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LAVORO
Non chiamatele morti bianche
Francesco Cuccuini · Fuori Binario n. 260, Marzo 2024, pagina 5
!Lavoro
Sezione: LAVORO | Autore: Francesco Cuccuini
Profitto e sicurezza: un matrimonio impossibile?
Cinque morti e 3 feriti. Sono le conseguenze dell'incidente avvenuto il 16 febbraio nel cantiere dell'Esselunga in via Mariti a Firenze. Ancora vite spezzate, persone che escono da casa per andare al lavoro senza farvi ritorno. Ancora parenti gettati nella difficoltà e nella disperazione. Ancora famiglie che lasciano i propri luoghi di origine in cerca di lavoro, colpite duramente. Un'altra tragedia.
Ricordiamo i loro nomi: Mohamed Toukabri di 54 anni, Mohamed El Ferhane di 24 anni, Taoufik Haidar di 45 anni, Luigi Coclite di 59 anni, Bouzekri Rachimi di 56 anni, mentre i tre feriti - di 37, 48 e 51 anni - sono stati ricoverati all'Ospedale di Careggi. Non sono morti bianche. Chiamiamoli morti sul lavoro, perché non c'è un carattere inspiegabile e inaspettato dell'infortunio. Le dimensioni del fenomeno infortunistico sul lavoro indicano un cancro da estirpare, che mina da tempo la convivenza civile e sociale dell'Italia.
La cultura non basta
Rispetto ad alcuni decenni fa la situazione negli ambienti di lavoro è migliorata, i livelli minimi di sicurezza si sono innalzati. Se in passato era raro vedere un lavoratore in un'officina meccanica con le scarpe antinfortunistiche, oppure in un cantiere edile con l'elmetto di protezione o con la mascherina in un'azienda chimica, oggi possiamo affermare che in quegli ambienti l'eccezione è il lavoratore senza le scarpe adeguate, il casco o altri dispositivi di protezione individuale.
Ma questo non è sufficiente: come ci ricorda l'Osservatorio sicurezza e ambiente di Mestre, dal 2019 ad oggi riscontriamo ancora quasi 6.000 infortuni mortali e quasi 2.500.000 infortuni. Le cause sono molteplici, complesse e di varia natura, ma sicuramente il punto centrale è che per le aziende la sicurezza sul lavoro non è un fattore critico di successo. Non è conveniente come invece lo sono la qualità, il controllo di gestione, il marketing o la gestione ambientale. La sicurezza sul lavoro non è un elemento con cui competere sul mercato. Essere adempienti dà scarsi vantaggi. Ovviamente sono previsti obblighi di legge, ma il mercato - istituzioni, concorrenti, clienti, fornitori - non riconosce particolare valore alle aziende che hanno fatto il loro dovere in questo senso.
Le leggi non bastano
La normativa è piuttosto farraginosa: i famosi Decreti legislativi 626/94 e 81/08, seppure innovativi, sembrano pensati per le grandi aziende e privilegiano l'aspetto formale sull'aspetto sostanziale. Per ottenere il rispetto delle regole è invece necessario garantire sanzioni per gli inadempienti e incentivi per gli adempienti. In sintesi la certezza della pena. L'obiettivo forse presuppone e impone anche una norma più snella, meno burocratica. Occorre rendere la sicurezza attraente, interessante, conveniente, un buon affare: un fattore critico di successo.
L'Inail valuta i costi della mancanza di sicurezza negli ambienti di lavoro in 45 miliardi di euro all'anno, quasi il 3% del PIL. Quindi un impegno da parte delle istituzioni per arginare il fenomeno sarebbe, oltre che giusto, doveroso, morale, obbligatorio, perfino conveniente. Sarebbe un introito per le casse dello Stato.
Ci permettiamo infine una raccomandazione al legislatore. Sarebbe opportuno che ascoltasse e coinvolgesse chi si occupa di sicurezza tutti i giorni per tutto il giorno, piuttosto che solo politici distratti, burocrati annoiati, datori di lavoro interessati, sindacalisti routinari, sedicenti esperti, cultori della materia, influencer, opinion leader, networker, anchormen, star, sportivi, musicisti e celebrità varie.
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- 6.000 dal 2019
- 2.500.000 infortuni
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- D.Lgs 81/08
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- 45 miliardi anno
- 3% PIL
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Uscito sul numero 260 (Marzo 2024), a pagina 5. Leggi nel PDF · Sfoglia il numero
