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MILLEFOGLIE
Il leccio, un gigante sempreverde mediterraneo
Ilaria Morelli · Fuori Binario n. 234, Novembre 2021, pagina 10
Il leccio è uno degli alberi più comuni a Firenze e si trova dovunque: dalle Cascine ai viali che portano al piazzale, dalla Fortezza ai parchi delle ville storiche, dove, piantato in filari e opportunamente potato, può formare tunnel vegetali. Ne abbiamo testimonianza nella lunetta dell'Utens che raffigura l'originario giardino della villa medicea della Petraia a Castello, ma con una gita a Gambassi possiamo farne esperienza diretta nelle gallerie di leccio del Parco Comunale al centro del paese.
Prima che l'uomo ne riducesse la copertura a favore di campi coltivati o per utilizzare il legno in edilizia, imbarcazioni o combustibile, a dominare il paesaggio mediterraneo era il bosco di leccio. Albero molto resistente alla siccità, si adatta bene a ogni tipo di terreno ed è ancora la vegetazione tipica delle aree mediterranee dove rappresenta il principale componente arboreo. Produce frutti di cui si nutrono molti uccelli (come dice il nome, la ghiandaia ha una predilezione per le ghiande, che nasconde nel terreno come riserva favorendo così la dispersione dei semi e la crescita di nuovi esemplari) e mammiferi di ogni taglia: scoiattoli, topi, cinghiali e cervi. Sebbene poco appetibile, in carestia o indigenza questo frutto è stato utilizzato anche dall'uomo che lo ha sfruttato come succedaneo del caffè, in miscela con l'orzo e la cicoria, e per fare il pane di ghianda.
Come indica il nome scientifico Quercus ilex, il leccio appartiene allo stesso genere di rovere, roverella, cerro, tutte specie spontanee in Italia. È facile da distinguere in inverno perché è sempreverde a differenza delle altre querce che perdono le foglie. Pianta molto longeva, è capace di raggiungere dimensioni notevoli, come il leccio di Belmonte sopra l'Antella, con i suoi 500 anni, una chioma di 23 metri e un'altezza di 11, per il quale alcuni cittadini chiedono un'adeguata tutela.
Detto anche elce, è l'albero su cui s'arrampicava il barone rampante di Calvino: "I rami si sbracciavano, alti ponti sopra la terra".
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Uscito sul numero 234 (Novembre 2021), a pagina 10. Leggi nel PDF · Sfoglia il numero
