personalità straripante del marito.

Insieme provarono ad aprire una finestra sull'impossibile: dall'utopia del rapporto uomo-donna, al sogno di spalancare le menti per assicurare una vita più umana agli ultimi. Il manicomio più difficile da abbattere è quello dentro le nostre teste, pensava Basaglia.

Nel 1961 diventa il direttore del manicomio di Gorizia. È il primo impatto col manicomio: "Un odore spaventoso che ti impregnava i vestiti e che non ti andava via neanche quando tornavi a casa, ti facevi la doccia e ti cambiavi. L'odore del manicomio. Odore di chiuso, di feci, di orine e di sofferenza". Ma non tutti i "matti" sono "matti", la maggioranza è ammalata solo di miseria. "La miseria si confondeva con la malattia, assumendone la faccia: era tutto qui il dramma umano di Gorizia", scriveva Franca Ongaro in "Salute/Malattia. Le parole della medicina".

Ci sono due tipi di psichiatria: la psichiatria dei ricchi e la psichiatria dei poveri. "Una società fondata, come la nostra, su differenze di classe, di cultura, sulla competitività, tende inevitabilmente a negare quella parte di se stessa che non sta al gioco; si creano aree di sfogo in cui si accumulano le contraddizioni, e il manicomio [ma non solo] esprime l'esclusione di ciò che ci fa paura e non comprendiamo", riportano in quegli anni gli operatori del 4° Reparto misto dell'Ospedale Psichiatrico di Firenze.

"Non penso che l'uomo sia fatto esclusivamente di psicologico o esclusivamente di un corpo biologico. Non credo nemmeno, d'altra parte, che sia fatto solo di sociale. Credo che l'uomo sia il risultato di una integrazione di tutti questi livelli e, prendendo in considerazione tutti questi fattori, noi medici dobbiamo essere allo stesso tempo biologi, psicologi, sociologi. Se non succede questo saremo sempre dei torturatori dei malati", scriveva Basaglia nelle "Conferenze brasiliane", di cui Franca fu curatrice.

Nel 1970 Franco diventò direttore del manicomio di Colorno, poi lo fu a Trieste dal 1971: "Abbiamo usato – spiega Basaglia a Ernesto Venturini, nel "Giardino dei gelsi" – tutti i mezzi che il sistema ci dava: dalla radio alla televisione, da Marco Cavallo al volo, alle infinite conferenze che siamo andati a fare un po' ovunque. Probabilmente abbiamo fatto molte cose che possono essere considerate propaganda, atteggiamenti da vedette, argomenti tanto cari ai nostri detrattori di destra e di sinistra".

La legge 180, nota come legge Basaglia, fu approvata nel 1978 nello stesso anno del diritto all'aborto. Abolì per sempre i manicomi, ma soprattutto eliminò il concetto di pericolosità per sé e per gli altri del malato di mente e collocò l'assistenza psichiatrica nel contesto dei servizi ospedalieri e sul territorio, ridefinendo il concetto stesso di malattia mentale e rimettendo al centro la cura della persona. La legge fu figlia di un compromesso politico e della fretta (incombeva un referendum di Marco Pannella), per questo non convinse mai del tutto lo stesso Basaglia, che si trovò costretto ad approvarla. Il governo e le stesse forze politiche che l'avevano approvata la tradirono subito, a partire dalla sinistra che non ne comprese la portata culturale. Tanto che la 180 a tutt'oggi non è mai stata applicata, deprivata da sempre delle strutture territoriali.

Basaglia morì prematuramente nel 1980, a soli 56 anni, e Franca Ongaro, dal 1983 al 1992, fu eletta per due legislature consecutive in Senato nel gruppo di Sinistra indipendente, dedicando la sua attività di parlamentare a difendere quella legge: dal 1978 al 1988 furono presentate alla Camera ben 12 proposte di modifica della 180 per affossarla. Si fece promotrice di altre importanti iniziative parlamentari: dalla riforma degli ospedali psichiatrici giudiziari al problema delle tossicodipendenze; dalle questioni bioetiche legate al dibattito sul fine vita fino alla modifica delle norme contro la violenza sessuale.

"La de-istituzionalizzazione - scriveva Ongaro - non poteva fermarsi semplicemente alle soglie del manicomio, ma doveva rappresentare un processo continuo contro tutti i muri di parole, contro i pensieri, i pregiudizi, le culture che potevano limitare la dignità degli uomini e delle donne".

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3Attualità2 articoli
Il trionfo del social washingCristiano Lucchi · Attualità

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Sezione: ATTUALITÀ | Autore: (c.l.)

A fronte di 16 milioni di turisti attesi e di 9 miliardi di euro stanziati per i Giochi Olimpici, la situazione per i poveri, i migranti e chi vive in strada a Parigi e dintorni è drammatica. Eppure basterebbero, è una stima della Campagna, solo 10 milioni di euro per assistere e alloggiare settemila persone in maniera dignitosa e civile durante le settimane delle Olimpiadi.

Le organizzazioni riunitesi per dare vita a "Il rovescio della medaglia" hanno il merito di fare luce su una situazione che devasta la vita di migliaia di persone. Le spedizioni ordite dalle istituzioni con l'ausilio della forza pubblica, denunciano, sono avvenute senza un consenso "libero e informato", con molte persone lasciate in strada, in assenza quasi totale di una valutazione dei singoli casi e circostanze, in un processo di completa "de-umanizzazione" delle persone espulse. Sono state anche criticate le "molestie" e i "controlli amministrativi ripetuti" subiti dalle lavoratrici del sesso, con l'intento di "rimuoverle dagli spazi pubblici".

L'associazione Aides, che gestisce un centro di accoglienza e supporto per la riduzione del rischio per tossicodipendenti nel quartiere parigino di Les Halles, ha segnalato numerosi spedizioni della polizia nelle stazioni della metropolitana, veri atti di sabotaggio contro il lavoro delle associazioni che cercano di sostenere e aiutare chi è in difficoltà.

Ad essere prese di mira sono in maggioranza persone che soffrono di dipendenze o problemi psicologici, con o senza permesso di soggiorno. La maggior parte dei migranti che sopravvivono negli accampamenti urbani vi soggiornano legalmente o sono in attesa di asilo. Révers ha calcolato che a circa il 40% di loro vengono offerte tre settimane di alloggio, poi devono lasciare la nuova sistemazione. Il restante 60% invece cambia soltanto zona in cui rifugiarsi per poi ritornare nell'Île-de-France.

Il vero vincitore della trentatreesima edizione delle Olimpiadi è già sul podio: trionfa il social washing praticato dalle istituzioni francesi, che, nella loro realtà parallela ma purtroppo dominante, si attribuiranno in mondovisione il merito di una Parigi linda e pulita.

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Il rovescio delle OlimpiadiCristiano Lucchi · Attualità

!Attualità

Sezione: ATTUALITÀ | Autore: Cristiano Lucchi

Ancora una volta sono i movimenti sociali a dover difendere i più poveri e fragili dalle istituzioni democratiche. Succede anche a Parigi, in occasione delle Olimpiadi che si terranno nella capitale francese dal 26 luglio all'11 agosto. Lo scorso anno si è costituita la campagna "Il rovescio della medaglia" che vede attive oltre 80 organizzazioni solidali impegnate contro la vera e propria "pulizia sociale" che in vista dei Giochi colpisce senza casa, tossicodipendenti, lavoratori del sesso, migranti, persone in attesa di asilo, beneficiari di aiuti alimentari. L'immagine che vuol dare la Francia al pubblico è quella di una società "perbene", "pulita" e "decorosa", senza poveri e persone ai margini che con la sola loro presenza dimostrano il fallimento del modello sociale ed economico della società occidentale.

A Parigi l'ultimo censimento informale del gennaio scorso, compiuto nella "Notte della Solidarietà", ha contato 3.462 persone che vivono in strada. Un dato enormemente sottostimato, visto che le espulsioni dal consesso civile in vista delle Olimpiadi hanno colpito nel biennio 2023-24 ben 12.545 persone, tra cui 3.434 minorenni. Questa mattanza di vite, affetti, beni di fortuna, è frutto delle politiche governative contro il "degrado". L'Osservatorio delle espulsioni dai luoghi di vita informali ha registrato nel periodo lo sgombero, spesso effettuato con violenza, di oltre 130 spazi di vita, tra cui 64 baraccopoli, 34 tendopoli, 33 occupazioni: il triplo rispetto al biennio 2021-22. A nessuna di queste persone è stata offerta una sistemazione permanente, sono state semplicemente deportate lontano dalla capitale e dai sobborghi in cui si tengono le gare. Allo stesso tempo nella sola Île-de-France sono stati soppressi oltre 3.000 posti negli alberghi sociali. Una struttura temporanea di accoglienza per 500 persone è stata aperta in una zona industriale isolata di Athis-Mons, più lontana dell'aeroporto di Orly. Per le istituzioni - è la denuncia della Campagna - le Olimpiadi rappresentano una eccezionale opportunità per aumentare e rafforzare i processi di invisibilizzazione dei più fragili.

Un caso particolare riguarda i minori stranieri non accompagnati. Nella sola Parigi, tra febbraio e maggio, 828 ragazze e ragazzi sono stati espulsi dai loro luoghi di vita, senza che venisse loro proposta una soluzione alternativa. Un giovane che dorme sotto il Pont-Marie ha descritto così la "pulizia sociale" subita: "Ci cacciano da ovunque andiamo. Non vogliono più vederci [...] Abbiamo l'impressione che non ci vogliano qui, sono mesi che dormiamo per strada, siamo come animali". Molti di loro, grazie al lavoro delle associazioni, hanno fatto ricorso al Tribunale dei minori e sono in attesa (ci vorranno mesi) che il loro caso venga discusso. Nel frattempo non dispongono dei più basilari diritti, né della presa in carico da parte dei servizi sociali, né dal dispositivo nazionale di accoglienza riservato ai richiedenti asilo adulti o minori accompagnati. Unico palliativo a loro disposizione è l'accesso ai pochi "Spazi di solidarietà e inserimento", luoghi di accoglienza diurna che permettono loro di nutrirsi, caricare il telefono, riposarsi per qualche ora.

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4Attualità1 articolo
La trappola dell'azzardoFelice Simeone · Attualità

!Attualità - Azzardo

Sezione: ATTUALITÀ | Autore: Felice Simeone

La probabilità di vincere al superenalotto è di una su 620 milioni. La probabilità di morire centrati da un meteorite è di una su due milioni, mentre quella di un incidente sull'aereo su cui stiamo viaggiando è di una su un milione e mezzo. In parole povere, prima che vinciamo al superenalotto potremmo essere già morti, e più di una volta. Eppure, ci hanno raccontato di uno che ha vinto; noi stessi abbiamo racimolato qualche euro grattando dal tabaccaio. Qualcuno deve pur vincere prima o poi il premio plurimilionario: e perché non proprio io?

L'attesa, il desiderio, la speranza, la delusione, le vincite minuscole ma inaspettate spingono ad un'altra giocata, e poi un'altra ancora, e poi ancora. Giocare diventa abitudine, poi vizio. Proprio in quel momento, forze molto persuasive ci attraggono dentro il vortice della dipendenza. Nel 2013, il gioco d'azzardo è stato riconosciuto come una patologia, alla stregua delle dipendenze da sostanze, ed è diventato oggetto di salute pubblica.

Avviso Pubblico, una rete da tempo impegnata a diffondere consapevolezza sui pericoli del gioco, ha presentato questi dati in una serie di eventi in giro per l'Italia, di cui l'ultimo, "La Trappola dell'azzardo", si è tenuto a Firenze lo scorso 8 Maggio. Nel 2022, in Italia si è giocato per 130 miliardi di euro: una cifra enorme se si pensa che le leggi finanziarie dello Stato si fermano a soli 30 miliardi l'anno. Ed è molto probabile che questa cifra crescerà in futuro viste le tendenze degli ultimi anni. I dati dell'Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, analizzati dalla rete di enti locali Avviso Pubblico, rivelano, infatti, un aumento costante della spesa su tutti i canali di gioco, sia quelli fisici che quelli on-line, negli ultimi tre anni.

La Toscana è la nona regione per volume complessivo di gioco (circa 10 miliardi), dove si è registrato un aumento percentuale a doppia cifra per ogni categoria di gioco. Gli anni della pandemia non hanno invertito queste tendenze: la chiusura forzata dei luoghi del gioco fisico ha fatto esplodere il gioco on-line.

L'invito al gioco d'azzardo è costantemente intorno a noi. Si può giocare ovunque: dal tabaccaio, al bar, in stazione, in autostrada. L'azzardo è pubblicizzato su molti canali con grande seguito: in televisione, sulle maglie degli atleti, sui siti di testimonial famosi. Solo tre giornali nazionali non pubblicizzano qualche forma di gioco: il Manifesto, Avvenire e Famiglia Cristiana. Alcune sale da gioco sono aperte ininterrottamente giorno e notte. Viviamo in una immensa sala giochi.

Nel tempo si è coagulata una cultura falsamente positiva del gioco concepito come possibilità di dare una svolta ad una vita difficile. È un'illusione, che funziona solo perché i rischi del gioco patologico e della dipendenza vengono deliberatamente nascosti. La realtà, infatti, è che il gioco può generare sofferenza. Non sono rari gli sportivi, soprattutto calciatori, che si sono rovinati con le scommesse, ma in questi casi si colpevolizza l'individuo e mai il contesto. Sono molti gli attori che guadagnano da questo stato di cose. I gestori della filiera del gioco incassano direttamente dalle giocate: si tratta di una lobby così forte da riuscire ad ottenere dal Parlamento, nel 2019, il divieto della diffusione dei dati sul gioco fisico, come denunciato da Federconsumatori e CGIL nel "Libro nero dell'azzardo".

Anche lo Stato ci guadagna attraverso gli introiti erariali. Si tratta, però, di somme ingenti ma non irrinunciabili, che ammontano a circa dieci miliardi l'anno. Derivano soprattutto dalla filiera del gioco fisico; nel caso, molto probabile, che il gioco on-line cresca in futuro, questi introiti si ridurranno considerevolmente. La CGIL ha fatto notare che comunque questo gettito andrebbe riconsiderato alla luce della spesa degli interventi sia clinici che sociali, a carico dello Stato, provocati dal gioco patologico. Una parte della somma raccolta viene destinata anche a tamponare i bilanci degli enti locali, che spesso si trovano a fronteggiare il paradosso di varare misure di prevenzione e contenimento del gioco patologico mentre hanno bisogno degli introiti che esso genera. Infine, le mafie sono estremamente interessate alle dinamiche del gioco d'azzardo, soprattutto on-line, perché sono uno strumento efficacissimo di riciclaggio. Durante l'evento di Firenze, Andrea Bigalli, referente di Libera, ha sottolineato che la cultura della ricchezza facile, come quella che può derivare da una vincita, è criminogena di per sé; è l'obiettivo perseguito dalle mafie, anche se queste si fidano più delle pistole che del bingo!

Questa rete di interessi spesso sovrapposti non ha nessuna intenzione di ridurre l'offerta e le occasioni di gioco per un pubblico che comprende tutte le età. Uno studio coordinato dalla dottoressa Sabrina Molinaro del CNR ha rivelato che non meno di 150.000 giovani fra i 15 e i 25 anni sono giocatori problematici: la metà di loro è minorenne; fatto sorprendente se si pensa che il gioco con vincite in denaro è vietato ai minori di 18 anni. Si tratta di giovani che sono stati risucchiati nella consuetudine del gioco quasi inconsapevolmente, non essendo stati oggetto di nessuna prevenzione, né di altre forme di controllo sociale. La fotografia presentata dalla Dr.ssa Molinaro è quella di giovani fondamentalmente abbandonati a sé stessi. L'atteggiamento timido, e spesso ambiguo, delle istituzioni contribuisce al dilagare del gioco d'azzardo, e alla conseguente crescita del numero dei malati di gioco patologico.

Le leggi in vigore riescono solo in parte a contenere l'epidemia, e sono inadeguate sotto molti aspetti. Nel passato si è osservato che l'adozione del distanziometro, cioè il divieto di installare punti di gioco in prossimità di luoghi sensibili (scuole, chiese), ha portato ad una effettiva riduzione delle occasioni di gioco. Il gioco on-line, però, rende del tutto obsoleto questo strumento visto che si può scommettere tranquillamente dagli scalini di una chiesa o dentro un'aula scolastica. C'è bisogno di imporre orari durante i quali sia impossibile giocare, tanto nelle sale fisiche che in quelle virtuali. Una riduzione dei tipi di gioco sarebbe anche una misura di dissuasione: oggi assistiamo alla proposta continua di nuovi giochi che solleticano la curiosità di nuovi e vecchi clienti. Certamente, avverte Avviso Pubblico, c'è bisogno di campagne di prevenzione e di informazione: in questo caso il messaggio sarebbe semplicissimo: non si vince mai!

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5Lavoro1 articolo
Sfruttamento ad arteMariella Marzuoli · Lavoro

!Lavoro

Sezione: LAVORO | Autrice: Mariella Marzuoli

Con la cultura non si mangia? Almeno un paio di ministri nel tempo hanno usato questa espressione, con o senza punto interrogativo. In una città d'arte come Firenze si può vivere lavorando nell'ambito dei beni culturali? Lo chiediamo a Vittoria e Sara del collettivo Mi Riconosci?, nato alla fine del 2015 dalla volontà di un gruppo di professioniste e professionisti del mondo dei beni culturali di cambiare la difficile realtà lavorativa del settore. Il loro sito è www.miriconosci.it.

"Sì - rispondono in modo articolato - c'è chi ci guadagna, ma non i professionisti della cultura che, a dispetto della formazione specialistica che li ha portati a essere bibliotecari, archivisti, storici dell'arte, archeologi, restauratori e molto altro, si trovano ad essere sfruttati, malpagati, precari, in un sistema in cui sia gli enti pubblici che le istituzioni private risparmiano sul costo del lavoro. Come e più che in altri settori c'è un abuso di personale volontario - continuano - per esempio nelle giornate del FAI, per ogni dipendente si arruolano 200 volontari e gli studenti prestano lavoro gratuito (o quasi). Si fa strada l'idea che sia sufficiente l'entusiasmo e la passione per fare didattica museale o fare da guida ad una mostra. Coloro che prestano il loro servizio a titolo gratuito, molto spesso senza una formazione specifica, vengono fatti passare come eroi e persone di buon cuore che si impegnano per far conoscere il patrimonio culturale del nostro Paese".

Ragionando emerge anche il problema dei contratti. "Ad aggravare la situazione vi è, inoltre, il diverso inquadramento dei dipendenti ministeriali rispetto ai dipendenti delle cooperative appaltatrici - dicono Vittoria e Sara. La stragrande maggioranza dei lavoratori e delle lavoratrici in appalto che erogano servizi culturali ha un contratto Multiservizi, quello per servizi di pulizie e mense, e non quello specifico per la categoria, il Federculture. Il fatto che esista un CCNL non è vincolante perché le normative permettono di applicare il contratto maggiormente presente sul territorio, che in molti casi è il già citato Multiservizi II livello e non quello Federculture".

I problemi relativi all'inquadramento sono però anche altri. "Una caratteristica spesso presente, inoltre, è quella di avere contratti di poche ore settimanali, part time involontari che, oltre ad avere una frammentazione delle ore lavorative che rende difficile l'organizzazione della vita, rende impossibile farsi una pensione. Peggiore ancora il caso delle partite IVA coatte, costrette a presentarsi come liberi professionisti, ma che di fatto hanno rapporti lavorativi con una sola azienda. Questo a parità di ruolo e mansioni, ma non di tutele. Le aperture straordinarie serali o nei giorni festivi, sono subordinate alla disponibilità di personale precario, purché sia garantita la presenza di un numero minimo prestabilito di personale ministeriale".

Chiediamo perché non ci sia un potere contrattuale maggiore in un settore centrale della nostra economia, che ormai considera il turismo così strategico da spingere le amministrazioni comunali a svuotare i centri storici dai suoi abitanti e dalle università. La risposta, ad un tempo sconsolata e combattiva, è che "in mancanza di tutele, i professionisti accettano condizioni di lavoro vergognose, per fare curriculum, per avere comunque un qualche reddito perché, se non accettano proposte di lavoro così umilianti, c'è qualcun altro che le accetterà. Mancano coordinamento e solidarietà all'interno della categoria".

È salita agli onori della cronaca degli ultimi mesi la situazione dei lavoratori delle biblioteche fiorentine: solo il 14% ha contratti a tempo indeterminato, gli altri contratti a termine, part time, o altre forme di collaborazione. La componente femminile della forza lavoro in questi settori è preponderante. "Per quanto sembri impossibile, le cose vanno peggio che altrove - ci dicono. Il 95% degli iscritti alle facoltà che formano operatori della cultura è costituito da donne. In questo settore appare ancora più chiaro il grado di sfruttamento delle donne nella società patriarcale: precariato e bassi compensi, ricattabilità, riguardano soprattutto loro. Man mano che si sale nella scala dell'inquadramento professionale, fino a ruoli dirigenziali, la percentuale delle donne diminuisce. Dirigenti e docenti sono per la maggioranza uomini. Pochissime tutele per le madri lavoratrici, molte sono costrette a cambiare mestiere".

Mi Riconosci ha lanciato inoltre un questionario sulle discriminazioni e molestie anche per rilanciare "il dibattito sulle questioni di genere e convinte della necessità di una lotta sempre più intersezionale e onnicomprensiva di tutte le categorie marginalizzate". Oltre a questo sarebbero molti gli argomenti di cui parlare, come l'apertura dello Sportello sindacale per l'archeologia in collaborazione con USB che offre consulenze sui contratti e assistenza legale.

Un'ultima domanda. Che cosa ne pensate della delibera recentemente approvata dal Comune di Firenze che stabilisce una retribuzione non inferiore a 9 euro l'ora lordi per tutti gli appalti comunali? La risposta è immediata e indignata: "Nove euro lordi per un lavoro specialistico sono pochi!" Ma come, non vi basta il fatto di lavorare in ambienti ricchi di bellezza, arte e di storia?

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Fame di un mondo nuovo: il 12 luglio con la ex GknValentina Baronti · Diritti

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Sezione: DIRITTI | Autrice: Valentina Baronti

Dopo la piazza di 10mila persone del 18 maggio, le 5 settimane di tendata e i 13 giorni di sciopero della fame, il Collettivo di Fabbrica ex Gkn chiama a una nuova mobilitazione, il 12 luglio sotto la torre di San Niccolò: un concerto a tre anni dall'inizio della lotta, per dare ancora una spallata al muro di gomma. Quel muro che abbiamo visto ondeggiare negli ultimi due mesi, con una protesta crescente e sempre nuova, che ha portato la Regione Toscana ad avviare l'iter per la legge regionale sui consorzi di sviluppo industriale, a chiedere ufficialmente il commissariamento di Qf, a prevedere misure urgenti di sostegno al reddito per chi, da sei mesi, è senza stipendio né ammortizzatori. Ancora una volta gli operai della ex Gkn, insieme alla comunità solidale, hanno portato avanti un'azione collettiva, che apre spiragli per la loro situazione ma che allo stesso tempo risponde a tutte e tutti noi. La legge regionale inaugurerebbe una stagione di politica industriale pubblica per la riconversione ecologica, il contributo una tantum potrà servire in futuro ad altre situazioni simili, le stesse sentenze che impongono a Qf il pagamento dello stipendio pieno dal 1 gennaio ad oggi, ribadiscono un concetto semplice ma troppo spesso dimenticato: chi ha un contratto di lavoro deve essere pagato.

Siamo arrivati fin qui, ma il muro di gomma rischia di tornare su, se non continuiamo a spingere, perché il governo commissari Qf, perché la Regione, attraverso il consorzio, acquisisca lo stabilimento, perché si possa avviare subito la reindustrializzazione dal basso e agganciare così un ammortizzatore sociale, perché gli operai abbiano tutti gli stipendi che spettano loro di diritto.

"Portate tutto il vostro mondo nuovo – si legge nel post social sul 12 luglio - che a noi è rimasta tanta fame".

  • ex GKN
  • Collettivo di Fabbrica
  • concerto
  • Torre San Niccolò
  • 10mila persone
  • sciopero della fame
  • 13 giorni
  • Regione Toscana

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Terrorismo delle paroleIlaria Di Biagio · Diritti

!Diritti

Sezione: DIRITTI | Autrice: Ilaria Di Biagio

A metà gennaio la vita di Seif Bensouibat è improvvisamente cambiata.

Educatore per oltre nove anni allo Chateaubriand, prestigioso liceo francese a Roma, quella sera d'inverno si è visto perquisire l'abitazione dalla Digos alla ricerca di esplosivi e armi: non verrà trovato niente. Cosa era successo? Il dirigente scolastico del suo istituto aveva segnalato all'ambasciata francese e alle autorità italiane alcuni post pro-Palestina, che Seif aveva condiviso sul profilo Instagram privato.

È stato immediatamente sospeso e poi licenziato la settimana successiva. Convocato quindi in Prefettura lo hanno informato di un'indagine penale a suo carico, per istigazione all'odio etnico, religioso e razziale, e del procedimento di revoca dello status di rifugiato politico. Seif, algerino, lo aveva ottenuto nel 2013.

Sono seguiti tre mesi di limbo, durante i quali Seif è rimasto senza lavoro, finché il 16 maggio la polizia lo ha prelevato da casa dicendo di seguirli per una notifica. Il giorno prima c'era stato un presidio davanti alla sua scuola, in occasione del quale il vicedirettore aveva chiuso l'istituto a causa di una generica manifestazione, come si legge nell'email inviata al personale e agli studenti. Nonostante la volontà della scuola di tenere lontana la vicenda, infatti, la solidarietà di genitori e studenti verso Seif, che conoscono da anni, è arrivata numerosa. Tanto da aver portato al presidio del 15 maggio.

Ma torniamo a Seif. Il 16 maggio viene condotto prima all'ufficio immigrazione e di lì a qualche ora portato in uno dei peggiori Cpr, quello di Ponte Galeria. Il giorno successivo, gli viene notificata la revoca dello status di rifugiato, decisa in realtà il 6 febbraio senza però farglielo sapere. Seif passerà quattro giorni nel Cpr, fino al 20 maggio, quando il giudice di pace non convaliderà la detenzione.

Una decisione, quella del giudice di pace, che conferma l'assoluta illegittimità delle misure adottate nei suoi confronti.

Durante tutti questi mesi Seif Bensouibat non ha mai potuto esprimersi, essendo stato giudicato senza processo e adesso, seppur libero, rischia comunque l'espulsione immediata e il ritiro dello status di rifugiato. In merito alla questione è intervenuta anche Amnesty International parlando di «decisione grave». La difesa ha presentato a metà giugno il ricorso presso il tribunale di Roma, contro il provvedimento di revoca di asilo; verrà percorsa ogni via a tutela dei suoi diritti, che sono garantiti sia dalla Costituzione che dagli obblighi internazionali che l'Italia è chiamata a rispettare.

Mentre si aspetta di conoscere l'esito dell'appello sul suo status di rifugiato, si è creata una rete di cittadine e cittadini in sua solidarietà, di cui fanno parte tanti genitori e studenti dello Chateaubriand, che sta raccogliendo firme e contributi economici a sostegno delle spese legali.

La vicenda di Seif è esemplificativa dell'approccio che le autorità di pubblica sicurezza stanno avendo da mesi nei confronti di chi esprime idee filo-palestinesi. Da Firenze a Venezia, Pisa, Bologna, Roma, Napoli, Padova, un modus operandi che mira al silenzio o, forse ancor più, ad un conformismo ideologico.

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7Diritti3 articoli
Assange è liberoCristiano Lucchi · Attualità

!Diritti

Sezione: ATTUALITÀ | Autore: (c.l.)

È stato costretto cinque anni nel carcere londinese di Belmarsh ad una detenzione umiliante e degradante che ha rasentato la tortura. Dal 2012 al 2019, prima di essere arrestato, è stato in "fuga" dalle "democrazie liberali" per aver denunciato, da grande giornalista, i crimini di guerra e le torture compiute dagli Stati Uniti d'America in Medio Oriente (e non solo).

Dallo scorso 26 giugno Julian Assange è libero grazie alle enormi pressioni della società civile internazionale che ha manifestato incessantemente per la sua libertà mettendo sotto accusa i sistemi giudiziari, e le disumane ipocrisie, di Stati Uniti e Gran Bretagna. Anche Fuori Binario nel suo piccolo ha contribuito alla sollevazione: a lui abbiamo dedicato una copertina, alcuni eventi e il corso di mediattivismo e giornalismo dal basso. Tutta la nostra redazione ha festeggiato per la libertà ritrovata da Julian, fondatore di Wikileaks.

L'augurio che gli facciamo è che possa ritrovare la salute e la serenità perduta grazie ai suoi figli Daniel, Gabriel e Max, alla moglie Stella e alle milioni di persone che lo stimano per aver difeso i principi delle democrazie liberali, ormai in decomposizione, in cui ha agito da termometro denunciandone le ipocrisie. Ha raccontato le bugie di stato e per questo è stato punito. Ha messo il suo corpo a disposizione di ideali alti per cui è stato abbandonato dal giornalismo mainstream che dopo aver inizialmente "succhiato" i suoi leaks è tornato al corto guinzaglio dei padroni, abbandonandolo al proprio destino. Coraggio Julian, l'impegno continua, ti aspettiamo più forte di prima.

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Parole come gabbieCristina Niccoletti · Diritti

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Autrice: Cristina Niccoletti

Con questo articolo Cristina Niccoletti inizia una riflessione sulla condizione femminile ai giorni nostri in una città come Firenze, a partire da esperienze di vita vissuta. Il campo di indagine sarà concentrato in particolare sui vissuti di donne che hanno attraversato periodi di difficoltà, anche in relazione alla mancanza di lavoro e di una abitazione dove vivere. Perché, se la situazione delle persone senza dimora è difficilissima quando si tratta di uomini, quella delle donne lo è incomparabilmente di più, per maggiore vulnerabilità aggravata dalla mentalità sessista imperante. In questo primo pezzo, grazie alla testimonianza di Lucia, affronta in modo lieve la questione culturale che complica la vita di tutte le donne. (Mariella Marzuoli)

Ripensando alla mia infanzia, ho notato che la maggior parte dei giochi che avevo erano finalizzati a creare la casalinga perfetta. Faccio alcuni esempi: la cucina, il dolce forno, oggetti per pulire la casa e, ultimo non ultimo, un bambolotto che piange, fa le bizze, fa la pipì addosso e vuole essere anche cambiato. Tutto questo mi dà l'idea che fosse già tutto pronto per abituare la bambina che ero a un futuro già prefabbricato.

Ma tutto questo è normale?

Recentemente ho ascoltato un intervento dell'attrice Paola Cortellesi molto interessante che riprende un testo dell'enigmista e docente di Semiotica della creatività Stefano Bartezzaghi, dove si spiega come l'influenza patriarcale nel lessico sia discriminante verso le donne. Ad esempio (cito a memoria):

Un uomo di strada: un uomo del popolo. Una donna di strada: una… prostituta.

Un uomo disponibile; un uomo gentile e premuroso. Una donna disponibile: una… mignotta.

Un uomo con un passato: un uomo che ha avuto una vita, in qualche caso non particolarmente onesta, ma che vale la pena di raccontare. Una donna con un passato: una…

Un uomo di mondo: un gran signore. Una donna di mondo: un gran… mignotta.

Uno che batte: un tennista che serve la palla. Una che batte: …

È evidente che alcune parole che al maschile hanno significati positivi, se declinate al femminile hanno una valenza completamente stravolta in senso dispregiativo. Come nella mia esperienza di bambina, alcuni giochi non sono semplici giochi e non hanno un significato neutro, così anche le parole non possono essere usate a caso, ma in maniera consapevole.

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A Firenze senza lilleriFrancesco Martinelli · Diritti

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Sezione: DIRITTI | Autore: Francesco Martinelli

Mi chiamo Uli e vengo da Berlino. Conosco l'Italia, ma è la prima volta che visito Firenze. Arrivo in treno e scendo alla stazione di Santa Maria Novella, stazione centrale. La prima cosa che avverto è la cappa umida della città, quasi che Firenze mi voglia catturare al primo respiro. Uscendo dal binario trovo uno steward in divisa con i capelli laccati a cui chiedo informazioni. Il mio abbigliamento stropicciato e la barba lunga non lo devono convincere molto perché esita un istante prima di parlare. Si vede che arrivo da un lungo viaggio. Mi risponde freddo con le indicazioni per il centro, "tutto a dritto", ma non prima di attraversare un sottopassaggio che parte dalla stazione e prosegue come un intestino sotto il cemento. Mi ritrovo perciò ad attraversare, anziché la città rinascimentale che mi aspettavo, un turbine di negozi e fast food figli della migliore società dei consumi. Potrei essere ovunque, un qualsiasi paese dell'Europa occidentale. Nonostante mi avessero detto che l'architettura della stazione era il prodotto di un genio italiano, qui sotto non trovo nulla di artistico, tantomeno di italiano.

Fortunatamente riesco a risalire dalla bolgia e mi ritrovo in una città moderna, ma dai tratti ancora medioevali. Gli odori sono quelli multietnici dei banchi che offrono panini e bibite, dai kebab alle diet coke, ma la città che percorro con lo sguardo oltrepassa secoli di storia, odori ed esperienze. Firenze permette ad un visitatore come me di percorrere le epoche in pochi istanti, vedo antiche mura e odierni operai in sciopero della fame, studenti in assemblea e senza dimora sul marciapiede. Entro in un locale che viene chiamato "circolo" dove proiettano un film. Cammina cammina, arrivo, dopo essermi perso un paio di volte a forza di andare "a dritto", ai famosi Uffizi. Oramai è tardi per le visite alla galleria, ma sono in buona compagnia con la miriade di turisti che ho attorno: tutti con gli occhi alzati verso le bellezze cittadine. Io purtroppo o per fortuna devo anche pensare al mio stomaco e al riposo. Mi cade l'occhio su di un mimo, artista di strada come me, a cui verso una moneta in cambio della sua immobilità. Inaspettatamente, quasi interpretando i miei pensieri, alza un dito e mi indica un altro attore poco distante. Un cupido un po' attempato che sorride ai passanti. È già sera e aspetto la fine della sua performance quando scende dal suo palcoscenico di strada. Mi sorride e io chiedo se lo spettacolo è finito. Mi risponde di sì e, allora, superando l'imbarazzo, spiego che sono arrivato da poco in città, che non so dove è meglio dormire e se mi può consigliare. Dico che a Kreuzberg, il quartiere dove vivo, sto in una casa occupata, lui sorridendo mi spiega che conosce la zona, è amico dei turchi che fanno la pizza in un baracchino lì all'angolo. Il nostro grande mondo è una periferia dove tutti ci conosciamo ed intrecciamo relazioni. Facciamo amicizia e poi, dopo un bicchiere di vino, mi spiega che abita in una roulotte parcheggiata nella periferia di Firenze. Anche lui è un esule, e da stranieri in un paese straniero mettiamo insieme la cena mentre scrocco una visita guidata dal centro alle periferie... "Lillere non lallere", qualsiasi cosa voglia dire, ma intuisco che la fame è un prezzo universale da pagare.

"Ceniamo assieme?".

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Un Isolotto nella cittàValentina D'Ippolito, Benedetta Masiani, Isabella Trabucco, Stefania Zaccaro · Abitare

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Sezione: ABITARE | Autrici: Valentina D'Ippolito, Benedetta Masiani, Isabella Trabucco, Stefania Zaccaro

L'Isolotto rappresenta un esempio emblematico di come un progetto urbanistico centrato sulle persone possa dare vita a una comunità forte, caratterizzata da un significativo potere aggregativo e da una visione condivisa di abitare sociale.

Se ne è parlato al seminario "Un Isolotto nella città: contributi per un'idea di comunità e di abitare", ispirato ai settant'anni dalla realizzazione del quartiere e al progetto di valorizzazione dei materiali dell'archivio. Ad organizzare il Dipartimento di Architettura dell'Università di Firenze in collaborazione con la Comunità dell'Isolotto, la Fondazione Architetti Toscana e la Fondazione Michelucci.

Esplorandone l'evoluzione, si è discusso della storia progettuale e urbanistica del quartiere e della centralità ricoperta dalla sua comunità. Sono stati esaminati temi come quelli della manutenzione e cura del verde pubblico, dell'innovazione nelle soluzioni abitative, del concetto di housing sociale, nonché del diritto alla casa sia a livello locale che europeo.

Protagoniste sono state le esperienze di residenza sociale con focus sul progetto Isolotto, all'interno delle ex-Baracche Verdi, "luogo di storia, di memoria, di presente e di progetti", oggi piccole strutture in muratura protette dall'ombra di due platani. Inizialmente costruite in legno dai "cantieri per disoccupati" voluti dal sindaco Giorgio La Pira per ospitare la prima scuola elementare di quartiere, sono state teatro di moltissime attività dall'inizio della storia della Comunità dell'Isolotto, rappresentandone il cuore pulsante. Da allora la Comunità ha continuato ad animare questi spazi, trasformandoli in luoghi di elaborazione creativa di esperienze di base e di coinvolgimento della popolazione nella gestione dei problemi del territorio.

Il quartiere dell'Isolotto, realizzato con il programma INA-Casa tra gli anni '50 e '60, è nato per rispondere alla carenza abitativa del secondo dopoguerra. Il progetto fu affidato a un gruppo di architetti toscani, tra cui Sirio Pastorini, Mario Pellegrini, Francesco Tiezzi e Ferdinando Poggi, con il contributo di Giovanni Michelucci e altri importanti nomi dell'architettura del tempo. Costruito su un'area agricola, fu concepito come un quartiere autosufficiente; la viabilità pedonale, centrale nel progetto, è stata realizzata in maniera indipendente e totalmente separata da quella automobilistica. Cruciali sono stati il sistema degli spazi aperti e la componente vegetale, concepiti non solo come elementi decorativi ma come componenti fondamentali per migliorare la qualità della vita dei residenti. Questi elementi hanno costituito un sistema progettuale molto innovativo per l'epoca e sono stati fondamentali per favorire una forte socialità. Il quartiere infatti, nato con un'impronta prettamente popolare per ospitare i lavoratori senza alloggio, ha affrontato tensioni e conflitti, ma è diventato anche un esempio di integrazione e partecipazione attiva, con gli abitanti coinvolti nella gestione del territorio e nelle promozione di iniziative sociali e culturali.

Oggi emergono tuttavia alcune contraddizioni che richiedono attenzione; una delle principali riguarda la manutenzione degli spazi pubblici e delle aree verdi, che necessitano di interventi costanti e di manodopera specializzata ad oggi assenti. Inoltre, la presenza di veicoli parcheggiati indiscriminatamente in zone non dedicate è un problema significativo, interferendo con l'uso degli spazi comuni e compromettendo l'estetica e la funzionalità del quartiere. Infine, molti spazi aperti condominiali, originariamente pensati come comuni e aperti alla socialità, sono oggi diventati spazi privati e recintati.

Non solo, il rischio oggi è che all'Isolotto si inneschino processi di gentrificazione, ciò potrebbe compromettere la coesione e l'accessibilità del quartiere, alterandone il tessuto urbano e sociale originario. Firenze, con la sua forte attrattiva, è particolarmente vulnerabile a questi fenomeni, che possono far aumentare affitti e costi dei servizi, spingendo i residenti a trasferirsi e causando una perdita dell'identità locale. La sfida consiste nel bilanciare la protezione del patrimonio culturale e sociale con lo sviluppo economico, mantenendo un'attenzione costante e una gestione oculata, monitorando e contrastando il fenomeno degli appartamenti sfitti e promuovendo investimenti sostenibili per un'edilizia pubblica popolare dignitosa. In particolar modo, è essenziale riaffermare e riportare al centro del dibattito pubblico il tema della casa non solo come bisogno primario ma come diritto fondamentale, da tutelare e promuovere attraverso politiche pubbliche adeguate.

(Le Autrici fanno parte del DIDA Dipartimento Architettura Università di Firenze)

Un archivio prezioso — La storia della comunità dell'Isolotto in più di 6mila file. L'archivio, interamente informatizzato, si trova in una stanza delle "Baracche Verdi", dove si possono consultare atti originali, lettere, pubblicazioni, audio e video, giornali, riviste, ciclostilati. Dieci le sezioni che raccontano una storia lunga settant'anni: dal percorso di rinnovamento ecclesiale al processo per turbamento di funzione religiosa e istigazione a delinquere del 1969/71, fino agli attestati di solidarietà e alle relazioni strette negli anni con altre realtà sociali. L'archivio è aperto tutti i mercoledì dalle 17 alle 19. Info: 055 711362, comis@videosoft.it

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9Ambiente2 articoli
La nonviolenza è sovversivaClara Baldasseroni · Ambiente

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Sezione: AMBIENTE | Autrice: Clara Baldasseroni

Tra marzo e luglio si sono svolti una serie di incontri sulla 'spiritualità sovversiva della nonviolenza' tenuti da Giampaolo Pancetti e Gabriella Parissi. Il corso base si è tenuto al teatro dell'Affratellamento le prime domeniche di ogni mese e abbiamo partecipato anche noi della redazione di Fuori Binario. La quota d'iscrizione comprende ogni volta una piccola cifra simbolica, da devolvere ad una diversa associazione di volontariato solidale presente sul territorio fiorentino. Fuori Binario è stato tra i beneficiari delle precedenti edizioni, mentre questa volta la donazione andrà all'associazione Artemisia, il centro antiviolenza per la tutela e i diritti delle donne. Purtroppo viviamo in una società intrisa di violenza, ma ritrovarsi insieme a riflettere su come approcciarsi a questo tema può aiutare anche a non rimanerne vittima.

Il corso si è svolto in presenza (con la possibilità di recuperare attraverso incontri on-line per chi non è potuto venire ed ha dovuto saltare un appuntamento), ed è partito illustrando le 'radici della violenza'. I partecipanti poi si sono confrontati su questo tema, avviando una discussione che ha messo in evidenza molte contraddizioni a cui siamo quotidianamente sottoposti. Sono seguiti poi esercizi individuali e di gruppo finalizzati all'autocoscienza e l'autovalutazione, per far riflettere sui nostri atteggiamenti nei confronti della conflittualità, a cui spesso siamo sottoposti e con cui dobbiamo obbligatoriamente misurarci.

Sapersi destreggiare contro la violenza, soprattutto per i giovani, può essere uno strumento fondamentale per non avere noi stessi atteggiamenti bellicisti. Mettere in discussione il potere dominante, l'obbedienza a una gerarchia che induce alla violenza (che sia verbale o fisica), come mezzo di interazione con gli altri, il legalismo per fini punitivi e meritocratici: solo così si può cercare di bloccare un processo che sta mettendo a repentaglio tutti, in un momento storico in cui sembra inevitabile fare la guerra. Avendo la capacità e la libertà di opporsi ai diktat che vogliono portarci verso la sconfitta, così come ci insegnò Gandhi attraverso il Satyagraha, potremo vivere in una dimensione universale di pace condivisa, dove non esisterà più la violenza. Per info: nonviolenzasovversiva@gmail.com

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Lungo la rotta delle alluvioniCamilla Lattanzi · Ambiente

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Sezione: AMBIENTE | Autrice: Camilla Lattanzi

La lentezza come forma di ribellione, la comunità come antidoto all'isolamento, la strada come possibilità d'incontro e una quotidianità comunitaria e spartana, perché in cammino è importante sostenersi e ogni grammo dello zaino distingue l'indispensabile dal superfluo: è la proposta di Repubblica Nomade, associazione fondata dallo scrittore Antonio Moresco per affrontare le grandi inquietudini del nostro tempo.

Mentre stiamo scrivendo è in corso "Il Cammino dell'acqua", un percorso sul tema dell'alluvione, conseguenza di un disastro climatico che non è solo calamità naturale ma soprattutto crisi del patto tra viventi. Per rimediare occorre sentirsi "terrestri tra altri terrestri", superando i confini geografici e di specie, perché ogni forma di vita ha pieno diritto di vivere e prosperare e dovrà essere partecipe della rigenerazione di suoli impermeabilizzati dall'asfalto e desertificati da un'agricoltura e una zootecnia tossiche, crudeli e insostenibili.

Il gruppo si è dato appuntamento a Ravenna sabato 15 giugno, per poi unire in una traiettoria le due zone d'Italia che hanno avuto più distruzione e perdite di vite. Tra le tappe: Lugo, Faenza, Brisighella, Palazzuolo e Vicchio, con destinazione Campi Bisenzio, dove incontreranno il Collettivo di Fabbrica Gkn, il presidio permanente che ha reagito all'alluvione del novembre scorso con cuore testa e dignità, organizzando le "brigate di solidarietà", offrendo gratuitamente una protezione davvero civile e tanto sollievo materiale alle persone alluvionate, in preda alla disperazione dei primi durissimi giorni.

Il professor Paolo Pileri, massimo esperto di suolo in Italia e autore de "L'intelligenza del suolo" ediz. Altreconomia, si è unito al cammino e ha presentato il suo libro proprio a Ravenna in un bell'incontro con la comunità degli "Ortisti di strada", gruppo che nel quartiere popolare Darsena recupera spazi periferici abbandonati, seminando piante commestibili.

Pileri, con le sue domande puntuali e con la forza dei numeri, ha creato più volte imbarazzo agli amministratori locali incontrati, perché la conoscenza delle leggi (e delle loro deroghe) non lascia spazio a discorsi vaghi e a propositi generici. Pileri ci ha ricordato che le alluvioni portano più disastri del normale laddove l'impermeabilizzazione è più intensa, che la gestione del suolo in Toscana e in Emilia Romagna è stata un disastro, e lo stesso Presidente della Regione Emilia Romagna Stefano Bonaccini ha (tardivamente) ammesso: "Si è costruito troppo, non sarà più così".

A Sant'Agata sul Santerno, luogo in cui l'argine ha ceduto allagando campagne e paesi della zona, i camminanti hanno incontrato "Terrestra CSA", Comunità che Sostiene l'Agricoltura, un patto tra i piccoli produttori biologici locali e i consumatori, per rendere questi ultimi parte attiva e consapevole nell'acquisto della spesa quotidiana. Non è solo un Gruppo di Acquisto Solidale: il legame è duraturo, la pianificazione è condivisa e c'è il pre-finanziamento, l'opposto di quel consumatore deresponsabilizzato che è uno dei pilastri del consumismo eretto a sistema. Silvia Pattuelli, fondatrice di Terrestra, crede in un'idea di agricoltura rigenerativa, senza sostanze di sintesi (nemmeno quelle concesse al biologico), femminile e interspecifica.

Qui non si sfrutta nessuna specie vivente, non si usa letame e non si fa guerra ai selvatici: per convivere pacificamente in un territorio che non appartiene solo a noi umani, si pianifica di produrre quel 10% in più che (secondo i dati e l'esperienza) rappresenta il nutrimento indispensabile alle persone di altre specie che frequentano il podere. È l'ora di sentirsi parte dell'ideale "Repubblica dei terrestri" fondata nel 2019 da Antonio Moresco con Bruno Latour e Amitav Ghosh e condivisa da tutti i camminatori nomadi e visionari, che non si rassegnano all'esistente e che seminano un pensiero eretico a passo lento, esercitando il diritto alla lentezza e alla giustizia ecologica e sociale.

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10Attualità1 articolo
Gli invisibili di LampedusaStefano Tani · Attualità

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Sezione: ATTUALITÀ | Autore: Stefano Tani

Non volevo andare a Lampedusa, volevo andare in Sicilia, ma la mia compagna voleva andare a Lampedusa e così siamo andati a Lampedusa. Non volevo andare a Lampedusa perché non mi piaceva andare in un posto dove molti si divertono e molti altri, i migranti, soffrono, hanno sofferto e forse soffriranno viste le leggi che vigono oggi in Italia. Mi pareva che mi sarei divertito meno e con giusti sensi di colpa.

Lampedusa all'inizio di maggio è molto bella: un mare cristallino, un sole ancora non eccessivo e sconfinati paesaggi di roccia chiara e piccoli arbusti verdi (l'isola, una volta boscosa, è stata sciaguratamente deforestata nell'Ottocento per il suo legname). Abbiamo noleggiato uno scooter e abbiamo girato e persino fatto il bagno in spiaggette comunque già non del tutto deserte. Odio pensare cosa sarà l'isola d'estate, l'estate a cui locali si preparano – dappertutto gente che pulisce, pialla, vernicia e ripara: le spiagge tranne due sono piccole e per ora infestate dai rifiuti, e sull'isola purtroppo si è costruito dappertutto, interi villaggi intorno a piccole baie dove la spiaggia è un fazzoletto. D'estate a Lampedusa, più vicina all'Africa che alla Sicilia, si raggiungono facilmente i 40 gradi e lo scirocco imperversa: più che di turisti immagino si tratterà di allegri penitenti da girone infernale. Ma intanto in maggio non è così: baristi, ristoratori, negozianti ti accolgono sorridenti e rilassati – sei la timida e benvenuta avanguardia di quello che verrà.

Volevamo vedere se possibile il centro di accoglienza degli immigrati scampati a violenze, vicissitudini e naufragi per approdare qui. Ci siamo finiti per caso sbagliando una strada che doveva infine portarci alla Spiaggia dei Conigli. La strada si è fatta più stretta e dopo un'apparentemente incongrua ambulanza abbiamo costeggiato 3 gazebo della croce rossa sotto le quali alcuni operatori pranzavano (erano le 14), una camionetta della guardia di finanza, due macchine dei carabinieri, una della polizia e poi finalmente un cancello chiuso davanti al quale due carabinieri ci hanno cortesemente detto che non si poteva entrare – ovviamente – e quindi di tornare indietro; ne abbiamo approfittato per chiedere indicazioni sulla nostra meta, ricevendo risposte vaghe – non erano locali.

Alla Spiaggia dei Conigli c'era un'addetta che ha accompagnato noi e una scolaresca a visitarla: è lì che lei e altri, con gli opportuni divieti notturni per aiutarle a deporre le uova ad onta dei bagnanti, monitorano e soccorrono le tartarughe marine, specie protetta e ormai rara. Spero che facciano così anche coi migranti mi sono detto, contento anche di vedere una spiaggia quasi pulita da plastica e rifiuti.

Era il secondo giorno del nostro soggiorno e abbiamo iniziato a notare con più attenzione l'enorme quantità di polizia, carabinieri, finanzieri, crocerossini, crocerossine e militari della guardia costiera che staziona sull'isola. Per 5000 abitanti probabilmente varie centinaia di operatori. Lampedusa è senz'altro l'isola più militarizzata d'Italia, direi sproporzionatamente, visto che i migranti sono tutti raccolti in un centro invisibile e assolutamente inermi nonché bisognosi di cure. Ma sono certo che indennità e diarie per chi opera in un luogo "pericoloso" siano non trascurabili.

L'unico vantaggio per il turista è che a Lampedusa, con una vertiginosa concentrazione di militi della guardia di finanza, tutti, dai baristi ai negozianti ai ristoratori ti danno, anche per un caffè, e senza doverglielo chiedere, la ricevuta fiscale, e non quella italica furbata che gli assomiglia ma con scritto in basso "munirsi dello scontrino alla cassa", ormai diffusa dappertutto.

I migranti insomma sono invisibili e superprotetti – da chi? Ma cosa pensa la gente di Lampedusa? Abbiamo provato a chiedere in giro. Il barista sorridente e disincantato da cui abbiamo fatto più volte colazione dice che i migranti sì sono invisibili, ma sono comunque un problema e non da poco – la gente viene a Lampedusa meno volentieri (io), poi ci sono i relitti dei natanti lasciati spesso alla deriva dopo i salvataggi (la forza pubblica si rimpalla la responsabilità su chi deve portarli a riva e distruggerli – il gommone squartato che è qui è di competenza dei carabinieri o della guardia di finanza?), nonché indumenti e altro che galleggiano e inquinano il mare, e poi non tutti i migranti sono buoni: i tunisini qui vengono solo per delinquere e sono quelli, gli unici, che riescono a evadere dal centro. Insomma il vero punto, dice il poco pietoso ma lucido barista, la vera ragione di tutto, sono i soldi: i migranti, così privi di tutto, con questa massiccia presenza di militari e la gestione del centro di accoglienza, sono semplicemente una miniera d'oro, ma, sospira il nostro barista, non certo per gli isolani, che si beccano solo le seccature, anche se ridotte perché quei poveracci (a parte i tunisini) nessuno li vede.

Abbiamo poi chiesto cosa ne pensasse all'avvenente addetta alla reception del nostro residence. Più misericordiosa, ci ha detto che sì i migranti nessuno li vede, sono povera gente ma un po' di danno lo fanno lo stesso. E poi finiscono in Italia, in bocca a Salvini, ha concluso con una smorfia della sua.

Abbiamo poi provato non con un locale ma con un addetto: quando ho visto un alto signore nero nella sua sgargiante uniforme rossa appunto della croce rossa italiana, l'ho fermato e gli ho posto le solite domande, a cui ha risposto gentilmente e competentemente anche se a voce bassissima (talmente alto che dovevo sporgere il collo per sentire): i migranti al presente sono il numero giusto, cinquecento, sì il centro è arrivato ad averne anche alcune migliaia in condizioni non facili, ma questo è accaduto nel passato, perché ora, da un anno, il centro è gestito non più da cooperative ma dalla Croce Rossa ed è una macchina ben congegnata che funziona efficientemente, sì i migranti sono ben trattati, medicati, nutriti e accuditi (ci sono anche psicologi) e poi, dopo pochi giorni, mandati nei centri di accoglienza sparsi nella penisola, è vero, solo pochi avranno lo status di rifugiati politici, di perseguitati – e gli altri? non sono dei disperati anche loro? Allarga le braccia – la politica ... lui quella notte (non di giorno) si imbarca verso il continente con 83 minori non accompagnati, sotto la sua tutela, da smistare in vari centri.

Insomma i media ci hanno narrato spesso del centro di Lampedusa al collasso, di un sindaco che si straccia le vesti, di locali simpatetici e solidali… le cose non sono esattamente così. Come nel paradiso di Dante c'è un motore immobile (ma solo per pochi giorni) chiamato migranti che, pur nella sua buia disperazione, crea un mare di luce (soldi); la luce scende a cascata nei vari cieli del paradiso e il motore immobile presto si muove per finire in un altro inferno appena un po' meglio di quello da cui è fuggito. Amen.

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11Segnalazioni1 articolo
Alfabeto - 21 proposte per l'estateFelice Simeone · Segnalazioni

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Sezione: SEGNALAZIONI | A cura di: Felice Simeone

A come APOROFOBIA — Adela Cortina, una pensatrice spagnola, afferma che «la storia consiste, almeno in una certa misura, nel dare un nome alle cose». Ed è esattamente quello che fa nel suo libro Aporofobia - il disprezzo per i poveri, pubblicato da Timeo. Adela Cortina è capace di navigare mari diversi, dall'etica d'impresa alla fecondazione assistita, dalla manipolazione genetica alla guerra. A questo suo occhio multidirezionale non sfugge una delle caratteristiche del nostro tempo: la paura dei poveri, la lotta ai poveri, l'emarginazione dei poveri. L'aporofobia, il nome che Cortina dà al nostro presente.

B come BUGIE — «La prima grande bugia che si può raccontare sull'emergenza climatica è che non è colpa dell'essere umano. La seconda è che tutti gli esseri umani ne sono responsabili in egual misura». Nel suo libro I Bugiardi del Clima, Stella Levantesi va alla base di queste bugie e analizza i meccanismi che l'hanno prodotte e diffuse. Non c'è niente di casuale dietro questa forma di negazionismo: basta seguire i soldi di chi si è arricchito, e intende continuare a farlo indefinitamente, vendendo tecnologie mortifere.

C come CHIAVE — Il pregiudizio più diffuso sui giovani li vuole impenetrabili come fortezze, e per questo incomprensibili. Lo scrittore Francesco Pacifico ha trovato una chiave capace di aprire, se non tutti i portoni, almeno qualche porticina. Si tratta dei libri: i classici. Elsa Morante, Flaubert, Jane Austen, Saramago. Nel podcast Libri per Adulti, prodotto dalla Rai, sei giovani si confrontano con i protagonisti di altrettanti classici, e si rivelano attraverso le parole stampate, sia quando le apprezzano, sia quando le respingono.

D come DOLCI — Cento anni fa nasceva vicino Trieste Danilo Dolci. Nel 1957 si trasferì a Trappeto, alla periferia di Palermo, dove avviò una serie di iniziative tutte orientate a far maturare una coscienza civica e di classe che portasse ad una presa di coscienza dei condizionamenti esercitati dalla mafia, dal capitale, dal militarismo, dal potere latifondista. Danilo Dolci fu uno dei più profondi e influenti animatori sociali dell'Italia del secolo scorso. In occasione del centenario, Altreconomia ha ripubblicato Danilo Dolci - Una rivoluzione nonviolenta, a conferma dell'attualità di quella esperienza.

E come ETICA — L'11 giugno appena trascorso, si è tenuta a Trieste l'assemblea degli azionisti di Fincantieri, la seconda impresa italiana per fatturato nel settore militare. L'assemblea in presenza ha permesso la partecipazione diretta degli azionisti; fra questi, la Fondazione Finanza Etica nella persona del suo presidente, Simone Siliani. In un video di commento a quanto accaduto a Trieste, Siliani solleva tutti i dubbi sulla prospettiva di ulteriore aumento del fatturato militare, un settore ad alti guadagni, alta corruzione, e scarsissima occupazione.

F come FREEDOM — È ufficialmente nata la Freedom of Movement Solidarity Network, una rete che rivendica la libertà di movimento come diritto universale e «veicolo e strumento di autodeterminazione di ogni persona». Con la propria presenza sul territorio, i presidi della Rete applicano una pratica di disobbedienza civile quotidiana, in opposizione alle politiche securitarie e mortifere dei governi italiani ed europei. Associazioni e singoli attivisti possono aderire alla rete direttamente dal sito.

G come GUERRIERI — Greta Thunberg è solo il volto più conosciuto di un movimento ambientalista che è in realtà globale ed attraversa continenti, culture e generazioni. Il podcast I Guerrieri del Clima, curato dalla giornalista Laura Silvia Battaglia per Avvenire, fa una ricognizione di questo universo raccontando l'impegno di 15 difensori dell'ambiente. Scopriamo così che Molly Burhans ha convinto la Chiesa Cattolica a mettere a disposizione della causa ambientalista i propri possedimenti, che Lance Lau, a 14 anni, sfida il governo di Pechino, ed anche che Berta Caceres è stata assassinata per avere impedito la costruzione di una diga in Honduras.

H come HACKER — La vicenda di Julian Assange continua a catalizzare l'attenzione per il suo valore simbolico di attacco del potere a chiunque osi accendere i riflettori sulle sue malefatte. Gianluca Costantini e Dario Morgante raccontano ancora una volta questa storia, ma scelgono di farlo con i fumetti. La loro graphic novel Julian Assange-WikiLeaks e la sfida per la libertà d'informazione è pubblicata da Altreconomia, ricordandoci com'è che questa storia è cominciata: la pubblicazione di un video in cui si vedono soldati americani che uccidono 12 civili iracheni. Testi della hacker Sheila Newman.

I come IMMIGRATI — Il 7 giugno 2020, un lavoratore immigrato a Rosarno viene colpito da un proiettile. È l'inizio di quella che verrà ricordata come la Rivolta di Rosarno: i braccianti immigrati si ribellano a condizioni di vita e di lavoro al limite del sopportabile e che naturalmente sfociano in degrado. Degrado che una parte della popolazione locale non vuole più tollerare. È scontro. La Sindaca di Rosarno dell'epoca, Elisabetta Tripodi, rievoca quella vicenda in una puntata del podcast Rai Ossi di Seppia. Quanto è cambiato da allora?

L come LIBRI — Il libro stampato è innegabilmente un simbolo e uno strumento dell'essere umano. Dobbiamo, però, riconoscergli un grosso limite: l'accessibilità da parte di lettori e lettrici ipovedenti. Almeno fino a poco tempo fa. La Fondazione Libri Italiani accessibili, infatti, ha pubblicato un catalogo di oltre 35.000 libri che sono diventati accessibili grazie ad app di lettura vocale, alla traduzione istantanea su display in alfabeto Braille, e all'adattamento delle dimensioni dei caratteri alle proprie capacità.

M come MARCIA — Il prossimo 2 ottobre partirà da San José, capitale della Costa Rica, la terza Marcia mondiale per la pace e la nonviolenza, dove vi farà ritorno, per concludersi, il 5 gennaio 2025. La marcia ha l'obiettivo di diffondere la cultura della nonviolenza che sempre di più si connette con i temi della difesa dell'ambiente, declinando la violenza non solo in termini di guerra ma anche della sopraffazione dell'uomo sulla natura. La marcia si rivolge soprattutto a scuole e studenti, che possono proporre iniziative e adesioni direttamente sul sito.

N come NAKBA — «Ufficialmente registrato in due settimane, ma fatto in 60 anni», così presenta il suo nuovo disco, Saracena, Cesare Basile. È un disco molto intenso, dalle sonorità magmatiche che fondono sperimentazioni acustiche con l'asprezza del siciliano ancestrale; concepito come un'unica canzone su esilio, esodo e nostalgia. «Semi», scrive Cesare Basile, «pestati nel mortaio della Nakba per raccontare il dolore degli ulivi palestinesi». Artista unico. Disco magnetico.

O come OLIMPIADI — Stiamo vivendo un'estate ricca di sport. Assistiamo, impotenti, a spettacoli di puro consumismo, nocivo anche per l'ambiente. Eppure, ciò a cui molti di noi non sanno resistere sono il sudore e la fatica delle sfide: quel sudore è autentico, tanto da trasformarsi, in alcuni casi, in un grido di protesta degli oppressi. Emblematiche rimangono, da questo punto di vista, le olimpiadi di città del Messico del 1968. Ce lo racconta Riccardo Gazzaniga nel podcast A pugni chiusi.

P come PESTICIDI — Mai come in questi tempi la qualità dell'alimentazione è stata al centro dell'attenzione di molti di noi. Noi ignoriamo il percorso che ha portato sulle nostre tavole la stragrande maggioranza dei cibi che mangiamo. E facciamo bene a sospettare di questa zona grigia. Legambiente ha pubblicato il dossier Pesticidi nel Piatto, da cui si evince che, se nel complesso si è registrata una diminuzione di questi fitofarmaci, in alcuni cibi, frutta in primis, si trovano concentrazioni basse sì, ma di più di una sostanza, richiamando l'attenzione sui loro effetti cumulativi; e le leggi consentono ancora l'uso di Glifosato & Co.

Q come QUEER — L'identità maschile è una costruzione culturale, se non addirittura commerciale, che si indossa come una maschera. Alessandro Giammei la analizza nel suo libro Cose da maschi elencando gli oggetti che si presume la definiscano: l'armadio, l'armeria, il potere, il corpo e la toilette. L'ultimo capitolo del suo libro, però, fa intravedere una via di fuga descrivendo un uomo che si trova su uno steccato, e può cadere da un lato o dall'altro dell'identità. Gli oggetti di questo capitolo iniziano tutti per «q», da queer, nel senso del superamento dei condizionamenti della mascolinità artificiale.

R come RIVOLUZIONE — Sul palco si fa chiamare Neysatu, ed è stata l'autrice delle canzoni che hanno accompagnato la rivoluzione dei Gelsomini in Tunisia nel 2011. Badiâa Bouhrizi, questo è il suo nome di battesimo, ha appena pubblicato un nuovo album, KahruMusiqa, in cui continua a sperimentare con suoni e ritmi provenienti da tutte le coste del mediterraneo sapientemente armonizzati dall'elettronica. I testi sono sempre in linea con «la sua traiettoria ideologica fra le sabbie mobili della Tunisia». La traccia numero sette, Fil Madinati Al Harima, chiede conto dell'accordo politico che nel 1947 portò alla cacciata dei palestinesi dalle loro case. Bellissimo disco.

S come SECOLO — Su queste pagine abbiamo già segnalato ZaLab, il laboratorio di cinema libero, sociale e indipendente, e il libro di Gabriele del Grande, Il Secolo Mobile - Storia dell'immigrazione illegale in Europa. ZaLab e del Grande si sono uniti e hanno ideato lo spettacolo multimediale Il Secolo Mobile - storia dell'emigrazione in Europa vista dal futuro. Oggi sui fondali del Mediterraneo giacciono i corpi di cinquantamila migranti annegati lungo le rotte del contrabbando. Come siamo arrivati fin qua? E, soprattutto, come ne usciremo?

T come TUAREG — I Tinariwen sono un gruppo ormai apprezzato in tutto il mondo per il caratteristico suono aspro delle loro chitarre elettriche, aride come la sabbia del Sahara in cui vivono e suonano. I loro dischi servono anche da ricarica per le lotte dei Tuareg, di cui sono diventati ambasciatori. Mentre sono impeganti in un tour mondiale, i Tinariwen hanno pubblicato un nuovo singolo, Azawad, che è anche il nome utopico di uno stato mai riconosciuto abitato dai Tuareg nel nord del Mali, una regione soffocata dalla corruzione e dal terrorismo. Il brano è online.

U come URBANISTICA — L'urbanistica è una scienza e un'arte al tempo stesso. L'organizzazione edilizia delle città determina la qualità della nostra vita. È un campo in cui c'è bisogno di un continuo rinnovamento. Hansy Lumen, pseudonimo del disegnatore digitale Federico Ajello, fa alcune proposte nel suo documentario a cartoni Alberi-Urbani. Si tratta di un nuovo progetto di cementificazione arborea per coniugare istanze ambientali e sviluppo urbanistico. Il progetto propone alberi di cemento che, quando in estate si surriscaldano, possono essere rinfrescati con dei condizionatori a cielo aperto, controllabili, ovviamente, da una app. Avete ragione: è una satira, fra le più taglienti, e rivelatrici, viste negli ultimi tempi.

V come VITA — I compagni di ventura lo chiamavano Tempesta, per la forza delle sue idee e delle sue azioni. Era Giacomo Matteotti, il militante socialista che smascherò pubblicamente i fascisti e rivelò i loro putridi ideali ben prima che Mussolini prendesse il potere. I fascisti lo uccisero per questo. Sono passati cento anni da quell'assassinio. Valerio Renzi e Toni Bruno lo ricordano con il libro illustrato Essere Tempesta - vita e morte di Giacomo Matteotti, che ripercorre, appunto, la vicenda dell'omicidio, e, in parallelo, la vita appassionata di Tempesta.

Z come ZZZ — Il 20 maggio è stata la Giornata Mondiale delle Api, istituita per richiamare l'attenzione sul rischio di estinzione di questi insetti da cui dipende l'impollinazione, e quindi la sopravvivenza, del 90% delle piante del pianeta, selvatiche e non. Per celebrare questa ricorrenza, Kirsten Hall e Isabelle Arsenault hanno pubblicato per Terre di Mezzo editore Vita da ape, un specie di diario dell'esistenza di questi insetti instancabili, arricchito da un decalogo di azioni utili alla loro salvaguardia.

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Per un giornalismo capace di curaFuori Binario · Attualità

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Sezione: ATTUALITÀ | Autore: Fuori Binario

"Il tempo della cura" è il titolo del convegno d'estate organizzato dalla Fraternità di Romena che ha visto protagonisti ospiti come Armando Punzo, Andrea Riccardi, Licia Colò e in cui una sessione è stata dedicata al nostro giornale. Massimo Orlandi ha intervistato Francesco Martinelli e Cristiano Lucchi sul senso di Fuori Binario, che cerca, con fatica e giorno dopo giorno, di costruire un ambiente accogliente, non giudicante per chi cerca di sopravvivere con difficoltà nella nostra società. Al centro del dialogo il termine "giornalismo redistributivo" e la costruzione di una redazione impegnata a scrivere su contenuti spesso ignorati dai massmedia, a decostruire una narrazione dominante che mette la persona in un angolo, privilegiando il profitto di pochi, o che accompagna la distruzione dell'ecosistema in nome di una crescita economica senza fine. Ringraziamo la Fraternità di Romena per l'invito e la calda accoglienza riservata dal pubblico e per essere diventata un Luogo amico dove sarà possibile trovare le copie del giornale tutti i mesi.

Chi volesse ascoltare l'intervista può farlo all'indirizzo youtu.be/NWTmg7ZzNRA. Per conoscere meglio le tante attività di Romena il sito è www.romena.it.

  • convegno Romena
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Due domande sulla paceJaco Minimo · Attualità

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Sezione: ATTUALITÀ | Autore: Jaco Minimo

È da un po' che, ogni tanto, mi sento spinto a interrogarmi sulla pace. Chi legge non avrà difficoltà a capirmi, in questi giorni in cui i leader "moderati" del mondo "civile" hanno preso a parlare, come a un segnale non chiaro, di riarmo, deterrenza, difesa. Sentendoli, mi chiedevo: davvero noi che ascoltiamo e vediamo queste cose – siamo in pace?

Per molti antichi era evidente che nel cuore degli uomini crescono incessanti il conflitto, l'angoscia, il risentimento. Se così è, se così ha da essere – there is no alternative, come dice il neoliberismo – si potrebbe pensare che per assicurare la pace bisogna assicurare prima di tutto la forza. Si vis pacem, para bellum – "se vuoi la pace, sii pronto alla guerra". Ma in cosa si distinguerebbe questa pace da una guerra fredda, basata appunto sulla "deterrenza", cioè la paura di tutti contro tutti? Mi ricordo qualcuno che cantava di una pace terrificante. Forse pensava a noi.

La storia tramanda anche risposte differenti. Scontati i riferimenti da Socrate ai maestri della nonviolenza; ma ricordiamo che il cristianesimo discende da una religione che, con Isaia, afferma "opera della giustizia sarà la pace". Per tanti maestri dell'ebraismo la guerra è il sintomo di una malattia più profonda: la presenza fra noi dell'ingiustizia. E poco importa se chi soffre sei tu, degli operai sfruttati a nero o milioni di persone che entro 10-20 anni non avranno da bere e da mangiare. Se il mondo in pace non ti dà voce, tu non esisti per la pace – per te, la pace, non c'è, e presto o tardi perderai le staffe.

Queste prese di coscienza arrivano a noi filtrate da secoli fradici di sangue. Perché forse, quando si realizza quanto triste possa essere una pace ingiusta, è facile pensare che combattere i cattivi renda "giusta" anche la guerra. Ma può una situazione di giustizia e di pace essere imposta con la forza? Chiediamoci: che cos'è, davvero, la giustizia? È vendetta? È mera uguaglianza? È un sistema perfetto che può essere calato dall'alto, dal grande leader o da scienziati riformisti? È possibile una giustizia, insomma, che non finisca per dare voce in qualche modo a tutte le persone che tocca? La potremmo chiamare, non so, "democrazia". Non vi fate distrarre dalla battuta: me lo chiedo davvero. Perché ci troviamo nell'occhio di un ciclone di opinionismi che sembrano concepire solo paci imposte con la violenza e ingiustizie da buttar giù per la pace, e potrebbe essere urgente trovare un'alternativa.

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In memoria di Lorenzo e Donato festeggiando l'autorecuperoOrnella De Zordo · Attualità

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Sezione: ATTUALITÀ | Autrice: Ornella De Zordo

In una Firenze sempre più oppressa dall'emergenza abitativa, dove ottenere un alloggio Erp risulta un miraggio, dove si compiono più di 100 sfratti al mese, in questa città intossicata di overtourism, l'assenza di Lorenzo Bargellini, scomparso il 4 giugno 2017, si fa ancora molto sentire. La sua mancanza, ma anche la sua incredibile presenza e attualità si sono avvertite domenica 2 giugno, quando lo storico leader del Movimento di lotta per la casa è stato ricordato, nei locali dell'ex Asilo Ritter dove lui stesso viveva, durante l'assegnazione del Premio Bargellini, quest'anno dedicato anche a Donato, scomparso improvvisamente pochi mesi fa e così attivo nel tener viva la memoria del fratello Lorenzo.

Lo stesso giorno si è anche festeggiato il completamento dei lavori dell'immobile, uno dei 4 progetti di autorecupero finanziati dalla Regione insieme al Cecco Rivolta, Il Melograno e via Aldini. Un'esperienza importante, quella dell'edificio di via Reginaldo Giuliani: donato al comune di Firenze in anni lontani dagli eredi della Fondazione Ritter, a condizione che fosse destinato a scopi sociali, è stato abbandonato per anni, e infine occupato per far fronte alla cronica carenza di alloggi a costi contenuti. Un'occupazione durata oltre venti anni, una risposta al bisogno primario di avere "un tetto sulla testa" (che è anche il nome dell'associazione formata per promuovere l'autorecupero), uno spazio che ha resistito ai tentativi di sgombero e agli appetiti speculativi sempre in agguato. Non solo, quindi, il recupero di undici alloggi, anche l'affermazione concreta di diritti, di mutuo aiuto, di solidarietà e di riappropriazione, secondo quanto voluto da Lorenzo.

Il tema quest'anno era "andare a cercare lavori che mettessero in evidenza la possibilità di pratiche diverse nel vivere l'abitare, ma anche l'organizzazione degli spazi e della vita quotidiana nelle città, cercando di far emergere le marginalità e trasformarle in chiave attiva", spiega Angela Perulli, sociologa e membro della commissione valutatrice. Ad essere premiata la tesi di dottorato di ricerca di Michele Rau, intitolata "Senza perché. La traiettoria destituente di una politica delle rivolte" in cui si ricostruiscono le pratiche dei movimenti sociali e allo stesso tempo si pone la questione di come quelle pratiche possano decostruire l'ordine costituito. Due le menzioni speciali: a "Confini, migrazioni e solidarietà alla frontiera Croato-Bosniaca" di Lorenzo Soprani che indaga su ruoli, condotte e relazioni dei vari soggetti attivi nello snodo fondamentale della Rotta balcanica e a "Somos Italianos de lados opuestos del mundo" di Angela Princiotto dell'Università di Santiago di Compostela che affronta il tema dell'identità e mette in luce la prospettiva di coloro che 'rimangono'.

  • Lorenzo Bargellini
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Manifesto di rivolta femminileMarta Benettin · Femminismi

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Rubrica: FEMMINISMI | Autrice: Marta Benettin

Nel luglio del 1970 viene affisso il "Manifesto di Rivolta femminile" sui muri delle città italiane, basato su un testo elaborato da Carla Lonzi, Carla Accardi ed Elvira Banotti. Convenzionalmente segna la nascita del movimento femminista italiano.

Sono passati 54 anni da allora e a leggerlo oggi mantiene una sorprendente attualità. Mi fa un po' pensare alla Costituzione Italiana, anagraficamente non più giovane ma che continua a risuonare nel presente per la sua capacità di affrontare questioni fondamentali e universali. Perché, nonostante i progressi significativi, molte delle questioni sollevate nel Manifesto rimangono rilevanti. Parla di lotta per l'equità salariale come "un nostro diritto" e poi rilancia "ma la nostra oppressione è un'altra cosa", come a dire che non sono (solo) i soldi, a liberarci. Ci vuole il riconoscimento del lavoro domestico, dell'esistenza al di là della maternità, del diritto di smettere di giustificare gli assunti, la cultura e la storia scritti solo dall'uomo in ogni ambito della sfera pubblica e privata.

Involontariamente le autrici riescono anche a dare dignità all'uomo: "non salterà il mondo se l'uomo non avrà più l'equilibrio psicologico basato sulla nostra sottomissione." In altre parole, gli uomini saranno in grado di farcela, ne sono capaci.

Dopo oltre 50 anni il Manifesto sfida ancora le strutture patriarcali, dimostrando che la lotta per la parità di genere è un processo continuo e necessario.

Suggerimenti: leggete i punti del "Manifesto di Rivolta femminile" (si trova facilmente in rete) e adottatene uno. Fatelo diventare il vostro mantra dell'estate.

  • Manifesto rivolta femminile
  • 1970
  • Carla Lonzi
  • Carla Accardi
  • Elvira Banotti
  • femminismo italiano
  • patriarcato
  • Costituzione

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La contaminazione trasversale dei saperiFabio Bussonati · Un mondo ganzo è possibile

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Rubrica: UN MONDO GANZO È POSSIBILE | Autore: Fabio Bussonati

Se si vuole scoprire qualcosa di nuovo non è sempre necessario approfondire esageratamente la conoscenza monotematica di un'arte perché capita spesso che si riveli più utile una conoscenza modesta di più arti diverse perché la contaminazione dei vari saperi permette trasmigrazioni curiose di principi; per esempio, se in permacoltura si dice che nel problema c'è già la soluzione, nella realtà delle alluvioni le automobili da problema diventano la soluzione.

Con un Mar Mediterraneo più caldo la temperatura dell'aria sopra di lui sarà più alta ed una temperatura più alta dell'aria permette di contenere più acqua in forma di vapore, poi l'aria sale in montagna, si raffredda e piove, e piove tanto più di prima, tanto da dover ripensare le nostre città di pianura, d'altra parte già oggi conviene guardare bene prima di buttarsi con l'automobile in un sottopassaggio durante un temporale ed è per questo che in un mondo ganzo i mezzi scatolari come le automobili saranno galleggianti.

Mentre far galleggiare un mezzo con un motore endotermico è difficile a causa della necessità di disperdere due terzi dell'energia del carburante in calore, mantenere a galla un mezzo elettrico è facile: basta chiudere e calafatare l'ex vano motore, cambiare le guarnizioni delle portiere, portare le pedaliere all'interno della carrozzeria portante che diventa carena poi mettere una pompa di sentina - meglio due - e un paio di motori marini elettrici da mettere in acqua al momento, possibilmente in maniera automatica.

  • alluvioni
  • auto galleggianti
  • permacoltura
  • Mar Mediterraneo caldo
  • auto elettriche
  • motore endotermico
  • pompa di sentina
  • carrozzeria carena

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Rispetto per la cerrosugheraValentina Nicastro · Mille foglie

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Rubrica: MILLE FOGLIE | Autrice: Valentina Nicastro

Ci sono alberi che quando li incontri ti entrano dentro e non ti lasciano più. Sono una cercatrice di alberi monumentali, e non sono sola: faccio parte dell'associazione "Il Registro degli Alberi", un'organizzazione di volontariato che promuove la conoscenza degli alberi monumentali e la loro tutela. La nostra passione sono quelli che chiamiamo "i monumenti verdi" dei quali esiste un elenco nazionale pubblico dove chiunque può visionare gli alberi monumentali d'Italia, la loro storia e le loro caratteristiche.

Stavolta vi voglio parlare della Cerrosughera del Turbone nel Comune di Montespertoli, che ho provveduto io stessa a registrare. Si tratta di una specie di particolare rarità botanica, un ibrido fertile fra sughera (Quercus suber) e cerro (Quercus cerris).

Gli esperti e appassionati noteranno la sua corteccia suberosa, le foglie lucide dalla forma e consistenza coriacea (come la sughera), le ghiande con cupola ricciuta come quelle del cerro. Ma anche l'uomo o donna della strada, insomma veramente chiunque, sarà in grado di apprezzare la vera singolarità di questa pianta, che consiste nella posizione in cui si trova, ovvero nel bel mezzo di una strada a doppio senso di circolazione. Si è insomma scelto di tutelare questa Cerrosughera: in tanti casi simili le piante sono state abbattute per agevolare lo scorrimento stradale ma qui non si è preferito l'asfalto, qui si è scelto di convivere, di rispettare un albero che da decine e decine di anni dona generosamente ombra ossigeno e vita.

  • albero monumentale
  • Montespertoli
  • Registro degli Alberi
  • Quercus suber
  • Quercus cerris
  • cerrosughera
  • ibrido
  • botanica

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Invisibili fino alla morteValentina Baronti · Sorellanze - Ultima pagina

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Rubrica: SORELLANZE | Autrice: Valentina Baronti

Satnam Singh era un invisibile. Nessuno ha visto il suo sfruttamento, fino a che non è stato gettato davanti a casa con le gambe maciullate e un braccio staccato, buttato in una cassetta della frutta. A quel punto sì, quel gesto fuori da ogni umana comprensione, ha mosso l'indignazione pubblica.

Ma la verità è che Singh è solo uno dei tanti invisibili che portano ogni giorno frutta e verdura sulle nostre tavole. Allora dobbiamo fare lo sforzo di leggere questa bruttissima storia italiana non tanto con il filtro caldo dell'indignazione, ma con la fredda lucidità dei numeri: quattro sono gli euro che Singh prendeva per un'ora di lavoro nei campi, 90 sono i minuti passati con il braccio staccato e le gambe fratturate, 31 gli anni che aveva.

Ma siamo ancora nella sfera del singolo caso e non basta, così come non basta cospargersi il capo di cenere per aver comprato quelle zucchine insanguinate, all'unico prezzo che il carovita ci permette di sostenere. Dobbiamo fare ancora uno sforzo e andare a cercare altri numeri.

Un'indagine dell'Anci dice che i comuni con lavoratori stranieri impiegati nel settore agroalimentare senza tutele sono 608, 38 quelli con insediamenti abusivi. L'Istat invece parla di 234mila lavoratori agricoli sfruttati, che lavorano 14 ore al giorno, per una media di 4-5 euro l'ora, costretti a prendere oppiacei per resistere. Di questi, il 70% sono stranieri senza permesso di soggiorno e 55mila sono donne, che hanno paghe ancora più basse degli uomini, fino al 20% in meno.

Questi numeri ci riportano un sistema diffuso di caporalato, una tratta di esseri umani fatti arrivare in Italia per lavorare in condizioni di sfruttamento indicibile, buttati a dormire in baraccopoli insalubri, nascosti alla vista. La moglie di Singh, anche lei lavoratrice agricola sfruttata, ha riassunto in una frase tutto questo: "L'Italia non è un Paese buono". Come darle torto?

  • Satnam Singh
  • caporalato
  • sfruttamento agricolo
  • 4 euro ora
  • Anci
  • 608 comuni
  • Istat
  • 234mila lavoratori

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