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Fuori Binario n. 265

Settembre 2024 · 22 articoli · ISSN 2784-9384

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PrioritàCristiano Lucchi · Resistenze - Prima pagina

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Rubrica: RESISTENZE | Autore: Cristiano Lucchi

"Persino gli israeliani parlano di pogrom contro i palestinesi. I media tacciono e i governi continuano a mandare armi a chi li uccide". Alessandro Portelli

Julian Assange è stato perseguitato dal Sistema non tanto per aver reso accessibile materiale che il potere nasconde o per aver svelato l'indicibile su questo o quel politico. Assange è stato colpito per aver instillato il dubbio, con prove schiaccianti, che il Sistema odia i popoli e li usa semplicemente per riceverne un "consenso non informato" per finanziare le élite economiche attraverso guerra, corruzione, repressione.

In questa fase assurda della storia che ci capita di vivere, dove le armi hanno preso il sopravvento sulla ragione, dove chi viene ucciso dai "buoni" se l'è cercata (come da sempre ci ricorda la retorica fascista avvezza a spostare l'attenzione dall'aggressore alla vittima), è bene quindi ricordare una delle affermazioni chiave del fondatore di Wikileaks: le guerre servono a spostare le risorse raccolte con la fiscalità generale, e quindi destinate a finanziare lo stato sociale, verso quel "complesso militare-industriale" che lucra su morte, devastazione e successiva ricostruzione.

Se invece di farci coinvolgere come tifosi nel dibattito imposto sui valori nazionali da difendere, su come fermare le migrazioni di chi abbiamo impoverito, sulla preminenza dei confini sulla vita, riflettessimo sui destini delle nostre imposte, che si allontanano sempre più da scuola, sanità, previdenza (dai nostri diritti) per privilegiare la spesa militare, faremmo un favore a noi stessi e alle nostre intelligenze. Ai nostri occhi apparirebbe così la soluzione di tutti i mali: un tesoro da 2.443 miliardi di dollari l'anno (dati SIPRI 2023) - di cui una trentina italiani - pronti a far vivere in maniera soddisfacente l'intera umanità se solo non fossero destinati alla spesa militare.

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2Ritratti1 articolo
Rifiutare il nazismoClaudia Daurù · Controvento

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Rubrica: CONTROVENTO | Autrice: Claudia Daurù

Per fede e per coscienza, dissero no a Hitler. La resistenza solitaria di una coppia di austriaci

Quando nel 1933 Hitler arriva al potere, Franz Jägerstätter ha 26 anni. È un contadino pratico e benvoluto che vive in un paesino dell'Alta Austria. È una persona semplice, ha salde convinzioni religiose ma non è bigotto, ha l'abitudine di leggere, di farsi domande, di ragionare con la propria testa, di confrontarsi con la moglie Franziska e pochi amici.

Di fronte al dilagare del nazismo, che in soli 5 anni porterà l'Austria all'annessione al Terzo Reich e la Germania nel '39 ad invadere la Polonia, dando inizio al secondo conflitto mondiale, si chiede cosa stia portando l'Europa verso la guerra. Comprende che il nazismo si diffonde da un lato con la minaccia e la violenza esercitati dai nazisti di ogni livello, dall'altro con l'accettazione, da parte delle persone comuni, di mille compromessi che determinano il coinvolgimento di tutti nel sistema nazista: così decide di non cedere alla paura.

Al plebiscito per l'annessione dell'Austria al Reich, il suo è l'unico voto contrario del villaggio e, successivamente, non chiede ai nazisti quei favori che gli eviterebbero l'addestramento militare.

Le ragioni del suo rifiuto del nazismo e della guerra poggiano su un sentimento religioso vero e riflettuto. Condivide le idee di J.M. Gföllner, uno dei rari vescovi che si opposero al nazismo e che, nel 1933, in una lettera ai fedeli scrisse: "Il nazionalismo è afflitto da materialistico delirio razzista, da nazionalismo ateo, da una visione nazionalista della religione, da finto cristianesimo; pertanto rigettiamo il suo programma religioso. Tutti i cattolici fedeli devono rifiutarlo e condannarlo … è impossibile anche essere buoni cattolici e veri nazionalsocialisti".

Gföllner rimase sempre coerente ma nella Chiesa molti sottovalutarono il nazismo e molti lo sostennero in silenzio o apertamente. Coloro che si opposero furono minacciati, incarcerati, inviati ai lager; in breve scomparvero dalla circolazione. Del resto il Reich voleva liberarsi dell'influenza di tutte le Chiese e lo fece asservendole, minacciandole, neutralizzandole.

Al ritorno dall'addestramento, Jägerstätter decide che non avrebbe combattuto e, nel tempo che precede la chiamata alle armi (nel febbraio 1943), si pone molte domande, mettendo per iscritto i suoi pensieri. Tra questi troviamo: "Oh noi povero popolo tedesco, accecato dalla mania di grandezza, riusciremo a tornare alla ragione? … questa guerra che noi tedeschi stiamo conducendo contro quasi tutti i popoli e le nazioni della terra forse è scoppiata improvvisamente, come una terribile tempesta, e quindi non si può fare altro che guardare impotenti la grandine, al massimo pregare che smetta presto? Quasi tutti noi sapevamo dai giornali, dalla radio, dai raduni …ciò che Hitler voleva attuare…". E poi ancora: "È una presa in giro chiedere a Dio la pace quando non la vogliamo affatto, perché altrimenti dovremmo deporre finalmente le armi".

Inoltre sulle connivenze della chiesa con il nazismo Franz scrive: "Vorrei vedere dei cristiani che riescono a resistere nei tempi bui con lucidità, calma e sicurezza, che si oppongono con letizia e spirito di servizio all'assenza di pace e di gioia, all'egoismo e all'odio; che non sono canne sbattute dal vento, che non stanno a guardare cosa fanno i camerati e gli amici, ma che si chiedono cosa insegna la fede e cosa dice la loro coscienza".

Nel febbraio 1943 arriva la chiamata alle armi. Franz si presenta alla caserma e dichiara che, come cristiano, non può servire Hitler né combattere. Trasferito al carcere di Linz si rende disponibile per un servizio in sanità ma non viene ascoltato. A luglio è processato e condannato a morte. Il 9 agosto 1943 viene decapitato.

In quel momento Franziska, lontana centinaia di chilometri, sente una forte emozione tanto da annotare l'ora.

I preti che fino all'ultimo cercano di convincerlo ad andare al fronte usano due argomenti: il buon cristiano deve obbedienza all'autorità politica e religiosa e la responsabilità non è dei singoli ma dei superiori. A queste critiche Franz risponde, con le parole e i fatti, affermando il valore della libertà di coscienza, della responsabilità personale, della coerenza.

Franziska – che più di ogni altro lo ha compreso e sostenuto – rimane sola con le tre figlie, isolata per decenni, osteggiata e ritenuta responsabile di non aver dissuaso il marito dalle sue scelte. L'Austria democratica per anni non riconobbe alcun sostegno alla famiglia, e la Chiesa – interessata ad una pacificazione sostanzialmente basata sulla rimozione – per anni non volle si parlasse di lui o lo si portasse ad esempio.

Solo alla fine degli anni Sessanta la sua storia ha cominciato a riemergere e a solo partire dagli anni 2000 il Vaticano ha avviato il processo di beatificazione che si è concluso nel 2007, quando Franz è stato dichiarato Beato.

Due libri e un film

Una storia d'amore, di fede e di coraggio, Franz e Franziska Jägerstätter di fronte al nazismo, a cura di Giampiero Girardi e Lucia Togni, Il pozzo di Giacobbe, Trapani, 2013.

Erna Putz, Franz Jägerstätter. Un fulgido esempio in tempi bui, Il pozzo di Giacobbe, Trapani, 2023.

Hidden life [La vita nascosta], film del 2019 scritto e diretto da Terrence Malick.

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3Guerra1 articolo
Lo sterminio di GazaFelice Simeone · Guerra

!Guerra

Sezione: GUERRA | Autore: Felice Simeone

Sono 243.400 le morti stimate nella striscia attaccata da Israele. L'analisi è della rivista medica The Lancet. A far innalzare il numero delle vittime contribuiscono epidemie, fame e disservizi. Si parla apertamente di "domicidio", distrutte circa il 60% delle abitazioni

A quasi un anno dall'inizio della guerra il numero delle vittime causate dai bombardamenti israeliani sulla striscia di Gaza, seguiti agli attentati del 7 ottobre del 2023, è noto solo approssimativamente. Il Ministero della Sanità di Gaza ha potuto contare, fino ad oggi (agosto 2024), circa 38.000 vittime: di questi, 14.000 sono bambini. Questi numeri sono stati contestati dal governo Israeliano, ma l'ONU, il governo degli Stati Uniti e lo stesso Mossad li considerano attendibili. I dati forniti dalle autorità di Gaza provengono in massima parte dagli ospedali e contano solo morti accertati, ossia, quelli di cui sono stati trovati i cadaveri registrati da qualche istituzione. Ad oggi si stima che circa altri 20.000 morti giacciono sotto le macerie; di questi, 10.000 sarebbero bambini. Altrettanti bambini risultano dispersi: molti sono stati sfigurati o mutilati, altri sono stati rapiti o arrestati, gli altri persi nel caos della guerra. I feriti morti nel deserto nel tentativo di allontanarsi dai bombardamenti non entrano nel computo dei morti provocati dagli attacchi.

Già nel 2017, due giornalisti del New York Times, Azmat Khan e Anand Gopal, hanno documentato la sistematica sottostima dei morti causati dagli attacchi della coalizione guidata dagli USA nella guerra contro l'ISIS in Iraq a partire dal 2014 (The uncounted). Sebbene condotta in contesto diverso, questa inchiesta ci è utile per capire il modo di operare delle autorità militari che non vanno mai a verificare sul campo gli effetti di un attacco: ragionano solo in termini di obiettivi e non hanno interesse a documentare ciò che il raggiungimento di un solo obiettivo comporta. A Gaza, lo scopo dichiarato dei bombardamenti su case, scuole, e ospedali sarebbe quello di uccidere combattenti di Hamas; spesso si tratta di semplici sospettati, identificati, come ha rivelato la rivista israeliana +972, da algoritmi di intelligenza artificiale sulla base di tracce digitali, come, ad esempio, il segnale del telefonino. Questi algoritmi sono ciechi a tutto ciò che si trova intorno al sospettato, sia che si tratti di una scolaresca, sia che si tratti di malati in una corsia di ospedale.

Questo è anche il motivo di ciò che molti osservatori hanno definito "domicidio", cioè la distruzione sistematica di edifici: la Banca Mondiale ha riportato che il 60% delle abitazioni di Gaza non esiste più: per gli sfollati è quasi impossibile trovare riparo. L'Organizzazione Mondiale della Sanità ha riportato che 19 dei 36 ospedali di Gaza sono fuori servizio; gli altri non sono pienamente funzionanti. L'organizzazione Save The Children ha raccolto testimonianze di genitori che evitano di portare i propri figli feriti in ospedale perché li reputano luoghi estremamente pericolosi. Questa situazione ha portato ad una grave e diffusa indigenza: al 96% di madri e bambini tra i 6 e i 23 mesi non è assicurata la sussistenza alimentare minima, e non meno di 50.000 bambini necessitano di interventi contro la malnutrizione (dati ONU). In totale, la FAO stima che più di 1 milione di persone si trova in "condizioni catastrofiche di insicurezza alimentare".

In una lettera pubblicata a Luglio 2024 dalla prestigiosa rivista medica The Lancet, tre affermati studiosi di salute pubblica hanno stimato che questo stato di cose potrà portare il numero dei morti a 190.000. È come se Firenze venisse svuotata di tre quarti dei suoi abitanti. Se mai un giorno i bombardamenti dovessero cessare, questa catastrofe (umana, sociale, politica) sarà il punto d'inizio di un lunghissimo dopoguerra quando fame, epidemie, disservizi potrebbero fare più morti delle bombe.

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4Fine pena mai1 articolo
Galere in fiammeFrancesco Martinelli · Fine pena mai

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Sezione: FINE PENA MAI | Autore: Francesco Martinelli

63 suicidi dall'inizio dell'anno: la reclusione è insopportabile per chi da una cella rovente non vede prospettive di futuro

Dall'inizio dell'anno 2024 ad oggi sono stati contati 63 suicidi all'interno delle patrie galere italiane. Fate un esercizio e paragonate questo dato alle morti causate da una delle tante guerre del mondo. Bravi! È una guerra con poche vittime! Peccato che siano tuttx civili che hanno preferito la morte piuttosto che la galera. C'era forse qualcosa che li spaventava così tanto da rinunciare alla vita? Si stavano forse reintegrando così tanto nella società che qualcuno o qualcosa gli ha fatto pensare che forse non ne valeva la pena? Non credo, soprattutto parlando con chi dal carcere ne è uscito.

Si dice che le proteste degli ultimi mesi siano dovute al caldo e, dato che la capienza delle carceri è molto sotto il reale numero degli occupanti, non lo metto in dubbio. Ma il trattamento che i detenuti e le detenute subiscono è degradante e se qualcuno si rifiuta di entrare in cella è effettivamente legittimo. Non solo perché ci si scotta i piedi nei quattro metri quadri di cemento. La penitenziaria talvolta per dispetto accende quei termosifoni che d'inverno non funzionano (ne siamo stati testimoni diretti!). Non è questo che però alza la temperatura. Negli ultimi tre mesi le proteste nelle carceri sono dilagate dal sud al nord come un vento sahariano.

Si parla di educazione e reinserimento, per chi ha la fortuna di uscire, ma chiedendo ai detenuti e alle detenute tornati in libertà cos'è che effettivamente gli manca, questa è la possibilità reale di ritrovare un posto nel mondo esterno. Se c'è una recidiva del 70% in Italia, secondo me è perché chi esce da queste istituzioni non ha mezzi. Hai voglia a fare programmi Ser.d. e co. Hai voglia a essere il carcerato modello, seguire percorsi psicologici o lavorativi e avere amici. Per carità, tutto fa, a volte questi mediatori sono davvero importanti, ma anche se uno prende una laurea, è inutile se non gli è data la possibilità di esprimersi. Sante Caserio nel 1893 era un semi analfabeta eppure le sue idee erano molto chiare. Da allora non è cambiato molto. Quando si esce dal carcere si scopre che alcuni dei percorsi seguiti non contano nulla. Conta invece, e pesa molto, il fatto di essere un ex detenuto.

Inoltre, tra sovraffollamento e isolamento c'è una situazione di disagio che i garanti e i direttori carcerari non riescono a risolvere e le statistiche di cui prima ne sono la conferma. I/le detenutx che vivono in queste condizioni disumane finiscono per perdere le speranze e trascinarsi in un'apatia che spesso purtroppo si traduce in disinteresse per sé stessi.

Personalmente credo negli strumenti e non nella rieducazione. Non si cancella una vita, ma la si può arricchire. Un abbraccio a tutte le sorelle ed i fratelli detenuti, vi aspettiamo fuori con la speranza di non rientrare anche noi con la recidiva. Vi voglio bene.

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Il \"carcere sicuro\" del ministro NordioQuarticciolo Ribelle · Fine pena mai

!Carcere

Sezione: FINE PENA MAI | Autore: Quarticciolo Ribelle

Il governo assume mille agenti in più, mentre vara altre misure repressive che affolleranno prigioni, istituti minorili e CPR

Di fronte alla gravissima situazione del sovraffollamento e del numero enorme di suicidi in carcere, e dopo l'appello di Mattarella e dei garanti dei detenuti, il governo Meloni si è trovato costretto a dare pubblicamente un segnale sul tema convertendo in legge il decreto "carcere sicuro" del ministro della giustizia Nordio.

Ma dietro al nome di questo decreto non c'è nessun "carcere sicuro", ossimoro che di fronte alla strage in corso suona come una provocazione.

Il solo intervento sostanziale è l'assunzione di mille agenti di polizia penitenziaria. Questo non ci stupisce, dato che le uniche voci ascoltate, e a cui viene dato spazio dai media sulla situazione delle carceri, sono quelle dei sindacati di polizia. Gli agenti della penitenziaria puntualmente sono rappresentati come le vittime del sistema detentivo.

Inoltre nelle carceri c'è una carenza enorme di psicologi e operatori, tanto che le attività alternative per i detenuti spesso non sono garantite. In termini numerici, c'è una preoccupante sproporzione fra i sorveglianti e queste figure. Questo decreto non fa che aumentarla.

Le misure per combattere il sovraffollamento sono pressoché inesistenti. Viene soltanto stilato un albo delle comunità che potranno ospitare alcuni detenuti: con residuo di pena basso, persone con dipendenze e per alcuni tipi di reati minori.

Se non bastasse, si rende ancora più duro il regime del 41bis, scesa l'attenzione sul tema dopo il lungo sciopero della fame di Alfredo Cospito, e le conseguenti prese di parola e mobilitazione da parte di diversi pezzi della società sul tema.

Mentre scriviamo siamo a 63 suicidi nelle carceri a partire da gennaio (erano stati 70 in tutto il 2023). Le cifre sul sovraffollamento sono spaventose, con 14.000 detenuti in più di quelli che i penitenziari potrebbero regolarmente contenere.

Dal carcere di Regina Coeli al Mammagialla di Viterbo, da Poggioreale a Vercelli, dal minorile di Roma a quello di Milano, solo per citarne alcuni, la popolazione carceraria con coraggio e dignità sta protestando contro le condizioni disumane in cui è costretta a vivere.

Un altro tema caldo è la custodia cautelare: per alcuni membri del governo la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato il caso di Giovanni Toti, ex presidente della Regione Liguria finito sotto inchiesta per gli affari legati al porto di Genova, piuttosto che l'enorme numero di persone detenute nelle carceri in attesa di processo. Giorgia Meloni ha affermato: "Non voglio sentir parlare di svuota carceri, la ricetta è sempre la stessa: costruire nuovi centri penitenziari e stringere accordi per far scontare la pena nei Paesi d'origine dei detenuti".

Intanto si discute il DDL 1660, l'ennesimo decreto sicurezza, che minaccia di inasprire le pene verso chi protesta e lotta nelle carceri e fuori e che, insieme ai precedenti pacchetti sicurezza, al Decreto Caivano e Cutro, riempirebbe fino a scoppiare carceri minorili e non, così come i CPR, i centri di detenzione per le persone migranti.

Di fronte a questa barbarie, oltre a continuare a dichiarare la nostra vicinanza a chi vive in condizioni di detenzione disumane, crediamo sia importante discutere e attivarsi per costruire una società che del carcere non abbia bisogno. Perché di carcere non si deve morire, perché di carcere non si può vivere!

Quarticciolo Ribelle è attivo, nell'omonimo quartiere romano, nella costruzione di reti sociali mutualistiche.

Immagini dalle carceri di San Vittore (Milano), Regina Coeli (Roma), Sollicciano (Firenze), realizzate da Pietro Snider per Next New Media e Antigone.

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6Cultura1 articolo
Nasce Rivista ContadinaRivista Contadina · Cultura

!Cultura

Sezione: CULTURA | Autore: Rivista Contadina

Produrre cibo nel rispetto di persone e natura. Mobilitazione contro i nuovi OGM, agroecologia, rigenerazione dei suoli e cambiamento climatico, ma anche le ragioni delle proteste degli agricoltori e i limiti delle politiche europee. Il dibattito è quanto mai aperto, ancora una volta nel nome della convergenza

Festeggiamo la nascita di "Rivista Contadina - Terra, cibo, ecologia", il cui numero 1 è uscito a giugno in tutta Italia come supplemento di Fuori Binario in attesa della registrazione in tribunale. Alle redattrici e ai redattori di Rivista Contadina vanno i nostri migliori auguri per un prospero e dibattuto avvenire. Visitate Rivistacontadina.org per saperne di più, intanto vi proponiamo un estratto dell'editoriale di presentazione.

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Esistono modi diversi di produrre, distribuire e consumare il cibo. Esistono sistemi alimentari che impoveriscono i suoli, fanno un uso elevato di fertilizzanti, diserbanti e insetticidi chimici, inquinano l'aria e l'acqua; sistemi alimentari nei quali i produttori e le produttrici sono subalterni/e a grandi corporation multinazionali che controllano i semi, le tecnologie, i capitali; nei quali le condizioni di lavoro e di vita dei e delle braccianti, spesso migranti, sono drammatiche; nei quali il cibo si sposta a grandi distanze e la distribuzione è dominata da poche grandi catene di supermercati. Questi sono i sistemi dominati dalla logica del profitto, dal capitalismo avanzato. Esistono invece sistemi alimentari nei quali i produttori e le produttrici sono attente/i alla rigenerazione dei suoli e coltivano piante e allevano animali cercando un equilibrio rispettoso degli altri esseri viventi; sistemi alimentari nei quali produttori e produttrici, assieme a consumatori e consumatrici, costruiscono comunità che, a partire dal cibo, cercano una propria autonomia nella riproduzione dei semi, nella preparazione di tecnologie, nel reperimento dei capitali; sistemi alimentari che cercano di garantire la dignità di tutte e tutti coloro che lavorano la terra; nei quali il cibo viene consumato il più possibile vicino al luogo di produzione, attraverso una piccola distribuzione fatta di mercati contadini, gruppi di acquisto solidale, comunità di supporto all'agricoltura, empori cooperativi.

Pensiamo da un lato ai sistemi alimentari di molti popoli "nativi" e dall'altro lato ai modi di produrre cibo di chi oggi cerca una via di uscita alle crisi attuali. Certo, perché il mondo è oggi attraversato da tante crisi e questioni drammatiche: le guerre, anzitutto; le questioni ambientali dovute all'inquinamento, all'esaurimento delle risorse, alla perdita di biodiversità, al cambiamento climatico di origine antropica; le crisi economiche e le crisi energetiche, spesso legate ai conflitti, ma anche alla transizione da fonti fossili a fonti rinnovabili; la questione migratoria, per cui le persone che si spostano, rischiano la vita e sono costrette ad affrontare patimenti e umiliazioni.

L'agricoltura, la terra, il cibo sono legate a molte di queste crisi globali. Il modo con cui il cibo viene prodotto, distribuito e consumato può contribuire ad aggravarle o ad alleviarle. Per questo "terra, cibo, ecologia", ovvero il sottotitolo che abbiamo dato a questa "Rivista contadina", non riguardano soltanto l'agricoltura e l'alimentazione. Negli ultimi decenni è cresciuto, nel mondo e in Italia, un vasto movimento di persone che hanno compreso la portata di queste sfide, di queste crisi, di questi rischi, e che mettono in pratica modi al contempo antichi e nuovi, ma più consapevoli, per coltivare la terra e produrre, distribuire e consumare il cibo. Agricoltori che producono da anni con metodi biologici, spesso insofferenti alle certificazioni, o che convertono le proprie aziende per coltivare in maniera più sostenibile e autonoma; giovani che cercano nella terra un modo di vivere più sano e sensato; braccianti che si mobilitano per chiedere salari più dignitosi o per produrre in autogestione; consumatori e consumatrici che si auto-organizzano per acquistare cibo sano, sostenendo chi produce e chi lavora; cooperative, comunità, associazioni, gruppi di acquisto solidale... Un movimento consapevole delle proprie ragioni. Un movimento che però è ancora frammentato, disperso, non rappresentato da nessuna delle maggiori organizzazioni di categoria degli agricoltori né dalle organizzazioni sindacali. A questo movimento si rivolge in primo luogo questa rivista, come strumento di informazione, elaborazione, divulgazione, ma anche di discussione tra visioni differenti. Uno strumento libero e indipendente, profondamente radicato e attento a quello che accade, a livello locale e a livello globale.

La rivista nasce dalla volontà e dall'incontro di persone che fanno mestieri diversi per vivere: contadine e contadini, che faticosamente sottraggono tempo al lavoro dei campi per leggere, studiare, scrivere; consulenti agronomi/e, che si sforzano di mettere al servizio delle aziende agricole i propri saperi e di farli crescere nel confronto con chi lavora la terra; ricercatrici e ricercatori in scienze sociali e politiche, animate/i dalla voglia di mettere alla prova le ipotesi su cui fanno ricerca; persone che, oltre a questo, hanno anche altre occupazioni – insegnanti, educatori/trici, operatori/trici sociali o all'interno di associazioni e Ong. Tutte e tutti in vario modo impegnate/i come attiviste/i, dentro reti alimentari contadine, nelle quali si prova a praticare collettivamente – spesso faticosamente, ma anche con gioia e convinzione – quei principi che vorremmo fossero alla base dell'agricoltura e del cibo del futuro. Persone che potete incontrare nei mercati contadini, luoghi che sono un punto di incontro, confronto, scambio di cibo e cultura. Per costruire un mondo nuovo e basato sui principi della dignità, della solidarietà, della giustizia sociale e ambientale, dell'agroecologia, senza discriminazioni dovute alla provenienza, al genere e all'orientamento sessuale e religioso, c'è bisogno di progetto, di impegno, di pratica, di confronto, di studio, di formazione, di discussione, di apprendimento dai propri errori. Di organizzazione e di lotta. Con questa rivista intendiamo dare il nostro – certamente modesto – contributo a questa elaborazione, a questo lavoro comune.

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7Contenzione2 articoli
Quell'antico vizio di legare i malatiBeatrice Montini · Contenzione

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Sezione: CONTENZIONE | Autrice: Beatrice Montini

Prima della battaglia per far chiudere i manicomi (che poi portò all'approvazione della legge 180 nel 1978), Franco Basaglia aveva combattuto contro la contenzione meccanica delle persone con problemi psichiatrici. Tuttavia la pratica di legare al letto le persone, ancora oggi, avviene praticamente in tutti gli Spdc italiani. Solo in 15 su 329 non si attua. La contenzione si usa anche sugli anziani nelle Rsa e sui pazienti ritenuti troppo "agitati" negli ospedali. "È la cosa più facile da fare, viene ritenuta normale anche se è abominevole, ma le alternative ci sono e funzionano", ci dicono dal Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud di Pisa, che da anni denuncia i maltrattamenti nel sistema psichiatrico italiano. "Durante il processo per gli abusi contro i degenti della Stella Maris – ci spiegano sempre dal Collettivo – è stato raccontato, come se fosse una cosa normale, che quando qualcuno degli ospiti diventava particolarmente ingestibile veniva giocata la carta del tappeto contenitivo: il paziente viene immobilizzato e arrotolato dentro un tappeto. In quel caso, ha raccontato un testimone al processo, i tappeti venivano addirittura portati da casa o comprati all'Ikea".

Il processo per i maltrattamenti alla Stella Maris è ancora in corso.

Segnaliamo infine la trasmissione "Diario di Città" della nostra Emanuela Bavazzano [Novaradio https://bit.ly/3MkOe0W]. Nella puntata del 9 luglio scorso intitolata "Il pericolo della cura" potete ascoltare l'intervento di Sondra, madre di Mattia Giordani, vittima dei maltrattamenti perpetrati nella struttura Stella Maris, e un approfondimento sulla medicalizzazione in ambito scolastico con il sociologo Luca Negrogno e con un insegnante di sostegno e membro del collettivo antipsichiatrico Antonin Artaud.

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Il diritto in camicia di forzaGuido Leoni · Contenzione

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Sezione: CONTENZIONE | Autore: Guido Leoni

"Ho chiesto aiuto e mi hanno legato": la testimonianza di un paziente psichiatrico, punito per aver notato una mancanza

Agosto. La mia gatta mi guarda spaventata mentre mi infilo nervosamente le scarpe, non so neanch'io cosa sto facendo. Sono agitato, questa è l'unica cosa sicura. Un principio di panico, sto di nuovo pensando al suicidio. La statistica dice che le persone affette da disturbo bipolare hanno una probabilità 15 volte maggiore del resto della popolazione di farsi fuori. Anche su questo, una sola cosa evidente: una sofferenza impossibile da gestire da soli.

Nella mia ventennale carriera di paziente ho incontrato operatori con cui mi sono trovato bene o meno bene, ma non sono mai arrivato a dubitare della loro buona fede.

Cinque anni fa ho chiesto il solito Trattamento Sanitario Volontario. Il Servizio Psichiatrico Diagnosi e Cura dove mi trovavo era gestito dalla mia stessa dottoressa. Era molto brava, mi aveva cucito addosso una robusta terapia farmacologica. In un anno non mi ha mai chiesto come stavo.

Reparto rigorosamente 'restraint', vale a dire tutto chiuso a chiave (non è scritto da nessuna parte che debba essere così), gocce a iosa per addormentarci anche di giorno, nessuna parola di conforto, presenti anche operatori aggressivi a prescindere. Novità: perquisizione e sequestro sistematico delle sigarette. Se volevi fumare dovevi fare il/la bravo/a.

Un pomeriggio ho notato una porta finestra spalancata. Il corridoio era vuoto, non mi vedeva nessuno. Ho dato un'occhiata fuori. Sono andato a riferire il tutto a un infermiere, che mi ha condotto dallo psichiatra di turno, il quale ha stabilito che avevo spezzato i tre lucchetti con le mani. Non sapevo di essere nipote di Houdini!

Questo "medico dello spirito", per non prendersi la responsabilità di quanto accaduto, ha decretato la mia contenzione.

Sono stato trasferito in un altro SPDC tramite ambulanza, con i soldi dei contribuenti, e legato stretto per tutta la notte.

Io sono rinomato per la mia adesione ai trattamenti, ovvero non mi ribello alle terapie farmacologiche (ho un fegato in steatosi a 40 anni per questo). Vengo definito un ESP (paziente esperto). Eppure, senza una ragione valida, mi hanno legato e si è abbattuta su di me la sospensione dello stato di diritto.

Tutto questo è successo cinque anni fa. Da allora ho perso il mio unico rifugio d'emergenza, lo SPDC appunto. Di mia volontà non ci tornerò di certo. Non chiederò ancora aiuto, se questo è l'aiuto.

Altro capitolo è lo stigma interno, quali sono le mie colpe per ricevere un simile trattamento? E dove è finita la cura con le parole?

Anche la mia gatta sarebbe curiosa...

Ringrazio questo periodico che dà voce a chi dovrebbe averla e di solito non ce l'ha.

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SPDC, cosa sono

Spdc è una sigla che sta per Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura. In estrema sintesi si tratta di un reparto ospedaliero dedicato ai pazienti psichiatrici: qui vengono ricoverate le persone che hanno una crisi, un tracollo psicologico o si trovano in una fase psicopatologica acuta.

Si accede agli Spdc in due modi: volontariamente (i ricoveri volontari sono detti TSV) o in maniera obbligatoria (con il TSO, trattamento sanitario obbligatorio). In questo secondo caso, per procedere al TSO è necessario un provvedimento emanato dal sindaco del comune dove si trova la persona da ricoverare, certificato da due medici (di cui uno dell'Asl), con l'ok del giudice tutelare.

Gli Spdc in Toscana sono trenta, di cui tre a Firenze (S. Maria Nuova, S. Giovanni di Dio, Ponte Nuovo). In questi reparti, come si può leggere sul sito della Regione dedicato alla salute mentale, si effettuano (o si dovrebbero effettuare) "terapie farmacologiche, di sostegno psicologico, attività di gruppo di tipo psicoeducativo". (b.m)

  • SPDC
  • TSV
  • TSO
  • contenzione meccanica
  • paziente psichiatrico
  • disturbo bipolare
  • suicidio
  • salute mentale

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Povertà: le nuove istituzioni dell'Ue messe alla provaEnrico Panero · Storie

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Sezione: STORIE | Autore: Enrico Panero (Scarp de' tenis)

L'aumento della povertà lavorativa, l'inadeguatezza dei sistemi di protezione sociale e il mutevole mercato del lavoro contribuiscono a livelli allarmanti di povertà in tutta Europa, con 95 milioni di cittadini che affrontano la lotta per sopravvivere. Persistono inoltre disuguaglianze sistemiche, che minano i principi di uguaglianza e solidarietà su cui è fondata l'Ue. La Rete europea di lotta alla povertà (Eapn) chiede quindi alle nuove istituzioni europee "un'azione urgente per creare una società più giusta ed equa", nonostante il quadro politico uscito dalle elezioni europee dello scorso giugno non sia dei più favorevoli a questo scopo. L'Eapn ritiene necessaria una strategia europea globale per affrontare la natura multiforme della povertà, "che va oltre i fattori economici per comprendere questioni sociali, politiche e sistemiche", nella convinzione che "investire in un reddito minimo dignitoso significa investire nell'economia". È poi richiesto un approccio globale che affronti le radici strutturali e sistemiche dell'esclusione sociale, integrando le politiche sociali nelle politiche climatiche e digitali al fine di "creare una transizione che non promuova solo la crescita economica, ma favorisca anche l'equità sociale e la sostenibilità ambientale". Per garantire alloggi "accessibili, dignitosi e adeguati", secondo l'Eapn andrebbe istituito un apposito Fondo europeo che dovrebbe dare priorità alla creazione e al mantenimento di alloggi a basso costo adeguati. Così come vanno garantiti dall'Ue "l'accesso universale alla nutrizione essenziale" e misure per l'accesso universale all'assistenza sanitaria di qualità. "Dare priorità all'accesso a questi servizi è fondamentale per consentire agli individui di partecipare pienamente alla società".

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  • Unione Europea
  • EAPN
  • reddito minimo
  • disuguaglianze
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  • protezione sociale
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Via Incontri ritorna all'abbandonoClara Baldasseroni · Storie

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Sezione: STORIE | Autrice: Clara Baldasseroni

Di nuovo sgomberata la colonica che ospitò anche Casa Gabriella

Il 4 luglio, in piena estate, è avvenuto un altro sgombero che ha svuotato la palazzina di via Incontri, in zona Careggi.

Una colonica abbandonata con una storia importante, quella dell'occupazione "Casa Gabriella" avvenuta nei primi anni Settanta. Gabriella Bertini era affetta dall'età di 13 anni da una malattia spinale, che l'aveva costretta su una sedia a rotelle. Aveva occupato quella casa per avere un'abitazione e allo stesso tempo creare un punto d'appoggio e uno spazio sociale per altre persone come lei, favorendo l'accessibilità all'unità spinale del vicino ospedale, ottenuta grazie alle contestazioni del '68. Gabriella partecipò anche al progetto Vita indipendente, per poter vivere in maniera autodeterminata, tanto che cercava di ottenere più fondi a questo scopo, non solo per sé ma per tutti quelli che erano nella sua stessa situazione.

Nell'ottobre 2023, dopo due anni di abbandono dall'ultimo sgombero, la colonica di via Incontri era stata di nuovo occupata. Lì si sono svolte diverse attività sociali - mostre, proiezioni, lavori di ripristino, raccolta frutta - coinvolgendo anche il quartiere.

Ecco come si erano presentati questa volta gli occupanti: "In un periodo storico in cui l'affitto pesa metà del salario, occupare non è solo giusto ma anche doveroso. Negli ultimi anni la governance cittadina non è stata mai capace di fornire risposte all'emergenza abitativa e alla carenza endemica di spazi sociali. Noi, dal canto nostro, sprovvisti dei grandi capitali che soli permettono di intraprendere iniziative in questa città, ci arrangiamo con l'unica pratica che ci risulta percorribile: l'apertura e la cura degli spazi abbandonati, per restituirli all'uso sociale e alla collettività. Passate a trovarci per proporre iniziative o informarvi sui progetti". Il primo sgombero dell'era Funaro ha mandato in fumo questi progetti.

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  • sgombero
  • Casa Gabriella
  • Careggi
  • via Incontri
  • emergenza abitativa
  • spazi sociali
  • autogestione

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Madre coraggioCristina Niccoletti · Storie

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Sezione: STORIE | Autrice: Cristina Niccoletti

Storia di Giulia, in strada con un figlio neonato per sfuggire a un destino di violenza: "Ho fatto di tutto per tenerlo con me"

Mi sono fatta coraggio. Con aria che vorrebbe apparire distaccata e professionale comincio a fare domande.

"Iniziamo l'intervista. Presentati, Giulia!"

"Presentarsi, che cosa buffa da fare, ci incrociamo da tanti anni, ma non ci siamo mai soffermate a chiacchierare". Giulia inizia a parlare, alleggerendomi il lavoro. "Da venti anni sono senza dimora, ne ho passate tante, da dove vuoi che inizi?" Lascio che parli lei, accantono le mie domande. "Sono stata abbandonata". Insiste perché io usi questo termine.

Rimasta incinta giovanissima, ha fatto una scelta molto impegnativa, se si pensa che i genitori le hanno imposto un'unica scelta: abortire per poter rimanere in casa o arrangiarsi fuori. Il primo anno va a vivere a Roma dai suoceri, con il padre del bambino. Un disastro: la suocera cocainomane, il suocero alcolizzato e il ragazzo affetto da disturbo bipolare e anche lui con problemi di dipendenze. "Ero terrorizzata, non potevo uscire con le amiche, non potevo nemmeno salutare i vicini o sorridere per la gelosia di lui. Per salvarmi ho capito che l'unico modo era scappare di notte, cosa difficile perché al piano di sotto dormiva mio suocero, separato in casa dalla moglie". E con un sorriso mi dice "Ci sono riuscita".

Ma il sorriso svanisce quando inizia a raccontare il suo calvario. "Con uno zaino per me e uno molto più grande per il bambino ho portato i pacchi dei pannolini e tutto quello che poteva servire nell'immediato. La prima notte siamo stati in una stazione e in quel momento mi sono convinta che non sarei mai riuscita a dargli un futuro. Il giorno seguente mi sono presentata all'associazione Il Melograno" [un'associazione di promozione sociale che opera dal 1983 nel sostegno alle donne durante la gravidanza, il parto, il puerperio e la prima infanzia, ndr].

"Decido, di testa mia, di incontrare anche i servizi sociali, sperando in un sostegno. Ma già durante il primo incontro non ci girano molto intorno: il bambino va dato in adozione. Chiedo delle alternative, che non sono nemmeno prese in considerazione. Mi sono sentita giudicata, hanno pensato già in partenza che non sarei stata una mamma. Quindi sono tornata al Melograno e in tutti questi anni ho fatto di tutto per tenere mio figlio con me. Proprio di tutto".

"E ora?" chiedo commossa.

"Nessuno ci crederebbe – mi sorride orgogliosa – il bimbo è diventato grande e sono riuscita a farlo studiare, è bravo ed è orgoglioso di me".

Viva il coraggio e chi lo sa portare.

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9Città nascosta2 articoli
Turismo: ricchezza per chi?Lorenzo Villani · Gentrificazione

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Sezione: GENTRIFICAZIONE | Autore: Lorenzo Villani / perUnaltracittà

Altro che locomotiva dell'economia: un rapporto Irpet rileva in Toscana lavoro precario e salari da fame

Nel solo 2022 il turismo a Firenze ha prodotto 3 miliardi e mezzo di euro (analisi Federalberghi). Che fine fa questa ricchezza? La risposta è che non viene redistribuita. Basti pensare al settore della ristorazione nel quale imperano lavoro povero e salari da fame. Nei ristoranti toscani due part time su tre sono imposti, ciò espone circa la metà dei lavoratori del settore turistico in una condizione di part time involontario di massa (analisi Istel e Fisascat-Cisl). Sempre nel 2022 si registrava l'esistenza di circa 600.000 lavoratori poveri sul territorio toscano (analisi Cgil). Con tale termine ci si riferisce a coloro che, pur avendo un'occupazione, non riescono ad arrivare alla fine del mese. Una condizione che affligge i più giovani, ma non solo, sottoposti a contratti precari, instabili o a nero. A questo proposito, un report Irpet del 2023 ha rilevato uno scenario allarmante registrando una realtà lavorativa caratterizzata da sfruttamento e precarietà. Nonostante il turismo si confermi come uno dei settori maggiormente capaci di generare ricchezza, il tessuto sociale circostante non sembra risentirne positivamente. A fronte di tale ricchezza, i lavoratori e le lavoratrici si trovano infatti a scontrarsi contro una ormai endemica scarsa retribuzione.

L'Irpet rileva che il 40% dei lavoratori nel turismo toscano guadagnano meno di 8.000 euro lordi all'anno; il 22% percepisce un reddito medio inferiore ai 22 euro al giorno; il 50% di chi lavora ha meno di 34 anni. A ciò si aggiunga che i contratti raramente durano più di un paio di mesi e quelli a tempo indeterminato risultano essere un miraggio. Fattori, questi, che incidono negativamente sulla possibilità di affittare casa o per i più giovani costruire una propria autonomia. Tutto questo si inserisce all'interno di un contesto cittadino in cui, alla luce dell'aumento del prezzo degli affitti e del costo della vita (proprio a causa del turismo), a farne le spese sono soprattutto coloro che versano in condizioni di precarietà economica e lavorativa. Basti pensare che il costo per vivere a Firenze risulta essere più elevato dello stipendio medio della fascia d'età compresa tra i 18 e i 35 anni.

I posti di lavoro offerti sono quindi scarsamente retribuiti, un dato che emerge anche dalla ricerca (Cisl Firenze-Prato) in cui si analizzano fattori: giovani, casa e lavoro e le tendenze nei prossimi anni. Il costo minimo che la persona deve sostenere a Firenze per affitto, cibo, vestiti, bollette, trasporti, oscilla tra i 18.500 e i 22.300 euro all'anno, mentre il reddito medio lordo è di 10.537 per i 20-24enni, di 15.614 per i 25-29enni e di 19.075 per i 30-34enni: per vivere si spende più di quanto si guadagna. Tra le conseguenze potenziali un'emorragia di residenti che coinvolgerebbe soprattutto i più giovani.

Il celebre mantra secondo cui "il turismo è la locomotiva dell'economia italiana" si scontra oggi contro la realtà, la quale dimostra di essere ben distante delle paradisiache sorti che per decenni sono state descritte da politici e imprenditori. È necessario precisare, però, di quale turismo si stia parlando. Il turismo di massa a cui stiamo assistendo risulta essere soltanto la locomotiva degli interessi di una ristretta minoranza della popolazione. La ricchezza scappa via e finisce nella rendita del capitale e a goderne non è certo la maggioranza della popolazione. A subirne le conseguenze sono coloro che, in questa città, ci vivono, ci lavorano, ci studiano.

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Tra sgomberi e speranzeFrancesco Martinelli, Jacopo Stefani · Città nascosta

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Sezione: CITTÀ NASCOSTA | Autori: Francesco Martinelli, Jacopo Stefani

Si apre uno spiraglio per la libreria del sottopasso delle Cure

A maggio, pensando a loro, ci chiedevamo: non sarebbe bello che il mercato rionale delle Cure avesse una bancherella di libri usati? Ci riferivamo alla piccola comunità di persone sorta attorno alla libreria organizzata da Marco, senza fissa dimora da qualche mese, e da Giulia, studentessa; ma da allora poco è cambiato.

Dal nostro punto di vista la loro iniziativa era funzionale sia come contributo economico per i ragazzi, sia (insieme al lavoro di Totò, storico abitante e custode del sottopasso) per il mantenimento di un luogo spesso abbandonato dalle istituzioni. Essendo qualcuno sempre presente alla libreria "Il Rifugio", non si creavano situazioni molto più pesanti; e anche molte persone del quartiere 2 sembravano contente, si fermavano, portavano libri, cibo e coperte.

Ma a fine luglio abbiamo appreso da varie fonti, nonché dalla pagina Facebook del presidente del quartiere, che il sottopasso era stato ripulito dalla sporcizia e che era stata offerta una sistemazione per chi lì dormiva. Marco e Giulia ci raccontano che in effetti si trattava di un secondo sgombero, dopo che ce n'era stato un altro pochi giorni prima. Si trattava di "liberare" il sottopasso dai suoi residenti e non dalla libreria – che però, non potendo traslocare ogni tre giorni, aveva finito per farne le spese. Anche la sistemazione garantita ai senza fissa dimora, a loro dire, non era altro che una molto temporanea permanenza all'albergo popolare.

La storia fortunatamente ha un lieto fine: anche grazie all'attenzione mediatica, mentre gli altri membri della piccola comunità resistente tornano a raccogliersi intorno alla libreria, i proprietari riescono ad avviare un colloquio con le istituzioni. Da settembre forse sarà possibile aprire la bancarella al mercato, e intanto l'attività nel sottopasso potrà continuare, a patto che si incarichi di tutelare l'ordine e la pulizia.

Ma mentre ci rallegriamo con Marco e Giulia, ci chiediamo: può essere credibile un'istituzione che, invece di offrire un chiaro percorso di aiuto, "concede" alle persone di continuare a praticare l'arte di arrangiarsi, in cambio di servizi ai cittadini che – si spera con altro spirito di umanità – dovrebbe invece assicurare lei?

Ci auguriamo che il comune finalmente prenda sul serio gli impegni presi verbalmente, e aiuti queste persone, con il loro impegno e la loro voglia di vivere, a fare il salto di qualità che meritano. Intanto vorremmo invitare tuttx i lettori e le lettrici a fare una visita, anche solo per curiosità, al Rifugio. Ne vale la pena!

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10Gentrificazione2 articoli
Il pensiero libero non è binarioClara Baldasseroni · Gentrificazione

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Autrice: Clara Baldasseroni

Dividere il mondo in categorie di opposti favorisce le contrapposizioni e inquina il confronto costruttivo

Un codice binario riproduce le informazioni attraverso il solo uso di due stati diversi ed opposti. Per esempio: bianco-nero, giusto-sbagliato. Lo troviamo e lo conosciamo nell'ambito dei computer, che al loro interno funzionano con il codice binario 1-0 attraverso cui vengono memorizzati i dati ed eseguiti i calcoli.

Ragionare in modo binario, riducendo tutto a una logica duplice, ci induce a categorizzare solo due concetti opposti: sì/no, vero/falso, etc. Senza prendere in considerazione le sfumature, le alternative, le vie complesse e tortuose.

Questa visione si è diffusa anche nel nostro modo di pensare diventando uno tra i principali fattori che inducono allo scontro, all'opposizione e quindi alla violenza, rendendo le persone superficiali e aggressive. Il pensiero binario, insomma, è un nemico che insinua individualismo e competitività.

Non è possibile non valutare lo stigma del pensiero binario: se tutto è ridotto a sole due posizioni, la scelta è tra assecondare il sistema o starne fuori. Per questo alcune persone non osano parlare per paura di essere scartate dal pensiero duplice che, tra l'altro, fa apparire grandi idee malauguratamente fragili.

Se si partecipa a un progetto di autogestione, come nel caso della redazione di Fuori Binario, il punto di partenza è non spegnere l'entusiasmo dei partecipanti, la loro voglia di esprimersi e di confrontarsi, liberamente, senza ricadere in un sistema di contrapposizioni. Attenuare il caos dei segni, il caos 'sonoro' del linguaggio per la ricerca di elementi d'intesa, di collaborazione, da portare avanti, non può sminuire i nostri ruoli. Anzi, li rafforza. La collaborazione e l'ascolto sono la via per arrivare anche a una critica, che non abbia un approccio offensivo-aggressivo a causa dell'idea dominante che cancella tutto il resto. Sono i soliti aspetti che tardano a scomparire: protetti da logiche di controllo, mirate a mantenere i propri privilegi, calati dall'alto.

Anche sul web e nelle comunicazioni telematiche, può capitare di rimanere vittime di violenza, di venire insultati. Ma, in ogni caso, se ci troviamo di fronte a posizioni razziste o fasciste, non in linea con i nostri ideali, è utile passare all'azione rompendo l'omertà. Ad esempio si può fornire una risposta, un feedback diverso da quello dominante, si può lottare contro la censura, ma senza scadere nel tranello di 'botta e risposta', sempre proposto da individui che, privi di idee creative, cercano di tagliare i nostri spazi per appropriarsene. Ed è anche possibile bloccare l'altro utente prima di scadere nella rabbia provocata dall'ingiustizia. Se necessario se ne riparlerà in presenza, con qualcuno che abbiamo vicino, un compagn*, un amic* senza rimanere soli e in silenzio.

Ogni idea difforme ha un suo significato che va analizzato in riferimento all'idea dominante che può non essere esaustiva. È quindi importante trovare nuove soluzioni, nuovi percorsi di ragionamento e di confronto per mantenere le nostre menti fervide, creative, produttrici di percorsi alternativi e multipli. Ed è vero che nell'arco della storia certe grandi scoperte sono avvenute per errore, mentre si cercava altro.

L'antifascismo oggi raggruppa tanti argomenti tra i più disparati, eppure non discordanti, tante posizioni diverse, unite nel fine.

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Non è una città per studentiFuori Binario · Gentrificazione

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Sezione: GENTRIFICAZIONE | Autore: Fuori Binario

...a meno che non siano ricchi: la denuncia arriva dall'assemblea della Polveriera Spazio Comune che rivendica il diritto all'autorganizzazione

"Se l'interesse economico ha ormai distrutto e reso invivibile Firenze, questo stesso interesse adesso si sta appropriando degli spazi che dovrebbero essere dedicati agli studenti". È questa la denuncia che arriva dagli universitari che a metà agosto si sono incontrati per discutere di diritto all'abitare alla Polveriera Spazio Comune in Sant'Apollonia. "A Firenze si dà la precedenza alla speculazione e ai flussi del turismo, al punto che i pochi appartamenti che non sono dedicati agli affitti brevi hanno prezzi inaccessibili, soprattutto per coloro che non possono permettersi di pagare una stanza da 400 euro in su, più le utenze e i costi accessori, e si vedono negato il diritto alla borsa di studio".

Sotto accusa le istituzioni che favoriscono in tutti i modi, spesso destinando anche risorse pubbliche, i grandi investitori che costruiscono e gestiscono gli studentati privati con l'obiettivo di fare profitti grazie a studenti ricchi e turisti, non certo di favorire il diritto ad una stanza per gli studenti più poveri: dal nuovo Student Hotel in viale Belfiore a quello di viale Lavagnini, fino agli ultimi, presto sul mercato, di via Pietrapiana ed ex Manifattura Tabacchi.

"Val la pena massimizzare il profitto derivante dal turismo sacrificando il diritto all'abitare degli studenti?", si interrogano alla Polveriera. E sul banco degli imputati finisce la giunta comunale che, non contenta di aver sdoganato gli studentati per i ricchi, colpisce con gli sgomberi chi cerca "alternative popolari autorganizzate". Si tratta di "occupazioni che hanno il merito di rianimare edifici altrimenti abbandonati a se stessi - raccontano gli studenti - esperienze che vengono però colpite da una repressione che contrasta quegli stessi diritti di cui il Comune, la Regione e, nel caso studentesco, il DSU Toscana, dovrebbero essere garanti".

L'esempio sotto agli occhi di tutti è quello dello studentato autogestito di "Ponte di Mezzo 27", luogo di studio e aggregazione sociale, sgomberato il 17 agosto dello scorso anno. In quella struttura per lungo tempo ha vissuto una trentina di studentesse e studenti, rimasti senza borsa di studio dopo una riforma dell'ISEE che aveva colpito centinaia di altre persone.

L'assemblea si è conclusa mettendo nel mirino il virus della gentrificazione e della turistificazione che demolisce il diritto alla casa degli studenti, e non solo, e ribadendo la centralità delle "forme di autorganizzazione che rifiutano l'ipocrisia, l'ingiustizia e l'indifferenza di chi decide dall'alto". Nonostante la repressione e la speculazione - promettono - "continueremo a rivendicare il diritto allo studio come un diritto inalienabile, mai sottostaremo alla logica del profitto".

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11Migrazioni1 articolo
Il ping pong con i migrantiVania Valoriani · Migrazioni

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Sezione: MIGRAZIONI | Autrice: Vania Valoriani

Marco Daffra, regista del documentario "Un mare di porti lontani", racconta il paradosso del decreto "Cutro"

Immaginate di poter fare qualcosa di utile che possa lenire le sofferenze dei migranti, che arrivano dopo deserto e torture, scampando alla morte. Se foste al governo che legge fareste? Forse un atto che salvi vite in mare, ne disponga l'accoglienza, prendendosi cura di donne in gravidanza e bambini e giovani sfiniti. E invece qualcuno ha fatto un decreto e lo ha chiamato "Cutro", per non dimenticare i novantaquattro morti in mare a pochi metri dalla costa calabra. Peccato che questo decreto, invece di accogliere, colpisce le Ong e sfinisce ancora di più i migranti, non facendoli sbarcare dopo il salvataggio. Sono costretti a navigare verso nord, fino ad un porto lontano almeno quattro giorni, minimo, dalle prime coste italiane. Una volta sbarcati tornano indietro, questa volta in pullman, verso sud. Assurdo! Ma è tutto vero: di questo sono capaci i nostri legislatori.

È in questi porti lontani dall'approdo che Marco Daffra, regista fiorentino, entra in contatto con la realtà distorta e disumana e decide di raccontarla. Nel suo lavoro, un docufilm di 54 minuti intitolato "Un mare di porti lontani", non cerca facili emozioni, mostrando corpi smagriti distesi e sbattuti da onde altissime in mezzo al mare per giorni e notti, eppure sarebbe stato più facile: solo la realtà. Marco ci dice che vorrebbe che il suo video fosse "un atto che, davvero, potesse muovere le coscienze, quelle dei giuristi ma non solo, capace di dare vita a ad una forte protesta popolare. Mi piacerebbe portarlo nelle scuole, per farlo vedere ai giovani, agli studenti, magari anche a chi studia giurisprudenza". Incontriamo il regista dopo una proiezione presso l'associazione Casa Caciolle, durante la quale intervengono anche alcuni testimoni diretti, due ragazzi immigrati arrivati su quelle navi.

Come è nata l'idea del documentario? Sono andato a vedere quello che stava succedendo a Livorno e Carrara, per parlare con il personale delle navi delle Ong, ascoltarli soprattutto. Ne è venuto fuori un panorama assurdo, pensato da menti perverse. Cito solo alcune cose. Se una Ong fa più di un salvataggio, viene pesantemente multata e riceve anche il fermo amministrativo. Quindi il barchino che arriva secondo va lasciato alla deriva? E, oltretutto, quanto costa tenere in rada quelle navi che succhiano pure tanta energia? Le Ong ricevono accuse infamanti, addirittura di lucrare sul numero di salvataggi e collaborare con gli scafisti libici. Peccato che chi lavora su quelle navi sono marinai e tecnici che guadagnerebbero il quadruplo, se viaggiassero sulle navi da crociera! Nel documentario faccio parlare soprattutto loro, il personale delle Ong. Raccontano la loro esperienza diretta, senza scendere nei particolari personali né scadere nell'ambiguità del buonismo, come secondo me ha fatto Garrone.

Ti riferisci a "Io, Capitano"? Sì. Secondo me Garrone ha peccato di equilibrismo, non mostrando niente né della Guardia Costiera libica né delle Ong. Così tutti son più tranquilli. Io invece volevo parlare delle leggi che sono state fatte sulla pelle delle persone, facendo capire quanta preparazione e umanità ci vogliono per legiferare bene. Con il decreto "Cutro" pare che si sia voluto fare un dispetto e criminalizzare chi salva vite, chi porta quattro madri incinta sulla nave e tre abortiscono nel viaggio di trasferimento verso la Toscana. Stimo molto Garrone, però quel film non mi convince proprio per questo motivo, perché non parla dei problemi veri.

Cosa hai visto a Carrara, città protagonista del film insieme a Livorno? Ho visto arrivare ventuno migranti dopo cinque giorni di navigazione col mare forza nove; la sindaca organizzare tutta la catena dell'accoglienza: dall'arrivo alle cure mediche e sanitarie, agli alloggi; duecento dipendenti comunali mobilitati, spostati da altri incarichi. Dopo tutto questo impegno i migranti sono stati caricati su un bus e portati a Foggia. La settimana dopo i migranti erano ben novantasei, la sindaca arrabbiatissima, come anche il sindaco di Livorno. Quella volta li hanno portati a Brindisi. Sembrano cose inverosimili, ma è così. Mi son detto: devo far vedere questo sistema.

Cosa pensi dell'estate praticamente senza sbarchi? Tutti sanno che non è così, è impossibile. Però documentarlo e diffonderlo non è facile. Da dopo le elezioni europee pare che il problema non esista più, nessuna invasione che possa servire come propaganda elettorale. Fanno di tutto per sabotare le Ong che poi, dato interessante, fanno il sette per cento dei salvataggi, gli altri li effettua la Guardia Costiera italiana.

Possiamo invitarti a presentare il tuo docufilm nella nostra sede? Credo che Fuori Binario sia uno dei mondi che il decreto "Cutro" offende pesantemente. Conosco quello che fate, per alleviare il dolore di vite nate sotto una stella non proprio buona e immagino che andare dentro agli effetti di un provvedimento come questo faccia male a chi mette tanto impegno ad aiutare. Sarà una bella serata, ne sarei molto contento.

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12Attualità3 articoli
Cooperare, non competereFabio Bussonati · Un mondo ganzo è possibile

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Rubrica: UN MONDO GANZO È POSSIBILE | Autore: Fabio Bussonati

Sembra che la propensione alla competizione sia il motivo per cui si risponde in maniera muscolare alle prove che ci troviamo davanti. Ma questa è la reazione spontanea del piccolo cervello rettile che abbiamo dentro, specialmente noi uomini del genere maschile, un retaggio di un passato remoto che ostacola il ragionamento del cervello moderno, che è molto più grande, che dice invece che per conquistare il paradiso dobbiamo vivere più lentamente, riciclare i rifiuti e godere della profonda bellezza che ci sarebbe stata regalata a tutti in parti uguali dalla Terra e dal Sole.

Nel 1912 già si fabbricavano le auto elettriche, la fantascienza cominciava già allora promettendo un mondo bello per tutti... è durata poco, perché una prima e una seconda guerra mondiale hanno ribadito il primato dei muscoli sulla ragione, regalandoci milioni di morti ammazzati, un secolo di avvelenamento fossile e l'ansia da prestazione.

Forse è davvero venuto il momento di cambiare il paradigma obbligato che vede come inevitabile la risposta competitiva, e quindi muscolare, ai fenomeni indesiderati. Come ad esempio contrastare le frane con il cemento armato, emblema di modernità: si dà il caso infatti che il fortissimo cemento armato schierato a rigida difesa della frana si rompa prima dei labili muri a secco, che invece contrastano il fenomeno usando la stessa forza che lo genera: la forza di gravità.

Per combattere gli effetti nefasti dei cambiamenti del clima bisogna vivere più lentamente, cooperare, non competere tra di noi e con le immense forze della Natura e fermare la guerra.

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Con Seif, senza fraintendimentiFuori Binario · Attualità

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Sezione: ATTUALITÀ | Autore: Fuori Binario

Lo scorso numero abbiamo raccontato la storia di Seif Bensouibat, l'educatore segnalato alle autorità dal dirigente scolastico dello Chateaubriand, il prestigioso liceo francese di Roma, dove Seif lavorava da nove anni. La sua colpa? Aver pubblicato sul suo profilo Instagram privato un post pro-Palestina. Da quel momento a Seif viene perquisita la casa (senza esito), perde il lavoro, si ritrova recluso nel Cpr di Ponte Galeria e gli viene revocato lo status di rifugiato. Una grande rete di solidarietà, l'impegno di Amnesty International e della società civile hanno meritoriamente posto il caso all'attenzione nazionale.

Nel raccontare quanto accaduto, l'ottimo articolo di Ilaria Di Biagio è stato però mal titolato. Ispirandoci al mefitico dibattito parlamentare sui decreti sicurezza abbiamo infatti riassunto il tutto con un virgolettato - "terrorismo delle parole" - che qualcuno potrebbe associare al nome di Seif che invece, in questa storia, è solo la vittima. Ce ne scusiamo con Seif Bensouibat e con l'autrice Ilaria Di Biagio.

  • errata corrige
  • Seif Bensouibat
  • Palestina
  • Instagram
  • CPR
  • Ponte Galeria
  • rifugiato
  • Amnesty International

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Grazie, Isolotto!Fuori Binario · Attualità

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Sezione: ATTUALITÀ | Autore: Fuori Binario

La Comunità dell'Isolotto di Firenze, luogo amico da sempre vicino a Fuori Binario, lo scorso luglio ci ha donato 525 euro come contributo di solidarietà al giornale di strada e a copertura di un mese di affitto della sede di via del Leone. Si tratta di una donazione molto importante per l'associazione Periferie al centro che edita Fuori Binario in una fase di ricostruzione di un bilancio sostenibile; una donazione che deriva dai contributi volontari dei partecipanti ai corsi di SconfinataMente Yoga, attività senza scopo di lucro orientata a stimolare la solidarietà verso gli ultimi, che si tiene alle ex Baracche Verdi, sede della Comunità dell'Isolotto. La redazione, i soci, il direttivo e il presidente ringraziano i nostri preziosi compagni e compagne di strada dell'Isolotto, ancor più motivati per ben lavorare e dare ai diffusori e ai lettori di Fuori Binario un giornale sempre migliore. Chi volesse approfondire l'azione della Comunità può farlo dal nostro archivio disponibile su fuoribinario.org. Nel numero 235 del 2021 abbiamo ricordato Enzo Mazzi a 10 anni dalla scomparsa; più recentemente gli abbiamo dedicato un Controvento (248/febbraio 2023) e nello scorso numero (254) abbiamo pubblicato un servizio sulla valorizzazione del prezioso archivio comunitario a 70 anni dalla fondazione del quartiere.

  • donazione
  • solidarietà
  • Comunità dell'Isolotto
  • SconfinataMente Yoga
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  • Enzo Mazzi
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A scuola di precariatoValentina Baronti · Sorellanze - Ultima pagina

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Rubrica: SORELLANZE | Autrice: Valentina Baronti

Quest'anno le insegnanti precarie nella scuola saranno 250mila, l'anno scorso erano 232mila e negli ultimi sette anni sono aumentate del 72%.

Qualsiasi riforma della scuola non ha fatto altro che aumentare questo dato, con gravi conseguenze non solo sulla dignità professionale, ma anche sull'istruzione delle giovani generazioni.

Quale scuola si troveranno davanti quest'anno le nostre ragazze?

Precaria nella figura degli insegnanti, con buona pace della continuità educativa.

Precaria nelle strutture, come riportato dall'ultimo rapporto Ecosistema Scuola di Legambiente: in Toscana un edificio scolastico su due non è a norma, in settori a dir poco sensibili, come la stabilità strutturale e le misure antincendio.

Precaria nelle prospettive. I dati raccolti dall'Osservatorio #conibambini pongono l'Italia al terzultimo posto in Europa per iscrizioni all'università: il 46% di chi arriva da condizioni economiche disagiate decide di non proseguire negli studi. Una tendenza classista che inizia subito dopo le scuole medie: chi arriva da famiglie benestanti sceglie il liceo, le altre si rivolgono al professionale. Non va meglio a chi sceglie poi la carriera universitaria e, in media, non riesce ad arrivare a un posto stabile prima dei 45 anni.

Vi ricordate la scuola pubblica? Quella che dovrebbe offrire pari opportunità a tutte e tutti, indipendentemente dal capitale culturale della famiglia e dalle condizioni di reddito? Difficile anche solo intravederla oggi. È come se la scuola in ogni sua forma e grado fosse tutta rivolta a "insegnare" ai ragazzi la precarietà che li aspetta.

Forse è arrivato il momento di spostare la cattedra e allearsi con loro, per pretendere una scuola che sia dignità di lavoro e di istruzione.

Suona la campanella. E allora, istruiamoci perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza.

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L'inferno di SolliccianoVincenzo Russo

!Carcere

Sezione: FINE PENA MAI | Autore: Vincenzo Russo (Già Cappellano di Sollicciano)

Il dentro è lo specchio del fuori: molti sono destinati all'esclusione, mentre la politica si limita a un'indignazione sterile e ipocrita

Dopo i provvedimenti prescrittivi giunti a carico della Direzione della Casa Circondariale di Sollicciano a seguito delle visite ispettive svoltesi nell'Istituto, la questione del carcere fiorentino è diventata centro di dibattito politico. L'attenzione è interamente rivolta al confronto fra Direzione e Ministero della Giustizia e le parti politiche manifestano impegno solo nello schierarsi con l'una o con l'altro.

E così i detenuti sono schiacciati dentro una diatriba che ha altro come vero oggetto di interesse e non loro i quali, ancora una volta, diventano occasione per parlare di altro e non affrontare la vera questione che è in gioco: la loro vita.

Intanto, amaramente, tra le mura di quell'Istituto come fra quelle di tante altre carceri italiane, si continua a patire condizioni disumane e a morire.

Mentre infatti va in scena il dibattito che occupa le pagine dei giornali e rischia di distrarre l'attenzione dai veri problemi che affliggono il mondo carcere, quotidianamente si consuma l'immane tragedia. Non trovo altre parole per descrivere la condizione nella quale i detenuti si trovano a vivere ogni giorno, condizione resa ancora simbolicamente più infernale dalle calde temperature di questi giorni estivi.

Ciò che accade dinanzi ai nostri occhi, che pure non riescono a vedere fino in fondo quella realtà tenuta appositamente nascosta, è il perdurare di trattamenti fortemente lesivi della dignità umana a danno di persone costrette a vivere in ambienti indegni, in situazione di grande privazione, nel vuoto di un tempo nel quale poco o nulla è fatto per la costruzione di percorsi rieducativi e nel quale si concretizza uno stato di non ascolto e abbandono. In questo contesto crescono disagio e fragilità, si sviluppano rabbia e violenza, si cancella ogni forma di speranza. Anche se espressione forte, la parola tortura è una parola appropriata se utilizzata oggi per descrivere ciò che si vive all'interno del carcere.

Di fronte a questo è veramente ipocrita il dibattito politico in corso, che si rivela anche svuotato di senso. I partiti di "sinistra" impugnano l'arma dell'indignazione contro i partiti di governo, accusandoli di essere la causa di questa mala gestio e della drammatica situazione delle carceri. Ma nel fare questo dimenticano che tali problemi affliggono gli istituti di pena da lungo tempo e che negli anni in cui loro erano al governo nulla hanno fatto per realizzare riforme capaci di incidere e portare al cambiamento tanto sbandierato.

Ogni attuale indignazione e accusa appare in questo senso oltremodo tardiva ed ipocrita, più finalizzata alla dinamica della contrapposizione politica che ad affrontare il problema. Trovo tutto questo non solo contraddittorio ma fortemente strumentale e di facciata; di fatto si fa politica sul sangue della gente.

Nell'ambito del generale fallimento di tutto il sistema penitenziario, Sollicciano è esempio eccellente di disastro. Oggi si grida allo scandalo, ma fino a ieri chi lo asseriva era screditato e ostacolato in ogni modo, come ho sperimentato sulla mia stessa pelle. La cosa grave è che, però, oggi non si risalta tanto lo scandalo delle condizioni che in quell'Istituto affliggono i detenuti, quanto quello relativo alle prescrizioni ricevute dalla Direzione da parte del D.A.P. Lo scandalo è questo, non gli otto morti negli ultimi due anni!

Mi chiedo: chi risarcisce quei morti? Quelle persone hanno scelto di evadere da un sistema che produce morte, sia fisica che spirituale, e che nei fatti non sa proporre altro. Tale sistema si conserva e rimane quasi inalterato, peggiorando soltanto, mentre le responsabilità passano di mano fra "destra" e "sinistra", senza che ci sia segnale di concreto ravvedimento per quanto non fatto o fatto male.

Noi cittadini siamo stanchi ed indignati di fronte a questo scempio che esclude non soltanto i detenuti dalla vita sociale ma più in generale tutti i poveri. È assolutamente doveroso ed urgente iniziare seriamente ad occuparsi dei carcerati che vivono stipati dentro le celle ma, insieme, anche di quelli che vivono dentro la città, che sono abbandonati nelle strade, di quei poveri cioè che sono come prigionieri rinchiusi in spazi di "non diritto e privazione", da un sistema che si ammanta di ipocrita premura nei confronti dei più poveri ma, in realtà, per la maggior parte è interessato solo ad altre finalità tutte politiche. Come non preoccuparsi, ed in modo serio, per le nostre città invase dallo spaccio di sostanze, una delle condizioni capaci di imprigionare i più fragili e svantaggiati, che sono tanti. Le nostre carceri sono piene di persone che hanno problemi con le sostanze e che certo, per affrontare il delicato aspetto della tossicodipendenza, avrebbero bisogno di altri contesti, di luoghi e percorsi di cura e non di azioni repressive e semplicemente contenitive. Dentro e fuori, come vediamo, sono strettamente connessi, l'uno specchio dell'altro: così come succede all'interno delle mura del carcere, nei fatti, anche fuori molte persone sono destinate alla morte sociale, all'esclusione.

Non si può non avvertire la priorità di interventi dedicati proprio a queste persone, in grado realmente non solo di individuare il problema ma anche di affrontarlo.

L'invito che rivolgo è quello di iniziare ad occuparsi di ciò e di non consentire più che, in un contesto di indifferenza diffusa, si continui ad esercitare abbandono verso intere porzioni di cittadinanza, fuori e dentro il carcere.

Tornando nello specifico a quest'ultimo, non occorre molto per capire quale sia oggi la situazione. Basta camminare nei corridoi o lungo le sezioni dei nostri istituti di pena per vedere come sono ridotte a vivere le vittime di questo sistema, per capire che le responsabilità ci sono e sono gravi. Il carcere non può più continuare ad essere luogo oscurato allo sguardo del mondo; eppure oggi è ancora molto difficile entrare, visitare. Lo è anche per le commissioni di controllo, le cui visite non riescono ad andare al fondo del problema e si trasformano più spesso in occasione di dibattito politico senza porre l'attenzione, come dovrebbe essere, su chi genera tali ingiustizie.

C'è bisogno urgente di speranza, di prospettive. Ma ciò non può reggersi su vuote parole. Occorrono soluzioni concrete, percorsi di vita vera da offrire alle persone detenute. Solo questo può e deve essere alla base di un serio affrontare la questione carcere, a tutela di ciò che è il tesoro più importante che fonda la vita della comunità e dello Stato: il bene della persona.

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Alfabeto - 21 proposteFelice Simeone

!Alfabeto

Rubrica: ALFABETO | Autore: Felice Simeone

Ogni mese 21 proposte di cose, eventi, persone e fatti interessanti da scoprire, per costruire insieme una società più giusta: podcast, libri, film, canzoni, mostre, spettacoli, siti, laboratori. Seguiteci!

A come AMORE - Ogni volta che Raquel incrocia Pardalita nei corridoi della scuola, è scossa da un sentimento profondo. È forse questo l'Amore? La risposta si trova nel libro a fumetti Pardalita - storia di un incontro dell'illustratrice portoghese Joana Estrela. La storia racconta l'adolescenza in modo gentile, gioioso e reale. Lo stile delle illustrazioni rispecchia perfettamente i turbamenti, la confusione e l'irresistibile felicità che prova la protagonista. È la storia di un primo amore raccontato attraverso un mix di poesie, prosa, illustrazioni. La giuria tutta adolescente del concorso Mare di Libri l'ha scelto come finalista dell'edizione 2024.

B come BANGARANG - È il titolo che Giulio Mastromauro ha dato al suo film con i bambini che crescono in uno dei territori più violentati d'Europa: la Taranto dell'acciaieria. Se il film fosse fatto solo di primi piani, sarebbe difficile per chiunque capire dove siamo: i bambini fanno ovunque le stesse cose. È solo quando la cinepresa inquadra le ciminiere fumanti che capiamo di essere in un luogo devastato dai veleni sparsi per gonfiare le tasche di pochi. Eppure, l'umanità che abita, e abitava, quei posti sopravvive nell'innocenza anarchica (Bangarang in Giamaicano) dei bimbi.

C come CRISI - Noam Chomsky e José Mujica sono due fra i più incisivi intellettuali politici contemporanei che si sono incontrati nel libro Sopravvivere al XXI secolo, fortemente voluto da Roger Waters, il leader dei Pink Floyd. Il libro è in realtà uno scambio di opinioni che converge su un punto condiviso: le crisi ambientali, economiche, nucleari, sociali contemporanee in realtà non esistono: esiste solo un'unica crisi, ed è quella della politica, o meglio, la crisi è la sua assenza.

D come DIRITTO - Lo scorso Febbraio, gli studenti che manifestavano pacificamente a Roma contro la violenza di Israele a Gaza sono stati manganellati dalla polizia. Amnesty International ha pubblicato un Rapporto sullo stato del diritto a manifestare nei paesi europei. L'indagine rivela come i governi stiano limitando il diritto di riunione pacifica che invece dovrebbero difendere. Le misure repressive per soffocare il dissenso includono la criminalizzazione, la regolamentazione estrema, la violenza. Il regolamento italiano distingue perfino fra manifestazioni "statiche" e "dinamiche".

E come ENTA - Fondato dalla cantante Franco-Siriana Climène Zarkan e dal chitarrista Francese Baptiste Ferrandis, i Sarab sono un gruppo musicale con gli occhi e il cuore aperti sul mondo, nutrendosi di jazz contemporaneo, rock, melodie mediorientali tradizionali che mescolano con risultati allucinogeni. Sarab in arabo vuol dire miraggio, infatti. Il carburante vero della band, però, è la continua curiosità verso il mondo e la giustizia sociale. "Io sono donna ed araba" dice Climène, "la mia vita è politica per natura". Un brano molto ascoltato dal loro ultimo disco, Qawalebese tape, si intitola Enta (Tu in arabo).

F come FESTA - In Mali, per dire che si celebra un giorno di festa si dice che si fa la Dimanche à Bamako, cioè, la Domenica Bamako, la capitale del paese. I Bounaly hanno voluto dare proprio questo titolo al loro disco d'esordio, che per rendere al meglio l'atmosfera di festa è stato registrato dal vivo. Il disco è una scarica di energia indirizzata al pubblico dall'immancabile Kora, una specie di Lira africana. Il disco è stato concepito soprattutto come un omaggio ai maliani che si sono stabiliti a Bamako dopo la presa di potere dei jihadisti nel nord del paese.

G come GUERRA - Ormai qualche decennio fa, Dr. Seuss ha pubblicato La battaglia del burro, un libro illustrato che spiega ai bambini come si arriva ad una guerra. Gli Zaghi da una parte, gli Zighi dall'altra. Gli uni imburrano il pane da sopra, gli altri da sotto. I loro territori confinano. L'odio reciproco, generato unicamente dal sopra-sotto del burro, li risucchia in una guerra che non avrà mai fine, alimentata dall'invenzione di armi sempre più distruttive che si accumulano al confine.

H come HUDA - Huda è figlia di genitori immigrati in Italia dal Marocco. Racconta sui social l'opportunità, e la fatica, di fare da ponte tra la cultura custodita dai genitori e quella in cui è nata. Huda, Nessuna e centomila è un podcast che ne racconta la storia, in parallelo a quella di Zak, che vuole fare l'attore senza dover interpretare sempre uno spacciatore solo perché è nero, o quella di Bilal, che non vuole più sentire la pressione del padre tradizionalista perché è un maschio. Sono storie che raccontano cosa vuol dire essere seconda generazione in Italia.

I come IMPOSSIBILI - La pratica dello sport forma comunità e unisce persone più del tifo sugli spalti. Nel 2024 si è svolta a Palermo la XVII edizione del Mediterraneo Antirazzista, una specie di olimpiade di quartiere che promuove lo sport come strumento per abbattere frontiere e costruire diritti. "Vogliamo prepararci discutendo di possibili e impossibili connessioni tra il diritto a salvarsi e il diritto ad avere una 'via di fuga', un modo per sfuggire ad una condizione in cui ci sentiamo oppress3 o in pericolo" si legge nel manifesto di quest'anno.

L come LIBERTAD - La forza comunicativa di una foto è inarrivabile per un testo. Per chi non ne fosse ancora convinto, Federico Montaldo e Luciano Zuccaccia hanno raccolto nel volume W La Libertad - Fotografie di protesta le immagini scattate durante proteste degli anni 2000 che sono diventate simbolo della resistenza globale ai meccanismi di sfruttamento e controllo: fra gli altri, il G8 di Genova, Occupy Wall Street di New York, Madri di Plaza de Mayo in Argentina. Sono fotografie, cioè, che gli algoritmi che vigilano sulle nostre attività online sono istruiti ad oscurare immediatamente.

M come MIGRANTI - Molti dei protagonisti del nostro dibattito pubblico parlano ideologicamente di molti argomenti senza effettivamente conoscerli. Di questi temi, l'immigrazione è quello più abusato e, al tempo stesso, più misconosciuto. Per nostra fortuna, dal 2007 esiste l'Archivio delle memorie migranti che raccoglie e diffonde racconti di sé e testimonianze scritte e orali sulle migrazioni, realizza documentari audio e video, laboratori di autonarrazione e di antirazzismo nelle scuole, anche attraverso la partecipazione attiva di migranti. archiviomemoriemigranti.net

M come MURO - Il muro che divide Israeliani e Palestinesi ha fondamenta profonde, più nelle menti che sulla terra. Nasser Abu Srour è rinchiuso in un carcere Israeliano dal 1993, e, più che dalle sbarre, è soffocato dai pregiudizi di un occidente, di cui Israele è in realtà una piccolissima porzione, che vede i medio-orientali solo come popoli arretrati, barbari, irruenti, incapaci ad educarsi da soli. La sua autobiografia Il racconto di un muro prova a rimediare a questo stato di cose trovando la forza anche nell'amore per una donna: passione cieca ai muri e incurante degli steccati.

N come NERVI - Quando Véra è solo una bambina, un demonio infesta la sua casa e perseguita sua madre, martellandole i nervi fino a costringerla a letto per giorni. Tra gli scongiuri della "meiga" e gli appuntamenti dallo psichiatra, anno dopo anno, la superstizione svanisce per lasciare posto alla diagnosi. Ma, nonostante la malattia, l'amore tra Véra e sua madre è più forte di ogni altra cosa. In Corpus Christi, Bea Lema (minimum fax, traduzione di Chiara Rea) racconta a fumetti il tabù della malattia mentale, attraverso il ritratto di due donne prigioniere nei ruoli di figlia, madre e moglie.

O come OCCIDENTE - Da sempre celebriamo gli esploratori, i viaggiatori, i naturalisti avventurieri per i contributi fondamentali che hanno saputo dare alla nostra scienza. Ci si comincia a chiedere cosa si deve intendere per "nostra". L'America era già lì prima che Colombo la scoprisse. Molti degli usi terapeutici di piante esotiche erano già conosciuti da popoli "arretrati" prima che un maschio bianco occidentale ne avesse scritto scientificamente in qualche articolo. Nel suo saggio La Bianca Scienza. Spunti per affrontare l'eredità coloniale della scienza, Marco Boscolo ci spiega proprio come l'indole predatoria dell'occidente bianco e maschio non abbia risparmiato neanche la scienza.

P come PAPAVERI - Le guerre, quelle antiche e quelle moderne, quelle tecnologiche e quelle primitive, condividono indistintamente lo stesso esito: uccidono. Valentina D'Efilippo, una designer italiana molto conosciuta in tutto il mondo, ha visualizzato con dei papaveri interattivi il numero di morti che ogni guerra ha fatto dagli inizi del 1900 fino ai giorni nostri. Nella grafica d'insieme, i papaveri più grandi sono quelli della 1a e 2a Guerra Mondiale. Ma la miriade di piccoli papaveri intorno a quelli più grandi denunciano l'ininterrotto spargimento di sangue umano durato un secolo. poppyfield.org

P come PRIVILEGIO - La comunicazione interpersonale coinvolge sempre posizioni differenti di cui i comunicatori non sono sempre consapevoli. Sylvia Duckworth, un'insegnante canadese, ha sviluppato una ruota del potere come strumento di autoanalisi. La designer Alice Orru l'ha tradotta in italiano. La ruota si compone di 12 spicchi diverse categorie (Lingua, Genere, Studi, Origine…), ed ogni spicchio si compone di diversi livelli. Nel centro della ruota si concentra il potere massimo. Ora è possibile rispondersi alla domanda: qual è il mio grado di privilegio?

Q come QUALITÀ - Il giornalismo di qualità è possibile: i suoi costi sono assolutamente sostenibili. Bisogna solo volerlo. L'Investigative Reporting Project Italy (IRPI) è il primo centro di giornalismo investigativo non profit fondato in Italia. Registrata nel 2012 in Italia come un'Associazione di Promozione Sociale (APS), da più di un decennio produce inchieste giornalistiche transnazionali di pubblico interesse – inizialmente pubblicate su testate italiane e internazionali – e dal 2020 sulla testata IrpiMedia, il magazine online edito da IRPI.

R come RAGAZZI - Alle porte di Milano c'è un luogo che non fa parte della città. Sono quattro case, dove vive una cinquantina di ragazzi. I più giovani vanno ancora alle medie, i più grandi hanno superato i vent'anni. All'ingresso c'è una scritta: "Non esistono ragazzi cattivi". Si tratta della libera repubblica dei ragazzi di cui la società ha paura. Perché rubano, picchiano, sparano, spacciano, vanno fuori controllo. O almeno così ci vengono presentati. Nel podcast Quei cattivi ragazzi, Gabriella Simoni racconta le storie della comunità Kayros di Don Claudio Burgio.

S come SOGNO - Le Olimpiadi Parigine hanno confermato la potenza delle leggi dello spettacolo che ignorano tutto ciò che non arriva al podio. Samia è un'atleta somala che è diventata simbolo di riscatto per le donne musulmane nonostante sia arrivata ultima alle Olimpiadi di Pechino. Sognava di qualificarsi alle Olimpiadi di Londra del 2012, anche per sfuggire al Burqa che gli integralisti al potere le hanno imposto. Aveva una sola opzione: percorrere gli 8.000 Km fino al Mediterraneo per raggiungere l'Italia. Non ce l'ha fatta. Giuseppe Catozzella racconta questa storia incredibile in Non dirmi che hai paura.

T come TROPICALE - All'indomani dell'alluvione di un anno fa, le Istituzioni, ed in particolare la Regione Emilia-Romagna, hanno denunciato l'eccezionalità e l'imprevedibilità di quello che è accaduto: si è trattato di sfortuna. Nel suo documentario Romagna Tropicale, Pascal Bernhardt, un regista francese che vive ormai in Italia, ha riportato la sua cinepresa in Romagna e si è accorto che questa sfortuna si nutre di cemento, strade, deviazioni fluviali, e soprattutto della distanza fra i centri urbani e la campagna di cui molti emiliano-romagnoli non sanno più niente.

U come UNICO - Ci sono regioni della Terra dove la musica è un fatto sociale prima ancora che un business. L'Africa è sicuramente una di queste. Fela Kuti è stato un artista unico e dirompente, inventore dell'afrobeat, una miscela esplosiva di tradizione e invenzione, di cui si è servito per lanciare battaglie politiche a difesa dei diritti umani. Non fu immune da controversie che mai scalfirono il suo talento artistico. Daniele Vicari ne ha fatto un ritratto nel documentario Fela - il mio Dio vivente.

V come VELOCIPEDE - Per fare una pista ciclabile occorrono una tolla di vernice, due pennelli, una ventina di coni spartitraffico, un metro, una sagoma di bicicletta su cartone, un fischietto. Nel video Do the right line (fai la linea giusta) Claudia Cipriani dà tutte le istruzioni necessarie. Il video con tutte le istruzioni dura 4 minuti. Eppure in Italia muore un ciclista ogni ora: è il tasso di mortalità più alto d'Europa. Ah…il fischietto serve ad avvisare gli improvvisatori di piste ciclabili dell'arrivo della polizia mandata a sgomberare.

Z come ZUBOFF - L'attività on-line fa parte irreversibilmente della nostra quotidianità. Lavoro, svago, informazione, relazioni hanno conquistato un loro spazio digitale. Questo stato di cose non è sfuggito ai grandi manovratori della rete, che spesso, troppo spesso, ci vengono presentati come geni rivoluzionari che operano per migliorare il mondo, ma in realtà si tratta delle punte più avanzate del capitalismo, quella religione che fa del profitto a qualsiasi costo l'obiettivo dell'agire umano. Shoshana Zuboff, nel suo Il Capitalismo della Sorveglianza, svela come questi geni rivoluzionari si insinuano nelle nostre attività on-line per trasformarle in denaro per sé, solo per sé.

a cura di Felice Simeone

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