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Regole e padroniCristiano Lucchi · Resistenze
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Rubrica: RESISTENZE | Autore: Cristiano Lucchi
La colpa delle studentesse e degli studenti colpiti selvaggiamente lo scorso 23 febbraio dalla Polizia agli ordini del governo Meloni, è stata quella di manifestare solidarietà al popolo palestinese con il proprio corpo e la propria voce - senza violenza, senza spranghe, senza molotov -, contro "la guerra coloniale di Israele" condotta a Gaza e la narrazione imposta nelle scuole, nelle università e sui media "sempre più inclini alla guerra". Motivazioni completamente oscurate dal pestaggio che le divise hanno compiuto ai danni di chi nutre la propria vita di valori e impegno politico a favore degli oppressi. Per loro niente può giustificare "un genocidio che conta decine di migliaia di morti".
Bene ha fatto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, per una volta tempestivamente, a dare ripetizioni di diritto al Ministro di Polizia: "l'autorevolezza delle Forze dell'Ordine non si misura sui manganelli ma sulla capacità di assicurare [...] la libertà di manifestare pubblicamente opinioni. Con i ragazzi i manganelli esprimono un fallimento".
Ha ricordato al governo che le regole vanno rispettate. Non sarebbe male che il presidente a questo punto facesse un richiamo anche ai padroni, ai quali lo Stato ha dato le chiavi di questo Paese, affinché le rispettino anche loro. Nel giorno in cui sono stati uccisi i 5 edili all'Esselunga, ne diamo conto all'interno, ci sono stati in Italia ben 13 morti per sfruttamento sul lavoro. Fare impresa non vuol dire ignorare la legge, cancellare le regole della sicurezza, favorire il caporalato. Lo ricordi il presidente ai padroni, se tiene alla vita di chi è costretto a lavorare sotto il giogo del profitto a tutti i costi.
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La voce della nonviolenzaSara Benedetti · Controvento
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Rubrica: CONTROVENTO | Autrice: Sara Benedetti
Notizie in otto lingue per raccontare con parole semplici il nuovo mondo che nasce
Pressenza è un'agenzia di stampa internazionale che basa il proprio lavoro su cinque principi cardine: umanesimo, nonviolenza, diritti umani, disarmo e diversità. Sono 24 le sedi attive in cui opera a livello globale e ogni giorno vengono pubblicati articoli in inglese, italiano, spagnolo, francese, portoghese, tedesco, greco e catalano. "È nata nel 2008 all'interno del progetto della Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza – ci spiega Olivier Turquet, responsabile e coordinatore della redazione italiana – in quanto volevamo, al di là della copertura della manifestazione, lasciare uno strumento di informazione per tutti i pacifisti e i nonviolenti del mondo".
L'agenzia è indipendente da qualunque interesse economico, il che le consente di essere autonoma e libera da condizionamenti. Si avvale esclusivamente del lavoro e della collaborazione di volontari che hanno esperienza nel campo della comunicazione, dell'attivismo sociale, della cultura e della scienza. Collaborano, dunque, professionisti non remunerati come editorialisti, reporters, redattori, fotografi, grafici, videomakers e traduttori da tutto il mondo che hanno a cuore un'informazione libera, accurata e con un impatto sociale positivo. "Abbiamo raggiunto l'obiettivo di pubblicare in otto lingue e stiamo preparando l'arabo come risposta alla discriminazione di quel mondo, affinché possa avere voce, la voce della nonviolenza. In Italia stiamo lavorando per raggiungere l'obiettivo di avere corrispondenti e redazioni in tutte le regioni e in più posti possibili".
Il nome dell'agenzia deriva da un gioco di parole partendo da "essenza della stampa", inventato da una giornalista e addetta stampa milanese, che poi fu proposto a livello internazionale. "Piacque a tutti, anche solo come suono".
Negli anni, Pressenza, ha vissuto diverse avventure che l'hanno vista direttamente coinvolta. A seguito della prima Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza, che l'ha consacrata, in cui, tra i marciatori, erano presenti numerosi giornalisti dell'agenzia di stampa internazionale che scrivevano le loro cronache mentre la redazione si preoccupava di completarli con articoli, ci sono stati altri momenti topici come la Conferenza di Ginevra dell'opposizione siriana non armata e nonviolenta, il congresso a Berlino dell'International Peace Bureau e il discorso di Silo al meeting dei Premi Nobel sempre a Berlino. "In ognuna di queste occasioni ci sono volti di Pressenza che appaiono". Volti di persone che possono avere anche solo transitato e che poi la vita ha portato altrove, ma "la bellezza di lavorare in modo volontario è quello che ognuno può modulare il proprio lavoro come meglio crede e che questo lavoro è apprezzato in sé, indipendentemente dalla quantità del lavoro stesso. Io mi immagino l'insieme di Pressenza come una nuvola formata da tante luci che si accendono e si spengono a seconda della loro attività. L'importante è la nuvola e la sua dinamica sempre in espansione".
Quest'anno Pressenza ha tentato una riunione in presenza ad Atene per raccogliere tutti i membri del team sparsi per il mondo. La maggior parte delle riunioni, grandi o piccole, generali o tematiche, avviene online a livello internazionale. A livello italiano, post pandemia, a fine Settembre è stata organizzata una riunione alla Casa della Pace di Firenze. "È stato molto confortante vedersi ed abbracciarsi".
Secondo Turquet, il crollo degli ascolti, pubblici e privati, registrato nell'ultimo anno che ha riguardato i principali notiziari e la crisi del cartaceo sono dovuti al fatto che il giornalismo tradizionale ha perso il monopolio di fronte allo sviluppo della tecnologia: "L'agenzia stampa di cui mi occupavo prima di Pressenza, 'Buone Nuove', era all'inizio un bollettino quasi clandestino che girava per mail; diventò un sito e fu tradotto in 5 lingue perché pubblicava buone notizie, cosa che il mainstream non faceva. Ora c'è un supplemento del Corriere della Sera che cerca di seguire, in un modo un po' più 'light', la stessa strada. La tecnologia ha generato possibilità; ma – ci tiene a puntualizzare Turquet – al tempo stesso la stampa tradizionale ha perso credibilità e la presenza di informazioni alternative ha sottolineato l'esistenza della propaganda".
Alla domanda "Chi è Olivier Turquet e di cosa si occupa?" il giornalista fa una premessa: "In primo luogo un essere umano, di conseguenza un umanista". Poi prosegue: "Successivamente sono una persona curiosa e uno a cui piace raccontare cose; da lì, dalla curiosità e il racconto è nata fin da bambino la passione del giornalismo".
Aderire a Pressenza significa anzitutto aderire a un'idea, ovvero che al primo posto esistono le persone. Ed esattamente come le persone, Pressenza, nelle sue fragilità, riscopre l'autenticità del suo messaggio: "Il punto di forza di Pressenza è la sua infinita debolezza, la debolezza della nonviolenza, del lavoro volontario, del gesto disinteressato; un paradosso e un destino. Il mondo che sogniamo è il mondo che raccontiamo, andando a cercare i pezzi del nuovo mondo che sta nascendo mentre quello vecchio crolla e, purtroppo, fa rumore".
Guardando al futuro, non ci sono dubbi, l'obiettivo che si prefigge l'agenzia di stampa internazionale è "continuare ad essere, meglio, quello che già è: uno spazio aperto dove la partecipazione sociale si possa esprimere, possa crescere, confrontarsi con altri, contribuire al mondo necessario e urgente di cui tutta l'umanità ha bisogno".
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Puf! E l'RDC sparìLorenzo Villani · Attualità
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Sezione: ATTUALITÀ | Autore: Lorenzo Villani / La Città Invisibile
Erano 15mila in Toscana i percettori del Reddito di Cittadinanza. Lasciati al loro destino e spariti dalle cronache, come vivono oggi?
Parlare oggi di Reddito di cittadinanza sembra qualcosa di estremamente anacronistico. Il dibattito politico non si interessa più di certe problematiche. Il reddito di cittadinanza è scomparso e con lui anche coloro che fino a qualche mese fa venivano individuati come la causa dei problemi dell'economia italiana.
La stessa retorica classista che ha accompagnato la sua eliminazione sembra essere svanita. La narrazione volta a dipingere i percettori come parassiti è stata propagandata a reti unificate per anni ed è servita a giustificare lo smantellamento di una misura di sostegno sociale a vantaggio di un mercato del lavoro privo di tutele e condizioni dignitose.
Secondo il report del 2022 della Regione Toscana i beneficiari del RdC a Firenze erano 14.536, tra questi la componente maggioritaria era quella femminile (53%). In tale rilevazione la città toscana deteneva il primato in termini di maggior numero di beneficiari, pari al 20% su tutto il territorio regionale. Ulteriore dato rilevante che emerge dalle statistiche risiede nelle classi d'età che maggiormente hanno beneficiato del sussidio: in Toscana la fascia d'età under 29 risulta essere quella che più di altre ha tratto sostegno dal RdC. Dato, quest'ultimo, che se considerato in rapporto ai numeri relativi alla precarietà economica e lavorativa che affligge le giovani generazioni risulta essere significativo.
Nel suo Osservatorio sul Reddito di Cittadinanza l'Inps fornisce dati emblematici in materia di famiglie che hanno beneficiato di tale misura. Nel mese di settembre 2022 a Firenze vi erano 7.240 nuclei percettori di reddito o pensione di cittadinanza. Trattasi di numeri che collocavano Firenze al 1° posto tra le città toscane aventi il maggior numero di famiglie percettrici di tale misura.
Per capire lo scenario post-RdC è necessario porre qualche domanda a chi vive sulla propria pelle le contraddizioni di questo processo di smantellamento. Chi, cioè, si è ritrovato in balia di un cambiamento le cui conseguenze sono ben più drammatiche di quelle che il governo Meloni descrive.
Marta e Giulia sono due ex-percettrici del sussidio. Le loro storie rappresentano ciò che migliaia di precari e disoccupati vivono quotidianamente sulla propria pelle. Tali dinamiche, seppur diverse, sono accomunate dallo stesso filo conduttore: vivere le giornate in attesa che qualcuno risponda o che qualcuno offra un aiuto.
Marta ha 35 anni. Ha beneficiato del RdC per più di un anno, quando non riusciva a trovare lavoro e fare fronte alle spese era un'impresa impossibile. Mi racconta che passava le sue giornate ad inviare curriculum, spesso senza ricevere alcuna risposta. Il RdC le ha permesso di andare avanti. "Quando hai iniziato a percepire il sussidio?" "Durante la pandemia, nel gennaio 2022. Prima facevo la commessa in un negozio di cosmetici ai Gigli. Dopo l'ultima ondata tre quarti del personale è stato lasciato a casa. Da quel momento trovare un lavoro è diventato sempre più difficile. Percepire il reddito è stata una cosa strana per me, in tutti quei mesi ho continuato a cercare lavoro, a contattare aziende e rispondere agli annunci. Ma niente." "Cosa intendi per 'strano'?" "Cioè, da un lato era un sollievo perché mi permetteva di pagare l'affitto e fare la spesa. Dall'altro lato non è certo un orgoglio. Ti sentivi comunque immobile. Poi ad agosto è finito tutto." "E ora cosa fai?" "Ora si aspetta che mi diano notizie. Un po' mi danno una mano i miei. Ma non è vita."
Giulia ha 38 anni, vive all'Isolotto e ha una figlia. È una delle tante persone che ad agosto ha ricevuto un SMS in cui le veniva comunicata la fine del sussidio. Ci tiene a dirmi che di burocrazia non se ne intende e che se non fosse stato per il lavoro dei vari Caf che l'hanno assistita non avrebbe mai compreso le modalità di erogazione del sussidio. Ma questo non è l'unico problema. "Anche la piattaforma del ministero sembra si diverta a escludermi", dice Giulia riferendosi al portale creato per favorire la ricerca di annunci lavorativi sul territorio. "Come funziona la piattaforma del ministero? Chi posta le offerte?" "Non funziona, semplicemente. Guardavo l'altro giorno che in tutta la Toscana ci sono solo 70 annunci sparsi su tutta la regione. Cercano, ad esempio, una cassiera a Lucca, una portiera a Empoli e via dicendo. A Firenze c'era solo un annuncio, per un parcheggio notturno se non sbaglio. Gli annunci vengono messi da agenzie interinali o cooperative, non c'è mai scritta la paga o il tipo di contratto. È tutta propaganda per fare credere che il problema non esista e che la situazione sia risolta. Io ho perso la speranza. Trovare un lavoro sembra impossibile, sono iscritta da 20 anni al centro per l'impiego. Sai quante volte mi hanno chiamata? Una sola, per dirmi che c'era bisogno di aggiornare i documenti." "E per quanto riguarda i corsi di formazione?" "Il Governo Meloni subito dopo aver abolito il RdC ostentò fieramente il ruolo di questi corsi. Quindi mi viene da chiederti: esistono? Sono utili?" "Ah guarda, per ora non si sono visti. Sapevo che ne stavano organizzando uno per fare i giardinieri ma non ho avuto altre informazioni. Poi anche lì: magari fai il corso ma non ti viene data la garanzia di trovare un lavoro. Questo è utile però perché nel momento in cui inizia il corso percepisci anche 350 euro al mese. E ora come ora sono utili. Spero partano questi corsi, il Caf mi ha detto partiranno a breve ma non sanno dirmi altro."
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Bloccate il cantiereValentina Baronti · Lavoro
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Sezione: LAVORO | Autrice: Valentina Baronti
Bocciata dal Consiglio la proposta di Bundu e Palagi. Ma chi vorrà fare la spesa in quel luogo di morte?
Il Sindaco di Firenze, a pochi giorni dalla strage di via Mariti, ha dichiarato: "Dobbiamo essere forti, presenti e incalzanti per cambiare quello che succede altrimenti alla prossima tragedia [...] ci sarà la sommossa di una cittadinanza stufa, stanca di istituzioni inconcludenti, di una politica che non risponde". Peccato però che il Consiglio Comunale, quando si è trovato davanti all'opportunità di fare qualcosa, non l'ha fatto. Nella prima seduta dopo il crollo nel cantiere dell'Esselunga, i consiglieri di Sinistra Progetto Comune Dmitrij Palagi e Antonella Bundu hanno presentato un ordine del giorno, bocciato da tutti gli altri gruppi, per chiedere l'intervento della Polizia Municipale e il blocco del cantiere, per lasciare spazio a un parco. Palagi e Bundu, dalle prime ricostruzioni è chiaro che in via Mariti è mancato totalmente il controllo.
Quanto sta emergendo in queste ore è anche peggio del "nessun controllo". I controlli ci sono stati, ma senza rilevare criticità. Abbiamo proposto in questi anni di rafforzare la presenza della Polizia Municipale nei cantieri, visto che è il corpo di maggiore prossimità. Ci sono già stati protocolli tra INPS, INAIL e Palazzo Vecchio. Abbiamo chiesto un tavolo tra questi soggetti, in cui coinvolgere anche Ispettorato del Lavoro e AUSL, per capire come svolgere un ruolo utile come ente locale.
Sono anni che il quartiere chiede che in quell'area nasca un parco. La storia di quell'area è l'ennesima occasione mancata da parte del pubblico. Il cantiere rimarrà comunque bloccato a lungo, probabilmente. Le persone giustamente sollevano anche un problema di opportunità: quanto sarà facile andare a fare la spesa in un luogo la cui costruzione ha causato tanto dolore? È fondamentale sostenere e riconoscere il ruolo della cittadinanza, favorendo la partecipazione. C'è lo storico Comitato Ex Panificio Militare e c'è il nascente Comitato per il blocco del cantiere.
La maggior parte delle vittime sono migranti e alcuni di loro lavoravano senza contratto. È un caso? No. Perché dalla Bossi-Fini in poi si è fatto pesante il ricatto verso le persone migranti. Chi vuole lavorare ma non ha cittadinanza diventa particolarmente sfruttabile. L'illegalità, di cui si parla nel dibattito istituzionale, rimuove sempre chi sfrutta la disperazione e le strutture mafiose. Provano a dividere la classe lavoratrice, alimentando sentimenti razzisti. Non è una novità.
Taoufik Haidar, Marocco — Luigi Coclite, Italia — Mohamed El Farhane, Marocco — Mohamed Toukabri, Tunisia — Bouzekri Rahimi, Marocco
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La strage calcolataDario Salvetti · Lavoro
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Sezione: LAVORO | Autore: Dario Salvetti, Collettivo di Fabbrica Gkn e delegato sindacale Fiom
Sessanta subappalti nel cantiere di via Mariti: scelta inefficiente e illogica? Non quando l'obiettivo è il massimo profitto e la contrazione di salari e diritti
Gli appalti sono una montagna di merda. Ad oggi non sappiamo cosa abbia provocato il crollo nel cantiere dell'Esselunga a Firenze, né è nostro compito definire le cause tecniche di quella strage. Quello che sappiamo è che in un fazzoletto di cemento - stiamo parlando di un supermercato - erano presenti 35 ditte e 60 subappalti e che una prima ipotesi - tutta da verificare - è che ci sia stato un errore "di processo": una delle ditte avrebbe iniziato la colata di cemento quando un'altra non aveva ancora fissato la trave. Ragione per cui "sotto la lente degli inquirenti è finita proprio la complessa filiera di appalti e subappalti" (Ansa).
35 ditte, 60 subappalti, sono un inno all'errore, allo spreco, all'inefficienza. Una simile giungla è prima di tutto incompatibile con la fluidità del processo produttivo. È una moltiplicazione inutile di direttive, piccole gerarchie, spese amministrative. Un sistema che si autoproclama tendente alla massima efficienza dovrebbe tendere alla semplificazione.
Il punto è che in questo sistema, l'obiettivo del lavoro non è il lavoro di per sé, non la sua materialità, non la sua qualità. L'obiettivo è la profittabilità del lavoro. E ciò che appare inefficienza, in verità è il meccanismo necessario alla realizzazione del massimo profitto. E quelli che appaiono costi inutili, sono in verità un investimento con il suo ritorno ben calcolato.
Si investe consapevolmente sullo spezzettamento del lavoro. Questo non solo garantisce salari più bassi oggi, ma li garantisce domani e dopodomani. Non solo garantisce di comprimere il numero di assunzioni, ma spezza alla base il concetto stesso di contratto a tempo indeterminato, giacché di fatto ogni rinnovo di appalto è potenzialmente una perdita di lavoro.
Ancora più di questo, ciò che l'appalto produce è una maggiore difficoltà a conoscere il processo produttivo, il diritto contrattuale. E più di ogni altra cosa produce una difficoltà a conoscersi e riconoscersi tra pari. In poche parole, è un potente strumento di disumanizzazione.
Chiunque abbia mai lavorato a contatto con appalti, non può non avere notato lo strano funzionamento della psicologia umana. Non solo dove la prestazione è saltuaria, ma anche quando si tratta di lavoratrici e lavoratori che lavorano quotidianamente sotto lo stesso tetto, contribuendo alle diverse funzioni necessarie per la riuscita del lavoro, fissi, precari, appaltati, subappaltati tendono a non riconoscersi come parte di un'unica funzione.
Giacchette diverse, contratti diversi, punti di accesso diversi, diritti basilari negati per alcuni - come lo spogliatoio o la mensa ad esempio - che diventano privilegi ad occhi di altri, direttive diverse, contrastanti, scaricabarile continuo tra livelli decisionali lasciando poi spesso i lavoratori a prendersela tra di sé: tutto questo a discapito di qualsiasi basilare logica dell'organizzazione del lavoro, ma perfettamente in linea con quella del massimo profitto da trarre dal lavoro.
Primo e fondamentale obiettivo: disumanizzare, renderci irriconoscibili tra di noi. Ora tutti si indignano. Ma provate voi a fare una trattativa con qualsiasi direzione aziendale per una reinternalizzazione di una portineria, di una mensa, di un servizio di pulizie, senza essere guardati come dei piccoli insurrezionalisti.
Che poi questa è la differenza fondamentale. Noi restiamo umani, o almeno ci proviamo, sempre, in ogni cosa che facciamo. Deriviamo la nostra idea di ciò che deve essere un "sistema" dalla materialità della vita, del lavoro, dei molteplici bisogni del nostro corpo e della nostra testa.
Questo è un sistema disumano, che ha bisogno di disumanizzare. E copre la propria ipocrisia dando un nome solo ai morti. Si conosce i nostri nomi, quanti figli abbiamo, da quale paese arriviamo, solo quando veniamo estratti dalle macerie, in pace come in guerra. Che poi per la nostra classe la pace è solo una guerra con intensità diversa e la ripresa solo una diversa gradazione della crisi.
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Non chiamatele morti biancheFrancesco Cuccuini · Lavoro
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Sezione: LAVORO | Autore: Francesco Cuccuini
Profitto e sicurezza: un matrimonio impossibile?
Cinque morti e 3 feriti. Sono le conseguenze dell'incidente avvenuto il 16 febbraio nel cantiere dell'Esselunga in via Mariti a Firenze. Ancora vite spezzate, persone che escono da casa per andare al lavoro senza farvi ritorno. Ancora parenti gettati nella difficoltà e nella disperazione. Ancora famiglie che lasciano i propri luoghi di origine in cerca di lavoro, colpite duramente. Un'altra tragedia.
Ricordiamo i loro nomi: Mohamed Toukabri di 54 anni, Mohamed El Ferhane di 24 anni, Taoufik Haidar di 45 anni, Luigi Coclite di 59 anni, Bouzekri Rachimi di 56 anni, mentre i tre feriti - di 37, 48 e 51 anni - sono stati ricoverati all'Ospedale di Careggi. Non sono morti bianche. Chiamiamoli morti sul lavoro, perché non c'è un carattere inspiegabile e inaspettato dell'infortunio. Le dimensioni del fenomeno infortunistico sul lavoro indicano un cancro da estirpare, che mina da tempo la convivenza civile e sociale dell'Italia.
La cultura non basta
Rispetto ad alcuni decenni fa la situazione negli ambienti di lavoro è migliorata, i livelli minimi di sicurezza si sono innalzati. Se in passato era raro vedere un lavoratore in un'officina meccanica con le scarpe antinfortunistiche, oppure in un cantiere edile con l'elmetto di protezione o con la mascherina in un'azienda chimica, oggi possiamo affermare che in quegli ambienti l'eccezione è il lavoratore senza le scarpe adeguate, il casco o altri dispositivi di protezione individuale.
Ma questo non è sufficiente: come ci ricorda l'Osservatorio sicurezza e ambiente di Mestre, dal 2019 ad oggi riscontriamo ancora quasi 6.000 infortuni mortali e quasi 2.500.000 infortuni. Le cause sono molteplici, complesse e di varia natura, ma sicuramente il punto centrale è che per le aziende la sicurezza sul lavoro non è un fattore critico di successo. Non è conveniente come invece lo sono la qualità, il controllo di gestione, il marketing o la gestione ambientale. La sicurezza sul lavoro non è un elemento con cui competere sul mercato. Essere adempienti dà scarsi vantaggi. Ovviamente sono previsti obblighi di legge, ma il mercato - istituzioni, concorrenti, clienti, fornitori - non riconosce particolare valore alle aziende che hanno fatto il loro dovere in questo senso.
Le leggi non bastano
La normativa è piuttosto farraginosa: i famosi Decreti legislativi 626/94 e 81/08, seppure innovativi, sembrano pensati per le grandi aziende e privilegiano l'aspetto formale sull'aspetto sostanziale. Per ottenere il rispetto delle regole è invece necessario garantire sanzioni per gli inadempienti e incentivi per gli adempienti. In sintesi la certezza della pena. L'obiettivo forse presuppone e impone anche una norma più snella, meno burocratica. Occorre rendere la sicurezza attraente, interessante, conveniente, un buon affare: un fattore critico di successo.
L'Inail valuta i costi della mancanza di sicurezza negli ambienti di lavoro in 45 miliardi di euro all'anno, quasi il 3% del PIL. Quindi un impegno da parte delle istituzioni per arginare il fenomeno sarebbe, oltre che giusto, doveroso, morale, obbligatorio, perfino conveniente. Sarebbe un introito per le casse dello Stato.
Ci permettiamo infine una raccomandazione al legislatore. Sarebbe opportuno che ascoltasse e coinvolgesse chi si occupa di sicurezza tutti i giorni per tutto il giorno, piuttosto che solo politici distratti, burocrati annoiati, datori di lavoro interessati, sindacalisti routinari, sedicenti esperti, cultori della materia, influencer, opinion leader, networker, anchormen, star, sportivi, musicisti e celebrità varie.
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I corpi degli operaiValentina Baronti · Lavoro
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Sezione: LAVORO | Autrice: v.b. (Valentina Baronti)
Caporalato, operai a nero, maestranze che cambiano di continuo, muratori con contratti da metalmeccanici. Subito dopo il crollo, dal cantiere dell'Esselunga di via Mariti sono iniziate a uscire notizie inquietanti. Certo sono da verificare e saranno gli inquirenti a dirci cosa è successo quel giorno. Intanto però arrivano i dati dell'ispettorato del lavoro che, nella sua informativa al governo, parla del 76% di cantieri irregolari, con un incremento dell'11% rispetto all'anno precedente. È come se quel solaio, crollando, avesse scoperchiato il vaso e lasciato uscire fuori un quadro inimmaginabile di sfruttamento e dolore. Un po' come è accaduto con la campagna 8X5 (otto ore per cinque giorni) e lo sciopero dei facchini di Mondo Convenienza, che ci hanno fatto scoprire la schiavitù a due passi dalle nostre case.
Nel caso di via Mariti il rumore è stato più forte e quei corpi martoriati era impossibile non vederli. Ma sono gli stessi corpi, fiaccati, logorati, uccisi con un unico obiettivo: il profitto. Sono i corpi degli operai che si frappongono alla barbarie. La stessa che nel 2021 ha licenziato con un'email i 500 lavoratori e lavoratrici della Gkn e che, proprio nei giorni della strage dell'Esselunga, ha cancellato 80 anni di storia sindacale di Firenze con un'altra email, quella con cui l'attuale proprietà della fabbrica ha disdetto tutti gli accordi interni. Ossia tutti i diritti ottenuti dagli scioperi della Fiat di Novoli e poi dalla Gkn di Campi Bisenzio, una sorta di scudo contro la barbarie, che si tramandava da contratto a contratto, da operaio a operaio, da corpo a corpo. Fino a che "un piccolo stupido privato", per dirla con Don Milani, non ha deciso che quella storia era finita. Che quei corpi andavano rimessi al loro posto: sotto il giogo, sotto le macerie. Passato il rumore del crollo, rimane la rabbia di una classe intera, che mette la speranza al posto delle lacrime di coccodrillo delle istituzioni, una fabbrica recuperata al posto dei licenziamenti, un parco al posto di un supermercato.
- caporalato
- lavoro nero
- 76% cantieri irregolari
- +11%
- ispettorato del lavoro
- campagna 8X5
- otto ore cinque giorni
- Mondo Convenienza
Il miraggio del contrattoValentina Baronti · Lavoro
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Sezione: LAVORO | Autrice: Valentina Baronti
Riccardo, 50 anni e una vita nei cantieri tra precarietà, sfruttamento e lavoro a chiamata
Quando ci sono ditte diverse a lavorare nello stesso cantiere, gli incidenti sono più frequenti, perché a volte non si coordinano tra loro. Quando lavoravo per le fiere, un operaio giovanissimo morì mentre smontava una struttura. Il giorno prima chi era salito a smontare l'insegna aveva allentato i bulloni dei tubi e, quando lui salì, venne giù tutto. In quel caso mancò la comunicazione tra le due ditte, se fosse stata la stessa azienda a fare quel lavoro, non sarebbe successo.
A raccontare questo episodio è Riccardo Boni, nostro redattore con un passato nei cantieri ferroviari e fieristici: un operaio specializzato che si è barcamenato tra lavoro in nero, partite iva e agenzie interinali.
"Ho iniziato a lavorare a 22 anni, facevo il manovale in piccoli cantieri, a nero. Poi ho imparato a fare l'elettricista e ho iniziato a lavorare per le fiere e mi hanno chiesto di prendere la partita IVA. Facevo il caposquadra e guadagnavo bene, ma si lavorava dalle 8 del mattino alle 11 di notte e negli ultimi giorni anche fino alle 3 del mattino successivo. Poi iniziarono a pagare sempre più in ritardo e a un certo punto non mi hanno chiamato più, perché avevano trovato chi faceva il mio stesso lavoro per meno soldi. Allora ho cambiato ancora lavoro, questa volta con l'agenzia interinale, che almeno pagava puntuale. Ho fatto la manutenzione dei treni e dei tram, sia a Firenze che in altri cantieri italiani, ho lavorato come elettricista in appalti pubblici, ospedali e case di cura, con contratti che mi venivano rinnovati di mese in mese. Ho fatto la guardia giurata, quando lavoravo anche 12 ore ma con un contratto di 6 ore".
Riccardo ha 50 anni, il fisico segnato da lavori faticosi e pericolosi. Riccardo ha 50 anni e non ha mai avuto un contratto regolare.
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Compagni di viaggioFuori Binario · Necrologio
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La scomparsa di Gilberto Pierazzuoli e Donato Bargellini
Gilberto e Donato non sono più tra noi, ci hanno lasciato in queste settimane. Gilberto dopo una lunga malattia, Donato andandosene all'improvviso, lasciandoci così, senza parole.
Gilberto Pierazzuoli l'avete spesso letto su queste pagine. Ci raccontava dei rischi connessi alle nuove tecnologie e all'intelligenza artificiale. Rischi soprattutto per i più poveri e indifesi, per i più fragili e per chi è messo ai margini. In un suo articolo intitolato "Cittadini a punti" descriveva un mondo, molto reale e per niente dispotico, in cui gli algoritmi vengono usati per analizzare i comportamenti sociali, rischiando così di criminalizzare ogni "deviazione" dalla norma. Per punire i comportamenti quindi, oltre che i reati. Ci raccontava di come nella Bologna governata da Pd e 5Stelle, di questo meccanismo si promuova quella che può essere percepita come una parte "buona" con la creazione del "portafoglio del cittadino virtuoso" che rilancia il meccanismo della raccolta punti del supermercato nella fruizione dei diritti e dei doveri di cittadinanza.
Donato Bargellini non solo era il compagno della nostra redattrice Sabrina, già presidente dell'associazione Periferie al centro, ma è stato un insegnante di lettere e filosofia formidabile nell'accompagnare i suoi allievi nell'affrontare la vita attraverso la lente di valori come quelli dell'impegno, della solidarietà, della cura dell'altro. Ateo e rivoluzionario, fin da ragazzo, ha sempre cercato di scardinare convenzioni e certezze. Ha condiviso le scelte di suo fratello Lorenzo, leader del Movimento di lotta per la casa, che ha amato profondamente e anche lui scomparso all'improvviso, sette anni fa. In sua memoria negli ultimi anni è stato un importante animatore del Premio Bargellini che ogni anno viene assegnato alle tesi di laurea che sanno valorizzare le realtà di autorganizzazione sociale e che elaborano pratiche di resistenza e politiche dal basso in grado di definire nuovi saperi e nuovi immaginari.
Tutta la comunità di Fuori Binario è vicina e abbraccia forte Barbara Zattoni e Sabrina Tosi Cambini. Gilberto e Donato continueranno a camminare con noi.
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Non restare a piangere sulla mia tomba, non sono lì, non dormo. Sono mille venti che soffiano, sono la scintilla diamante sulla neve, sono la luce del sole sul grano maturo. Sono la pioggerellina d'autunno quando ti svegli nella quiete del mattino... Sono le stelle che brillano la notte. Non restare a piangere sulla mia tomba, non sono lì, non dormo.
— Canto Navajo
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Workers in FlorenceFrancesco Martinelli · Lavoro
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Sezione: LAVORO | Autore: Francesco Martinelli
Contratto: regolamento di interessi che trae la sua forza vincolante dall'accordo di coloro che lo stipulano (Vocabolario Treccani)
Per anni abbiamo sentito i titolari di ristoranti, aziende ecc. del paese lamentarsi che non trovavano più persone disponibili a lavorare nei locali, nei lavori umili, e così via. Abbiamo sentito parlare di fannulloni, abbiamo sentito parlare di approfittatori del Reddito di Cittadinanza. Non ci abbiamo creduto. È un fatto che il lavoro in nero sta aumentando, soprattutto nelle fasce giovanili, e chi riesce a conquistarsi un contratto rimane comunque precario.
Intanto Firenze è sempre più una città per turisti, come una Disneyland "de noantri", una città vivibile solo per chi se lo può permettere. Ma qui siamo andati a incontrare un gruppo di più e meno giovani che si ritrova per parlare, discutere e cercare di risolvere una delle questioni più spinose della città: come lavorarci. Vanni ci racconta di come il gruppo, denominatosi Workers in Florence, abbia fatto delle "inchieste" tra lavoratori/trici precari/e, in modo di comunicare i posti di lavoro più disagevoli o che sfruttano di più il personale per creare un minimo di autodifesa in un mondo di sopraffazione.
Veniamo anche a sapere che esiste un periodo stagionale fiorentino, esattamente come nei posti di mare dove c'è la stagione estiva, che riguarda musei, biblioteche o eventi mondani come quelli che si svolgono alla Fortezza. Qui più che altrove si approfitta di chi ha bisogno di lavorare e, trattandosi di periodi brevi, è più facile per il datore di lavoro fare contratti a basso costo e con poche garanzie, anche a dispetto della sicurezza. Purtroppo spesso e volentieri però i sindacati hanno già contrattato salario e servizi. Molti giovani, studenti e non, accettano o non si accorgono di essere sfruttati per mancanza di informazione (e anche perché spesso chi si lamenta e porta avanti una vertenza si ritrova in tribunale da solo contro megaditte multiservizio).
C'è poi la privatizzazione dei servizi essenziali che erano una volta pubblici, come per esempio i trasporti. I lavoratori e lavoratrici di queste aziende hanno sempre meno potere contrattuale, mentre i privati tagliano le buste paga, aumentano i prezzi e offrono un servizio che non migliora, anzi (di nuovo si pensi ai mezzi pubblici).
Il sempre criticato Reddito di Cittadinanza era un modo per avere una forza contrattuale con il datore di lavoro: un disoccupato poteva decidere di non andare a lavorare per pochi spiccioli avendo già un piccolo reddito che gli consentiva di pagarsi le bollette. Non era ovviamente la soluzione ideale, ma era un modo per tappare la falla che sta distruggendo il lavoro nel nostro paese: il "contratto" deve tornare ad essere contrattabile, altrimenti il lavoratore può solo abbassare la testa per non morire di fame (si può dire "morire di fame" in Italia?).
I/le Workers in Florence fanno una scuola serale per acquisire la capacità di leggere un contratto di lavoro, conoscere i propri diritti, confrontarsi tra loro, aggregarsi e trovare forme di risposta al precariato. Come tanti di noi sono convinti che solo unendosi si possa risolvere il problema. Al momento si riuniscono al circolo ARCI di S. Niccolò. I prossimi appuntamenti saranno il 22 febbraio e il 21 marzo, anche se, scherza Vanni, i loro appuntamenti sono flessibili come il lavoro. Si possono trovare anche sui social come Facebook e Instagram digitando "Workers in Florence".
"Siamo i lavoratori/trici di Firenze, gli ultimi ingranaggi della grande ruota dello sfruttamento. Organizziamoci! Facciamo girare gli ingranaggi come vogliamo noi!"
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Pace e memoriaClara Baldasseroni · Storie
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Sezione: STORIE | Autrice: Clara Baldasseroni
In Italia abbiamo uno Stato laico che gettò le sue basi con l'Unità d'Italia, e si è delineato nell'arco della storia fino ad essere definitivamente sancito dall'art. 7 della Costituzione Italiana. È quindi preferibile lasciare la religione al di fuori di ciò che riguarda le questioni politiche.
Israele sta combattendo una guerra nella Terra Santa in Medio Oriente, ma dimentica che da sempre vi sono state presenti sia una comunità ebraica che una arabo-palestinese. Non è possibile concedere a nessuna religione che si possa uccidere altri esseri umani. Non è possibile lasciare senza casa tutti i palestinesi vietando loro di poter restare dove hanno vissuto da sempre. Molti cittadini italiani hanno condiviso la causa palestinese per motivi etici e vogliono prima di tutto la fine della guerra. È anche un diritto della comunità palestinese poter chiarire le loro posizioni non anti-semite perché il miglior modo di ricordare è non ripetere mai più certi errori. La maggior parte delle persone vorrebbe non essere coinvolta in nessun conflitto, nemmeno se extra-continentale.
Il sistema globale si basa sull'economia del libero mercato che compra e vende materie prime ed energia per la produzione. Gli scambi sono condotti da pochi individui che fanno parte di determinati gruppi o "elités", mentre aumenta il numero degli abitanti del pianeta appartenenti alle classi più povere. La società italiana sta diventando sempre più numerosa e multietnica a causa dell'arrivo dei migranti attraverso i viaggi della speranza e l'inserimento nel tessuto sociale e lavorativo. La popolazione globale sta raggiungendo circa 8 miliardi di persone e la maggior parte chiede di essere tutelata nel suo diritto fondamentale, sottolineando che aver conquistato la possibilità di sopravvivenza non significa sopraffare altri popoli. È un paradosso, ancor di più se fosse proprio la religione a impedirlo allontanando dalla verità.
Tutti noi abbiamo il diritto e il dovere di collaborare per raggiungere la pace. Ravvedersi dall'obnubilamento imposto dalle società belliche rappresenta una prima apertura al dialogo. Per una risoluzione si deve iniziare a comunicare concedendo l'autodeterminazione dei popoli e ponendo fine alla censura. Dopo una prima fase analitica in modo esauriente per tutti, si può perseguire un mosaico di possibilità reali.
Il massimo, completo beneficio, si ha con il raggiungimento della felicità collettiva. Permettendo a tutta la comunità di apprendere altri aspetti relativi al miglioramento si può completare la disponibilità della maggioranza di essi e aumentare le risorse a disposizione di una società affinché possa viverci soddisfatta e con un senso di presenza.
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Maurizio, in strada per amoreFrancesco Martinelli · Storie
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Sezione: STORIE | Autore: Francesco Martinelli
Quando la vita colpisce duro tutto può cambiare all'improvviso e diventa quasi impossibile tornare sui binari della "normalità"
Oggi mi sono alzato strano. Anche le persone intorno mi sembrano strane; esco fuori dal saccappelo, stamattina, e pure la gente mi guarda in modo parecchio strano. In bus sono tutti presi male, ma stavolta non ce l'hanno con me, ma con il cellulare. Mi domando dove sono finito. Forse sono in un film o sto ancora dormendo, però se mi dò un pizzicotto sento male e allora sono sveglio. È un mondo che non mi appartiene o sono io fuori dal mondo?
Passo per le strade di Firenze ed è una carrellata di persone con la propria croce sulla schiena. Dagli operai con gli scarponi pesanti ai disoccupati con i pensieri pesi, dai senza tetto fino a chi il tetto se lo porta al collo come un guinzaglio a strozzo per i cani. Lo stato sociale è una parolaccia ai nostri tempi. Mi ricordo che posso sempre scrivere su Fuori Binario e riallacciarmi con una realtà che non è solo seghe mentali sui social, ma è la realtà che ci appartiene.
Un altro ragazzo che vive in strada ci racconta la sua storia con la voglia di far trapelare un po' di luce attraverso i periodi bui della vita. "Una volta avevo una vita regolare, un lavoro, una famiglia". I soliti discorsi si potrebbe dire; invece no. Le storie si somigliano, ma c'è qualcosa che fa la differenza: la persona e il suo bagaglio di esperienze.
Ci troviamo in piazza dei Ciompi con Maurizio, che è un fiorentino doc eppure... vive come uno straniero nella sua città che non riconosce più. Nonostante febbraio è una bella giornata e ci sediamo sugli scalini per parlare.
Mi racconta del dramma familiare in cui perde la moglie. Dopo la tragedia e la depressione ha perso le sue sicurezze, compresa la casa. Ha vissuto in occupazione per un periodo; nonostante fosse uno stabile abbandonato, ha preso anche denunce. Poi ha vissuto al freddo su una panchina in piazza Tasso, fino a quando si è rivolto a un assistente sociale che gli ha trovato una stanza all'albergo popolare.
Poi l'amore. Lei vive in strada, lui all'albergo popolare. Quando lei si ritrova con 60 punti di sutura dopo un'aggressione, lui decide di vivere in strada con lei.
Ora vive con la sua compagna e il figlio, ha trovato un angolo in un sottopassaggio delle Cure dove sono stati bene accetti dai residenti. Hanno provato anche il centro città e i punti dove è possibile dormire, ma sono zone ormai pericolose per via dello spaccio di droga, specialmente crack, che rende anche il tuo vicino di letto un potenziale nemico disposto a rubarti di tutto. Al sottopassaggio ogni tanto passa l'antidegrado, che per fortuna ha creato con loro un rapporto di mutuo rispetto, dato che "si comportano bene". Che vuol dire? Che la mattina raccolgono le loro coperte e i loro pochi averi, tolgono anche i cartoni e puliscono tutto, per lasciare agli spazzini lo spazio per il loro lavoro.
Gli abitanti del quartiere li salutano quando passano e li aiutano con vestiti, cibo o piccole offerte in denaro. Ma Maurizio si sente responsabile per la sua famiglia acquisita e vorrebbe fare di più... Per questo ogni giorno si alza per trovare un impiego che gli dia dignità.
Ha scelto di vivere per strada per stare accanto alla sua compagna e suo figlio. Ha difficoltà con la burocrazia per trovare soluzioni reali; i vestiti li prende nei vari punti descritti anche in fondo a questo giornale; mangia alla mensa popolare e pensa, come tutte le persone che vivono in strada, ad arrivare in fondo alla giornata.
Del resto quando si vive alla giornata spesso non si riesce a pensare al futuro. Maurizio non avrebbe mai voluto fare questa vita; quando era pontista era lui ad aiutare i senza dimora portando coperte e cibo. Adesso invece riagganciarsi a una vita normale diventa quasi impossibile, perché bisogna prima pensare alle necessità essenziali: a volte passi la notte sveglio e il giorno pensi solo a guadagnarti il pane. È facile perdere ogni prospettiva.
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All'Oasi delle BucheValentina Nicastro · Mille Foglie
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Rubrica: MILLE FOGLIE | Autrice: Valentina Nicastro
Ci sono posti inventati per farti star bene. Uno di questi si chiama Oasi delle Buche e si trova a Poggio a Caiano, davanti al piccolo parcheggio dove ha inizio la passeggiata del Parco della piana. Abbiamo trascorso lì una mattina, eravamo un gruppetto di persone amanti delle piante e Andrea Campani, volontario e socio dell'associazione "Il registro degli Alberi" ci ha accolto e ci ha insegnato una minuscola frazione di tutto quello che sa, sulla fattoria utopistica dei Medici che sorgeva in quel luogo, sul pittore Bartolomeo Bimbi che ritraeva nei suoi dipinti a olio i frutti della terra più rari e pregiati di quelle terre, sugli alberi e la loro intelligenza, sulle tecniche di innesto.
E così il tempo è volato, in quel perimetro di due ettari gestito alla perfezione vicino alla Villa Medicea, un angolo di biodiversità aperto a tutti dove si coltivano frutti antichi, varietà che sarebbero estinte, come la Pera volpina, i ceci neri, l'albicocca luizet, il cocomero moscatello e il pomodoro della Valle del Bisenzio. Un luogo di cura e salvaguardia, dove sabato hanno trovato casa il fico della musicista Carlotta e il gelso di Camilla, un alberino che dopo essere morto e rinato tante volte si è davvero meritato questo traguardo. È stato un bel sabato di condivisione delle nostre "passioni clorofilliane", degnamente conclusosi tra vino bruschette e sottoli genuini consumati sotto il portico della piccola foresteria dove il sole, la campagna e la semplicità ci hanno resi ancor più consapevoli di quello che abbiamo perso ma che possiamo ancora recuperare e conservare. Su Facebook seguite le attività dell'Oasi Apistica Le Buche: presto sarà organizzata una giornata di pratica sulla riproduzione delle piante per talea.
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Un'arancia in dueGiampaolo Pancetti · Nonviolenza
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Rubrica: NONVIOLENZA | Autore: Giampaolo Pancetti
Un'arancia. Due bambine. Che cosa ne faranno? Chi vince e chi perde? C'è un modo semplice e veloce: passare alle mani, il più forte ha ragione e prende l'arancia. Alla fine quando ci vuole ci vuole! O no?
Ma forse prima di arrivare alle mani accamperanno dei diritti. Io sono più grande spetta a me. No, io sono più piccola, sta a me la precedenza. Ma sono io che aiuto la mamma, tu non fai niente. Non è vero - dice l'altra - tu la fai sempre arrabbiare, invece io sono più buona. L'arancia spetta a me!
Ma se neanche i diritti funzionano… forse se la giocheranno a caso, magari a dadi? No, non ha senso! Forse la più grande farà un passo indietro, il passo della rinuncia e farà vincere l'altra. Ma è poi sempre giusto che sia la grande a fare un passo indietro? Allora forse dovrebbero farlo entrambe. Ma così che senso ha? Alla fine nessuno si gusta l'arancia! Però ci sarà almeno parità.
Già, parità per parità, dividiamola a metà no? Oppure la spremiamo e dividiamo a metà il succo! È la logica del compromesso. Ma già un'arancia è poca cosa… dà soddisfazione dividerla a metà?
Poi viene la nonna e come si sa le nonne sono sempre le più sagge. La nonna ascolta, la nonna comprende che in realtà l'una aveva sete e l'altra aveva carenza di vitamine. Presto fatto. Un bel bicchiere di succo di pera per l'una e un concentrato di vitamine per l'altra. Quando si comprendono i reali e reciproci bisogni c'è TRASCENDENZA.
Una terra, la Palestina, due popoli! Che cosa ne faranno?
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Femministi a paroleMarta Benettin · Femminismi
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Rubrica: FEMMINISMI | Autrice: Marta Benettin
Chiara Ferragni è sulla bocca di tutti, da mesi, per lo scandalo beneficenza. E le sue aziende partner, come Trudi, Pigna od Oreo, ci tengono a sbandierare la presa di distanza. Perché? Perché prendere pubblicamente posizione rispetto ai temi caldi del momento o a grandi cause, fa vendere di più.
I femminicidi sono il tema caldo del momento? Le aziende dichiarano prontamente il loro femminismo. Il che da una parte è un bene, intendiamoci, è importante è che se ne parli, ma il rischio è quello di far percepire la parità di genere come una questione risolta con il "pink washing", la risciacquatina rosa con cui le aziende dicono di essere attente all'equità e possono continuare a non esserlo di fatto.
Un mese fa Sanremo ha proposto, contro i femminicidi, un siparietto con la recita di frasi banali e superficiali sull'amore. E con questo ha veicolato l'idea di essere un'azienda attenta alle questioni di genere. Peccato che dalla sua nascita abbia avuto solo 7 presentatrici primarie su 74 e nessuna direttrice artistica ad oggi. Le donne pare non siano capaci… Cosa possiamo fare noi? Facciamo "whistleblowing", anche in forma anonima.
Da dicembre 2023 è infatti obbligatorio per le aziende private con più di 50 dipendenti (negli Enti pubblici esiste l'obbligo dal 2012) istituire una piattaforma interna, così detta "Whistleblowing" ossia usare il fischietto, che può essere utilizzata anche per segnalare comportamenti discriminatori e contrari alla Parità di Genere che dovessero manifestarsi sui luoghi di lavoro. Denunciamo!
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Undici euro e cinquantaFuori Binario · Lavoro
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Sezione: LAVORO
La Campagna Abiti Puliti: è questo il minimo orario per una vita decente. Intanto in Italia avere un lavoro non mette più al riparo dalla povertà
Chiunque abbia seguito le recenti mobilitazioni portate avanti dai SI Cobas Firenze e Prato per il rispetto dei diritti dei lavoratori nei settori della moda, del lusso o della logistica, sa benissimo a che livello può arrivare lo sfruttamento: paghe risibili, spesso in nero, esasperazione degli orari, sicurezza lasciata alla responsabilità del singolo, abolizione del riposo settimanale, ricatti continui.
Ed è proprio partendo dalla filiera degli abiti di lusso (e non solo) che la Campagna Abiti Puliti ha ribadito la necessità di garantire un salario orario di almeno 11 euro e 50 netti, ossia 2mila euro nette per chi lavora 40 ore settimanali. La richiesta è molto semplice: riduzione dell'orario di lavoro e stipendio adeguato al costo della vita. L'obiettivo è altrettanto basilare: garantire una vita dignitosa alle famiglie che contano sul reddito da lavoro e una maggiore efficienza per le imprese. In poche parole: lavorare per vivere e non il contrario.
L'attuale modello di produzione e consumo è basato sulla massima compressione dei costi e sull'iper-produzione di merci, spesso di scarsa qualità e ad alto impatto per le persone, il clima e l'ambiente. L'industria della fast fashion incarna perfettamente questo modello e ci dimostra, ancora una volta, che non funziona più.
Sappiamo come povertà, diseguaglianze e inflazione in Italia aumentino costantemente. L'Italia è l'unico paese OCSE in cui i salari diminuiscono anziché aumentare, mentre a lievitare è solo il costo della vita. Avere un lavoro non mette più al riparo dalla miseria, lo dicono i dati: il 50% delle famiglie in povertà relativa hanno al loro interno un lavoratore, il cui reddito è insufficiente a soddisfarne i bisogni. Una ingiustizia profonda, considerato che nel nostro paese, nel 2020, lo stipendio di un manager era di 649 volte superiore a quello di un operaio della stessa azienda.
Lavorare e rimanere poveri è una assurdità e una ingiustizia inaccettabile. Eppure il salario minimo sembra essere l'ultimo pensiero del parlamento.
- Campagna Abiti Puliti
- salario minimo
- 11
- 50 euro netti
- 2000 euro nette
- SI Cobas
- Firenze
- Prato
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Degli affetti e delle peneCorrado Marcetti · Attualità
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Sezione: ATTUALITÀ | Autore: Corrado Marcetti
Anche i detenuti hanno diritto all'amore: lo ha sancito la Consulta. Ma l'Italia è ancora molto lontana dalle "camere per l'intimità"
La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 10 del 26 gennaio 2024, ha riconosciuto il diritto soggettivo all'affettività e alla sessualità delle persone detenute sancendo l'incostituzionalità dell'art. 18 dell'ordinamento penitenziario che impedisce, con l'imposizione del controllo visivo, qualsiasi carattere di riservatezza nelle sale colloqui. Dopo una lunga serie di interpellanze, tergiversazioni e rimandi, la "questione" delle relazioni affettive in carcere raggiunge finalmente un approdo positivo.
Nella grande maggioranza degli ordinamenti penitenziari europei (31 Stati dei 47 che compongono il Consiglio d'Europa) e in diversi altri paesi del mondo, da tempo questo diritto è garantito. È un quadro variegato in cui sono presenti situazioni molto differenziate da paese a paese, da carcere a carcere, da regime detentivo a regime detentivo. Ma, tenuto nel debito conto che in alcuni casi il colloquio affettivo è considerato nell'ambito del diritto soggettivo della persona, in altri concesso come beneficio subordinato, e mai dimenticando che le condizioni di detenzione restano comunque duramente afflittive in tanti paesi, le "stanze dell'affettività" e le "case delle visite" rappresentano ormai una realtà consolidata.
Accade, ad esempio, in Norvegia, paese con un riconosciuto primato nell'attenzione alla condizione umana nel sistema carcerario. Nel film "Le cattedrali della cultura", realizzato su progetto di Wim Wenders, con sei registi per altrettanti edifici, è inserito, insieme a Biblioteche, Filarmoniche, Istituti di ricerca, Teatri e Musei, il Carcere di Halden. In questa prigione uno degli elementi chiave è l'edificio chiamato "Casa delle visite".
In California il Family Visiting Program è esteso a 32 delle 33 prigioni di Stato, talvolta con la disposizione di case mobili per le visite coniugali. In Canada gli incontri nella più completa intimità possono arrivare fino a 72 ore.
In Messico, Brasile e Venezuela, varie sono le forme e gli spazi destinati alle visite "indisturbate". Nelle carceri olandesi le visite non supervisionate non hanno limiti relativi alla posizione giuridica. Camere dotate di servizi e cucina sono previste in Danimarca e Finlandia. In Belgio sono previste Visites hors surveillance. In Germania le visite di lunga durata sono contemplate in alcuni länder. Nel penitenziario cantonale "La Stampa" in Svizzera le visite familiari avvengono in un edificio esterno collocato ai margini del bosco. In Croazia e Albania sono previsti colloqui non controllati di quattro ore con frequenza settimanale. In Romania sono predisposte camere per gli incontri coniugali.
Articolata e diffusa è la presenza nelle carceri francesi degli spazi per l'affettività. I Parloirs familiaux sono stanzette per gli incontri della famiglia attorno ad un tavolo, mentre le Unités de vie familiale sono piccoli appartamenti attrezzati, talvolta dotati di uno spazio esterno. Buoni esempi di UVF sono quelli del Centre de détention de Montemédy, Salon de Provence, Argentan-Orne. Nel carcere femminile di Rennes un edificio basso con gli appartamentini per le visite familiari, tutti dotati di una piccola area esterna, è collocato in zona discosta dall'area detentiva vera e propria.
In Spagna le Comunicaciones íntimas, in spazi spesso spartani, sono previste per tutti i detenuti, quale che sia la loro posizione giuridica e quale che sia il rapporto con la persona ammessa a svolgere i colloqui.
In Italia le rare azioni progettuali innovative, promosse da associazioni o università, si sono arrestate sulla soglia del tabù sessuale. Il pieno riconoscimento del diritto delle persone detenute all'affettività e alla sessualità lo rende immediatamente esigibile, ma occorrerà superare l'ostilità dei sindacati della polizia penitenziaria e i rimandi continui per le difficoltà derivanti dai tempi e dalle risorse necessarie all'adeguamento degli spazi. Oltre a nuove realizzazioni, va considerato che in diversi Istituti penitenziari italiani sono possibili recuperi di edifici e cortili dismessi. In tutti va complessivamente ripensato e riprogettato il sistema degli spazi che interessano i familiari dei detenuti dall'area d'ingresso a quelli dell'attesa a quelli della relazione. Ciò può favorire azioni progettuali coinvolgenti, inclusive, capaci di incidere positivamente sui processi di esclusione e marginalizzazione sociale.
- Corte Costituzionale
- sentenza n. 10/2024
- 26 gennaio 2024
- diritto affettività
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- art. 18
- ordinamento penitenziario
Il costo del razzismoFuori Binario · Attualità
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Sezione: ATTUALITÀ
Istigazione all'odio razziale, è questa la motivazione per cui Alessio Di Giulio, capogruppo della Lega al Quartiere 3 di Firenze, è stato nuovamente condannato ieri dal tribunale per istigazione all'odio razziale. All'origine del provvedimento che quantifica il danno (dovrà pagare 34mila euro) e che si muove in sostanziale continuità con una prima pronuncia dello scorso luglio, un video sui social in cui nel 2022 Di Giulio invitava a votare Lega per "non vedere mai più" una donna rom che si vedeva nel video stesso. "Esprimiamo soddisfazione per una sentenza che riconosce sia la valenza penalmente rilevante del reato di istigazione all'odio razziale sia l'importanza delle denunce da parte di chi lo subisce e che ha dimostrato coraggio nel reagire. Ci auguriamo che la sentenza possa servire da monito per la prossima campagna elettorale", scrivono in un comunicato stampa congiunto Cospe, Asgi, Arci, Lunaria, Associazione 21 Luglio, che si erano costituite parte civile.
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Fuggito dalla guerraRiccardo Boni · Storie
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Sezione: STORIE | Autore: Riccardo Boni
Da Mogadiscio all'Italia passando per il Sudan e il deserto libico. Il lungo e terribile viaggio di M.J. rifugiato politico a Firenze
Mi chiamo M.J. sono nato a Mogadiscio nel 1987, sono un rifugiato politico in Italia dal 2008. A Mogadiscio ricordo che c'era la pace, giocavo spensierato con mio padre, mia madre, tre sorelle, due fratelli. Si viveva nel centro città.
Nel 1992 mio padre e mia sorella di 5 anni rientravano a casa quando furono uccisi da una bomba. Era l'inizio della guerra civile che continua tutt'oggi, strisciante terribile orrenda dove nessun luogo è sicuro. Mia madre rimase sola con cinque figli piccoli e un enorme carico di responsabilità, tra mille difficoltà per trovarci cibo, acqua per sopravvivere. Dal 1992 solo paura e terribili ricordi: fame lutti terrore superati solo con il coraggio infuso da nostra madre.
Nel 1999 la guerra sembrava terminata. Ma nel 2000 il caos regnava nel paese, le tribù locali si erano divise per avere più potere, creando zone in cui si affermavano i vari potentati del territorio. Mogadiscio era divisa in quattro zone militarizzate da dove nessuno poteva uscire, sottoposte al potere locale dei Signori della guerra.
Nel 2005 l'arrivo delle milizie di Al Shaabab, costola di Al Kaida, attive nei più devastanti attentati kamikaze, come all'ambasciata americana a Nairobi. Furono ben accolti perché riunirono le città chiuse. Nel 2006 il presidente somalo chiese aiuto all'Etiopia perché il paese era allo stremo. Al Shaabab contraria a questo accordo con l'Etiopia iniziò a fare attentati nel centro di Mogadiscio. Entravano nelle case reclutando a forza i giovani come me. Fu per questo che la capitale si spopolò: avevamo capito che erano dei terroristi e questo terrore durò sino al 2008 quando arrivò l'esercito etiope che cacciò Al Shaabab.
Nel 2012 gli Etiopi tornarono a casa. Arrivarono militari da Uganda, Kenia, Mozambico, Burundi e i mercenari russi e sudafricani della Wagner. Nel 2014 la Wagner abbandonò Mogadiscio e a difesa del presidente rimasero gli altri paesi. Al Shaabab era stata cacciata dalla capitale ma aveva in mano il resto del paese dove faceva attentati e reclutamento forzato. Nel marzo 2017 il più grande attentato a Mogadiscio: un camion kamikaze distrusse un intero quartiere causando la morte di più di 5000 persone. Nel 2022 un altro attentato kamikaze con più di 2000 morti, gli attentati erano quasi giornalieri.
Io a 19 anni nel 2006 scappai in Kenia, da mia sorella per evitare l'arruolamento forzato, in un campo profughi dove le difficoltà di sopravvivenza erano durissime. Nel 2007 con i familiari ed un caro amico andammo in Uganda per cercare lavoro per almeno mangiare. Non trovammo lavoro; io e il mio amico partimmo per il Sud-Sudan ma lì c'era una terribile guerra civile in corso dove migliaia di persone morivano di fame o sparate.
Dopo Al Shaabab conobbi l'Isis. Con il mio amico salimmo su una barca e andammo a Khartoum (capitale del Nord-Sudan). Mia sorella mi prestò dei soldi: in due pagammo 800 dollari e montammo su una jeep assieme ad altre 30 persone. La nostra meta era Tripoli in Libia, ancora sotto Gheddafi.
Attraversammo in jeep i deserti di Etiopia, Eritrea, Libia. Nel deserto fame sete umiliazioni e violenze di ogni tipo accompagnarono i 28 giorni di viaggio. Il deserto libico e la loro gente erano terribili. A Tripoli fummo chiusi in una casa prigione senza finestre, lì la violenza era feroce e inaudita.
Fino a che non venne il tempo per noi di attraversare il mare... per arrivare a Lampedusa ci chiesero 1000 dollari a testa. Il mio amico partì per primo in una barca che affondò, si salvò solo una persona... noi ci mettemmo sulla spiaggia ad aspettare i loro corpi. Trovai il corpo del mio amico che sotterrai nel cimitero libico. Dopo 20 giorni arrivarono i soldi di mia sorella e riuscii a partire con trenta persone: era il 30 di Gennaio del 2008. La traversata da Tripoli a Lampedusa fu durissima: tre giorni senza mangiare e bere, con bastonate perché non ci muovessimo per tenere la barca in linea. Accanto a me una donna di circa 30 anni che stremata da fame fatica e percosse durante la detenzione libica sembrava dormisse. Vicino a Lampedusa fummo salvati dalla polizia italiana e al momento del trasbordo ci accorgemmo che la donna era morta di stenti e fatica! Pensavo dormisse, era morta da due giorni. A Lampedusa rimasi un giorno, poi Crotone, Catania dove mi fu riconosciuto lo status di rifugiato politico. Nel marzo 2009 fui trasferito a Firenze, al progetto SPRA all'interno di un centro Caritas. Da quando sono a Firenze ho fatto il metalmeccanico, lavori di facchinaggio, pulizia del verde. Vivendo in occupazioni alloggi di fortuna in stanze divise con connazionali. Adesso ho trovato una stanza da solo che mi dà più tranquillità.
Tappe del viaggio: Mogadiscio — Kenia — Sud Sudan — Khartoum — Nord Sudan — deserto libico — Tripoli — Lampedusa — Crotone — Catania — Firenze. In Francia da mio fratello che mi fa conoscere una donna rifugiata in Svezia che mi regala un nuovo figlio che si aggiunge alla mia prima famiglia in Somalia ma non ottengo di restare con loro. Ritorno a Firenze dove vivo e lavoro guadagnando quanto basta appena per la sopravvivenza per me ed i miei familiari.
- M.J.
- Mogadiscio
- 1987
- rifugiato politico
- Italia
- 2008
- guerra civile Somalia
- pace
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Una scintilla a RifrediFrancesco Martinelli · Buone Nuove
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Sezione: BUONE NUOVE | Autore: Francesco Martinelli & Assemblea Spazi Comuni
Una pratica comunitaria per togliere al profitto i propri spazi vitali
Cos'è l'assemblea per gli spazi comuni e come nasce? Quali sono le sue finalità?
Nasce da scintille provenienti da realtà diverse di persone, gruppi di cittadini, associazioni con la semplice esigenza di riappropriarsi di spazi pubblici per la vivibilità degli abitanti del quartiere e per tutta la cittadinanza.
Glenda riporta una testimonianza in prima persona: "Ero al parco del Baden Powell in un pomeriggio di ottobre, con mia figlia ed un gruppo di genitori amici. Verso le 17 il metronotte dichiara di dover chiudere i cancelli per ordinanza comunale e quindi dobbiamo uscire. Insieme al gruppo Famiglie in circolo, un gruppo informale di cittadine e cittadini nato per valorizzare la relazione genitoriale in un contesto sociale, attivo dal 2018 presso il circolo 'Il Progresso', e al gruppo informale di Statuto in transizione, decidiamo di convocare un'assemblea pubblica nel giardino con l'idea di organizzarsi in qualche forma. In quei giorni girava nelle chat dei genitori di una scuola del quartiere una lettera che poneva alcune questioni sul quartiere che condividevamo e che con alcune modifiche abbiamo poi girato a vari assessori e al presidente di quartiere. Dopo varie discussioni abbiamo deciso di costituirci in Assemblea per gli spazi di Statuto - Rifredi, distinguendoci così da altri comitati che nascevano nel quartiere orientati più verso la protesta e focalizzati su tematiche securitarie. Ci siamo confrontati su cosa volesse dire per noi poter avere uno spazio comune da condividere gratuitamente tutto l'anno, per fare cultura, per sostenere il vicinato, le buone pratiche, il sostegno reciproco. È iniziata a circolare l'idea di riaprire un ex circolo Arci dismesso, il GS Romito, che molti di noi avevano frequentato, altri ci erano entrati in occasione di un'occupazione temporanea terminata con uno sgombero, come avvenuto per molti altri spazi del quartiere. Da Palazzo Vecchio in risposta alla nostra lettera ci hanno convocato l'assessore Guccione e il presidente del Q5 Balli. Durante l'incontro abbiamo avanzato la proposta di riapertura del GS Romito e i nostri interlocutori ci hanno chiesto di inviare un progetto da lì a un mese. Abbiamo quindi attivato un vero e proprio processo partecipativo dal basso, svoltosi nelle Case del popolo del quartiere e inviato una nuova mail all'amministrazione con il progetto di quella che abbiamo definito una 'Casa di quartiere'. La nostra proposta di collaborazione per aiutare l'amministrazione ad essere più attenta alle esigenze dei quartieri di periferia come è il Q5, non ha ottenuto risposta, a oltre due mesi dall'invio."
Com'è strutturata l'assemblea per gli spazi comuni e come funziona il suo coordinamento?
"Spontaneamente abbiamo sentito l'esigenza di creare un gruppo di coordinamento momentaneo che potesse tirare le fila della stesura del progetto proposto nell'incontro avvenuto con rappresentanti dell'amministrazione comunale e potesse, di conseguenza, convocare momenti assembleari durante i quali far fluire idee e proposte, scambi di opinione e azioni condivise. Il gruppo di coordinamento è aperto e chiunque può farne parte. Stesso principio per l'assemblea: uno spazio nel quale ogni cittadino può portare la propria esperienza e la propria opinione rispetto al tema che ci guida, ovvero la proposta di riaprire il circolo GS Romito come una 'casa di quartiere', punto di incontro e fucina di iniziative, eventi e laboratori."
Come si attua la pratica comunitaria all'interno dell'assemblea?
"Le persone che partecipano all'assemblea per gli spazi comuni possono esser singol* cittadin* o rappresentanti di varie associazioni e gruppi informali. Il desiderio di stare insieme, di animare il quartiere, di far circolare cultura e socialità, di avere uno spazio dove a livello intergenerazionale tutti possano trovare un proprio posto ed una propria voce, tutto questo è il motore, il cuore pulsante del progetto."
Per contattare l'Assemblea per gli spazi Statuto - Rifredi scrivere a assembleagsromito@gmail.com
- Assemblea per gli spazi Statuto-Rifredi
- GS Romito
- Casa di quartiere
- Palazzo Vecchio
- assessore Guccione
- presidente Q5 Balli
- Famiglie in circolo
- parco Baden Powell
Un passo indietro sul gioco d'azzardoFuori Binario · Salute
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Sezione: SALUTE
Il governo vuole cancellare l'"Osservatorio per il contrasto all'azzardo" costituito presso il ministero della Salute e sostituirlo con una Consulta permanente dei giochi pubblici presso il ministero dell'Economia. Si passerebbe così da un approccio di cura della persona ad uno meramente economicista. La denuncia arriva dalla campagna "Mettiamoci in gioco" e dalla Consulta nazionale antiusura che aggiungono come si tratti "di un deciso passo indietro perché questo cambiamento pone ancora di più in primo piano l'aspetto economico dell'azzardo e non il diritto alla salute del cittadino". Inoltre, in tale nuovo organismo, troverebbero posto anche i rappresentanti del comparto dell'azzardo, pregiudicando ancor di più il raggiungimento dell'obiettivo di difendere la salute dei cittadini.
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- Mettiamoci in gioco
Lavorare in detenzioneFuori Binario · Carcere
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Sezione: CARCERE
Parrà una banalità, ma il rispetto dei diritti di coloro a cui viene tolta la libertà fa bene a tutta la società. Anche a coloro che vorrebbero "gettare la chiave" delle celle. Esiste infatti un modo molto semplice per evitare che chi esce dal carcere torni a commettere reati: farlo lavorare durante la detenzione. Tra i detenuti che lo hanno fatto la recidiva è del 2%, mentre per tutti gli altri è quasi del 68%. Si tratta di dati diffusi dal Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro (CNEL), aggiornati alla fine del 2022, da cui si evince che a quella data solo 18.600 persone, un terzo di tutta la popolazione carceraria, lavoravano con un contratto collettivo nazionale. Evitare che le persone tornino in carcere, inoltre consentirebbe allo Stato (a noi) di risparmiare 50mila euro l'anno, cifra che rappresenta il costo per ogni persona incarcerata.
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- CNEL
- 18.600 detenuti lavoranti
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Multa da 20mila euro per Ultima GenerazioneFuori Binario · Repressione
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Sezione: REPRESSIONE
Oltre ai manganelli di Pisa e Firenze il potere usa anche la leva economica per frustrare le aspettative di un futuro degno di essere vissuto da parte delle giovani generazioni. Una sanzione di ventimila euro di multa è stata comminata ad un attivista di Ultima Generazione per aver attaccato sul vetro della Venere di Botticelli esposta agli Uffizi con scotch di carta immagini dell'alluvione che ha colpito Campi Bisenzio nel novembre scorso a causa dell'estrema cementificazione della Piana fiorentina. Sul vetro protettivo, con l'inoffensivo scotch da carrozziere. Si tratta della prima applicazione della cosiddetta legge sulle eco-proteste che prevede sanzioni che vanno dai 20mila ai 60mila euro per chiunque distrugga, disperda, deteriori o renda in tutto o in parte inservibili o non fruibili beni culturali o paesaggistici propri o altrui.
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- scotch di carta
La Libia non è un porto sicuroFuori Binario · Migranti
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Sezione: MIGRANTI
Nelle operazioni di salvataggio delle persone che rischiano la morte nel Mediterraneo "la Libia non è un porto sicuro" a causa dell'elevato rischio che vengano "sottoposti a trattamenti inumani o degradanti nei centri di detenzione per stranieri". A dirlo non sono come sempre i movimenti a difesa dei diritti dei migranti ma la Corte di Cassazione che ha condannato il comandante di una nave privata italiana che aveva soccorso 101 naufraghi e li aveva poi consegnati a una motovedetta libica. Questa sentenza indica la strada alla giurisprudenza, a cui dovranno conformarsi da oggi in poi tutti i tribunali italiani. Alla faccia di quei politici, e del governo italiano, che costruiscono la loro fortuna elettorale sulla discriminazione di chi cerca fortuna in Europa e sui corpi di coloro che vengono torturati e uccisi nei tentativi di raggiungerla.
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Apologia del carcereValentina Baronti · Sorellanze - Ultima pagina
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Rubrica: SORELLANZE | Autrice: Valentina Baronti
A febbraio è uscita l'attesissima quarta stagione di "Mare fuori", popolarissima serie TV targata RAI, seguita da oltre un milione di telespettatori, soprattutto giovani e famiglie. Le storie si svolgono dentro l'istituto penitenziario per minorenni di Napoli.
La serie, dal punto di vista tecnico, è perfetta: la colonna sonora coinvolgente, tanto da diventare un tormentone, la grande capacità di attori e attrici, i costumi, la scenografia, le riprese pulite, la sceneggiatura da cardiopalma. "Mare fuori" è uno straordinario strumento di formazione emotiva e politica, se proviamo a vederlo uscendo un attimo dal coinvolgimento tipico di una serie TV ben fatta. Ad essere preziose sono le storie di questi ragazzi: la discriminazione di classe, la famiglia camorrista, la povertà educativa, l'incapacità di gestire le emozioni, un sistema economico e sociale che non ti dà via d'uscita.
Però, c'è un però. Nella serie sembra che l'unica soluzione sia il carcere, perché in quell'IPM entrano tutti cattivi e dopo poco tempo diventano buoni, comprensivi, maturi, pronti a prendere in mano la propria vita. Poi c'è chi ci riesce e chi invece rimane invischiato nel sistema in cui è nato, ma l'aspetto umano di redenzione c'è in ognuno di loro ed è così forte da sfiorare il giustificazionismo e la creazione di veri e propri miti giovanili: ragazze e ragazzi bellissimi, sempre con i capelli sistemati, truccati, puliti, ben vestiti e con la pistola infilata nei jeans.
"Mare Fuori" da una parte denuncia il sistema camorristico e dall'altra lo esalta, da una parte ci restituisce l'immagine di un sud abbandonato dallo Stato e dall'altra ci dice che l'unico argine è quello stesso Stato, rappresentato dalla figura paterna del comandante e da quella materna della direttrice. Sembra che a Napoli ci sia solo l'IPM e "'o mar for".
Guardatela questa serie con i vostri figli. Ma non lasciateli soli davanti alla TV.
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·Altri articoli del numero1
Alfabeto - 21 proposteFelice Simeone
!Segnalazioni
Sezione: SEGNALAZIONI | A cura di: Felice Simeone
Ogni mese 21 proposte di cose, eventi, persone e fatti interessanti da scoprire, per costruire insieme una società più giusta: podcast, libri, film, canzoni, mostre, spettacoli, siti, laboratori. Seguiteci!
A come APARTHEID — "Ad António Guterres, segretario generale dell'Onu, e agli onorevoli rappresentanti degli Stati membri delle Nazioni Unite, è venuto il momento di condannare ufficialmente l'apartheid di genere come crimine contro l'umanità." Inizia così la lettera indirizzata da Narges Mohammadi, Premio Nobel per la Pace 2023 e attualmente detenuta nelle carceri iraniane, all'ONU. Nel suo testo, Narges denuncia punto per punto tutte le leggi che impediscono alle donne Iraniane e Afghane di essere libere di amare e di vivere. Di questa modifica se ne avvantaggerebbero tutte le donne di qualsiasi latitudine, non solo quelle Iraniane, e non solo le donne.
B come BEIRUT — Le ferite delle guerre attraversano le generazioni e continuano a sanguinare a distanza di decenni. La guerra civile che si scatenò in Libano fra il 1975 e il 1976 distrusse gran parte di Beirut, soprattutto il quartiere degli Hotel. Un'architetta e musicista libanese, Mayssa Jallad, nata nel 1990, ritorna a quella vicenda in un disco di grande coraggio sia musicale che storico. Si tratta di Marjaa: The Battle of the Hotels. L'album è disponibile su bandcamp.
C come CONFINI — A Time to Love, A Time to Die è un disco di esordio di Amor Muerte, un collettivo di quattro musiciste di Città del Messico, ognuna affermata nel proprio repertorio tradizionale, ma che si sono incontrate con l'intento di esplorare le possibilità sonore che emergono dalla contaminazione dei loro strumenti: violino, voce, violoncello, sintetizzatori e nastri magnetici. Amor Muerte nasce dalla consuetudine delle quattro amiche di incontrarsi e suonare insieme senza impegno. Disponibile su bandcamp.com.
D come DECOSTRUZIONE — Cosa vuol dire essere un uomo? Come si (de)costruisce la propria mascolinità e quella altrui? Che rapporto c'è tra genere e violenza? Queste sono alcune domande che Kyra Grieco pone in una serie di articoli dal titolo "Un Uomo" pubblicati on-line sul blog Comune-info.net. Gli articoli propongono esercizi veri propri, pratici, attraverso cui il lettore può trovare le risposte alle domande poste.
E come EUROCENTRICI — Il nostro eurocentrismo ci dà una percezione distorta del mondo. I Nass El Ghiwane, un gruppo musicale composto da cinque musicisti di strada, cantastorie di Casablanca che hanno raggiunto una popolarità superiore a quella dei Rolling Stones. La Rai ora mette a disposizione lo straordinario documentario-concerto dei Nass El Giwane "Transes", da poco restaurato con la collaborazione della Cineteca di Bologna e presentato da Scorsese al Festival di Cannes del 2007.
F come FINANZA — La Fondazione Finanza Etica in Italia, l'omologa organizzazione spagnola e la federazione delle Banche Etiche Europee (FEBEA) hanno pubblicato il sesto rapporto sulla finanza etica in Europa. "In vista delle elezioni europee, fornisce dati che dimostrano l'importanza della finanza etica e la sua coerenza tra parole e azioni", dice Teresa Masciopinto.
G come GKN — Dal 5 al 7 Aprile si terrà a Campi Bisenzio la seconda edizione del Festival Working Class, il festival letterario degli operai. La prima edizione ha avuto successo e risonanza: i temi del lavoro, del conflitto, della critica economica e dello sfruttamento umano hanno bucato il muro di disinteresse, omertà, conformismo e censura.
H come HOME — Rhiannon Giddens, nata nel 1977 in North Carolina da genitori con radici bianche, afro-americane e native. Nell'album del 2010 Genuine Negro, Rhiannon arriva in cima alla classifica. Nel 2021, l'album They're Calling Me Home fonde la tradizione americana con le sonorità mediterranee con il contributo di Francesco Turrisi, un italiano. Fino ad arrivare al premio Pulitzer del 2022 per Omar.
I come IBI — Ibitocho Sehounbiatou è nata in Benin nel 1960. Nel 2000 ha scelto di prendere un grande rischio per cercare di dare un futuro migliore ai suoi figli. Andrea Segre, regista indipendente e fondatore di ZaLab, ne ha filmato la vicenda nel documentario Ibi. Per la prima volta in Europa, Ibi è stato un film interamente basato sull'auto-narrazione diretta e spontanea di una donna migrante. Disponibile su raiplay.it.
L come LOTTA — La crisi climatica sta determinando anche dei movimenti sociali e di critica economica là dove l'industria sacrifica la vita al profitto. Territori in Lotta è il resoconto di questo stato di cose che Paola Imperatore ha pubblicato per l'editore Meltemi.
M come MIGRANTE — Nel suo saggio Letteratura migrante in Italia (Oligo edizioni), Luisa Emanuele fa il punto sullo stato della letteratura migrante in Italia dando la parola ai protagonisti. Ne emerge un testo che discute e ridiscute concetti di identità, nazione, lingua, radici, integrazione, assimilazione, diversità.
N come NUDM — Il sito web dell'Osservatorio Femminicidi Lesbicidi Transcidi (FLT) in Italia di Non Una Di Meno (NUDM) pubblica i dati raccolti per denunciare la violenza sistemica esercitata sulla vita delle donne. Nel 2024 si sono già registrati 13 omicidi di genere.
O come ONDATA — L'associazione Ondata promuove il libero accesso ai dati pubblici e fornisce strumenti per la loro comprensione. www.ondata.it
P come PARTIGIANA — Lidia, il fumetto di Valentina Secchi edito da People. La protagonista è Lidia Menapace, la partigiana e lottatrice contro ogni ingiustizia. "Lidia diceva, anche quando era ormai molto anziana, di essere 'partigiana sempre': perché il fascismo è contrazione costante delle possibilità dell'essere umano fino al suo annientamento."
Q come QUESITO — Perché la guerra? Se lo chiede Frédéric Gros nel suo saggio omonimo edito dalle edizioni Nottetempo. Fino alla domanda ultima: per quale pace, la guerra?
R come RACCAPRICCIO — Segnaliamo l'episodio di Stories, il podcast di Choramedia curato da Cecilia Sala, sulla prassi dei soldati israeliani di bruciare case ormai distrutte aggiungendosi il macabro dettaglio che si fanno fotografare sorridenti con i roghi sullo sfondo.
S come SICUREZZA — Il 4 febbraio scorso è morto Daniele Segre, un regista che ha sperimentato con l'arte cinematografica mentre indagava con la sua cinepresa i problemi dei deboli. Fra i titoli che hanno avuto maggior risonanza bisogna ricordare Morire di Lavoro del 2008. La tragica notizia degli operai morti nel crollo nel cantiere Esselunga di Firenze rende il suo ricordo ancora più attuale.
T come TRANSIZIONE — Un gruppo di agricoltori che anima il blog Storie del Bio - Agricoltori per la Transizione ha riportato il dibattito sulle proteste dei trattori ad un livello utile e necessario, facendo luce sulle rivendicazioni e sulle inefficienze della politica.
U come UNICA — Daniela Pes, giovanissima musicista sarda, il suo disco Spira è stato fra i più apprezzati del 2023, vincitore del premio Tenco Opera Prima. Si tratta di un lavoro originale, unico, con testi scritti in una lingua immaginaria.
V come VIOLA — L'Associazione Telefono Viola è un presidio di solidarietà sociale contro gli abusi della psichiatria. Fondata da Giorgio Antonucci e Thomas Szasz. Info su www.telefonoviola.it
Z come ZIRAM — Lo Ziram è uno dei fungicidi più usati in agricoltura e di cui è stata documentata l'estrema tossicità per tutti gli organismi. Nel suo Rapporto Nazionale sui Pesticidi nelle Acque, l'ISPRA informa che nel 55,1% dei punti di monitoraggio delle acque superficiali e nel 23,3% delle acque sotterranee sono stati trovati pesticidi. L'agricoltura italiana utilizza circa 122.000 tonnellate all'anno di pesticidi, oltre 2 kg a testa per ognuno di noi.
