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IL RACCONTO
Un giorno in occupazione. Lo spettro
Fraska · Fuori Binario n. 234, Novembre 2021, pagina 13
Ho vissuto tra gli sfratti della vita con un senso di abbandono costante.
Prima mio padre mi cacciò violentemente dalle sue palle e mi dissi vabbè: una vita breve e intensa che finisce in una sega! Invece no… Mia madre mi accolse con gioia nel grembo ed io gustai il mio crescere e nutrirmi generosamente. Dopo qualche mese un improvviso sisma negli organi materni mi espulse fuori al mondo. Pensavo di morire mentre mani mi tormentavano, suoni e luci mi ubriacavano e disorientato finivo in una culla.
Effettivamente mi dovetti adattare, ma lo feci. Quella specie di nido riuscii anche a farmelo piacere: volti mi passavano davanti facendo facce buffe e sceme, gorgoglii uscivano dal mio corpo e braccia calde venivano ad accudirmi costantemente. Idillio! Potevo anche cagarmi addosso e qualcuno mi avrebbe ripulito. Insomma ero convinto di aver ormai una posizione soddisfacente nel mondo, con tutti quei dipendenti che si occupavano di me e, per ogni esigenza, li avevo tutti a disposizione ad ogni mio piccolo richiamo. Purtroppo ancora una volta mi ero illuso. Il mio potere non era assoluto e ben presto furono gli altri a pretendere da me sempre di più: dovevo camminare, parlare, obbedire e così via.
I miei orizzonti si allargavano e così anche il mio turbamento. Non capivo… non avevo ancora visto niente! A seguire, crescendo, ho poi quasi dimenticato quella sensazione di abbandono iniziale e come tutti ho rincorso il flusso della vita, con alti e bassi, con le sue sorprese. Andai avanti e di nuovo pensai di potermi conquistare una buona posizione nella società. Che poi quello che intendo è semplicemente non dover vivere nell'affanno, essere nella condizione di poter godere di ciò che il destino ci riserva, potersi immaginare e realizzarsi. No, non andò così.
Mi ritrovai pian piano intrappolato in una ragnatela di cui non mi ero accorto. Una tela che era stata tessuta accuratamente mentre io viaggiavo spensierato, ingenuamente convinto che male non fare, male non temere. Macchè, macchè… è il corpo il primo a subire.
Dopo aver subito l'estremo esilio, quello dal mio corpo per mezzo della morte, decisi di oppormi. Basta! "Non so in che modo, non so in che forma, ma io resterò qua su questa Terra!" così mi dissi.
Non avevo mai dato troppa importanza al tempo, anche guardando i capelli incanutiti degli altri compari non me ne sono mai curato. Come se il problema non mi toccasse e del resto la storia mi ha dato ragione. Sono partito giovane e non so bene per dove. Non pensavo di trovare una nuvoletta prenotata in cielo ed un'arpa già accordata per me nel coro degli angeli. Ma neanche di diventare uno spettro! Eppure, la mia volontà di ESSERE, mi fece questo scherzo.
Mi aggiro per le stanze, ma chi vedo non mi appartiene più, non fa parte del contesto in cui sono vissuto… dunque - chi sono io? Un fantasma (si direbbe).
Avevo abbassato la guardia, l'istinto primitivo di sopravvivenza mi aveva abbandonato ed impigrito. Mi feci sopraffare.
Che poi, vorrei spendere due parole sulle persone che si aggirano attorno a me… spettri anche loro? No? Non esistono neanche questi. Provate a cercarli all'anagrafe, cercateli nei censimenti o in qualsiasi cazzo di graduatoria… ahahah! Trovati? No! lo sapevo!
Dunque mi chiedo con quale criterio si distingue codesti personaggi da me.
Sicuramente gli sgomberi mi passano attraverso come tutto ormai (adesso più di prima). Purtroppo per chi ancora è fatto di carne ed ossa non si può dire altrettanto.
Il mio posto in questi locali è stato preso fisicamente da altri aspiranti viventi.
Quand'ero in vita ne ho viste tante, restaurazioni e rivoluzioni, ma che tempi strani sono questi… come si dice in gergo, questi locali che mi ospitano sono "infestati" e non solo da me medesimo. Potendo far poco più che osservare osservo e a volte spavento. Prima era una smania che mi prendeva a caso e spaventavo a tutto spiano, ma poi ho avuto le mie simpatie e mi sono raffinato nell'arte spettrale. Avendo fatto in vita distinzione tra vinti e vincitori mi è rimasta da morto la voglia di riparare a modo mio a qualche torto.
Perciò invito queste signore e questi signori che, con divise e vestiti buffi, si presentano di fronte questa dimora gridando di lasciare liberi i locali, ad andarsene altrove. Gli spazi ci sono. Lo so bene io che da quando ho preso coscienza ho vagato in qua e là.
Lasciate in pace i morti, ma a maggior ragione lasciate in pace chi cerca di vivere.
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- occupazione
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- senza dimora
- spettro
- diritto alla casa
Uscito sul numero 234 (Novembre 2021), a pagina 13. Leggi nel PDF · Sfoglia il numero
