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Fuori Binario n. 234

Novembre 2021 · 35 articoli · ISSN 2784-9384

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Lo sai che...Redazione · Come sostenerci

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Alla GKN si allarga la lotta e nasce una legge in 8 puntiValentina Baronti · Il buon lavoro

I lavoratori della GKN scrivono una proposta insieme ai giuristi progressisti. Ora sta allo Stato approvarla

"Siamo come la testa di un serpente, che speriamo si allunghi sempre di più in tutta Italia. Quando toglieranno il blocco dei licenziamenti anche per il tessile qui in zona si sentirà il colpo. È il momento di agire".

Non sanno come andrà a finire per la loro fabbrica gli operai della GKN di Campi Bisenzio, che dal 9 luglio occupano lo stabilimento, ma una cosa la sanno bene: l'unica speranza è allargare la lotta. La vittoria del ricorso al Tribunale di Firenze ha riaperto i termini del contenzioso e ributtato la palla al centro. Che cosa hanno ottenuto? Tempo. Il tempo necessario ad intervenire con una legge che blocchi le delocalizzazioni, il tempo per coinvolgere altri settori, altre vertenze, altre proteste. "Il tempo concesso dal Tribunale di Firenze sarà sprecato senza un intervento legislativo" – scrivono sulla loro seguitissima pagina su Facebook. "E noi non lo stiamo chiedendo o supplicando. Noi lo stiamo rivendicando".

Il Governo però non batte un colpo; una bozza di decreto che nessuno ha visto giace sulla scrivania di Mario Draghi. E loro intanto si sono seduti al tavolo con giuristi e avvocati progressisti e hanno buttato giù una legge in otto punti, una legge operaia, dove a tenere il cerino in mano, fino all'ultimo, sono lo Stato e i lavoratori: non si può licenziare senza prima aver informato dettagliatamente sulla condizione reale dell'azienda, senza aver predisposto e attuato un piano alternativo, che coinvolga tutti i lavoratori, anche quelli dell'indotto e dei servizi esternalizzati. Questo piano deve garantire l'occupazione di tutte e tutti, lo Stato e le cooperative di lavoratori della stessa azienda devono avere il diritto di prelazione o, in caso di cessione a un privato, il controllo pubblico sulla solvibilità dei nuovi acquirenti. Se tutto questo non viene rispettato la procedura è illegittima.

Otto punti chiari e definitivi, ben comprensibili, tanto da raccogliere in breve tempo quasi 50mila adesioni online. Mentre il Governo nicchia, la legge operaia approda in Parlamento, grazie alla deputata Yana Ehm del Gruppo Misto e al senatore Matteo Mantero di Potere al Popolo, che hanno presentato una proposta di legge con un nutrito gruppo di parlamentari pronti a sostenerla. Dalla fabbrica occupata alle stanze dei bottoni, sul dorso del serpente che da Campi Bisenzio è arrivato fino a Roma, sostenuto dai cori, dalle bandiere e dai canti di questi combattenti straordinari.

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8x5, la mobilitazione prateseRedazione · Il buon lavoro

Mentre l'occupazione della GKN va avanti e diventa un simbolo di resistenza popolare, a pochi metri da lì prosegue un'altra mobilitazione dal basso, sostenuta dai Cobas. Siamo nel distretto tessile di Prato, dove gli operai delle aziende di proprietà di cittadini di origine cinese sono da mesi in presidio permanente per rivendicare il diritto a lavorare 8 ore al giorno per 5 giorni, con lo slogan 8X5 (e non 12X7 com'è adesso).

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Giornalisti e operai insieme in assembleaValentina Baronti · Il buon lavoro

Dove c'è lotta ci sono gli operai della GKN, con la dirompenza mediatica che coinvolge tutti. E dove la protesta ancora non si è palesata, provano a capire se ci sono gli elementi per allargare ancora il campo. Così è stato con i media, che in questi quattro mesi hanno affollato il piazzale di via Fratelli Cervi. A un certo punto, il Collettivo di Fabbrica ha ribaltato la prospettiva e ci ha invitato tutte e tutti ad un'assemblea, per parlare delle nostre condizioni di lavoro, quelle che loro avevano osservato mentre noi osservavamo loro. Ci siamo presentati in tanti a quell'assemblea, sia chi aveva seguito la vicenda nei propri articoli sia chi, come noi, era stato a fianco degli operai fin dal primo giorno, partecipando ai turni di picchetto, sia chi aveva finalmente trovato un luogo in cui discutere delle proprie condizioni di lavoro, dei propri diritti. Quasi tre ore di assemblea ininterrotta, senza un attimo di calo dell'attenzione.

Tante le storie di precariato estremo che sono emerse, che hanno fatto trasalire gli operai riuniti con noi nella sala mensa, abituati a tutt'altro livello di diritti e di scontro. Loro sono tanti, sono uniti, sono ben organizzati. Noi, soli, parcellizzati, individualisti e con un livello esasperante di competizione. Ma l'avversario è lo stesso: il sistema capitalistico che chiude le fabbriche sane dall'oggi al domani e costringe la stampa a sfornare articoli di parte, senza avere il tempo di soffermarsi a pensare, a costruire un'opinione. Invitarci al confronto, oltre che un geniale modo di raccontare la loro visione delle cose senza aver davanti persone con l'ansia della notizia, è stata soprattutto l'occasione di aprire un varco e porci davanti a una domanda: come avete fatto, voi operai della GKN, ad arrivare a tanta consapevolezza? E cosa possiamo fare per portare avanti insieme un lavoro culturale dei diritti in ogni settore? La risposta non c'è. E l'assemblea è rimasta in qualche modo aperta. Ma aver posto la domanda è un altro dei tanti miracoli usciti dallo stabilimento industriale di Campi Bisenzio.

(v.b.)

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Da Firenze a Riace. L'accoglienza traditaTiziano Cardosi · Contro il decoro

Una storia del 2005 che torna a galla

La vicenda che coinvolge l'ex sindaco di Riace Mimmo Lucano (condannato a 13 anni di carcere in primo grado per come ha gestito l'accoglienza degli immigrati) porta alla memoria una vicenda del 2005 a Firenze in cui fu tentato di mettere assieme il tema dell'accoglienza di chi fuggiva dalle guerre con la salvaguardia e l'uso condiviso dei beni pubblici. Ricordare quella vicenda crediamo sia interessante per capire come un modello, talvolta disordinato ma guidato da principi solidali come quello di Riace, possa dare frutti ben più positivi e concreti di un approccio burocratico e sostanzialmente escludente.

Nel 2005 alcuni nonviolenti fiorentini, tra i quali spiccava per attivismo il compianto Gigi Ontanetti, seppero dell'arrivo in città di circa quaranta militari etiopici e eritrei fuggiti dalla guerra che insanguinava i loro paesi, guerra che, anche se formalmente terminata nel 2000, si trascinò fino alla soluzione provvisoria del 2018 per poi riemergere recentemente con la crisi nel Tigrai. Obiettori di coscienza o disertori, erano un simbolo forte di pace oltre che esseri umani in fuga da violenze e morte; soldati di fronti avversi, prima costretti ad uccidersi, avevano attraversato assieme i deserti del Sudan e della Libia subendo le angherie delle varie polizie e dei trafficanti di esseri umani. I loro racconti, pudicamente sfumati, accennavano alla violenza di quella guerra africana, forse anche eredità del colonialismo italiano.

L'entusiasmo vitale di Gigi fece organizzare allora il piccolo gruppo di pacifisti nella "Fucina per la nonviolenza" e si cercarono subito aiuti e collegamenti in tutta la città nella speranza che quell'arrivo di rifugiati divenisse un'occasione per riportare l'attenzione su una guerra quasi dimenticata e far crescere la consapevolezza politica in una Firenze dove era già iniziata l'età delle privatizzazioni e della paura dello straniero.

Di fronte all'inerzia del Comune, che ignorava per strada quel gruppo di ex militari, il Movimento di lotta per la casa, con la figura indimenticata di Lorenzo Bargellini, trovò loro un alloggio provvisorio in una scuola vuota e abbandonata di San Frediano; la mobilitazione cittadina si allargò cercando di fare di quel gruppo un simbolo concreto di accoglienza e soprattutto di rinascita della città.

Nacquero proposte diverse ed interessanti per utilizzare i fondi che il Comune avrebbe ricevuto dal governo per accogliere i rifugiati; i famosi 35 euro al giorno, di cui quasi nulla è mai andato nelle tasche degli interessati. Sorsero varie idee per cercare di integrare concretamente i rifugiati senza ricorrere al solito assistenzialismo calato dall'alto, spesso dimostratosi inutile; tutte confluivano nel proposito di usare quei fondi per rendere agibile qualche immobile pubblico inutilizzato fornendo una esperienza lavorativa agli ex militari, partendo dalle loro competenze. Associazioni di immigrati si dissero disponibili a collaborare assieme a molte persone sensibili al tema dell'opposizione alla guerra (in quegli anni il movimento contro la guerra italiano era ancora il più grande del mondo, almeno così si diceva). Alberto L'Abate propose di realizzare una "casa della pace" in cui poter accogliere persone perseguitate e obiettori di coscienza, altri pensarono a strutture di accoglienza per migranti, altri strutture che potessero essere a destinazione pubblica per incontri e attività politiche e culturali (già allora si sentiva la carenza di spazi pubblici) o semplicemente restaurare immobili per residenza sociale.

Un tentativo di dialogo con il Comune di Firenze, nella persona dell'allora assessore Lucia De Siervo, iniziò quando la presenza evidente di queste vittime di guerra non era più eludibile, ma le proposte di una gestione dell'accoglienza, che vedesse collaborare tutti insieme istituzioni, rifugiati e volontari nella realizzazione di un progetto condiviso, furono tranquillamente ignorate. Il Comune si limitò a comunicare le proprie decisioni ai tanti volontari, ma proseguì nel solito iter burocratico e inefficace: le risorse vennero utilizzate per un corso di lingua italiana e per ospitare i rifugiati in appartamenti privati con affitti piuttosto elevati. Dopo qualche tempo fu decisa la sistemazione in una remota colonica nel Comune di Vicchio, lontano dallo stesso paese del Mugello, con l'impossibilità di cercare non solo un inserimento, ma anche un contatto di qualunque genere con chicchessia. Il risultato finale fu che gli ex militari poco per volta abbandonarono quella destinazione impossibile e di loro si persero tracce; l'obiettivo, non dichiarato ma perseguito, di liberarsi di quell'ingombrante fardello umano fu raggiunto.

Quel lontano episodio riemerge oggi in tutta la sua importanza anche per la vicenda che sta interessando Mimmo Lucano, il sindaco che avrebbe pasticciato nel suo Comune di Riace, tanto da ritrovarsi assurdamente una condanna a oltre 13 anni di carcere. La memoria di quel piccolo tentativo fiorentino dimostra come il rispetto rigoroso e ipocrita di leggi e norme può portare tranquillamente a non risolvere problemi, anzi a crearne; mentre il violare qualche legge per rispettare i principi della Costituzione e della solidarietà è duramente condannato in questo paese che appare sempre più imbarbarito e impaurito. A oltre 15 anni di distanza vediamo come a Firenze il problema della casa è irrisolto, mentre quello della proprietà pubblica vede una frenetica accelerazione nella svendita del patrimonio.

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In memoria di LorenzoCorrado Marcetti · Autogestione

Le lotte dei soggetti sociali più marginali e le loro proposte concrete di trasformazione urbana protagoniste del Premio Bargellini

C'è un Premio per tesi di laurea magistrali e di dottorato che è stato istituito a Firenze nel 2019 e che merita la più attenta considerazione sulle pagine di questo giornale. Si tratta del Premio "Lorenzo Bargellini", istituito dalla famiglia e da una serie di soggetti come Il Sessantotto, l'Istituto Ernesto De Martino, la Fondazione Michelucci, la rivista Cambio, i Cobas, l'Associazione "Un Tetto sulla testa", in memoria di Lorenzo, compagno generoso e molto amato, protagonista di tante battaglie e costante riferimento per i movimenti di lotta per la casa.

La proclamazione e la consegna della seconda edizione del Premio (a Rita Ciccaglione per un lavoro sulle vecchie e nuove pratiche dell'abitare nel contesto del post-terremoto aquilano), è avvenuta con una presentazione della tesi premiata e una discussione pubblica alla Casa del Popolo di Castello, seguita da una successiva visita agli appartamenti realizzati in auto-recupero dagli abitanti dell'ex-asilo Ritter. È avvenuta in un periodo caratterizzato nell'area metropolitana fiorentina dall'insorgenza di lotta operaia e solidarietà politica e sociale promossa dal Collettivo di fabbrica della GKN contro la chiusura dell'impianto e la delocalizzazione delle sue attività. Nulla è mai davvero perduto del patrimonio di memoria dei movimenti di lotta contro le disuguaglianze sociali e nulla si presenta mai nelle stesse forme. Se qualcosa di importante si muove nello scenario delle lotte operaie con la forza di scuotere il clima di rassegnazione politica portando contenuti innovativi e una consapevolezza inattesa, anche nel panorama stagnante dell'università italiana ci sono fermenti che meritano attenzione.

Il contesto urbano

Il primo merito del Premio intitolato a Lorenzo Bargellini è forse quello di far affiorare una serie di ricerche che vengono svolte all'interno di diverse università italiane e che raramente ricevono l'attenzione dovuta. Sono lavori di ricerca che si occupano dei contesti di forte marginalità, di immigrazione e inclusione sociale, della insussistenza dei modelli di azione pubblica rispetto ai gruppi sociali in condizioni di subalternità materiale e culturale, del consumo predatorio dello spazio pubblico da parte dei grandi interessi privati, delle lotte urbane e delle esperienze autogestionarie, delle politiche abitative e delle occupazioni. Il problema abitativo, nodo irrisolto della questione sociale e delle politiche urbane, è uno dei campi di indagine più dissodato dai ricercatori che concorrono al bando e che sentono l'esigenza di lavorare sull'abitare precario e informale, sugli sfratti e sulle occupazioni con un apparato teorico solido, con analisi scrupolose sia su scala generale che urbana o di quartiere. I casi studio specifici, di cui diverse tesi si occupano, sono sempre inseriti correttamente nell'ambito dei processi di trasformazione dei contesti urbani e delle inadeguate politiche abitative, ma sono studiati anche nelle complesse interazioni interne ed esterne, nelle capacità negoziali messe in atto, nelle numerose sfaccettature del fenomeno.

C'è da dire che coloro che ne scrivono sono spesso essi stessi parte dei movimenti che sostengono le occupazioni ma il condurre una ricerca collocata in una prospettiva militante non li esime dal farsi carico di una valutazione aperta, e talvolta critica, di tutti gli aspetti intrecciati dall'azione di lotta portata avanti. E questa è, a mio avviso, una caratteristica innovativa rispetto alla letteratura esistente sui cicli di lotta per la casa dei decenni precedenti, letteratura peraltro insufficiente rispetto alla vastità e alla forza di quei movimenti.

Protagonisti

La pratica dell'osservazione partecipante, utilizzata in molti di questi studi, consente inoltre una maggiore capacità di interazione nei processi aperti dalle lotte in contesti sociali e urbani molto concreti. Si tratta il più delle volte di esperienze condotte in condizioni ambientali difficili, in territori urbani sgretolati in cui occorre muoversi nella consapevolezza della complessità di forme plurime e complesse di subalternità sistemica con cui devono fare i conti le associazioni e gli attivisti che spingono verso la promozione di una forza coesiva interna ai gruppi di occupanti e ai quartieri in cui si svolge l'azione. Questo tipo di ricerche, caratterizzate dalla capacità di interrogarsi su processi e strumenti che possano facilitare l'espressione di domanda politica da parte di soggetti sociali deprivati dei loro diritti, può aiutare la capacità degli stessi soggetti di far valere la propria condizione rispetto al discorso pubblico dominante ed anche la consapevolezza dell'appartenenza alla scena comune urbana di tante iniziative locali.

Vicini ai bisogni delle persone

In diversi dei lavori esaminati emerge una capacità di intersezione del proprio ambito disciplinare (antropologico, urbanistico, storico, etnografico, giuridico…) con altre discipline ritenute importanti nella messa a fuoco di aspetti come le strategie di adattamento, i processi di radicamento, il confronto tra diverse culture abitative, le negoziazioni interne nelle forme di condivisione degli spazi, delle funzioni collettive e delle pratiche di auto-recupero, le forme di partecipazione alla vita sociale. Ne emerge un quadro molto articolato che ad esempio nelle tesi di carattere progettuale sostiene un'azione di riprogettazione degli spazi molto vicina alle esigenze delle persone. Gli scenari che vengono prospettati nel complesso delle tesi presentate possono contenere rimandi a politiche abitative più lungimiranti, corredati anche da esemplificazioni internazionali e possono approssimare sistemi di politiche urbane che riconoscano le esigenze delle persone e dei gruppi sociali generalmente scansati. Alcune tesi si spingono ad avanzare proposte di riconfigurazione della progettualità urbana riguardanti specifici territori affinché risulti maggiormente inclusiva rispetto ai soggetti che non beneficiano dell'intervento pubblico se non nelle residue forme assistenziali.

Ma forse uno degli interessi maggiori che dal complesso dei lavori di tesi presentati si può trarre è quello rappresentato dalla messa a fuoco di orientamenti utili all'azione pubblica di soggetti sociali in lotta, generalmente ignorati dal regime delle politiche istituite o ricacciati in un regime di trattamento marginale e differenziato, soprattutto quando sono in grado di indicare gli strumenti che possano facilitare l'espressione di una strutturata domanda politica di trasformazione là dove questa appare disintegrata.

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6Pagina 62 articoli
Bruno Borghi, la vita senza padroni di un «cristiano assoluto»Cecilia Stefani · Personaggi

L'ultima uscita di EdizioniPiagge porta la firma del magistrato Beniamino Deidda che ci regala il ritratto di un uomo straordinario

"Questo libro – bellissimo, perché insieme tenero e forte – è la biografia di un cristiano assoluto, perché uomo assoluto: sciolto, cioè, da ogni compromesso, convenienza, rispetto. Sono profondamente grato al suo autore, perché queste pagine ci riconsegnano una voce del tutto inattuale: cioè completamente fuori dall'orizzonte di valori di questo nostro tempo. E dunque una voce profetica, necessaria: capace di scardinare le nostre sicurezze, e di renderci inquieti. Di farci sentire troppo accomodanti, sicuri, cauti e prudenti: di accendere nei nostri cuori il santo fuoco della ribellione". Così scrive Tomaso Montanari nella prefazione di "Basta un uomo. Bruno Borghi. Una vita senza padroni".

Ma chi era Bruno Borghi? Per molti il suo nome si associa all'etichetta di prete operaio, che per altro lui non amava, e che in ogni caso certo non esaurisce la sua storia. Borghi fu infatti prete e operaio, lasciò poi la fabbrica e la chiesa, diventò padre, visse in Nicaragua coi sandinisti, fece il contadino e il volontario in carcere.

A un certo punto del cammino incontrò Beniamino Deidda, che da allora in poi gli fu amico e condivise con lui molte battaglie, e che oggi con questo testo ci regala la possibilità di conoscere meglio questa figura straordinaria.

Bruno Borghi visse la stessa intensa stagione di Lorenzo Milani, Ernesto Balducci, David Maria Turoldo, operando in prima linea, ma tuttavia è molto meno conosciuto. Questo libro colma un vuoto della storia di quel periodo, restituendoci il fermento della Firenze di allora e regalandoci "le cose belle del Borghi", come le definisce l'autore. Le "cose belle" sono le sue tante vite - legate tra loro dalla scelta evangelica e da quella, per lui conseguente, di "lotta di classe" - la sua sete di giustizia, la coerenza, la determinazione, il coraggio delle scelte più scomode.

"Basta un uomo" non è una biografia in senso tradizionale. Per costruire il ritratto di Bruno Borghi, l'autore ha dovuto fare un grande lavoro, perché Borghi ha scritto pochissimo e quasi nulla di sé, ma grazie alle testimonianze, alle interviste, ai documenti dell'epoca sgorga potente dal libro la figura di un uomo che sapeva sempre da che parte stare, ed era la parte dei poveri, degli sfruttati, dei deboli. Un'umanità che conosceva bene, per avere visto da bambino la povertà dei contadini, il lavoro duro e malpagato della madre, le violenze dei fascisti.

"… io so che devo tutto a delle donne e a degli uomini che ho incontrato: contadini...": così diceva Borghi. Questi incontri, queste radici, lo formarono più del seminario, facendo di lui "una querce", come lo definì La Pira in una lettera al papa: "non gli importa nulla della "teologia" dei professori: non scrive articoli: non fa discorsi: parla poco: prega, lavora, soffre, ama: e tutti gli operai di Firenze (tutti) lo amano effettivamente".

"Basta un uomo" attraversa tutte le vite di Borghi: il rapporto con la Chiesa, il lavoro in fabbrica, i problemi con la giustizia, il Nicaragua, l'impegno per i disabili e i carcerati. In ogni ambito in cui Borghi è intervenuto, si è sempre posto in maniera critica verso il potere e le sue emanazioni, che fossero le gerarchie della Chiesa, i padroni delle fabbriche e i giornali loro amici, lo Stato che discrimina e dimentica i propri cittadini, e anche i giudici, i tribunali e le loro leggi. Quel potere che opprime le persone, che non riconosce negli altri l'umanità e la dignità che questa sempre merita.

E per Borghi le persone, gli altri, erano il fulcro del suo essere cristiano, fino al punto di scrivere così negli ultimi tempi della sua vita: "In questo momento non mi interessa né Dio, né Gesù. Sento profondamente che è sufficiente l'esistenza di un solo uomo che esige il dono della nostra vita e della nostra lotta". Da questa frase, forte ma alla fine coerente con il dettato evangelico - "ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me" - è nato il titolo del libro, che si presta comunque anche ad altre letture. Tra queste, anche quella proposta dall'autore in un incontro pubblico: "A me è bastato l'incontro con quest'uomo per mettere in discussione la mia vita… spero che basti anche a voi".

Trovate il libro online su www.edizionipiagge.it, in alcune librerie fiorentine indicate nel sito e naturalmente alle Piagge presso la bottega di EquAzione.

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Il carcere è disumano, e a subirlo sono i poveriRedazione · Diseguaglianze

La rieducazione del condannato non può restare una chimera. Le proposte della Campagna No Prison nella tappa fiorentina

A che serve il carcere? A punire chi ha commesso un reato e a proteggere la società. In verità, il carcere ha un obiettivo in più: prevenire la trasgressione. Ed è l'obiettivo che il carcere attuale, in Italia e altrove, meno riesce a centrare. Chi esce dal carcere torna a commettere reati nel 70% dei casi. È la cosiddetta "recidiva", la certificazione del fallimento dell'idea carceraria.

Su questa base, il movimento "No Prison" propone di abolire il carcere, concepire nuovi modi di relazione con chi trasgredisce, stabilire nuove forme di giustizia. Sembra un'utopia, ma è un'utopia concreta, per certi versi urgente, come si è ben visto il 9 ottobre scorso, quando di No Prison si è discusso alle Piagge con Giuseppe Mosconi e Livio Ferrari, del movimento No Prison e autori del libro "Perché abolire il carcere" (edizioni Apogeo), con Elisabetta Zamparutti di Nessuno tocchi Caino (l'associazione che da tanti anni si batte contro la pena di morte), con Lorenzo Guadagnucci, giornalista e attivista, in un incontro moderato da Paola Springhetti, direttrice di Reti solidali.

Prima dell'incontro, Alessandro Santoro, il prete delle Piagge, ha guidato una camminata (chiusa con un concerto di Alessio Lega e degli stessi Mosconi e Ferrari) attraverso il quartiere per dare rilevanza e concretezza a una discussione sul carcere solo in apparenza visionaria. Circa il 10% dei detenuti nel carcere di Sollicciano sono cittadini delle Piagge, periferia dove il reddito medio non supera i 650 euro. Almeno 70 famiglie piaggesi hanno un congiunto in carcere; poi ci sono le persone agli arresti domiciliari e quelle in regime di sorveglianza speciale.

C'è un punto, nel Manifesto No Prison scritto a suo tempo da Livio Ferrari e dal compianto Massimo Pavarini, che mette nero su bianco ciò che alle Piagge - e in altri luoghi simili - si sperimenta ogni giorno: "Riflettete: è mai possibile che le carceri di tutto il mondo siano abitate al 90% solo e unicamente da persone povere? [...] la pericolosità criminale è distribuita equamente in tutte le classi sociali, ma a essere puniti e a finire in carcere sono prevalentemente coloro che godono di minore immunizzazione dal sistema penale, cioè coloro che sono economicamente, culturalmente e socialmente più deboli".

Il carcere si è dimostrato incapace di perseguire la missione che la Costituzione gli affida (Art. 27): "Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato". Il "riformismo" carcerario si è rivelato un'illusione. Il carcere, per la sua natura afflittiva, non riesce a "rieducare", nemmeno quando è gestito nelle forme più avanzate, e andrebbe quindi superato, almeno come risposta principale alla trasgressione delle norme.

Il dubbio è se con le democrazie in crisi, le discriminazioni diffuse, i muri che si alzano ai confini dell'Europa a segregare pezzi di umanità, tale progetto non appaia come una fuga in avanti di sognatori acchiappa-nuvole. Su questo punto non abbiamo certezze, se non la persuasione che la democrazia può essere salvata solo praticandola davvero e fino in fondo: in questo senso il Movimento No Prison, il suo progetto solo in apparenza inattuale, è parte integrante di una lotta più generale per i diritti universali e per l'uguaglianza da esigere e praticare qui e ora.

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Per una scuola antirazzistaAlessio Surian · Pedagogia

Un libro gratuito per riflettere sui processi di razzializzazione e sulle diseguaglianze, con due graphic novel sulle celebri attiviste Angela Davis e Miriam Makeba

Una ricerca-azione antirazzista compiuta nelle scuole primarie che si trasforma in un libro destinato agli insegnanti per creare percorsi didattici, offrire materiali di lavoro (tavole di fumetti e interviste) e promuovere dialoghi nei contesti educativi. "Antirazzismo e scuole Vol.1" (scaricabile gratuitamente dal sito di Padova University Press all'indirizzo: https://bit.ly/3AmBA9e), dà conto di una proposta che parte dai bambini e dalle bambine, attualizzando il lavoro pioneristico di ricerca dell'antropologa Paola Tabet (1997) per prendere consapevolezza di come i processi di razzializzazione siano pervasivi e si possa imparare molto presto a riflettere criticamente sulle diseguaglianze confrontandosi tra pari.

Il libro propone tre piste principali di lavoro.

La prima riguarda alcune riflessioni a carattere teorico (presentate nei capitoli 2 e 3) per affrontare diverse forme del razzismo (razzismo anti-nero, antisemitismo, antiziganismo, islamofobia, xenorazzismo e sinofobia) in relazione alle crescenti diseguaglianze sociali e cogliere i suggerimenti pratici su come avviare discussioni tra insegnanti in chiave auto-formativa e con i bambini e le bambine in chiave didattica.

Una seconda pista, nel capitolo 4, riguardo l'ascolto delle esperienze e la lettura dei materiali consigliati dalle/dai testimoni privilegiate/i che, partendo da sé, offrono l'opportunità di comprendere che cosa significhi il razzismo nella vita quotidiana e a scuola. Per contrastare le diverse forme di razzismo viene suggerito di aprire le porte della scuola alla presenza di attori sociali razzializzati che sono i veri protagonisti delle lotte antirazziste nella società italiana, dialogando con loro e offrendo ai bambini e alle bambine modelli ai quali ispirarsi.

Un terzo suggerimento riguarda il lavoro con i fumetti e le graphic novel per nutrire l'immaginazione e lo spirito critico dei bambini e delle bambine. Nel libro sono presenti molte tavole gentilmente concesseci proprio per offrirle come materiale di un lavoro educativo e formativo antirazzista. L'introduzione al libro, nell'ultima parte, offre due storie a fumetti che raccontano la resistenza collettiva degli afrodiscendenti contro il razzismo anti-nero attraverso le biografie di due celebri attiviste, una studiosa (Angela Davis) e un'artista (Miriam Makeba). Come ha suggerito la scrittrice Michela Murgia nel suo libro per l'infanzia Noi siamo tempesta (2019), le storie che raccontiamo ai bambini e alle bambine sono troppo spesso storie di eroi (maschi, bianchi) solitari che devono difendersi dal nemico (guerreggiando). E se invece di condividere storie che nutrono un immaginario individualista e paranoico offrissimo avventure "per diventare potenti insieme"?

Un esempio del rapporto fra linguaggio delle immagini e scuola? Nel 1968 Harriet Glickman scrisse una lettera a quello che forse era il fumettista più conosciuto al mondo: Charles M. Schulz. Giorni prima, in un albergo di Memphis, Martin Luther King, Jr. era stato ucciso a colpi di arma da fuoco. Da madre, Harriet notava l'attenzione che avevano i ragazzi per i fumetti. Ma da insegnante notava anche il "curriculum implicito" in questi: "Mi resi conto che i bambini neri e i bambini bianchi non si vedevano mai raffigurati in classe insieme. Dalla morte di Martin Luther King, mi sono chiesta continuamente cosa potessi fare io per cambiare quelle condizioni che hanno portato all'assassinio e che contribuiscono a questo clima di incomprensioni, odio, paura e violenza".

Nella sua lettera, Harriet Glickman chiedeva a Schulz di includere anche un bambino nero fra i Peanuts, un fumetto famoso che descriveva la società statunitense. Non aveva scritto solo a Schultz. Ma solo Schulz ritenne opportuno risponderle. Le scrisse che apprezzava l'idea, ma non gli sembrava di essere la persona giusta, temeva che prendere quell'iniziativa potesse peggiorare le cose. Scrisse: "Apprezzo il suggerimento di introdurre un bambino nero nella striscia ma devo affrontare lo stesso problema che hanno altri fumettisti con il suo stesso desiderio. Vorremmo tutti poter esaudire la richiesta, ma siamo spaventati che il nostro atteggiamento possa apparire paternalistico o di superiorità nei suoi confronti. Non so quale sia la soluzione".

Harriet Glickman rispose a sua volta, e così fece Schulz, si scrissero ripetutamente (un'introduzione alla loro corrispondenza è stata curata da Fumettologica a questo indirizzo: https://bit.ly/30d0ko5). Glickman coinvolse altri amici afroamericani cui chiese di spiegare i motivi delle lotte che portavano avanti e di offrire a Schulz idee e suggerimenti su come avrebbe potuto introdurre il nuovo personaggio cercando di evitare che qualcuno si sentisse offeso. Il 31 luglio 1968 Schulz avvertì Glickman di guardare il giornale. Le tre strisce pubblicate quel giorno nel giornale con i Peanuts vedevano Charlie Brown incontrare Franklin, il personaggio che Glickman ed i suoi amici avevano suggerito: un ragazzo nero, con il padre a combattere in Vietnam, che diviene amico di Charlie e lo aiuta nelle sue avventure. Nella parte conclusiva, Charlie invita Franklin a dormire da lui ogni tanto. Nel sud degli Stati Uniti questa amicizia suscitò proteste e preoccupazioni; per un editore, l'importante era che personaggio nero non venisse "mostrato a scuola insieme agli altri". Vari giornali reagirono minacciando di escludere dalle loro testate le strisce di Schulz e il disegnatore venne convocato telefonicamente dal presidente della società che curava la distribuzione del fumetto, preoccupato che il nuovo personaggio influenzasse negativamente la popolarità del fumetto e dell'autore. Schulz gli raccontò di Franklin, resistette a vari suggerimenti di censura e cambiamento e dovette concludere con un aut aut: "O si stampa come lo disegno io, o me ne vado". Solo grazie alla sua fermezza Franklin rimase un personaggio dei Peanuts, un personaggio nato grazie a una lettera di un'insegnante.

Fin dagli anni Cinquanta del secolo scorso, dunque, fumetti e graphic novel hanno mostrato una capacità, a volte straordinaria, di leggere i fenomeni e le lotte sociali e di offrire narrazioni riflessive. Le stesse vicende legate allo sciopero di Montgomery hanno continuato a interrogare il mondo del fumetto: anche in Italia dove Mariapaola Pesce e Matteo Mancini hanno realizzato per Becco Giallo nel 2020 una graphic novel ambientata nel 2014: a pochi mesi dall'uccisione di Eric Garner, un taxista, che da bambino ha conosciuto Rosa Parks, racconta a un giovane cantante la sua storia.

Condividere conoscenze ed eventi che illustrano il razzismo e le azioni adatte a contrastarlo sono proposte educative importanti in società attraversate da processi di discriminazione e razzializzazione. In chiave pedagogica sono rilevanti anche le dimensioni della prevenzione del razzismo e del non limitarsi ad agire solo in risposta a conflitti espliciti. In tal senso l'alfabetizzazione alle immagini interseca la capacità di pensiero critico e sollecita chi opera nella scuola a considerarla anche, da un lato, come ambito di riproduzione delle discriminazioni e, dall'altro, come luogo in cui sia possibile suscitare occasioni di dialogo che incoraggino gli allievi a sentirsi cittadini. In questa prospettiva il lavoro educativo con i fumetti può esplorare ed integrare percorsi e dimensioni diverse: l'osservazione, la decostruzione, il riconoscimento e la scelta di registri narrativi, la creatività.

"Antirazzismo e scuole Vol.1" è curato da Annalisa Frisina, Filomena Gaia Farina e da Alessio Surian, raccoglie contributi di Daniele Brigadoi Cologna, Gianluca Gabrielli, Orietta Candelaresi, Luisa Sartelli e tavole di Assia Petricelli e Sergio Riccardi, Betta Campagni (che ha disegnato anche la copertina), Ciaj Rocchi e Matteo Demonte, Mirella Moretti, Pietro Scarnera, Takoua Ben Mohammed.

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Trans: una parola per molte realtàDaria Campriani · Diritti

Il 20 novembre si celebra il giorno della memoria delle persone trans uccise dall'odio per la diversità. L'esistenza non semplice di quantə non rispondono ai rigidi canoni imposti dalla società patriarcale

Chi sono le persone trans? Che cosa significa il termine trans? Trans è un termine ombrello, che include al suo interno tutte le varianze di genere che le persone possono trovarsi a vivere. Trans, in generale, significa "al di là" e si affianca al termine cis, "al di qua". Transgender quindi significa letteralmente "al di là del genere" assegnato alla nascita, sulla base prioritaria della morfologia genitale. Lo si preferisce al termine transessuale, utilizzato in passato, perché quest'ultimo sembra riferirsi esclusivamente ad una persona che non si trova a suo agio con i propri genitali e che desidera perciò modificarli attraverso la chirurgia. In generale si preferisce usare il termine trans perché è in grado di ricomprendere quasi, se non tutte, le realtà relative alla varianza di genere.

La popolazione delle persone trans infatti è molto varia e comprende: persone che desiderano modificare il proprio corpo con la terapia ormonale, persone che desiderano modificare i propri genitali con la chirurgia, e anche persone che vogliono vivere il genere che sentono proprio anche senza un percorso medicalizzato.

Le persone trans quindi sono individui la cui identità di genere non si allinea con le aspettative sociali connesse con le loro caratteristiche sessuali. L'identità di genere si può invece definire come l'identificazione di una persona con un genere piuttosto che un altro e caratterizza ognunǝ di noi, persone trans e persone cis.

A causa del mancato soddisfacimento delle aspettative sociali connesse con la propria realtà biologica e con il contesto di appartenenza, e soprattutto al fatto che questo disallineamento mette in discussione la primazia degli uomini nella scala sociale, le persone trans non sono particolarmente amate. Subiscono anzi ogni sorta di discriminazione, sociale, culturale istituzionale, familiare. Le persone trans che non sono accettate in famiglia possono essere allontanate da casa ed essere costrette a vivere ai margini della società, senza la possibilità di un'adeguata istruzione. Nell'ambito lavorativo accade che siano rifiutate nell'accesso ad un impiego, a volte costrette al sex working per guadagnarsi da vivere.

In Italia, e in tante altre realtà, la discriminazione istituzionale può rendere la vita delle persone trans un vero inferno. Per accedere infatti alle terapie ormonali, alla chirurgia desiderata e alla rettifica anagrafica dei documenti, il percorso è irto di difficoltà. Occorrono mesi, se non anni di psicoterapia, perizie psichiatriche, certificazioni cliniche per avere il riconoscimento sociale della propria esistenza, che si ha attraverso una sentenza di rettifica, quindi attraverso l'agire del sistema giudiziario, che può rendere le cose molto complicate, mediante ostacoli posti alle persone trans perché si adeguino a standard sociali di passabilità stereotipati e funzionali a riprodurre rapporti di potere volti alla supremazia maschile.

Il forte disamore per le persone trans da parte della società, però, raggiunge il culmine nelle numerose morti per omicidio che succedono ogni anno. Soltanto nel 2020 nel mondo sono state uccise trecentocinquanta persone trans, in massima parte donne. Per ricordare le vittime di questa discriminazione violenta, il 20 novembre di ogni anno si celebra il Transgender Day of Remembrance, ossia il giorno della memoria delle persone trans uccise dall'odio per la diversità.

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La malattia non è uguale per tuttəIsabella Mancini · Sanità e genere

L'impatto delle differenze biologiche e socioculturali su salute e terapia

Non è possibile seguire una chemioterapia se non si ha un tetto sulla testa e qualcuno a cui affidarsi quando saremo troppo deboli per prepararci la cena. Aina ha lasciato su questa terra una pentola per cuocere il riso, due valigie con alcuni vestiti e due borse di tela. Gli ultimi due mesi della sua vita il tetto sulla testa lo aveva, ma la cura per il tumore è arrivata senza portare con sé la speranza della guarigione.

Per poter tornare a lavorare Dashamira aveva bisogno di un macchinario per una dialisi notturna. Fa rumore, un po' ingombra, ha bisogno di uno spazio pulito e dedicato. È così che è tornata a vivere: tutta la sua vita ruotava attorno ai suoi reni, oggi, a 29 anni, può tornare a pensare anche al cuore.

Jasmine di anni ne ha trentasei, da quindici si prende cura dei suoi due figli, da sola. Ha dovuto trovare il modo di far curare il più grande: un tumore gli ha portato via l'uso delle gambe. Oggi è adolescente e non ha un minimo di autonomia per poter vivere la sua vita oltre la madre. E Jasmine oltre a lui.

Probabilmente Dorine aveva in testa i versi di Giacomo Noventa - "Un giorno o l'altro io tornerò, non voglio morire tra gente straniera, un giorno o l'altro io tornerò nel mio paese" - ogni volta che avrebbe dovuto salire sull'ambulanza per andare in ospedale per la dialisi ma invece si barricava in stanza ripetendo: "Devo prendere un volo per Dakar".

Luana ora guarda il vuoto vedendoci proiettati i suoi film. In quattro anni la sua salute psichica è precipitata attorcigliata al destino del diabete: qualcosa si è spezzato in lei e non si riesce a trovare l'artigiano che può aggiustare quel dolore senza voce.

Storie di donne che, per problemi di salute, sono inciampate nelle pieghe della vita e alcune volte sono riuscite ad alzare la testa e guardare oltre mentre altre son rimaste prigioniere di un loop che non le molla. Che ne è stato di loro durante il limbo pandemico che ci ha tenuti lontani da analisi specialistiche e cure preventive?

Per le donne anche l'ambito della salute è stato, ed è, un campo minato. Si è iniziato da poco a parlare di medicina di genere, di come le differenze biologiche e socioculturali tra uomini e donne influenzino lo stato di salute, e di malattia. Era il 1995 e alla IV Conferenza mondiale sulle donne a Pechino si discuteva di come fosse fondamentale inserire la prospettiva di genere in ogni scelta politica compreso in materia di salute fisica e mentale. Le differenze nella prevenzione, nella diagnostica e nella terapia di tutte le malattie sono ancora altissime e i bisogni sanitari delle donne non sono solo quelli riproduttivi. L'attenzione al genere è una scelta strategica di politica sanitaria capace di ascoltare le differenti modalità con cui i corpi reagiscono non solo alle malattie ma anche alle cure.

Nel mese appena trascorso, dedicato alla prevenzione del tumore al seno, tra donne ci siamo interrogate su come dobbiamo prenderci cura della nostra salute e di quella delle tante donne che hanno raggiunto il nostro paese da luoghi lontani, come coinvolgerle e coinvolgerci, come trovare nuovo spazio per noi altre e come occuparlo quello spazio per stare bene, stare meglio. I consultori sono stati per anni lo spazio dove esserci. Ci sono ancora. E noi?

In ricordo di Nancy e di tutte le donne che non hanno potuto concludere il loro cammino nel viaggio della migrazione e della vita su questa terra.

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Le uova d'oro della pandemiaRodrigo Andrea Rivas · Capitale

Nel gioco di intrecci tra industria, politica e finanza Big Pharma con i suoi lobbyisti avanza come una macchina da guerra contro ogni tentativo di liberalizzare i brevetti. (da Pressenza)

L'attuale valore di mercato di Johnson & Johnson, Pfizer, AstraZeneca, Moderna, BioNtech e Novavax – le 6 case farmaceutiche coinvolte nella ricerca e produzione dei vaccini contro il Covid-19 – è di circa 955 miliardi di dollari malgrado negli ultimi 2 mesi abbiano perso oltre 122 miliardi di dollari dei 270 che la pandemia gli ha fatto guadagnare. Le loro azioni hanno perso valore man mano i Paesi ricchi avanzavano nella campagna di vaccinazione. Hanno recuperato la loro corsa verso l'alto quando si è diffusa la possibilità di una terza dose di vaccino.

Prima della pandemia, il valore delle sei aziende farmaceutiche era di circa 685 miliardi di dollari. Ergo, malgrado le perdite degli ultimi 2 mesi, hanno accumulato un aumento del 40%. Tutte e sei hanno guadagnato. Soprattutto la statunitense Moderna e la tedesca BioNTech. Dei 270 miliardi guadagnati finora da tutte e sei, poco meno della metà è rimasta a Moderna, 126,3 miliardi di dollari. Nel gennaio 2020 le sue azioni valevano 19 dollari. A metà ottobre 2021 valgono oltre 330 dollari, qualcosa di più di 1.600% di aumento. Il suo valore di mercato era di 7,6 miliardi di dollari. Oggi è di 133 miliardi. BioNTech ha aumentato il suo valore di circa 51,5 miliardi di dollari, da 9 a quasi 60,5 miliardi di dollari. AstraZeneca è passata da 66 miliardi a 92,4 miliardi di dollari. Johnson & Johnson da 384 miliardi a 421 miliardi di dollari. Novavax da 2 ad oltre 12,3 miliardi di dollari. Fanalino di coda Pfizer, la prima farmaceutica mondiale, che ha guadagnato "solo" 16 miliardi di dollari, da 217 a 233 miliardi di dollari. E, infatti, ha preannunciato nuovi aumenti.

Tra buoi non ci sono cornate: tutte queste aziende sono in mano a due fondi d'investimento che, guadagnando da tutte le parti, decidono di volta in volta quale marchio privilegiare: "The Vanguard Group" e "BlackRock", gestiscono insieme 16.000 miliardi di dollari. Se fossero una nazione, chiamiamola "Vabla" per comodità, sarebbe la terza economia mondiale. BlackRock è uno dei gruppi finanziari con maggiore influenza a Wall Street e Washington, nonché a Bruxelles. Da solo muove oltre 7.650 miliardi di euro, quasi 5 volte il Pil italiano.

Oltre ai soldi, la sua influenza politica deriva dalla cosiddetta "strategia delle sedie giratorie", e cioè dalla contrattazione di alti funzionari di governi e banche centrali che si sono comportati bene. Nel 2021 hanno sotto contratto almeno 84 ex funzionari del governo statunitense, tra cui l'ex vicepresidente della Federal Reserve degli Stati Uniti e l'ex capo gabinetto di Hillary Clinton, l'ex direttore della banca centrale svizzera, l'ex ministro del tesoro della Gran Bretagna, l'ex portavoce parlamentare della CDU tedesca, l'ex consigliere economico di Jacques Chirac... Agli inizi del 2020 The Vanguard Group disponeva di 6.200 miliardi di euro in attivi distribuiti in oltre 400 fondi d'investimento negli USA, Europa ed il resto del mondo. Tra i suoi principali investimenti Apple, Microsoft, Amazon, Facebook, Alphabet (Google) The Coca-Cola Company, Walmart e Disney.

Tra buoi non ci sono cornate e Vanguard è anche il primo azionista di Blackrock. Nell'azionariato di Vabla troviamo un'altra vecchia conoscenza: Goldman Sachs. Si ricorderà che Goldman Sachs ebbe un ruolo protagonista nella crisi finanziaria del 2008 nonché nell'origine della crisi greca dove aiutò a nascondere il disavanzo dei conti del governo di destra. Si ricorderà altresì che il rappresentante di Goldman Sachs in Grecia si chiamava Mario Draghi. Per evitare equivoci: non era un omonimo.

Il prezzo pagato dalla UE per i vaccini è segreto ma Boyko Borissov, primo ministro bulgaro, ha rivelato che Pfizer iniziò costando 12 euro la dose, poi 15,50 e ora costa 19,50 euro. Nell'aprile 2021 la Commissione Europea ha comunicato un nuovo ordine d'acquisto del prodotto Pfizer: 300 milioni di dosi nel secondo semestre 2021, raggiungendo i 600 milioni di dosi nel 2021. Ha inoltre reso noto che la sua strategia vaccinale per il 2022-2023 prevede l'acquisto di altri 1.800 milioni di dosi. E, contemporaneamente, ha deciso di non rinnovare il contratto d'acquisto con AstraZeneca "per mancato rispetto delle date di consegna".

Dalle nostre parti alcuni hanno sostenuto che il problema era che AstraZeneca era un vaccino "made in Europa". A me interessa invece dire che la caduta in disgrazia di AstraZeneca ha fatto lievitare il prezzo pagato dai governi europei per ogni dose, da 2,9 a 19,50 euro. Infatti, se gli azionisti della Pfizer sono gli stessi di AstraZeneca, perché non dovrebbero preferire vendere un prodotto che costa 19,5 euro invece di un altro che ha la stessa funzione e lo stesso cliente a 2,9 euro? Più ancora quando il modo per farlo non è complicato: infrangere gli impegni sui tempi di consegna del prodotto a minor costo per collocare il secondo.

A ciò aiuta disporre di una lobby adeguata. La EFPIA (Federazione Europea delle Industrie ed Associazioni Farmaceutiche) svolge egregiamente il ruolo: fare pressione sulla Commissione Europea per evitare ogni tentazione di cedimento a coloro che chiedono di liberalizzare i brevetti per poter vaccinare tutto il mondo. EFPIA, di cui ogni tanto si vedono i rappresentanti italiani nelle TV locali, ha speso nel 2020 5,5 milioni di euro perché i suoi 25 lobbisti potessero impedire qualsiasi flessibilità sui diritti di proprietà intellettuale. Big Pharma procede con i carrarmati. Noi ci intratteniamo in apocalittici dibattiti sul Green pass. "Quos vult Iupiter perdere, dementat prius", gli dei tolgono il senno a coloro che vogliono rovinare, dicevano gli antichi.

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Il cinghiale espiatorioRestiamo Animali · Natura e incultura

"Gli animali selvatici invadono le città!" L'ennesima falsa emergenza che ci distrae dai veri problemi e prepara uno sterminio inutile.

C'è una vignetta di Vauro che ben rappresenta il surreale dibattito che ha animato la recente campagna elettorale per le amministrative, specie nella capitale: si vedono alcuni cinghiali in coda all'esterno di un seggio in attesa di votare... Sì, buona parte del dibattito si è giocato attorno ad alcune foto di cinghiali ripresi in certe vie della periferia romana, con gli animali additati come segno di obbrobrioso degrado e di incapacità amministrativa. Ancora una volta, attorno a questi ungulati si è levato un rumoroso quanto superficiale allarme. Roma e altre città sarebbero vittime di un'invasione incontrollata. La ricetta per rimediare sarebbe semplice: cambiare il sindaco ed eliminare fisicamente i cinghiali. Tutto troppo banale per essere vero.

Bisognerebbe intanto domandarsi che ci fanno i cinghiali nelle vie cittadine. Ci fanno la cosa più ovvia per animali adattabili e scaltri quali sono: cercano cibo. Se non ci fosse qualcosa di commestibile a disposizione - in cassonetti semi aperti o rifiuti abbandonati - non ci sarebbero i cinghiali. E tuttavia non c'è alcuna invasione: gli avvistamenti riguardano parti di città contigue a zone verdi, dove i cinghiali circolano normalmente senza scandalizzare nessuno.

È vero che la popolazione dei cinghiali in Italia è cresciuta nel tempo: l'Ispra - l'ente che si occupa di protezione ambientale - stima che siano circa un milione (e non due milioni come spesso si proclama), ma ciò dipende dalla crescente estensione di boschi e aree selvatiche nelle campagne e montagne spopolate.

Si dice che i cinghiali "in eccesso" siano un pericolo per la circolazione stradale e un danno gravissimo per le coltivazioni ed è su queste basi che sono state lanciate campagne di abbattimento su larga scala, pensando - sbrigativamente - di risolvere lo "scandalo cinghiali" con la doppietta. Ma non funziona. Le comunità di cinghiali sono organizzate intorno a femmine dominanti che detengono l'esclusiva su estro e progenie: se viene abbattuta la matrona si scatena l'estro nelle giovani e aumentano i parti. E quando in una certa zona si riesce ad abbattere tutti o quasi tutti i cinghiali presenti, ne arrivano presto altri, perché finché c'è cibo c'è cinghiale... Ne sanno qualcosa gli agricoltori toscani, che qualche anno fa invocarono e ottennero – alleandosi ai cacciatori - una legge regionale per una campagna di abbattimenti intensivi degli ungulati, nella speranza di proteggere le proprie coltivazioni attraverso lo sterminio. Il massacro c'è stato ma non è cambiato nulla o quasi.

In breve, coi cinghiali occorre convivere, conoscendoli e rispettandoli per quello che sono: animali selvatici che vivono vicino a noi; le città si "proteggono" evitando di lasciare cibo a disposizione; gli incidenti stradali si evitano moderando la velocità e introducendo protezioni se necessario; le coltivazioni si difendono con le recinzioni, come avviene ovunque si preferisce la via della logica e della razionalità alla strada emotiva, violenta e demagogica dell'eliminazione fisica.

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Il leccio, un gigante sempreverde mediterraneoIlaria Morelli · Millefoglie

Il leccio è uno degli alberi più comuni a Firenze e si trova dovunque: dalle Cascine ai viali che portano al piazzale, dalla Fortezza ai parchi delle ville storiche, dove, piantato in filari e opportunamente potato, può formare tunnel vegetali. Ne abbiamo testimonianza nella lunetta dell'Utens che raffigura l'originario giardino della villa medicea della Petraia a Castello, ma con una gita a Gambassi possiamo farne esperienza diretta nelle gallerie di leccio del Parco Comunale al centro del paese.

Prima che l'uomo ne riducesse la copertura a favore di campi coltivati o per utilizzare il legno in edilizia, imbarcazioni o combustibile, a dominare il paesaggio mediterraneo era il bosco di leccio. Albero molto resistente alla siccità, si adatta bene a ogni tipo di terreno ed è ancora la vegetazione tipica delle aree mediterranee dove rappresenta il principale componente arboreo. Produce frutti di cui si nutrono molti uccelli (come dice il nome, la ghiandaia ha una predilezione per le ghiande, che nasconde nel terreno come riserva favorendo così la dispersione dei semi e la crescita di nuovi esemplari) e mammiferi di ogni taglia: scoiattoli, topi, cinghiali e cervi. Sebbene poco appetibile, in carestia o indigenza questo frutto è stato utilizzato anche dall'uomo che lo ha sfruttato come succedaneo del caffè, in miscela con l'orzo e la cicoria, e per fare il pane di ghianda.

Come indica il nome scientifico Quercus ilex, il leccio appartiene allo stesso genere di rovere, roverella, cerro, tutte specie spontanee in Italia. È facile da distinguere in inverno perché è sempreverde a differenza delle altre querce che perdono le foglie. Pianta molto longeva, è capace di raggiungere dimensioni notevoli, come il leccio di Belmonte sopra l'Antella, con i suoi 500 anni, una chioma di 23 metri e un'altezza di 11, per il quale alcuni cittadini chiedono un'adeguata tutela.

Detto anche elce, è l'albero su cui s'arrampicava il barone rampante di Calvino: "I rami si sbracciavano, alti ponti sopra la terra".

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Caccia agli alieni grigi: ma lo scoiattolo non ha colpeCamilla Lattanzi e Lorenzo Guadagnucci · Restiamo animali

La Regione Emilia Romagna nelle settimane scorse aveva decretato lo sterminio degli scoiattoli grigi, giudicati specie aliena e invasiva, da eliminare con il gas. Alla fine gli animali catturati saranno invece affidati all'associazione Lav e avviati a una riserva, ma il caso resta aperto: perché le specie cosiddette aliene sono considerate passibili di annientamento fisico totale?

Tale impostazione ha una base scientifica molto datata, che risale alla metà degli anni '50, quando si riteneva che le popolazioni esotiche aliene rappresentassero la seconda principale causa di perdita di biodiversità. Negli anni '90 alcuni seri articoli scientifici hanno sostenuto che, nel fenomeno dell'estinzione delle specie endogene, il ruolo delle specie aliene fosse marginale e che la responsabilità andasse attribuita invece alle attività umane, alle variazioni climatiche, all'alterazione degli ecosistemi, alle deforestazioni.

Lo scoiattolo grigio, originario degli Stati Uniti e del Canada, si è diffuso da qualche decennio in Europa e a lui è stata attribuita la responsabilità della rarefazione dello scoiattolo rosso. Ma tale attribuzione non è condivisa nel mondo scientifico: intanto non è mai stata dimostrata una sovrapposizione di nicchia tra le due specie. L'improvvisa diffusione dei noccioleti in Piemonte, Liguria, Umbria, Toscana e altre regioni è sotto gli occhi di tutti, e la diffusione degli scoiattoli grigi, più voraci di nocciole rispetto a quelli rossi, è temuta da produttori di creme spalmabili come Ferrero. Collegare la scomparsa dello scoiattolo rosso allo scoiattolo grigio, senza inquadrare la vicenda in una cornice più ampia, è un grave errore d'impostazione che però consente di criminalizzare quella specie, e poi sterminarla nel consenso generale.

La lacerazione degli ecosistemi, la loro fragilità e debolezza, è causata per lo più da attività umane nocive: il cosiddetto alieno invasivo rappresenta l'ultimo anello, quello della rottura finale di un equilibrio che già da tempo era compromesso e perso.

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È l'amore per la strada che mi ha portato a Fuori BinarioMaria Pia Passigli · In prima persona

Il racconto della fondatrice del giornale che state leggendo.

Oltre un anno fa Maria Pia, fondatrice e animatrice storica di Fuori Binario, ha vissuto un momento di difficoltà che le ha impedito, anche a causa della pandemia, di portare avanti il progetto editoriale al fianco dei senza fissa dimora fiorentini. Con grande gioia lo scorso 13 ottobre parte della redazione è andata a trovarla a casa. Pubblichiamo un suo scritto per il giornale elaborato in questi mesi e una foto dell'incontro.

Il mensile "Fuori Binario" nasce per la strada con la gente di strada, e anche il nome è legato alla strada. Ideatori, fondatori siamo stati Roberto Pelozzi ed io nel 1994. La strada mi ha sempre interessata perché posso fermarmi a parlare con gente che non ho mai visto né conosciuto prima. Le mie foto sono tutte fatte in strada.

Le persone che incontro, non è facile descriverle, prima di tutto, e contrariamente a quanto si possa pensare, sono umanamente ricche, e poi sono libere nei loro pensieri, nel senso che non "copiano" da altre parti. Le persone di strada mi piacciono perché sono vere, comunicano loro stesse. Molti di loro sono senza casa, in genere quando si incontrano li invitiamo in redazione, magari abbiamo già parlato un po' in strada, cerchiamo di aiutarli. Gli apporti che diamo sono diversi, perché le richieste sono diverse, alimenti, vestiario, ascolto.

Queste persone sono molto dirette, mi hanno sempre toccata, sensibilizzata perché sono come sono, non devono e non nascondono nulla. La loro dignità emerge dal loro comportamento, sono persone sempre grate, i loro ringraziamenti sono veri. Quando scriviamo le storie della gente di strada lo facciamo insieme a loro, perché si cerca di farli partecipi del nostro lavoro e loro sono attenti nel momento in cui si correggono i testi, perché quella è la loro vita, sono i loro pensieri quello di cui scriviamo. Sono molto educati e riconoscenti. Ho imparato tanto dalla strada, soprattutto l'ascolto di quelle persone che molti scansano perché considerati ai limiti della società.

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Il «nuovo» CPA compie vent'anni di autogestioneRiccardo Michelucci · Firenze ribelle

La storia del Centro Popolare Autogestito Firenze-Sud sarebbe potuta finire bruscamente con lo sgombero del 28 novembre 2001, quando la Coop riuscì a rientrare in possesso dell'area occupata per realizzare al suo interno il gigantesco centro commerciale che si trova oggi in piazza Bartali. Dal 1989 un gruppo di ragazzi del quartiere di Gavinana aveva trasformato la gigantesca zona dove un tempo sorgeva la fabbrica Longinotti, in viale Giannotti, nel più grande spazio per la musica dal vivo in città. L'area era diventata un punto di riferimento per la cultura giovanile cittadina degli anni '90, con migliaia di persone che partecipavano ai concerti allestiti nei capannoni e all'aperto. Da un lato la produzione culturale e artistica, dall'altro un impegno politico incentrato sull'antifascismo e la solidarietà internazionalista che ha dato vita ad anni memorabili fatti di concerti e assemblee, cortei e denunce.

Nel 2001 quell'esperienza avrebbe potuto concludersi per sempre. Ma poche settimane dopo lo sgombero i ragazzi del CPA occuparono di nuovo, stavolta i locali abbandonati dell'ex scuola media don Facibeni in via Villamagna, in riva all'Arno. Il Centro Popolare Autogestito Firenze-Sud rinacque in un nuovo spazio a poche centinaia di metri dalla vecchia sede, un'area che nonostante le dimensioni più ridotte consentì di far ripartire fin da subito le attività.

L'inevitabile ricambio generazionale non ha sottratto linfa vitale a un'esperienza che continua a ruotare intorno alla musica, al cinema, alla mensa popolare e alla palestra. E poi i corsi di informatica, i laboratori fotografici e per l'agricoltura biodinamica, l'orto sociale, la libreria Majakovskij aperta due giorni a settimana e un fornitissimo centro di documentazione con migliaia di libri e riviste della sinistra internazionalista. Fiero di aver conservato negli anni la propria autonomia, di non aver mai accettato compromessi con le istituzioni, il "nuovo" CPA compie oggi vent'anni.

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Omg, sei ore senza Facebook! Eppure il mondo gira ancoraGinox · Cyber bluff

Internet è diviso in unità amministrative chiamate sistemi autonomi. Ognuno di questi è responsabile per il funzionamento interno del pezzo di rete che gestisce e annuncia all'esterno quali parti gli competono. Il linguaggio che queste entità tecnico burocratiche utilizzano per parlarsi è un protocollo chiamato Bgp (Border Gateway Protocol). Facebook ha avuto un problema con questo meccanismo ed è rimasto per qualche ora irraggiungibile. Era già successo, per esempio nel 2018 quando parte del traffico di Google era stato deviato verso la Cina, per un errore di un provider nigeriano. E non è neppure un segreto: intelligence di tutto il mondo sono spesso tentate di dirottare pezzi di Internet per i loro interessi... Ma la cosa non passerebbe inosservata.

Eccessiva appare allora la reazione dei media, che per sei ore di down dei servizi di Mr Zuckerberg si sono lanciati in analisi sociologiche condite con un pizzico di melodramma apocalittico. Sei intere ore nelle quali potevamo usare "solo" telefono, sms, oltre a tutti gli altri servizi non di Facebook: un vero incubo. Meno male che lo spirito di sopravvivenza dell'umanità ci ha salvato dall'estinzione, o avremmo assistito a suicidi di massa, di persone disperate all'idea di dover vivere senza Instagram o WhatsApp. Si tratta di uno scenario cosparso di iperboli, ma non troppo differente dalle letture dei media mainstream.

Mi è incomprensibile se dalla presunta dipendenza da questi servizi si tragga un qualche tipo di rassicurazione esistenziale. Forse ci piace pensare che il nostro modello comunicativo sia ormai determinato e faccia parte di un percorso segnato, e quindi, se questo muta o viene meno, si debba in qualche modo manifestare un profondo disagio, invocare un biblico accidenti, come per giustificare tutta l'importanza che gli abbiamo attribuito fino a quel momento. Forse un poco spaventati dall'idea che senza Facebook il mondo sarebbe esattamente uguale, e che il tempo perso su quelle piattaforme era in effetti solo tempo perso.

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...e distribuirono felici e contenti!Cristina e Francesco · Storia di due diffusori

Facciamo conoscenza con un nuovo ingresso in redazione e su strada, la premiata coppia Cristina e Francesco, in arte Fraska.

Mi chiamo Cristina e conosco Fuori Binario perché ho vissuto a Firenze in una casa occupata qualche anno fa. Ho avuto modo di conoscere persone che scrivevano sul giornale. Inizialmente sono stata lettrice, ma ultimamente distribuisco in zona Rifredi/Leopoldo. Con il mio compagno ho deciso di spingere questo giornale poiché credo nel suo potenziale come voce tra persone che si impegnano nel sociale.

Sono Fraska, uno degli ultimi arrivati alla distribuzione. Mi sono avvicinato alla redazione grazie a Cristina che già conosceva altri distributori. Personalmente, ho trovato in Fuori Binario l'occasione di esprimere e pubblicare ciò che avevo in testa e nei miei quaderni. La mia compagna, conoscendo a vario titolo dei collaboratori del giornale (e in particolare Passepartout), mi ha spinto a condividere nella nuova linea editoriale le mie idee. Ho trovato per mia fortuna un ambiente che mi ha stimolato a proseguire il mio percorso di scrittura libertaria che negli ultimi tempi si era un po' intorpidita… mea culpa! Così, stimolato da questi nuovi compagni di strada, ho trovato nuove energie e fantasie per far partecipi i lettori, volenti o nolenti, dei miei luoghi oscuri. Ho iniziato con le case occupate e man mano continuerò allargandomi ad altri argomenti.

Io e Cristina vi invitiamo a conoscerci nei luoghi di distribuzione già accennati e ad avvicinarvi alla redazione, in piazza Tasso 76, angolo via del Leone il lunedì, il mercoledì e il venerdì dalle 15 alle 18 per conoscere meglio la nostra realtà.

Un caro abbraccio ai lettori da Cristina e Fraska

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Verrà l'inverno: portate sacchi a pelo e coperteRedazione · Appelli

Verrà l'inverno... vi ricordiamo che potete portare sacchi a pelo e coperte adeguate per chi dorme all'aperto alla nostra sede di via del Leone 76, negli orari di apertura. Grazie!

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Fragili tra fragili, siamo mortali ma non siamo soliGiuliana Mesina · Fuori scaffale

Tutto scorre e si avvia verso la fine, non solo la nostra vita di esseri minuscoli e marginali, ma anche la parabola di esistenza della Terra, del Sole, dell'intero Universo. Di questo si occupa il romanzo filosofico di Telmo Pievani "Finitudine", dove grazie a un dialogo impossibile (e immaginario) tra Albert Camus e Jacques Monod si argomenta l'idea che nella morte non c'è senso né via di fuga, ma è grazie alla nostra libertà che possiamo accettarne l'ineluttabilità. Complicato? Forse.

Ma vale la pena riflettere, accompagnati da un artificio narrativo originale, che immagina Camus, sopravvissuto all'incidente che in realtà lo uccise, che dialoga durante la convalescenza con l'amico Monod, biologo e premio Nobel, di un libro che stanno scrivendo insieme sulla finitudine cosmica. Sono entrambi partigiani, antinazisti, ribelli, e concordano su un fatto: la consapevolezza della finitudine di tutte le cose non ci condanna al nichilismo e al pessimismo cosmico. L'universo non ha minimamente influito sulla nostra comparsa, siamo consci della nostra "cosmica irrilevanza", ma possediamo la libertà di lottare comunque contro la morte e contro il male senza senso del mondo.

È questa la strada per dare un senso alla nostra esistenza: lottare per diminuire le sofferenze e migliorare le condizioni di vita di tutti. Affrontiamo la nostra finitudine attraverso la sfida ribelle, l'inquietudine e la rivolta.

"[…] avere coscienza della finitudine ha un grande valore umanistico, perché ci dona non solo il senso della nostra appartenenza alla natura, esseri fragili tra creature fragili, in piedi su una Terra vagante che pure condivide questo destino, ma ci dona anche la compassione per tutti gli altri che, come noi, sono mortali e in cerca di un senso. La finitudine è il fondamento della nostra comunità di destino, della solidarietà tra disperati, una solidarietà che nasce tra le catene. Siamo mortali, ma non siamo soli. Lo siamo tutti".

Finitudine, Telmo Pievani, Raffaello Cortina editore, 2020

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La società ricca e infelice in cui tutto diventa merceAurelia Caino · Se hai, hai per dare

Finanziarizzazione dell'economia, profitti, precarizzazione, disoccupazione, licenziamenti, delocalizzazioni: sono alcuni dei termini a cui il sistema politico-economico-finanziario ci ha abituato negli ultimi decenni.

Sta diventando esemplare la vertenza dei lavoratori della GKN, una vertenza che vuole essere LA vertenza di tutti i lavoratori e le lavoratrici, ma direi di tutti i cittadini e le cittadine, perché quanto accaduto in GKN è dovuto a decenni di politiche economiche e finanziarie che hanno assimilato la vita sociale ad una logica di mercato allontanandola da una più naturale logica antropologica. Come scriveva Roberto Mancini ne La logica del dono "colpisce l'onnipotenza conferita al denaro che schiaccia i bisogni, i diritti, le aspirazioni propriamente umane"; in questo tipo di società "tutto conta fuorché la dignità delle persone".

Se da una parte si parla di profitto, grandi capitali, crescita economica, rendite, investimenti, facendoci credere che il nostro è un mondo evoluto, ricco e civilizzato, dall'altra sempre più si assiste ad una realtà fatta di precarizzazione, disoccupazione, sfruttamento, licenziamenti, aumento della povertà, in una parola disumanizzazione.

E allora, la ricchezza, quella legata al denaro e all'enorme valore che da sempre gli attribuiamo, può generare felicità?

Forse, in questo momento storico segnato da una pandemia che ha messo in crisi l'attuale sistema socio-economico a livello planetario, come uomini e donne, lavoratori e lavoratrici, iniziamo finalmente a renderci conto che la vera ricchezza, e la felicità che ne può conseguire, non è data dal denaro e dalla logica di mercato, ma dal valore che diamo alla dignità e al lavoro delle persone. Se ci riappropriamo di questa consapevolezza, potremo fare noi pressione sul sistema dominante spingendo i nostri governi a rimettere l'economia al servizio della società, come in questi mesi ci stanno insegnando gli amici lavoratori della GKN.

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Un giorno in occupazione. Lo spettroFraska · Il racconto

Ho vissuto tra gli sfratti della vita con un senso di abbandono costante.

Prima mio padre mi cacciò violentemente dalle sue palle e mi dissi vabbè: una vita breve e intensa che finisce in una sega! Invece no… Mia madre mi accolse con gioia nel grembo ed io gustai il mio crescere e nutrirmi generosamente. Dopo qualche mese un improvviso sisma negli organi materni mi espulse fuori al mondo. Pensavo di morire mentre mani mi tormentavano, suoni e luci mi ubriacavano e disorientato finivo in una culla.

Effettivamente mi dovetti adattare, ma lo feci. Quella specie di nido riuscii anche a farmelo piacere: volti mi passavano davanti facendo facce buffe e sceme, gorgoglii uscivano dal mio corpo e braccia calde venivano ad accudirmi costantemente. Idillio! Potevo anche cagarmi addosso e qualcuno mi avrebbe ripulito. Insomma ero convinto di aver ormai una posizione soddisfacente nel mondo, con tutti quei dipendenti che si occupavano di me e, per ogni esigenza, li avevo tutti a disposizione ad ogni mio piccolo richiamo. Purtroppo ancora una volta mi ero illuso. Il mio potere non era assoluto e ben presto furono gli altri a pretendere da me sempre di più: dovevo camminare, parlare, obbedire e così via.

I miei orizzonti si allargavano e così anche il mio turbamento. Non capivo… non avevo ancora visto niente! A seguire, crescendo, ho poi quasi dimenticato quella sensazione di abbandono iniziale e come tutti ho rincorso il flusso della vita, con alti e bassi, con le sue sorprese. Andai avanti e di nuovo pensai di potermi conquistare una buona posizione nella società. Che poi quello che intendo è semplicemente non dover vivere nell'affanno, essere nella condizione di poter godere di ciò che il destino ci riserva, potersi immaginare e realizzarsi. No, non andò così.

Mi ritrovai pian piano intrappolato in una ragnatela di cui non mi ero accorto. Una tela che era stata tessuta accuratamente mentre io viaggiavo spensierato, ingenuamente convinto che male non fare, male non temere. Macchè, macchè… è il corpo il primo a subire.

Dopo aver subito l'estremo esilio, quello dal mio corpo per mezzo della morte, decisi di oppormi. Basta! "Non so in che modo, non so in che forma, ma io resterò qua su questa Terra!" così mi dissi.

Non avevo mai dato troppa importanza al tempo, anche guardando i capelli incanutiti degli altri compari non me ne sono mai curato. Come se il problema non mi toccasse e del resto la storia mi ha dato ragione. Sono partito giovane e non so bene per dove. Non pensavo di trovare una nuvoletta prenotata in cielo ed un'arpa già accordata per me nel coro degli angeli. Ma neanche di diventare uno spettro! Eppure, la mia volontà di ESSERE, mi fece questo scherzo.

Mi aggiro per le stanze, ma chi vedo non mi appartiene più, non fa parte del contesto in cui sono vissuto… dunque - chi sono io? Un fantasma (si direbbe).

Avevo abbassato la guardia, l'istinto primitivo di sopravvivenza mi aveva abbandonato ed impigrito. Mi feci sopraffare.

Che poi, vorrei spendere due parole sulle persone che si aggirano attorno a me… spettri anche loro? No? Non esistono neanche questi. Provate a cercarli all'anagrafe, cercateli nei censimenti o in qualsiasi cazzo di graduatoria… ahahah! Trovati? No! lo sapevo!

Dunque mi chiedo con quale criterio si distingue codesti personaggi da me.

Sicuramente gli sgomberi mi passano attraverso come tutto ormai (adesso più di prima). Purtroppo per chi ancora è fatto di carne ed ossa non si può dire altrettanto.

Il mio posto in questi locali è stato preso fisicamente da altri aspiranti viventi.

Quand'ero in vita ne ho viste tante, restaurazioni e rivoluzioni, ma che tempi strani sono questi… come si dice in gergo, questi locali che mi ospitano sono "infestati" e non solo da me medesimo. Potendo far poco più che osservare osservo e a volte spavento. Prima era una smania che mi prendeva a caso e spaventavo a tutto spiano, ma poi ho avuto le mie simpatie e mi sono raffinato nell'arte spettrale. Avendo fatto in vita distinzione tra vinti e vincitori mi è rimasta da morto la voglia di riparare a modo mio a qualche torto.

Perciò invito queste signore e questi signori che, con divise e vestiti buffi, si presentano di fronte questa dimora gridando di lasciare liberi i locali, ad andarsene altrove. Gli spazi ci sono. Lo so bene io che da quando ho preso coscienza ho vagato in qua e là.

Lasciate in pace i morti, ma a maggior ragione lasciate in pace chi cerca di vivere.

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Alla scoperta dell'acqua caldaFabio Bussonati · Un mondo ganzo è possibile

Quelli pubblicati di seguito sono le medie settimanali dei valori delle temperature dell'impianto che sto sperimentando da diversi anni con soddisfazione e grande risparmio; i dati risentono della mancanza di uno dei venti tubi evacuati previsti per questo impianto.

| | 1° sett. | 2° sett. | 3° sett. | 4° sett. | 5° sett. | |---|---|---|---|---|---| | Ottobre 20 | 34°/36° | 34°/38° | 30°/34° | 30°/34° | 30°/32° | | Novembre 20 | np/31° | 30°/32° | 28°/30° | 26°/29° | | | Dicembre 20 | 23°/23° | 19°/21° | 23°/25° | 22°/23° | 20°/20° | | Gennaio 21 | 20°/21° | 21°/23° | 21°/21° | 20°/22° | | | Febbraio 21 | 21°/23° | 23°/25° | 24°/27° | 35°/38° | | | Marzo 21 | 24°/30° | 30°/30° | 30°/35° | 32°/35° | | | Aprile 21 | 40°/44° | 36°/36° | 29°/32° | 34°/39° | 30°/32° | | Maggio 21 | 36°/41° | 33°/34° | 35°/41° | 39°/45° | | | Giugno 21 | 47°/50° | 44°/48° | 50°/52° | 50°/54° | | | Luglio 21 | 52°/54° | 50°/54° | 46°/47° | 49°/53° | 49°/52° | | Agosto 21 | 45°/49° | 51°/56° | 52°/56° | 48°/51° | | | Settembre 21 | 46°/47° | 45°/49° | 42°/45° | 41°/44° | 42°/45° |

Soltanto la seconda settimana di dicembre del 2020 la temperatura è scesa sotto i venti gradi (19 gradi) permettendo quindi di rigovernare senza accendere niente tutto l'anno.

Per le temperature più alte si deve ricorrere ad una termocucina a legna ed un serbatoio di accumulo a doppia serpentina dove, in quella superiore circolerà il fluido termovettore che proviene dal pannello solare ed in quello più basso quello che viene dalla cucina.

Accendendo semplicemente la cucina per fare da mangiare oltre all'acqua si scalda anche la casa, che, se ben isolata, manterrà la temperatura raggiunta per tutto il giorno e la notte, se poi la legna sarà quella prodotta dalla cura dei boschi e dei frutteti nostrani non avremo prodotto anidride carbonica.

La benzina per i mezzi agricoli sarà per un po' ancora necessaria, ma possiamo compensarla piantando come pianta da rinnovo in rotazione la canapa che assorbe quattro volte l'anidride carbonica di una pianta media ed è il miglior isolante che c'è.

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Stazione di postaRedazione · Stazione di posta

Lettere e opinioni.

Scrivici alla mail redazione@fuoribinario.org

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Se vogliamo liberare il mondo, liberiamo AssangeLettera firmata · Stazione di posta

Ho letto sull'ultimo Fuori Binario il pezzo che avete dedicato, meritoriamente, al caso di Julian Assange, il giornalista e attivista dei diritti umani detenuto in Gran Bretagna che, mentre scrivo, è in attesa del processo di estradizione negli Stati Uniti. La sua colpa? Aver svelato i segreti criminali del potere con WikiLeaks.

Vi scrivo perché il 22 ottobre scorso si è riunito il tribunale popolare organizzato dalla Progressive International e presieduto dal filosofo croato Srecko Horvat. Questo tribunale vuole attivare l'opinione pubblica affinché Assange sia liberato al più presto. All'udienza popolare sono intervenute diverse personalità pubbliche, tra cui politici, attivisti e giornalisti, che hanno denunciato l'esistenza di una persecuzione politica contro Assange.

Vorrei qui sottolineare le parole inviate da Edward Snowden, ex contractor della CIA e della NSA, il servizio segreto interno degli Stati Uniti: "Quello a cui stiamo assistendo in questo momento è un semplice omicidio. Ovunque guardiamo, dall'Afghanistan all'economia, dalla pandemia alla sorveglianza onnipresente, l'ovvio è diventato indicibile. Chi affronta questi argomenti si mette nella stessa categoria di Assange, quella di un 'criminale politico' accusato di oltraggio per aver scelto la parte sbagliata. Se vogliamo liberare il mondo, dobbiamo liberare Assange", ha concluso Snowden.

Lettera firmata

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Il progetto della Tav fiorentina in ProcuraComitato No Tunnel Tav · Stazione di posta

Il Comitato No Tunnel Tav di Firenze ha presentato alla Procura un esposto in cui ha riassunto le principali stranezze e irrazionalità del contestato progetto di sottoattraversamento dell'alta velocità ferroviaria.

Il principale motivo per cui è stato fatto questo passo è la mancanza di logica del progetto, mancanza che potrebbe nascondere comportamenti perseguibili penalmente come abbiamo già visto in passato. Difficile capire i motivi espressi dalle istituzioni locali nel voler riesumare un progetto già vecchio quando fu pensato, ben 25 anni fa. Fu lo stesso sindaco Dario Nardella nel 2016 a condannarlo senza mezzi termini con queste parole: "Questo progetto [...] appare inspiegabile. È un grande spreco di denaro pubblico. Perché stiamo parlando di un miliardo e mezzo di euro, un miliardo e mezzo di euro! Per risparmiare due minuti!" Qui l'intervento integrale https://youtu.be/cw9rWxBEKEk.

Così siamo andati in Procura presentando un esposto con tutte le anomalie riscontrate nella vicenda, che a nostro avviso comprendono l'assenza della figura del "general contractor", l'assenza della Valutazione di impatto ambientale, la persistenza dei rischi per ambiente e patrimonio monumentale ed edilizio, incertezze nella caratterizzazione delle terre di scavo, la mancanza dell'Osservatorio Ambientale e, in generale, procedure in contrasto con la normativa vigente.

I motivi che hanno spinto il Comitato a stilare un elenco di "cose che non tornano" è che ormai, dopo oltre venti anni, questo progetto non solo ha molti problemi, ma si è dimostrato obsoleto, pieno di questioni non risolte, non razionale e assurdamente sovradimensionato; questa irrazionalità, accanto alla testarda volontà di perseverare negli errori già commessi, non è spiegabile con motivi trasportistici, per cui è presumibile, sarà la Procura ad accertarlo se ne riscontrerà gli estremi, ci siano accordi e motivi non dichiarati che probabilmente nascondono fatti che potrebbero avere rilevanza penale. Certamente ci sono aspetti amministrativi non corretti.

Un'ultima cosa: a parte le tante chiacchiere fatte finora i lavori del Passante sono minimi, della stazione è stato realizzato meno del 30%, dei tunnel lo 0%.

Comitato No Tunnel Tav

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Il muro dell'In'ACCOGLIENZARoberto Pelozzi · L'angolo della poesia

La consapevolezza di dover convivere con, un ulteriore rigurgito di non chiara sicurezza, ha riscoperto le carte, sulla Apartheid Europea.

I confini creati dai popoli, si riscoprono nel loro intento.

La globalizzazione, tanto decantata, non ha radici nelle volute diversità.

Quello che si sviluppa, in questo senso, è solo l'economia sul modello consumista.

Stiamo ancora lontani da quella accettazione del prossimo.

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Disinformazione: la responsabilità del sistema editoriale italianoMassimo Mantellini · Stazione di posta

Massimo Mantellini, esperto di tecnologia, cultura digitale, politica delle reti e dei temi del diritto all'accesso e alla riservatezza, ha pubblicato un pezzo illuminante sulla disinformazione nel nostro paese. Ne abbiamo stralciato un pezzo per approfondire le responsabilità dei media mainstream. Il testo integrale è all'indirizzo https://bit.ly/3Cf3MfN

[...] La più interessante per noi oggi, la più recente, parzialmente inedita e assai poco citata, è la disinformazione basata sul modello economico editoriale del momento. Ha l'aspetto di una disinformazione incidentale (un po' come quella di chi rende virali certi contenuti sui social), ma non lo è. È disinformazione professionale, studiata a tavolino, e se i suoi effetti sociali e politici sono fuori dal progetto editoriale così come è stato immaginato, ne sono ugualmente la conseguenza e non sono per questo meno gravi. Pur non essendone lo scopo, i suoi effetti non possono essere ignoti a chi ha immaginato un simile modello: sono stati semplicemente considerati un prezzo che era possibile pagare in nome della propria sopravvivenza.

La crisi editoriale dei giornali ha prodotto in Italia un simile mostro: la qualità informativa, il rigore etico, la responsabilità professionale sono state sacrificate non più solo – come è sempre avvenuto e come tuttora continua ad avvenire – al proprio padrone, non più solo al proprio partito politico di riferimento, a Confindustria o al grande inserzionista di turno, ma ad un progetto di sopravvivenza economica che rende lecito ciò che un tempo non lo sarebbe stato.

C'è insomma un nuovo padrone che genera grandi quantità di disinformazione in Italia oggi ed è quest'idea di retroguardia e pericolosissima di scrivere qualsiasi cosa che sia in grado di richiamare l'attenzione dei lettori. Un giorno una cosa e il giorno successivo il suo contrario. In particolare durante la pandemia gli effetti di un simile cinismo informativo fatto di titoli allarmati, frasi ad effetto, bugie intenzionali ecc. sono stati disastrosi.

Massimo Mantellini

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ColophonRedazione · Colophon

DIRETTORE RESPONSABILE - Cristiano Lucchi

REDAZIONE - Roberto Pelozzi (caporedattore), Rossella Giglietti (grafica), Cecilia Stefani (supervisione), Alessandro Simoni, Barbara Imbergamo, Beatrice Montini, Camilla Lattanzi, Camilla Passigli, Corrado Marcetti, Fabio Bussonati, Fabrizio Cherubini, Felice Simeone, Fraska, Gabriella Falcone, Gian Luca Garetti, Gianna Innocenti, Ginox, Giuliana Mesina, Giuseppe Cazzato, Laura Bardelli, Lorenzo Guadagnucci, Luca Lovato, Maria Abete, Michela Balocchi, Mosè Carrara Sutour, Ornella De Zordo, Riccardo Michelucci, Sabrina Tosi Cambini, Sisina Prelazzi, Stefania Valbonesi, Valentina Baronti, Zara Boatto.

SEDE - Via del Leone 76, Firenze. La redazione è aperta lunedì, mercoledì e venerdì dalle 15 alle 18. Tel. 055/2286348.

DIFFUSORI - Berisa Sabit (Viale XI Agosto), Bartolomeo Piras (Careggi), Cezar Toma (Oltrarno), Clara Baldasseroni (Livorno, Pontassieve, Mugello), Cristina (Rifredi), Filippo Bartoletti Teloni (Novoli e Peretola), Fraska (Rifredi), Giovanni Minervino (Piazza Tasso e Piazza del Carmine), Nanu Ghiocel (Sant'Ambrogio, F.S. Campo di Marte e Borgo San Lorenzo), Raffaele Venuto (Livorno, Pontassieve, Mugello), Robert Ionita (Masaccio e Milanesi), Totò Orlando (Le Cure), Teodor Stanescu (Alpi-Hrovatin, Repubblica, Cimabue).

SU INTERNET - www.fuoribinario.org — redazione@fuoribinario.org

CREDITI FOTOGRAFICI - Camilla Passigli (11), Cecilia Stefani (12), Cristiano Lucchi (p. 1, 3, 5, 16), Stamp Toscana (5), Tiziano Cardosi (4).

OBBLIGHI DI LEGGE - Testata registrata al Tribunale di Firenze con il n°4393 del 23 giugno 1994. ISSN 2784-9384. Edito dall'Associazione Periferie al Centro. Sede legale via del Leone 76, Firenze. Stampa Litografia IP, Firenze.

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Fuori dal tunnel - Per non perdersi a FirenzeRedazione · Per non perdersi

Una mappa per orientarsi nel mondo della solidarietà. Si tratta di informazioni preziose per chi vive sulla strada, è arrivato in città da poco, non conosce la lingua e ha bisogno di mangiare, dormire, lavarsi, vestirsi, avere una parola di conforto, essere accolto, avere un consulto legale, chiedere aiuto. Ma è anche una guida per chi accompagna tutti i giorni queste persone e ha bisogno di conoscere cosa offre la città. N.B. A causa della pandemia alcuni orari potrebbero aver subito delle modifiche.

Segnalazioni alla mail redazione@fuoribinario.org

PER MANGIARE

STAZIONE CAMPO MARTE Ore 19.30: Ve/Sa Ore 20.30: Lunedì Ore 21: Lu/Ma/Me/Gi/Ve/Sa Ore 21.30: Domenica

STAZIONE S.M. NOVELLA Ore 7: Ma/Gi/Do Ore 9.30: Mercoledì Ore 11.30: Mercoledì

CARITAS Pranzo: Lu/Ma/Me/Gio/Ve/Sa/Do Piazza S.S. Annunziata - 055282263 Via Baracca 150/e - 05530609230

PER CURARSI

ANELLI MANCANTI - Salute femminile, ostetrica - Ore 14-15.30: Lunedì - Salute generale - Ore 19.30-20.30: Lu/Me Via Palazzuolo 8 - 0552399533

CENTRO STENONE Ore 15-18: Lu/Ma/Me/Gi/Ve Ore 8-10: Venerdì Via della Chiesa 66 - 055280960

L.I.L.A. TOSCANA Ore 17-19.30: Me/Gi Via delle Casine 12r - 0552479013

CENTRO SOLIDARIETÀ FIRENZE Via dei Pucci 2 - 055282008

CONSULTORIO FAMILIARE Via Villani 21a - 0552298922

PER ESSERE ACCOLTE E VESTIRSI (DONNE)

PROGETTO ARCOBALENO Via del Leone 9 - 055280052

PROGETTO SANT'AGOSTINO Via Sant'Agostino 19 - 055294093

PRONTO DIMMI Via del Pesciolino 11/M - 055316925

SAN FELICE Via Romana 2 - 055222455

CENTRO AIUTO VITA - Ragazze madri in difficoltà Piazza San Lorenzo - 055291516

PER ESSERE ACCOLTI E VESTIRSI (UOMINI)

ALBERGO POPOLARE Via della Chiesa 66 - 055211632

IL SAMARITANO Via Baracca 150/E - 05530609270, 05530609270

CENTRO OASI Via Accursio 19 - 0552049112

CASA CACIOLLE Via delle Panche 30 - 055429711

CASA DEL MELOGRANO Via S. Pellico 2 - 0552469146, 3397798479

CASA SAN PAOLINO Via del Porcellana 30 - 0552646182, 055463891

PER PARLARE

NOSOTRAS - DONNE STRANIERE Via Faenza 103 - 0552776326

CARITAS Ore 14.30-17: Lunedì Ore 9-12: Ma/Me/Gi/Ve Via Faentina, 34 - 055463891

LA FENICE Ore 9-18: Lu/Ma/Me/Gi/Ve Ore 9.30-12: Sabato Via del Leone 35 - 3312144403

C.I.A.O. Ore 9.30-13: Lu/Ma/Me/Gi/Ve Via delle Ruote 39 - 0554630876

ACISJF HELP CENTER Ore 10-13 e 16-19: Lu/Ma/Me/Gi/Ve Via Valfonda 1 - 3472494777

ANGELI DELLA CITTÀ Ore 15-18: Martedì Ore 10-12.30: Lu/Gio Via Sant'Agostino 19 - 3405239889

VINCENZIANI Ore 9.30-11.30: Mercoledì Via Ronco Corto 20 - 0550128846

PROGETTO ARCOBALENO Ore 18-19.30: Lu/Me Via del Leone 9 - 055288150

SPAZIO CIP Ore 13-16: Martedì Ore 14-17: Giovedì Via dell'Agnolo 5 - 055284823

MADONNINA DEL GRAPPA Ore 8.30-11.30: Mercoledì Ore 8.30-10.30: Venerdì Via delle Panche 28 - 3703169581

ANELLI MANCANTI Ore 18-20.30: Ma/Ve Via Palazzuolo 8 - 0552399533

CENAC Ore 15.30-18: Lu/Ma/Me/Gi/Ve Via Pratesi 11 - 0556122035

SANT'EGIDIO Ore 18.30-20: Martedì Via della Pergola 8 - 0552342712

CENTRO ATTAVANTE Ore 14-19.30: Lu/Me/Gi/Ve Ore 14-20: Martedì Help Center Ore 10-13: Lu/Ve e Ore 14-18: Lu/Gi Via Attavante - 0557364043

PREZIOSISSIMO SANGUE Ore 17-18: Mercoledì Via Boccherini 23 - 055361046

ASCENSIONE Via G. da Empoli 2 - 055366433

DIVINA PROVVIDENZA Ore 15.30-17.30: 2° e 4° Sabato del mese Via D. Compagni 6 - 055583008

SANTA MARIA AL PIGNONE Ore 16.30-18.30: Lunedì per italiani Ore 9-12: Ma/Gi per persone straniere Piazza Santa Maria al Pignone 1 - 0552276388, 055229188

SACRA FAMIGLIA Ore 9-12: Lu/Ve, Ore 16-19: Mercoledì Via Gioberti 33 - 055666928

SAN MARCO VECCHIO Ore 10-11.30: Ma/Gi Via Faentina 131 - 055588274

SANT'ANTONIO AL ROMITO Ore 11-12: Ma/Sa Via Corridoni 19r - 055486329

SPORTELLO LEGALE

ANELLI MANCANTI Dalle ore 19: Giovedì Via Palazzuolo 8 - 0552399533

AVVOCATI DI STRADA Ore 17.30-19: Giovedì Piazza Alpi-Hrovatin 1 - 3396171468

L'ALTRO DIRITTO adir@altrodiritto.unifi.it

PROGETTO ARCOBALENO legale@progettoarcobaleno.it

PER IMPARARE L'ITALIANO

CENTRO "G. BARBERI" Borgo Pinti 74 - 0552480067

CENTRO LA PIRA Via de' Pescioni 3 - 055213557

PROGETTO ARCOBALENO Via del Leone 9 - 055288150, 055280052

ANELLI MANCANTI Via Palazzuolo 8 - 0552399533

IL COLLE Da Settembre a Giugno Via R. Giuliani 115/n - 3482324967

COMUNITÀ DELLE PIAGGE Piazza Alpi-Hrovatin 1 - 055373737

CENAC Via Rubieri 5r - 055667604

PER FARSI UNA DOCCIA

CARITAS Ore 9-13: Lu/Ma/Me/Gi/Ve/Sa/Do Via Baracca 150/e

SANTA MARIA AL PIGNONE Ore 9-11: Mercoledì, solo uomini Piazza S. Maria al Pignone 1 - 055229188

LA FENICE Ore 9-12: Ma/Gi/Sa Via del Leone 35 - 055211632

L'AURORA Ore 9.30-13, Giovedì, solo donne Via dei Macci 11 - 3398210866

INFO DIPENDENZE

PORTE APERTE "ALDO TANAS" Via del Romito 19 - 055683627, 0558493526

CENTRO JAVA Ore 15-19: Ma/Ve Chill out zone. Ore 1-5: Venerdì notte Via Pietrapiana angolo via Fiesolana - 0552340884

BANDI CASA, AFFITTO, SFRATTI

MOVIMENTO LOTTA PER LA CASA Ore 17-20: Venerdì Via dei Pepi 47r - 3935895698

RESISTENZA CASA SOLIDALE Ore 17-19.30: 1° e 3° Mercoledì del mese - Via Palazzuolo 95 Ore 16.45-18.45: 2° e 4° Giovedì del mese - Via Palazzuolo 8 - 3311673985 Ore 17-19.30: 1° e 3° Lunedì del mese - Piazza Baldinucci 8r - 3311673985

SPORTELLO CASA RESISTENZE Ore 16-17: Sabato Via Rocca Tedalda - 3935895698

SPORTELLO UNIONE INQUILINI Ore 17-19: Ma/Me/Gi Via dei Pilastri 41r - 055244430

SPORTELLO GRUPPO CASA CAMPI BISENZIO Ore 17-19.30: Martedì Piazza Matteucci 11, Campi Bisenzio - 3351246551

STOP VIOLENZA

ARTEMISIA Via Mezzetta 1 - 055601375

CENTRO UOMINI MALTRATTANTI Via Enrico il Navigatore 17 - 3398926550

DEPOSITO BAGAGLI

CARITAS Ore 9-11: Tutti i giorni Via G. Pietri 1 Via Baracca 150/e

  • servizi sociali
  • mense
  • dormitori
  • docce
  • ambulatori
  • sportelli casa
  • sportelli legali
  • dipendenze

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Sali in carrozza?Redazione · Partecipa anche tu

Il valore del progetto

Cara lettrice, caro lettore,

il foglio che hai in mano nasce nel 1994, quando un gruppo di persone impegnate nel sostegno alle persone più fragili della città decise di aiutarle in un modo alternativo, facendo anche informazione. Fuori Binario è da allora l'unico giornale di strada di Firenze ed è da sempre autogestito e autofinanziato.

I nostri diffusori

La redazione è composta da volontari. Chi scrive, fotografa, impagina, lavora alla complessa produzione del giornale, non prende un euro per il suo impegno. Tutto questo viene fatto per sostenere economicamente i diffusori che incontrate in strada. Si tratta di persone senza lavoro, spesso senza fissa dimora, ma non solo, e che subiscono l'esclusione dall'attuale sistema economico.

Un piccolo reddito grazie al tuo acquisto

La loro possibilità di costruire un reddito grazie al giornale dipende anche da te che stai leggendo queste righe. Appena uscita dalla tipografia questa copia viene affidata al costo di un euro al diffusore: si tratta del costo vivo della stampa e della spedizione postale, dell'affitto della sede e delle utenze. Tutto ciò che offrirai in più costituirà il suo guadagno.

Come sostenerci

Se questo progetto di economia frugale ti convince, ti chiediamo di farla conoscere e sostenere nel tempo, puoi infatti anche abbonarti per ricevere Fuori Binario direttamente a casa o contribuire con il tuo 5x1000. Grazie al tuo aiuto Fuori Binario viene diffuso anche all'interno del carcere di Sollicciano e saltuariamente vengono pubblicati libri sui temi trattati dal giornale.

Le altre attività

L'editore è l'associazione Periferie al Centro che si impegna affinché i senza fissa dimora abbiano la possibilità di avere una residenza anagrafica senza la quale vedrebbero abbattuti i loro diritti. I nostri volontari sono attivi anche nella distribuzione di alimenti e coperte per chi dorme in strada.

Ti aspettiamo

Il tuo 5x1000 a Fuori Binario inserendo il codice fiscale 94051000480 nella dichiarazione dei redditi

  • giornale di strada
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  • autogestione
  • autofinanziamento
  • volontariato
  • abbonamenti
  • 5x1000
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Diventare strilloneRedazione · Servizio

Guadagnare qualcosa vendendo il giornale

Cari aspiranti diffusori,

se state vivendo un periodo di difficoltà economica potete far parte del nostro progetto senza problemi. Contattando la redazione allo 0552286348 o via mail su redazione@fuoribinario.org potete proporvi come diffusori nelle strade e nelle piazze fiorentine (e non solo) con il meccanismo raccontato qui accanto.

Fare lo strillone, vendere Fuori Binario, può permettervi di mettere insieme un po' di denaro e allo stesso tempo contribuire alla diffusione di un'informazione che ogni mese prova a raccontare, senza fake news, perché nella nostra città e nel nostro paese aumenta la povertà.

Avrete delle copie in omaggio per provare questa attività, conoscere altre persone, confrontarvi con loro, scambiarvi delle dritte.

Non perdete l'occasione: è facile, avrete un nostro tesserino di riconoscimento e continuerete a fare la vostra vita con la libertà di sempre.

La redazione di Fuori Binario

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  • difficoltà economica
  • informazione indipendente
  • povertà
  • appello

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Come sostenere giornale e associazioneRedazione · Servizio

Per abbonarti al giornale bastano 30 euro l'anno.

Puoi farlo su Paypal.me/fuoribinario o con un bonifico postale sul conto 20267506 o tramite l'IBAN: IT08 G076 0102 8000 0002 0267 506 intestati all'Associazione Periferie al Centro. La causale da usare è Abbonamento Fuori Binario e ricorda sempre di scrivere il tuo indirizzo a redazione@fuoribinario.org. Grazie!

Puoi inoltre scegliere di fare una donazione e ricevere a casa uno dei nostri regali:

  • Fino a 10 euro: 4 cartoline di Fuori Binario con disegni di Sergio Cerchi
  • Fino a 30 euro: 4 cartoline di Fuori Binario e pubblicazione tascabile a scelta
  • Fino a 50 euro: 2 libri tra le nostre pubblicazioni
  • Fino a 100 euro: 4 libri tra le nostre pubblicazioni
  • Oltre 100 euro: tutte le cartoline, il cd "Clochard" di Diego Moreno e 6 libri a scelta tra le nostre pubblicazioni.
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Dove trovare Fuori BinarioRedazione · Servizio
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  • Piazza Tasso, Piazza del Carmine: da Giovanni
  • Piazza delle Cure: da Totò
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  • Novoli e Peretola: da Filippo
  • Sant'Ambrogio, Stazione di Campo di Marte, Borgo San Lorenzo: da Nanu
  • Via Masaccio, Via Milanesi: da Robert
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