Archivio › Fuori Binario n. 234 · Novembre 2021 › pagina 6
DISEGUAGLIANZE
Il carcere è disumano, e a subirlo sono i poveri
La rieducazione del condannato non può restare una chimera. Le proposte della Campagna No Prison nella tappa fiorentina
Redazione · Fuori Binario n. 234, Novembre 2021, pagina 6
A che serve il carcere? A punire chi ha commesso un reato e a proteggere la società. In verità, il carcere ha un obiettivo in più: prevenire la trasgressione. Ed è l'obiettivo che il carcere attuale, in Italia e altrove, meno riesce a centrare. Chi esce dal carcere torna a commettere reati nel 70% dei casi. È la cosiddetta "recidiva", la certificazione del fallimento dell'idea carceraria.
Su questa base, il movimento "No Prison" propone di abolire il carcere, concepire nuovi modi di relazione con chi trasgredisce, stabilire nuove forme di giustizia. Sembra un'utopia, ma è un'utopia concreta, per certi versi urgente, come si è ben visto il 9 ottobre scorso, quando di No Prison si è discusso alle Piagge con Giuseppe Mosconi e Livio Ferrari, del movimento No Prison e autori del libro "Perché abolire il carcere" (edizioni Apogeo), con Elisabetta Zamparutti di Nessuno tocchi Caino (l'associazione che da tanti anni si batte contro la pena di morte), con Lorenzo Guadagnucci, giornalista e attivista, in un incontro moderato da Paola Springhetti, direttrice di Reti solidali.
Prima dell'incontro, Alessandro Santoro, il prete delle Piagge, ha guidato una camminata (chiusa con un concerto di Alessio Lega e degli stessi Mosconi e Ferrari) attraverso il quartiere per dare rilevanza e concretezza a una discussione sul carcere solo in apparenza visionaria. Circa il 10% dei detenuti nel carcere di Sollicciano sono cittadini delle Piagge, periferia dove il reddito medio non supera i 650 euro. Almeno 70 famiglie piaggesi hanno un congiunto in carcere; poi ci sono le persone agli arresti domiciliari e quelle in regime di sorveglianza speciale.
C'è un punto, nel Manifesto No Prison scritto a suo tempo da Livio Ferrari e dal compianto Massimo Pavarini, che mette nero su bianco ciò che alle Piagge - e in altri luoghi simili - si sperimenta ogni giorno: "Riflettete: è mai possibile che le carceri di tutto il mondo siano abitate al 90% solo e unicamente da persone povere? [...] la pericolosità criminale è distribuita equamente in tutte le classi sociali, ma a essere puniti e a finire in carcere sono prevalentemente coloro che godono di minore immunizzazione dal sistema penale, cioè coloro che sono economicamente, culturalmente e socialmente più deboli".
Il carcere si è dimostrato incapace di perseguire la missione che la Costituzione gli affida (Art. 27): "Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato". Il "riformismo" carcerario si è rivelato un'illusione. Il carcere, per la sua natura afflittiva, non riesce a "rieducare", nemmeno quando è gestito nelle forme più avanzate, e andrebbe quindi superato, almeno come risposta principale alla trasgressione delle norme.
Il dubbio è se con le democrazie in crisi, le discriminazioni diffuse, i muri che si alzano ai confini dell'Europa a segregare pezzi di umanità, tale progetto non appaia come una fuga in avanti di sognatori acchiappa-nuvole. Su questo punto non abbiamo certezze, se non la persuasione che la democrazia può essere salvata solo praticandola davvero e fino in fondo: in questo senso il Movimento No Prison, il suo progetto solo in apparenza inattuale, è parte integrante di una lotta più generale per i diritti universali e per l'uguaglianza da esigere e praticare qui e ora.
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Uscito sul numero 234 (Novembre 2021), a pagina 6. Leggi nel PDF · Sfoglia il numero
