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ATTUALITÀ

Due domande sulla pace

Jaco Minimo · Fuori Binario n. 264, Estate 2024, pagina 12

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Sezione: ATTUALITÀ | Autore: Jaco Minimo

È da un po' che, ogni tanto, mi sento spinto a interrogarmi sulla pace. Chi legge non avrà difficoltà a capirmi, in questi giorni in cui i leader "moderati" del mondo "civile" hanno preso a parlare, come a un segnale non chiaro, di riarmo, deterrenza, difesa. Sentendoli, mi chiedevo: davvero noi che ascoltiamo e vediamo queste cose – siamo in pace?

Per molti antichi era evidente che nel cuore degli uomini crescono incessanti il conflitto, l'angoscia, il risentimento. Se così è, se così ha da essere – there is no alternative, come dice il neoliberismo – si potrebbe pensare che per assicurare la pace bisogna assicurare prima di tutto la forza. Si vis pacem, para bellum – "se vuoi la pace, sii pronto alla guerra". Ma in cosa si distinguerebbe questa pace da una guerra fredda, basata appunto sulla "deterrenza", cioè la paura di tutti contro tutti? Mi ricordo qualcuno che cantava di una pace terrificante. Forse pensava a noi.

La storia tramanda anche risposte differenti. Scontati i riferimenti da Socrate ai maestri della nonviolenza; ma ricordiamo che il cristianesimo discende da una religione che, con Isaia, afferma "opera della giustizia sarà la pace". Per tanti maestri dell'ebraismo la guerra è il sintomo di una malattia più profonda: la presenza fra noi dell'ingiustizia. E poco importa se chi soffre sei tu, degli operai sfruttati a nero o milioni di persone che entro 10-20 anni non avranno da bere e da mangiare. Se il mondo in pace non ti dà voce, tu non esisti per la pace – per te, la pace, non c'è, e presto o tardi perderai le staffe.

Queste prese di coscienza arrivano a noi filtrate da secoli fradici di sangue. Perché forse, quando si realizza quanto triste possa essere una pace ingiusta, è facile pensare che combattere i cattivi renda "giusta" anche la guerra. Ma può una situazione di giustizia e di pace essere imposta con la forza? Chiediamoci: che cos'è, davvero, la giustizia? È vendetta? È mera uguaglianza? È un sistema perfetto che può essere calato dall'alto, dal grande leader o da scienziati riformisti? È possibile una giustizia, insomma, che non finisca per dare voce in qualche modo a tutte le persone che tocca? La potremmo chiamare, non so, "democrazia". Non vi fate distrarre dalla battuta: me lo chiedo davvero. Perché ci troviamo nell'occhio di un ciclone di opinionismi che sembrano concepire solo paci imposte con la violenza e ingiustizie da buttar giù per la pace, e potrebbe essere urgente trovare un'alternativa.

Pagina 12 del numero 264 Uscito sul numero 264 (Estate 2024), a pagina 12. Leggi nel PDF · Sfoglia il numero