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Una vita tranquillaCristiano Lucchi · Resistenze
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Rubrica: RESISTENZE | Autore: Cristiano Lucchi
Lo sentite, il rumore delle onde che sommergono i barconi con le persone che migrano? E quello del legno marcio che sta per cedere mentre si alza il brusio di chi prega per avere salva la vita? Come le immaginate le urla delle madri mentre i corpi dei loro figli vengono risucchiati dal Mediterraneo?
Assomigliano a quelle delle mamme palestinesi che vedono i loro piccoli dilaniati, abbattuti, uccisi dalle bombe israeliane o dalla fame? Pensate agli effetti dello shock da esplosione e la stanchezza, il tremore, la confusione, la paura, gli incubi, i disturbi provocati dai continui bombardamenti su Gaza?
E i gemiti di chi è contenuto con fascette, lacci, manette al letto nei reparti psichiatrici dei civili ospedali italiani, che suono hanno? Sono simili a quelli di chi è imbottito di psicofarmaci in carcere? O sono più le urla di chi è torturato, picchiato, umiliato da chi indossando una divisa tradisce il mandato costituzionale?
Che odore hanno gli abiti di chi vive in strada? E quello delle loro coperte? Lo sentite l'afrore che emanano mentre chi vi è costretto a dormire vi si sdraia dopo aver bevuto del pessimo vino per resistere al freddo? Che sapore hanno i cibi raccolti nella spazzatura? Acido? Pungente? Da vomitare?
Ne "La zona d'interesse", appena premiato con l'Oscar, si racconta la vita di Rudolf Höß, comandante del campo di Auschwitz, e della sua famiglia. Una vita tranquilla, mentre in sottofondo si odono spari, urla, latrati e i rumori dei treni e dei crematori. Ma tranquilli, loro erano nazisti.
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In difesa dei palestinesiSara Benedetti · Controvento
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Rubrica: CONTROVENTO | Autrice: Sara Benedetti
Relatrice speciale dell'ONU sui territori occupati, è impegnata nella lotta per la pace e la giustizia
Gli occhi sono tutti puntati su di lei, Francesca Albanese, la relatrice speciale ONU sui Territori palestinesi occupati. Ricopre l'incarico dal 2022 e negli ultimi mesi il suo nome e il suo volto hanno fatto il giro del mondo per la tenacia che ha dimostrato nella difesa dei diritti della popolazione palestinese. I suoi detrattori sono molti, ma ancora di più sono i sostenitori: "Il vostro calore è davvero commovente, sono molto più abituata a fronteggiare i plotoni di esecuzione" ha affermato metaforicamente in risposta al travolgente applauso a lei dedicato che ha inondato il Salone dei Cinquecento durante l'evento Pace e Giustizia in Medio Oriente con focus sulla Palestina, tenutosi a Firenze in Palazzo Vecchio lo scorso 24 febbraio.
Albanese ha condotto un lavoro di indagine e di denuncia senza precedenti: lei, la prima donna a ricoprire il ruolo di Special Rapporteur oPt, Relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati. Ancor prima dei fatti del 7 ottobre, quando l'attenzione mediatica su Israele e Palestina è diventata massima, la relatrice speciale Onu aveva redatto tre fondamentali Rapporti internazionali – presentati rispettivamente nel settembre 2022, nel luglio e nell'ottobre 2023 – in cui con particolare enfasi viene evidenziato come il diritto del popolo palestinese all'autodeterminazione rimanga irrealizzato; come la privazione arbitraria della libertà nel territorio palestinese occupato non si limiti a un sistema di arresti e detenzioni ma costituisca un più complesso e corrosivo continuum carcerario che comprende diverse forme di confinamento, tra cui quelle fisiche, burocratiche e di sorveglianza digitale; come i bambini palestinesi, che costituiscono metà della popolazione palestinese – di cui il 30% ha meno di 15 anni – vivano costantemente traumi sia di tipo fisico che psicologico, caricati di paure e sfide molto più grandi di loro che nessun bambino al mondo dovrebbe sopportare, tanto che è stato coniato il termine unchilding in riferimento alla privazione della normalità, della leggerezza e dell'innocenza che dovrebbero caratterizzare anche l'infanzia dei bambini palestinesi.
"Dobbiamo fare attenzione alla censura e all'autocensura" mette in guardia Albanese. "In Italia non è semplice parlare dei territori palestinesi occupati, nonostante da oltre cinque mesi Israele commetta crimini atroci ed abbia ammazzato 30.000 civili palestinesi". Prova del clima intimidatorio è la violenza con cui la polizia ha represso le manifestazioni tenutesi a febbraio a Pisa e Firenze, manganellando gli studenti, molti dei quali minorenni, finiti anche in ospedale. "E questo per quale ragione, per aver chiesto un cessate il fuoco? Ma in quale mondo contorto ci troviamo a vivere?" chiede la relatrice speciale, lei stessa oggetto di molteplici attacchi per non aver omesso che esiste un prima 7 ottobre, rifiutandosi di ridurre la questione israelo-palestinese a un contesto bellico nato con e a causa dell'attacco di Hamas, senza alcun riferimento a decenni di brutale occupazione israeliana dei territori palestinesi. "Quanti 7 ottobre esistono nella vita dei palestinesi?". Albanese non giustifica quanto avvenuto il 7 ottobre, la sua solidarietà è rivolta alle vittime. Ma precisa: "Un crimine non ne giustifica un altro".
Oltre ad essere una brillante giurista e una docente specializzata in diritti umani, Francesca Albanese è una international lawyer, e proprio dal suo punto di vista di avvocato ciò che le procura maggiore sofferenza è la forma di violenza che deriva dal doppio standard nell'applicazione del diritto internazionale: "Il diritto internazionale non è qualcosa che si può scegliere arbitrariamente, gli Stati lo devono applicare, ed è universale solo se applicato in modo universale".
Dal 1967 Israele ha avviato quella che viene riconosciuta come l'occupazione più lunga della storia moderna e da cinque mesi sta perpetrando un genocidio, proprio "davanti ai nostri vigili occhi [...]. Come hanno detto i procuratori del Sudafrica, questo è il primo genocidio documentato in tempo reale dalle vittime che lo stanno subendo e a livello politico niente è stato fatto fino a questo momento". Quanto sta avvenendo a Gaza non ha precedenti: secondo Euro-Med Human Rights Monitor, su quella striscia di terra dove sono concentrate più di due milioni di persone sono state sganciate, dal 7 ottobre, più di 25.000 tonnellate di esplosivo, l'equivalente di due bombe nucleari.
Cosa ancora manca da vedere a Gaza? Stragi di civili ovunque si trovassero, dentro le proprie abitazioni, negli ospedali, nei campi profughi, nelle scuole, nei luoghi di culto, sulla strada in attesa di ricevere un sacco di farina dopo interminabili settimane di fame e miseria; sono stati presi di mira sanitari e giornalisti. Sono stati amputati arti senza anestesia e rimossi uteri alle donne partorienti a causa di gravi emorragie; interi nuclei familiari sono stati completamente cancellati. Sono stati perpetrati rapimenti, profanazione di corpi e furto di organi, stupri, torture ed esecuzioni. Non ha forse l'umanità fallito quando bambini gazawi dell'età di cinque anni esprimono il desiderio di morire, come riportato da Medici Senza Frontiere, perché vivere è ancora più spaventoso? Se non altro ci rimane una cosa da fare e Francesca Albanese ce lo ricorda molto bene: "È nostra responsabilità, proprio in quanto cittadini occidentali, utilizzare i nostri privilegi per correggere queste ingiustizie".
Di Francesca Albanese suggeriamo la lettura del libro J'accuse. Gli attacchi del 7 ottobre. Hamas, il terrorismo, Israele, l'apartheid in Palestina e la guerra, Fuori Scena editore, scritto con Christian Elia e contenente un ampio e importante saggio di Roberta De Monticelli.
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Grazie Firenze!Fuori Binario · Giustizia
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Sezione: GIUSTIZIA
La foto qui sopra è stata scattata a Firenze, in un viale non lontano dal centro. Una città ricca, tra le più care d'Italia per prezzo degli affitti, dove abbondano gli student hotel e nell'unico ostello ormai chiuso sorgerà un resort di lusso. A pochi passi da quel giaciglio, nel sottopasso ferroviario dormono altre persone, ognuna con la propria storia. Ma per certi giudici e per certi amministratori si tratta di vite di seconda scelta, merce difettata che non vale il prezzo pieno, né un reale impegno a cambiare lo stato delle cose. Altrimenti, si ricorderebbero di loro non solo due mesi all'anno, quando va bene, per la cosiddetta "emergenza freddo". Alla quale si arriva sempre impreparati e con un numero di posti insufficiente, gestiti con le solite modalità da galera che fanno sì che alcuni non ci vogliano andare. Non si potrebbe fare di più e meglio? Magari basterebbe pensarci per tempo invece di arrivare all'emergenza e scaricare quasi tutto sul volontariato. Certo servirebbe un investimento serio, con cui assumere operatori sociali e magari ristrutturare le tante case popolari murate da anni, o persino recuperare qualche immobile vuoto da adibire a foresteria...
Ma le priorità dell'amministrazione sono altre, evidentemente, e poi ormai ci penserà chi vincerà le elezioni a giugno. Intanto, per chiudere in bellezza, il sindaco ha speso 600mila euro per comunicarci quanto è stato bravo. Soldi pubblici, sia chiaro. Si vedono in giro enormi manifesti che gridano "Grazie Firenze!" e invitano alla grande festa di fine mandato "di tutti e per tutti". Inoltre sta arrivando nelle case delle famiglie fiorentine "Essere Firenze", sedici pagine a colori piene di meraviglie, quelle fatte e quelle non fatte ma fattibili da chi a Firenze vorrà investire capitali. Se non bastasse, sono in arrivo anche dei video, ma per quelli ci saranno altri 100mila euro a parte.
Ora, è vero che 600 o 700mila euro non bastano a risolvere il problema degli alloggi. Tuttavia... proprio su quella brochure, leggiamo che nell'ultimo anno con 3 milioni di euro è stato dato un contributo affitto a circa 2000 famiglie in difficoltà, e questa è senz'altro una bella cosa in una città dove gli sfratti sono quadruplicati. Tre milioni: facendo il conto, sono in media 1500 euro a famiglia, e quanto fa 600.000 diviso 1500? Quattrocento. Quattrocento famiglie in più che avrebbero potuto ricevere un aiuto dal Comune, e invece... hanno avuto una brochure.
Grazie Firenze!
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Se sei povero soffri menoCecilia Stefani · Giustizia
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Rubrica: GIUSTIZIA | Autrice: Cecilia Stefani
L'incredibile sentenza di una corte milanese riduce il risarcimento per ingiusta detenzione a un uomo perché "viveva in una baracca"
Vaghi per strada, dormi in una baracca infagottato in vecchie coperte, mangi in qualche mensa, forse chiedi l'elemosina. Chissà cosa ti ha portato a questa vita… una malattia, una dipendenza, la perdita del lavoro, un lutto? Come se non bastasse, un giorno ti arrestano, ti accusano di stupro, finisci in galera. Per 458 giorni e 458 notti resti chiuso lì dentro, soggetto ai ritmi e alle regole del carcere. La chiamano custodia cautelare, serve a non farti scappare e a non farti commettere altri reati. Una cautela durata un anno e tre mesi. Finché non si dimostra che sei innocente, non sei stato tu, hai subito un'ingiustizia. Nessuno ti restituirà quel tempo vissuto dietro le sbarre, ma almeno puoi chiedere un risarcimento. Per ogni giorno sofferto in carcere hai diritto a 235 euro, lo dice la legge, sono 107.360 euro in totale. Ma il tribunale decide diversamente, decide di darti meno, il 30% in meno, perché, in sostanza, la tua vita da uomo libero valeva poco, perché non avevi una casa né un lavoro, non avevi famiglia, e alla fine, diciamolo, sei solo un povero ignorante.
Non è la trama di un racconto di Dickens, ma una storia tanto vera quanto incredibile, che ha visto la Corte di Appello di Milano mettere nero su bianco che "l'aver vissuto in una baracca e l'assenza di occupazione e di rapporti affettivi di qualsivoglia natura" sommato alla "marginalità socio-economica" e alla "subalternità culturale" giustificava la riduzione del risarcimento per ingiusta detenzione di un uomo senza dimora. Viene da chiedersi se questi magistrati abbiano mai letto la Costituzione, o almeno la frase che solitamente è scritta a caratteri cubitali nelle aule di giustizia: "La legge è uguale per tutti".
Per fortuna i giudici non sono tutti analfabeti, e la Corte di Cassazione ha evidenziato l'assurdità del "ragionamento": se al senza dimora spetta una cifra minore, forse si dovrebbe dare di più a chi vive in una villa con piscina con una bella famiglia e un lavoro di successo? Allarghiamoci: se una donna è già abituata alle percosse, avrà diritto a un risarcimento inferiore? Se si è disoccupati da anni, è meno grave lo sfruttamento sul lavoro?
Sentenza cancellata, dunque. Lieto fine? Chissà. Non sappiamo nulla di quest'uomo che da un giorno all'altro si ritrova non più povero, in grado forse di ricostruirsi una vita "normale". Come sappiamo ben poco dei tanti senza dimora che popolano le nostre città. A volte ci stupiamo, quasi indignati, se rifiutano un posto letto offerto dai servizi sociali quando fa più freddo, perché anche a noi, come a quei giudici, sembra che peggio di così non potrebbero stare. Ma quanto vale la loro libertà, o, d'altra parte, quanto può essere dura per loro una condizione di semi-prigionia, ingabbiati in orari e perimetri decisi da altri, senza i loro compagni, amici, cani al seguito?
Certo non può essere un tribunale a valutare la sofferenza, che sia quella patita in carcere o quella inflitta da una società miope e indifferente. Perché dormire in strada è solo l'ultimo anello di una catena di eventi e circostanze di cui siamo responsabili come comunità sociale.
- senza dimora
- baracca
- custodia cautelare
- 458 giorni
- ingiusta detenzione
- 235 euro al giorno
- 107.360 euro
- risarcimento ridotto 30%
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La città e il carcere: il volto meschino di SolliccianoVincenzo Russo · Intervista
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Rubrica: INTERVISTA | Autore: Vincenzo Russo / Casa Caciolle
Cappellano del carcere fiorentino per vent'anni, Vincenzo Russo ne denuncia la disumanità. E accusa chi sta fuori: dalla politica a chi è schiavo di vili interessi. A pagare sono i poveri e i fragili
In questi ultimi tempi, tra le pagine dei giornali, si legge spesso del carcere e della drammatica condizione in cui si trovano a vivere le persone detenute. A muovere questo interesse, solitamente assente, fatti recenti che hanno raggiunto la spesso sopita attenzione dell'opinione pubblica.
Mi riferisco, particolarmente, alla decisione di un giudice del Tribunale di sorveglianza di Firenze che ha accolto il ricorso di un ex detenuto dell'Istituto penitenziario fiorentino di Sollicciano, il quale denunciava il trattamento inumano della detenzione subita. Fuori Binario ne ha parlato nel febbraio scorso. Ebbene, il giudice ha riconosciuto la ragione di questo ricorso e appurato il "trattamento inumano e degradante" che va in scena in quel carcere, concedendo così un importante sconto di pena al facente ricorso.
Quale impressionante lontananza tra quanto accertato dal Tribunale e quella storia e cultura toscane così intrise di umanesimo, spesso vantate come uniche e attuali! Quanto accade nel carcere fiorentino dimostra invece un volto diverso, meno bello e anzi meschino, capace di gettare via in un colpo di spugna secoli di storia e tradizione umanistica. L'opinione pubblica sembra essersi un po' destata, incuriosita. Ma a parte questo cosa succede in concreto? Non basta un vago e formale principio di solidarietà, uno scontato giudizio di disapprovazione. Occorre molto di più, perché realmente si inizi a farsi carico della vita di tutte quelle persone che sono gettate dietro le sbarre, pigiate in una povertà che rovina e affligge. Si afferma, da parte di alcuni, che il carcere sia un "male necessario", quasi inevitabile. Ciò appare una semplificazione di comodo, la giustificazione per un successivo non far nulla.
Sollicciano, il carcere intollerabile
Tutti siamo interpellati di fronte a ciò che accade oggi nelle carceri. Ciò che emerge inequivocabile circa quello fiorentino di Sollicciano, è intollerabile. La lista è lunga e deplorevole. I suoi ambienti degradati, pieni di muffe e umidità, le celle piccole e malmesse abitate da cimici e altri parassiti, il tempo vuoto che scorre ferendo e affossando, l'assenza di veri percorsi di recupero e socializzazione, la condizione di tante persone lì recluse che vivono un disagio mentale o vere e proprie malattie psichiche, lo scontro fra gruppi etnici animato dal controllo dello spaccio che lì avviene abbondantemente e avviluppa in una morsa senza fine i tanti tossicodipendenti presenti. Tutto questo non può essere considerato conseguenza inevitabile e necessaria di ogni società umana. Direi, piuttosto, che ne è il frutto, anzi lo specchio. La società è dormiente ed in balìa di istinti, non prende coscienza che anche questa città è un carcere a cielo aperto. Lo spaccio che abbondante si svolge all'interno dell'istituto è parte di una rete che viene da lontano, dall'esterno.
Fuori dalle mura della bellezza
Fuori da quelle mura, nella Firenze delle bellezze artistiche e dalla storia importante, dilagano in modo crescente situazioni di povertà. La disoccupazione fa la sua parte ed è ancora più pesante perché spesso legata a ciniche decisioni di delocalizzazione da parte delle aziende. Tante famiglie sono allo stremo e sempre più sole ad affrontare gravi problemi, tra cui quello abitativo. Cosa dire poi dell'insicurezza che aumenta di fronte ad una criminalità sempre più vasta e subdola, quasi invisibile, che sfrutta storie disgraziate di miseria e pesca a piene mani nel destino tragico di tanti invisibili e disperati, molti dei quali provenienti da un sistema di accoglienza che si rivela fallimentare?
La comunità deve saper opporsi
Occorre prendere coscienza come comunità, reagire, opporsi. Il carcere è il problema oggi ma è parte di un problema più grande, è solo la punta dell'iceberg. La città e il carcere sono indissolubilmente legati, nonostante si voglia, ad ogni costo, separarli. Ciò che accade al di qua e al di là di quelle mura è reciprocamente influenzato, connesso. Ciò che rattrista e risulta incomprensibile è il non capire questo e il separare nettamente i due luoghi. Si pensa, infatti, che il carcere non debba essere affatto considerato parte della città, ma sua estrema periferia, quasi invisibile! Ciò che avviene dentro non deve essere conosciuto fuori, perché turba, danneggia il quieto vivere. Ricorderebbe a questa società distratta che c'è tanta povertà, tanta ingiustizia, tanta contraddizione al suo interno. Tale separazione diventa incomunicabilità. Ma allora sorge, inquietante, un interrogativo. Come possono, dietro quelle sbarre, rigenerarsi vite che devono reinserirsi proprio in quella società che si tiene così lontana e si mostra, al limite, giudicante?
Evidentemente c'è qualcosa che non torna e la realtà è un'altra. Sollicciano, come ogni altro carcere, è parte integrante della città e della sua comunità e per quanto lo si tratti da periferia, esso è, in verità, assai legato alla realtà che lo circonda. Ne è il segno, in parte il frutto, l'esemplificazione e l'eco.
Niente di buono nasce in carcere
Se vogliamo dirla tutta, il carcere in sé è qualcosa che non funziona e che difficilmente produrrà qualcosa di buono e si dimostrerà utile. Ma indubbiamente, e a maggior ragione, esso deve almeno garantire condizioni di piena giustizia e di diritto. Ciò che è e sarà dipende e dipenderà molto dalla società fuori, dalla città di cui fa parte. Se vogliamo sperare in un qualche cambiamento, andando a ritroso ed uscendo dalle mura degli Istituti di pena, si deve trovare anzitutto una città non più ingabbiata come adesso, non più schiava di vili interessi. Soprattutto con una coscienza libera, attenta e sul pezzo.
Basta con la politica dei proclami
Non è più tempo di proclami, di sterili contestazioni, di demonizzazione dell'avversario al fine di imporre sé stessi. Non fa intravedere soluzioni una pur affabulante ricerca di nuovi assetti o curiosi accordi di gestione e potere, che copiosi ci sono presentati in questo tempo di promesse e campagne elettorali. Nessuno può attendersi veri cambiamenti da una politica sempre più spettacolarizzata e interessata all'immagine, frutto di visioni e interessi di parte. Eppure, è tempo di agire, urgentemente: non contro ma per, con impegno. L'intera società civile, tutti noi, dobbiamo quindi mettere a disposizione la testa, il cuore, le mani e le braccia per costruire una nuova dimensione di comunità, nella quale l'oltraggio alla persona, che avviene nelle carceri, non abbia mai più cittadinanza.
Vincenzo Russo è stato cappellano del carcere di Sollicciano fino al 2023. Casa Caciolle, sita a Firenze tra Novoli e Ponte di Mezzo, ospita persone detenute con pena alternativa al carcere. Info su www.casacaciolle.it.
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I diritti dei viviFuori Binario · Attualità
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Il crollo dell'Esselunga ha fatto rumore, ma non è un caso isolato, è proprio il sistema dei subappalti a funzionare così. Lo hanno raccontato i lavoratori edili di Vasari Costruzioni che da dicembre scorso non ricevono lo stipendio: "Abbiamo lavorato in tanti cantieri – raccontano – prima con partita IVA, ora come dipendenti, ma il risultato non cambia. Non veniamo pagati e il casco e le scarpe antinfortunistiche ce le siamo dovute comprare da soli". Per questo sono entrati in sciopero, sostenuti dai delegati sindacali di Si Cobas Prato e Firenze: "La Vasari Costruzioni è una ditta che ha capitale sociale di un euro e questo fa capire come funziona il mondo dei subappalti: ditte fin da principio senza la possibilità di pagare i lavoratori: fanno lavorare le persone, non le pagano, chiudono, riaprono e tutto continua così".
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Botte al sindacatoFuori Binario · Attualità
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Sezione: ATTUALITÀ
Sei aggressioni in otto mesi, ossia da quando è iniziata la vertenza della Acca srl di Seano. Anche in questo caso si tratta di un subappalto, non in un cantiere ma in un'azienda della logistica del pronto moda, dove i Si Cobas Prato e Firenze stanno portando avanti una trattativa per i diritti dei lavoratori, a partire dal più basilare: otto ore per cinque giorni. Anche in questo caso, come nel cantiere dell'Esselunga, si affaccia l'ombra del caporalato, tanto che gli operai sindacalizzati vengono picchiati a volto coperto sotto casa, proprio durante la trattativa. Eppure al momento non c'è un indagato. Cosa sarebbe successo se a venire spaccati fossero stati i finestrini delle auto, invece delle teste degli operai? E se questi avessero avuto la pelle bianca? Avremmo gridato all'emergenza sicurezza. E invece le aggressioni vanno avanti, nel buio del distretto tessile pratese.
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La repressione subdolaFuori Binario · Attualità
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Sezione: ATTUALITÀ
Vivere tre anni appesi ad un'email. Un ricatto costante. Un'email che il 9 luglio 2021 ha licenziato i 500 lavoratori di Gkn. Un'email che nel febbraio scorso ha cancellato tutti gli accordi interni, frutto di ottanta anni di lotte della Fiat di Firenze, che non potranno essere tramandati a chi viene dopo. Un'email con la quale Qf, che da oltre un anno non paga gli stipendi, facendosi beffe delle sentenze dei Tribunali, comunica di voler procedere all'esodo incentivato dei lavoratori, sottraendosi ai propri doveri di reindustrializzazione del sito, umiliando non solo gli operai, ma tutto il territorio, che si troverebbe con un capannone vuoto al posto di quei 500 posti di lavoro. Non è repressione questo giocare con la fame, con i nervi, con la tenuta di un'intera comunità? Non è violenza questa?
- ex Gkn
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Le stragi sul lavoro figlie dello sfruttamentoValentina Baronti · Attualità
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Sezione: ATTUALITÀ | Autrice: Valentina Baronti
"Controllare i cantieri è come svuotare il mare con un bicchiere". Santoro, Altro Diritto: "Il progetto Soleil offre tutela ai lavoratori"
"La sicurezza non si fa solo con i controlli, che comunque sono scarsissimi. Senza una presa in carico sociale il problema non si risolve. Per togliere gli incidenti, bisogna eliminare lo sfruttamento e quindi lo stato di bisogno, altrimenti va a finire che le vittime solidarizzano con chi li sfrutta, perché l'alternativa è anche peggiore". Sul tema degli incidenti sul lavoro, dopo la strage dell'Esselunga, abbiamo intervistato Emilio Santoro, di Altro Diritto, associazione che coordina il progetto Soleil per il contrasto allo sfruttamento lavorativo a livello regionale.
Santoro, perché i controlli non bastano?
Intanto perché sono pochi. Mancano mille ispettori in tutta Italia e mancano persone di alta qualifica, i tecnici per intendersi. Ma i controlli da soli non bastano, c'è bisogno di una presa in carico sociale. Prendiamo il caso del cantiere dell'Esselunga di via Mariti: le quattro vittime straniere che venivano dal bresciano dove dormivano? Venivano tutte le mattine da Brescia? Dormivano in baracche o furgoni? E gli altri, quelli che sono sopravvissuti, dove sono spariti? Che vita fanno adesso? Sicuramente qualcuno li prelevava, li organizzava in squadra, li portava qui e forniva un qualche tipo di alloggio, facendosi pagare per questo. Saranno le indagini a chiarirlo, ma il sistema del caporalato nei subappalti è diffuso.
Come funziona il sistema dei cantieri?
Quello dell'edilizia è il settore più pericoloso e noi abbiamo un numero di incidenti sul lavoro superiore a qualsiasi altro paese europeo. Chi ha un'alternativa sceglie un altro lavoro. Spesso chi vince un subappalto non ha una squadra pronta e si mette a cercare operai da portare in giro per l'Italia. A volte dormono nei cantieri, a volte in capannoni o in alloggi di fortuna, a volte fanno avanti e indietro viaggiando di notte, anche perché non possono certo permettersi un affitto in città come Firenze. Per questo, l'alloggio decente è uno degli indicatori del reato di sfruttamento lavorativo.
Quindi c'è bisogno di un paracadute sociale?
Se vuoi combattere lo sfruttamento devi togliere lo stato di bisogno e accompagnare verso un nuovo posto di lavoro. Altrimenti non c'è controllo che regga. Se la conseguenza è la perdita di lavoro e il rimpatrio, è chiaro che la vittima di sfruttamento non collabora al controllo ed è, paradossalmente, solidale con chi lo sfrutta. Dobbiamo costruire un sistema che sia in grado di affiancare ai controlli una tutela dei lavoratori a tutto campo ed è quello che vogliamo fare con il progetto Soleil.
In cosa consiste il progetto Soleil?
È un progetto di livello regionale, al quale collaborano associazioni del privato sociale e sindacati. Prendiamo in carico le vittime di sfruttamento dal punto di vista sociale, per la regolarizzazione del soggiorno o per l'alloggio, oppure per l'accompagnamento verso altri lavori. Il problema è il budget, che non è basso, ma che ci consentirà di prendere in carico 50-60 persone in due anni. Solo nel cantiere dell'Esselunga ce n'erano di più.
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Trent'anni di Fuori Binario e di giornalismo redistributivoOrnella De Zordo · Trentennale
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Sezione: TRENTENNALE | Autrice: Ornella De Zordo / La Città Invisibile
Da un'idea di alcuni operatori dell'Albergo Popolare nasce il giornale che avete in mano. Un convegno ha ricordato gli esordi e guardato al futuro con gli altri giornali di strada italiani: l'Osservatore di Strada, Piazza Grande, Scarp de' tenis e Zebra
I video del convegno
La sessione del convegno "GIORNALISMO REDISTRIBUTIVO – L'auto rappresentazione dei poveri e dei senza dimora attraverso i giornali di strada", tenutasi presso la Regione Toscana, è stata videoregistrata ed è a disposizione di tutti sul sito www.fuoribinario.org. Alla pagina https://bit.ly/FB-Convegno30anni il programma è accompagnato dai video con le testimonianze dei giornalisti/diffusori e dal confronto con gli altri giornali dei senza dimora attivi in Italia.
Radio Fuori Binario
Nei giorni della celebrazione del trentennale è decollato il nostro ultimo: RADIO FUORI BINARIO, podcast disponibile su Spreaker curato da Francesco Cuccuini e Francesco Fraska Martinelli. Vi trovate dialoghi, presentazioni e analisi dal punto di vista di chi scrive Fuori Binario. Le prime puntate sono già online all'indirizzo https://bit.ly/FB-Radio. Non perdete le interviste alle nostre Consuelo (Taxi Londra 12), e a Valentina Baronti autrice de La Fabbrica dei sogni.
I riconoscimenti
Ci sono stati due momenti emozionanti durante il convegno: le testimonianze di chi lo scrive ricavandone un reddito, e la consegna dei riconoscimenti ai fondatori Alessandro De Angeli, Giovanni Ducci e Sondra Latini, poi intervistati da Francesco Cuccuini. A Maria Pia Passigli è stato tributato un doveroso applauso per come, in oltre 25 anni ha curato il progetto ingegnandosi, a partire dal giornale, per dare un reddito a chi vive in difficoltà economica.
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Chi avrebbe mai pensato di poter ascoltare l'intervento dei diffusori di Fuori Binario nella Sala Pegaso di Palazzo Sacrati Strozzi in piazza del Duomo a Firenze? E di incontrare nella stessa prestigiosa sede della Regione Toscana i fondatori del giornale di strada nato in città nel 1994? È accaduto il 22 febbraio, nel corso della giornata dedicata al trentennale di Fuori Binario che la redazione ha voluto festeggiare con il convegno GIORNALISMO REDISTRIBUTIVO, l'auto rappresentazione dei senza dimora attraverso i giornali di strada.
Sono state invitate esperienze analoghe attive in altre città, dall'Osservatore di Strada edito a Roma, a Piazza Grande di Bologna, al milanese Scarp de' tenis e Zebra, l'unico giornale di strada bilingue che viene diffuso in Alto Adige. Giornali che possono apparire diversi tra loro per formato e tipo di distribuzione, ma sono accomunati dall'obiettivo di dare spazio all'autorappresentazione di chi non ha casa e vive in strada; di chi è stato espulso dal mondo del lavoro o è costretto al lavoro povero; di chi non ha garantito il diritto alla salute. Sono loro, con il loro punto di vista, a riempire le pagine con articoli, poesie, fotografie, vignette. Pagine nelle quali si alternano anche le voci di chi, pur non vivendo in strada, condivide l'obiettivo di lottare concretamente contro la povertà, e denuncia le cause che stanno alla base di esclusione e ingiustizie sociali che sono sotto gli occhi di tutti ma che pochi si fermano a guardare.
Che cosa significhi impegnarsi per Fuori Binario ce lo hanno raccontato Clara, Fabrizio, Fraska, Riccardo, a cui lo status di diffusori e redattori non ha fornito solo il mezzo per un piccolo introito mensile, ma ha dato anche un ruolo, e la possibilità di un riscatto sociale. E non è casuale la definizione di giornalismo redistributivo, perché chi diffonde Fuori Binario può contare su un piccolo reddito di sussistenza che proviene da un lavoro e non è un'elemosina.
Proprio per questo è nato il giornale nel 1994, come ci raccontano Alessandro De Angeli, Giovanni Ducci e Sondra Latini, all'epoca operatori sociali all'interno dell'Albergo Popolare, e dunque a contatto diretto con un disagio sociale che la formula assistenzialista non riusciva a lenire. Mentre si stavano chiedendo cosa poteva essere fatto di diverso, di più e meglio, vengono a sapere che a Bologna è nato Piazza Grande, il giornale di strada antesignano in Italia, pensato sulla scia dell'esperienza londinese The Big Issue. Lo scopo? Aiutare le persone in difficoltà a uscire da una condizione di povertà che li costringe per strada.
Così nasce anche a Firenze un giornale che viene chiamato Fuori Binario, un nome che, come ci racconta Giovanni, era pensato come buon auspicio per chi era costretto a dormire lungo il Binario 16 della stazione di Santa Maria Novella – come allora molti senza dimora facevano – ma che presto acquista anche un'altra connotazione: stare fuori dal binario del pensiero unico dominante. Ci piace questa valenza polisemica. Rende bene la ricchezza di un'esperienza che Valentina Baronti, vicedirettrice, definisce di mutualismo conflittuale e che chiama in causa il riscatto dalla marginalità, la dignità del lavoro e la professionalità con cui il giornale viene realizzato.
La mattinata coordinata dal direttore Cristiano Lucchi si dipana tra interventi dei rappresentanti delle redazioni e voci dei presenti. Si mette a fuoco la possibilità di costituire una modalità di lavoro continuativa nel tempo tra le varie testate; ci si confronta su possibili reazioni da assumere in caso di atteggiamenti discriminatori verso i senza dimora; si valutano eventuali proposte normative a vantaggio di chi vive ai margini. Fino ad arrivare all'assegnazione di una targa ai tre fondatori, a cui si è aggiunta Maria Pia Passigli che, subentrata poco dopo, resterà alla direzione della redazione e dell'associazione Periferie al centro fino a tre anni fa, quando la salute non glielo ha più consentito. Il calore con cui viene accolta la dice lunga sull'affetto, la stima, la riconoscenza per una persona che ha dedicato così tanta energia e sostegno, non solo materiale, a questa esperienza.
Alle 13 il convegno si sposta per il pranzo alla Mensa San Francesco di Piazza Santissima Annunziata, ospite della Caritas. Nel pomeriggio intervengono rappresentanti delle associazioni del terzo settore, docenti universitari, attivisti dei movimenti sociali, impegnati nelle tavole rotonde, Salute e servizi a bassa soglia e Casa e diritti. Ai lavori partecipa l'assessora regionale Serena Spinelli, che questo incontro ha accolto e sostenuto e che, smentendo un vizio di troppi politici, ha seguito attivamente l'intera giornata.
Non c'è che augurare a Fuori Binario, alla sua redazione e ai diffusori di continuare nel loro ottimo lavoro, ma nei vari modi in cui ci è possibile - acquistando e leggendo il giornale, ampliando la rete dei Luoghi amici (a proposito ne avete uno da suggerire?), aumentando il numero di abbonati e sostenitori – sentiamoci tutti coinvolti per il futuro di quella che è un'esperienza unica in questa città.
- trentennale
- convegno 22 febbraio
- Palazzo Sacrati Strozzi
- piazza del Duomo
- Regione Toscana
- Sala Pegaso
- giornalismo redistributivo
- auto rappresentazione
7Pagina 71 articolo
Saper scegliere tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliatoClara Baldasseroni · Trentennale
!Trentennale
Sezione: TRENTENNALE | Autrice: Clara Baldasseroni, redattrice e distributrice di Fuori Binario
Clara ripensa al suo ruolo all'interno del giornale e al senso di questa esperienza: tra libertà e riscatto personale
Sembra passato un attimo da quando - era il 2007 - ho iniziato a partecipare alle attività del giornale di strada Fuori Binario, e invece sono trascorsi 17 anni. Da allora scrivo, distribuisco e faccio la volontaria al giornale insieme al mio compagno, Balù. Siamo arrivati a diffondere più di 1000 copie al mese, con picchi anche di 1800: un successo! È stato chiaro da subito il valore di un'esperienza come quella di Fuori Binario, proprio in quanto pubblicazione autogestita e autofinanziata. Ci abbiamo creduto e abbiamo anche noi contribuito ad alimentare un pensiero libero, capace di cavarsela con impegno tra censura, insidie, complicità.
Un domani da pubblicista
Sono anche una scrittrice e, grazie alla redazione, ho intrapreso un percorso per diventare giornalista pubblicista. Con il mio impegno cerco di testimoniare che non esistono sconfitti o vinti nella storia, ma esiste ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. E compito della scrittura è anche far sì che tutto ciò possa emergere in modo accettabile, anche a distanza di molto tempo.
Ho ripensato al senso di questa mia esperienza in occasione dell'incontro che si è svolto il 22 febbraio a Firenze per i trenta anni di Fuori Binario. Una giornata di dibattito e di confronto, cui hanno preso parte anche rappresentanti di altri giornali di strada come Piazza Grande (Bologna), Scarp de' tennis (Milano, anche altre città), l'Osservatore di Strada (Roma), Zebra (Bolzano e Bressanone).
Tutte realtà che fanno parte di una rete internazionale, la International Network of Street Papers (INSP), che è stata creata nel 1994 a Glasgow, in Scozia, e che rappresenta 100 giornali di strada in 35 paesi del mondo. L'INSP organizza annualmente una conferenza per i propri membri e fornisce assistenza tecnica e una rete di servizi per gli operatori del settore. Il nostro giornale è parte di questo mondo. Fuori Binario racconta la storia degli oppressi e non solo resiste ma prosegue nel suo cammino, migliorando la sua proposta di informazione, con contenuti sempre più interessanti, e la sua veste grafica.
Con il nostro lavoro cerchiamo di rispondere ad un'esigenza fondamentale: non solo avere un'idea indipendente, ma anche essere efficacemente informati. Oggi c'è da bisogno di districarsi nella marea delle informazioni, di interpretare messaggi e simboli criptici, di combattere i tentativi di censura, che sia palese o occulta.
E allora, qual è, secondo me, l'interesse che muove il giornale? E come posso conciliare questa mia attività con la ricerca di risoluzioni concrete? Molti vivono secondo diktat sociali imposti, che non facilitano l'espressione personale e complicano la possibilità di realizzarsi. Tante situazioni sembrano sfuggire, anche con apparente leggerezza, quando prevale l'ipocrisia. Ma "l'impercettibile" pesantezza che rimane è difficile da nascondere, soprattutto quando ne scaturiscono stereotipi lesivi per l'individuo, che trasformano in negativo i ruoli che ricopriamo.
Mai abbandonarsi alla sconfitta
È impossibile restare muti, abbandonandosi alla sconfitta. Viene sempre il desiderio di riscattarsi dalle brutte situazioni, anche se si incontreranno ostacoli interiori che potranno apparire insormontabili, fino al punto di far venire la voglia di rinunciare. È qui lo spazio di Fuori Binario, strumento coraggioso, che accompagna molte delle nostre riflessioni personali più creative, contro ogni generalizzazione, stimolando la discussione caso per caso. Seguire la giusta strada è l'esperienza più entusiasmante che esista e se scriviamo è perché vorremmo raccontarla e condividerla con voi, per me, per noi, per tutti, nessuno escluso...
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L'Osservatore di strada — È il giornale di strada del Vaticano. Fondato nel giugno del 2022, si dichiara "non un giornale per i poveri, ma con i poveri", per "dare spazio e voce a chi è ferito dalla vita". Per Papa Francesco si tratta di un progetto "entusiasmante".
Piazza Grande — Tendere un giornale è meglio che tendere una mano, con questo motto nasce nel 1994 il primo giornale di strada italiano, a Bologna. Al centro della linea editoriale i problemi dei senza dimora e la città vista "dal basso verso l'alto".
Scarp de' tenis — Obiettivo dichiarato del giornale milanese, nato nel 1994, è aiutare le persone in difficoltà a riconquistare autostima e dignità attraverso la vendita della rivista. La redazione produce un'informazione su temi sociali spesso ignorati.
Zebra — Zebra è l'unico giornale di strada bilingue: italiano e tedesco. Pubblicato in Alto Adige offre a chi è in difficoltà un'attività dignitosa e la possibilità di ottenere un piccolo guadagno. Nel mensile storie incoraggianti di persone speciali.
- redattrice
- distributrice
- 2007
- 17 anni
- 1000 copie al mese
- 1800 copie picchi
- pubblicista
- giornalista
8Segnalazioni1 articolo
Alfabeto - 21 proposteFelice Simeone · Segnalazioni
!Segnalazioni
Rubrica: SEGNALAZIONI | A cura di: Felice Simeone
Ogni mese 21 proposte di cose, eventi, persone e fatti interessanti da scoprire, per costruire insieme una società più giusta: podcast, libri, film, canzoni, mostre, spettacoli, siti, laboratori.
A come ANTIFASCISMO — Siamo ad Aprile. Il 25 ricordiamo la liberazione dal fascismo. Negli anni, questa ricorrenza è diventata pretesto di divisione politica invece che occasione di unità. Subito dopo il 25 Aprile del 1945, qualche storico disse che aver ammazzato Mussolini non significava necessariamente di aver ucciso il fascismo. In un suo intervento pubblico di un paio d'anni fa, Michela Murgia affermò senza mezzi termini, da par suo, che siamo ormai al punto in cui i fascisti non si nascondono più, anzi ostentano le proprie idee, che non hanno niente di nostalgico. Dobbiamo allora salutare con gratitudine il libro Storie di Antifascismo senza Retorica, che Arturo Bertoldi e Max Collini hanno pubblicato per l'editore PeoplePub. "Senza retorica, perché", si legge, "è nelle parole semplici, forti, nei gesti concreti di solidarietà contro la barbarie, che sta il senso vero dell'antifascismo. Nessuna conquista democratica, nessuna Costituzione figlia della Resistenza può dirsi acquisita per sempre e il presente non fa che ribadirlo ogni giorno".
B come BASAGLIA — Ci viene raccontato che in Italia non c'è mai stata una rivoluzione. Questo potrebbe essere vero se si intende per rivoluzione solo la sommossa armata, le barricate, i moschetti. Se si allarga la definizione, allora, bisogna ammettere che in Italia è avvenuta una rivoluzione unica al mondo, progressista, pacifica: la chiusura dei manicomi sancita dalla legge 180. Questa legge fu l'epilogo di una profonda revisione del rapporto tra medico e paziente ispirata, e in gran parte guidata, da Franco Basaglia. I manicomi erano luoghi di tortura fisica e psicologica, ideati con il solo scopo di rimuovere i matti dalla vista dei normali. Fu proprio il concetto ambiguo di normalità, e le follie fatte in suo nome, che Basaglia volle disintegrare. A cento anni dalla sua nascita, la storica Vanessa Roghi, ricostruisce la figura di Basaglia e il processo che portò alla 180 nel podcast "Gli archivi della Follia" che scandaglia le tracce lasciate da quella rivoluzione negli archivi della Rai.
C come CLANDESTINI — Lo status di clandestino è il prodotto di leggi che nulla hanno a che fare con la persona migrante e la sua storia. Negli anni, abbiamo assistito spesso a come si può diventare immigrati irregolari, fuori legge, dall'oggi al domani senza aver commesso nessun reato, ma per il semplice effetto di un decreto. Purtroppo, non siamo vecchi abbastanza da ricordare che cento anni fa il passaporto non esisteva; si viaggiava senza documenti. Non ci si deve stupire, allora, se l'immigrazione illegale esiste ancora, nonostante leggi ed operazioni di polizia che dovrebbero scongiurarne l'esistenza. Ne Il secolo mobile - storia dell'immigrazione illegale in Europa (Mondadori) Gabriele del Grande ricostruisce questo stato delle cose senza perdere di vista il contesto globale della decolonizzazione, della segregazione razziale oltreoceano, della guerra fredda, dell'ascesa dei movimenti islamisti, del ritorno della Cina e dell'India sulla scena mondiale e del boom demografico – e in prospettiva economico – dell'Africa.
D come DITTATURA — Il ventennio fascista è stato analizzato, documentato, rappresentato, descritto. Di come l'Italia è stata condotta in quella sventura, delle condizioni che l'hanno determinata, ne siamo un po' meno consci. Nel documentario "Nascita di una dittatura", Sergio Zavoli va a colmare quel vuoto di conoscenza, mostrando, attraverso le voci di molti protagonisti e testimoni, come l'ambizione personale di Mussolini non sarebbe mai stata sufficiente per imporre una dittatura per vent'anni. Senza il supporto attivo di professionisti, tecnici, giornalisti, e soprattutto finanziatori, oggi ricorderemmo il fascismo solo come un fenomeno folkloristico con un megalomane alla sua testa. Presagiamo che la Rai non trasmetterà questo documentario sui canali in chiaro nei giorni intorno al 25 Aprile. Nascita di una dittatura, però, è comunque disponibile gratuitamente sulla piattaforma raiplay.it.
E come EUFEMISMI — Ad una donna viene diagnosticato un cancro al seno molto aggressivo. Si tratta di Anne Boyer, appena entrata nei suoi '40, mamma single, poeta. Inizia così un percorso di scoperta della realtà che poi diventerà un libro, "Non Morire", pubblicato in Italia da La Nave di Teseo. Il libro è un'analisi di cosa vuol dire contrarre una malattia invalidante nella società capitalistica. "Chi muore" scrive Anne Boyer, "e chi no del complesso di patologia chiamate 'cancro al seno' lo determina lo stipendio, l'istruzione, il sesso, lo stato familiare, l'accesso alle cure, la razza, l'età." Non Morire ha vinto il Premio Pulitzer nel 2020. Non è una novità editoriale. L'idea di riparlarne ora ce l'ha data la lettera con cui Anne Boyer si è dimessa dal New York Times Magazine a fine 2023: "Non posso scrivere di poesia tra i toni 'ragionevoli' di coloro che mirano ad acclimatarci a questa sofferenza irragionevole. Niente più eufemismi macabri. Niente più paesaggi infernali igienizzati verbalmente. Niente più bugie guerrafondaie."
F come FESTIVAL — Nonostante l'occupazione, nonostante i bombardamenti, nonostante la diaspora, i palestinesi producono cultura. A marzo di quest'anno, si è tenuto in Australia il Palestinian Film Festival, una serie di proiezioni di film prodotti in Palestina, o sulla Palestina, da cui emergono le diverse facce della vita e della cultura di una società sotto occupazione. Gli organizzatori dichiarano che il festival ha l'obiettivo di promuovere il dialogo interculturale e far conoscere lo stile di vita dei palestinesi attraverso film dalla spiccata creatività e capaci di stimolare l'occhio critico con cui si guarda la realtà, non solo in medio oriente. Il programma propone film che spaziano dalla pratica quotidiana dello sport come strumento di resilienza (il surf, le arrampicate, il calcio) alla realtà politica con un documentario dedicato a Marwan Barghouti, il Nelson Mandela della Palestina. Ci incuriosisce il cartone animato Zoo, che racconta di un bambino alla ricerca del suo pallone perso nello zoo più brutto del mondo, e del suo incontro con un cucciolo di tigre che seguirà il bambino alla ricerca, entrambi, di un posto dove poter giocare in pace.
G come GALTUNG — Il 17 febbraio di quest'anno è morto Johan Galtung. La notizia della sua morte è stata sepolta dalle bombe che stanno scuotendo il pianeta. E non poteva essere altrimenti: Galtung è stato uno stratega della pace. Se avessimo chiesto a Galtung "che fare?" dopo l'invasione dell'Ucraina, dopo gli attentati del 7 ottobre ad Israele, durante il genocidio a Gaza, lui avrebbe avuto più di una risposta, cioè, più di una possibile strategia pratica ed efficiente per risolvere i conflitti senza spargere sangue. Galtung è stato tutto tranne che un pacifista ideale o ideologico. Il suo impegno per la pace si fondava su una constatazione banale: si fa la guerra perché ci si prepara continuamente alla guerra; la pace è possibile ovunque si voglia costruirla, con impegno duraturo, intelligenza, e capacità tecniche. Abbiamo mai sentito parlare di governi che investono per la pace? Non ci vuole tanto a capire questa cosa, eppure Galtung era l'unico a dirla. Chi continuerà a farlo?
H come HEBRON — A febbraio di quest'anno, il compositore Cristian Carrara ha presentato al teatro Pavarotti-Freni di Modena l'opera Voci da Hebron, su libretto di Sandro Cappelletto. Hebron è una città sacra alle tre religioni monoteiste, luogo in cui riposano i patriarchi Abramo, Isacco, Giacobbe. È anche il luogo dove nel 1994 un membro della Lega di difesa ebraica uccise 29 persone raccolte in una moschea. Un luogo dove la vita, oggi, è diventata quasi impossibile. Un destino beffardo per questa città, Hebron, il cui nome arabo, Al-Khalil, vuol dire amico. È in questo contesto che Sandro Cappelletto e Cristian Carrara hanno deciso di raccontare in musica la storia di un vecchio patriarca colto nel momento in cui si deve separare dalla moglie e decide di lasciare le sue terre a Ruth, una studentessa israeliana di agraria, e Mohammad, un archeologo arabo. Questa suddivisione delle terre del vecchio è una miccia che fa esplodere il conflitto fra i due ragazzi, e che costringerà il vecchio a lasciare Hebron non prima di imporre ai due ragazzi che dovranno stare insieme sulle sue terre.
I come IRAN — Sono passati quasi vent'anni da quando nei cinema si potè assistere a Persepolis, un cartone animato per adulti e non, trasposto dal fumetto omonimo di Marjane Satrapi, una disegnatrice iraniana che all'epoca nessuno conosceva. Persepolis, infatti, racconta con immagini essenziali ma molto comunicative, venti anni della vita di una ragazza che cresce cercando di non farsi schiacciare dagli eventi che si trova ad attraversare: la rivoluzione islamica, la guerra con l'Iraq, gli arresti e le esecuzioni di parenti molto cari, l'asfissia delle regole imposte alle donne (di cui il film, molto efficacemente, rivela l'assurdità che sfocia nel ridicolo), l'emigrazione e lo scontro-incontro con l'occidente in cui alla fine è costretta a rifugiarsi. Marjane Satrapi oggi si potrebbe chiamare Masha Amini. In Iran non è cambiato niente: i giovani o emigrano, o muoiono nelle manifestazioni contro un regime che di religioso non ha più niente, ammesso che l'abbia mai avuto.
L come LINGUA — Il 40% delle 7.000 lingue parlate nel mondo scomparirà entro la fine degli anni 2020 perché i loro parlanti si estingueranno. Ma perdere una lingua vuol dire perdere una cultura, una visione del mondo. Nel tentativo di attirare l'attenzione su questa perdita imminente e cercare di rivitalizzare questo patrimonio linguistico, l'UNESCO ha indetto la Decade Internazionale delle lingue indigene, 2022-2032. Fra le attività sostenute, c'è la pubblicazione de "La cosa più preziosa", un libro con testi del linguista Brasiliano Victor Santos e le illustrazioni dell'artista italiana Anna Forlati. Il libro nasce dal desiderio di Santos di trasmettere a giovani e bambini l'importanza della lingua, non solo per comunicare, ma per penetrare la realtà, e per questo la lingua è la via maestra per penetrare dentro altri mondi. Il libro è pubblicato in Italia da Terre di Mezzo, i cugini di Fuori Binario, nella traduzione di Vera Gheno.
M come MERDA — Anche chi negli anni '70 non era ancora nato conosce, o ha sentito parlare, di fumetti come Sturmtruppen e Cattivik. Erano creazioni di uno stesso autore, Bonvi, che riverberano ancora oggi di una luce particolare. L'Editoriale Cosmo, però, ha deciso di ripubblicare per intero una serie atipica sia per gli anni in cui fu creata, sia per il suo autore, sia per il pubblico abituale del fumetto. Si tratta di Cronache del Dopobomba, ambientate in un futuro ipotetico in cui la bomba atomica ha distrutto il pianeta e i protagonisti (umani, umanoidi, ed altre forme viventi improbabili) interagiscono e comunicano quasi senza parlare. I conflitti e la competizione per la sopravvivenza sono le forze che muovono le cronache, e per questo l'opera è stata definita horror, o dark humor. Fu lo stesso Bonvi a darne un'interpretazione spiazzante, suggerendo al lettore che i detriti che riempiono le scene non sono necessariamente generati da un'esplosione: la bomba, in realtà, potrebbe essere un ordigno che sparge rifiuti. Basta guardarsi intorno per farsi venire il dubbio che questa bomba immaginaria sia esplosa veramente "il Dopobomba è una scusa. – disse Bonvi serissimo – La bomba non verrà mai: verrà la merda!"
N come NANNA — Il rischio che corre qualsiasi tradizione è quello di cristallizzarsi in una immobilità che prima o poi ne determina la sterilità. Questo rischio non lo corre l'ampio movimento di rinnovamento della musica salentina, di cui l'ultimo disco di Maria Mazzotta, "Onde", ne è espressione. Mazzotta si forma nelle schiere del Canzoniere Grecanico Salentino, gruppo che negli ultimi anni ha suscitato l'interesse di un pubblico internazionale. In Onde, Maria Mazzotta canta in dialetto; i ritmi sono sia quelli indiavolati della pizzica che quelli dei canti di lavoro contadino, che fluiscono, quasi a trovare quiete, nella gemma Nanna de core (traccia n. 10). Ma gli arrangiamenti approfittano dell'elettronica e proiettano il canto degli oppressi dalla taranta, ragno fantastico che inietta un veleno simbolico, in un futuro in cui, inevitabilmente, ci sarà ancora bisogno di esorcizzarlo.
O come OCCUPAZIONE — Nelle guerre che stiamo attraversando, i bambini hanno pagato un prezzo altissimo con sofferenze e morte (vedi la lettera R). A Gaza, il numero dei bambini uccisi dall'esercito Israeliano ha superato 10.000. Ma come spiegare ai nostri bambini, quelli per cui, fortunatamente, la guerra è solo evento televisivo, la guerra e l'uccisione di bambini? Ci ha provato la disegnatrice Erica Silvestri con Il mio nome è Amal, una storia palestinese, pubblicato dalla casa editrice Kairos. Il libro è un'esperienza: sfogliando le tavole, da destra a sinistra come nella lettura dell'arabo, il lettore o la lettrice torna indietro nel tempo e "libera", pezzo dopo pezzo, i territori palestinesi. Da una pagina all'altra, viene "smantellata" l'occupazione militare che le politiche dei governi israeliani hanno costruito per decenni, seguendo i ricordi di chi ha vissuto in una terra differente: la Palestina prima del 1948. Un libro dedicato agli uomini, alle donne, ai bambini e alle bambine palestinesi, esempio di dignità e capacità di resistenza.
P come PAZ — Pazienza un altro podcast è, appunto, un podcast che Guido Piccoli ha creato per celebrare l'amico Andrea Pazienza, Paz. La cosa interessante è che disponibile sul sito della Radio Televisione della Svizzera Italiana (RSI). Sono cinque episodi di mezz'ora l'uno che ripercorrono la vicenda di Paz, il "Caravaggio" del fumetto, dall'inizio della carriera fino alla tragica morte per overdose. Guido Piccoli sembra confessare a se stesso di non saper poi tanto dell'amico, e così va a ricercare i pezzi che gli mancano dalle persone che furono più vicine a Paz: famigliari, fidanzate, amici, committenti. Il Genio di Andrea Pazienza si distingue da quello dei pur talentuosi disegnatori che animarono gli anni '60 e '70 (un altro, Bonvi, è ricordato in questo stesso Alfabeto alla lettera M). Fra le voci del podcast, comunque, sembra anche di vedere gli aghi delle siringhe che distrussero le anime di questi artisti, e quella di Paz in particolare. Al di là della vicenda storica, comunque, Guido Piccoli parte da un presupposto che ci sentiamo di condividere: Paz è più attuale che mai; parla ai giovani della generazione tech, e anche ai meno giovani, quelli, cioè, che hanno conosciuto il telefono con la ruota per comporre i numeri.
Q come QUOTAZIONI — Che ci piaccia o no, la finanza condiziona le nostre vite. Siamo spesso indotti, e a ragione, a vedere nella finanza il meccanismo con cui i forti diventano sempre più forti. In realtà, la finanza è solo uno strumento neutro con cui gestire i soldi che uno ha, pochi o tanti che siano. Comprenderne i meccanismi, capire le quotazioni, potrebbe avere degli effetti profondi sulle cose di questo mondo. Gli speculatori cinici, gli sfruttatori senza scrupoli, basano il proprio potere non tanto su capitali enormi o possibilità tecnologiche degne di un extraterrestre. No. Il loro vantaggio deriva dalla nostra ignoranza. Una alfabetizzazione finanziaria di massa cambierebbe il mondo. Ne sono convinti la Fondazione Finanza Etica, Valori.it e Banca Etica che hanno creato la piattaforma valorilab.it dove si trovano testi, video, giochi, percorsi didattici gratuiti che hanno lo scopo di agevolare la comprensione dei meccanismi dei mercati finanziari e dei loro effetti sulla società.
R come RIFLESSIONI — Nel settembre 2014, Sami frequentava la seconda elementare ed era terminata da pochi giorni l'Operazione Margine di Protezione con la quale gli israeliani avevano inteso fermare il lancio di missili da Gaza da parte di Hamas. "Ero nella casa di mio nonno - scrive Sami a scuola. Ci hanno sparato. Siamo scappati. Ci hanno sparato ancora. La casa non c'è più. La mia bicicletta è tutta rotta". Inizia così la riflessione di Bruno Maida sulla complessa realtà dei bambini in guerra, pubblicata sul blog lucysullacultura.com col titolo Vittime, testimoni, soldati: i bambini in guerra. La realtà con cui ci si è confrontati poco è che, secondo il rapporto Stop The War on Children 2023 di Save The Children, nel 2022 sono stati 468 milioni i bambini nel mondo che hanno vissuto in una zona di guerra. I bambini, scrive Maida, sono attori attivi nelle guerre, vengono usati in diversi modi, ma sono soprattutto testimoni: i disegni con cui raccontano la guerra sono documenti storici a tutti gli effetti.
S come SOLIDARIETÀ — Negli ultimi mesi, molti artisti hanno apertamente invocato il Cessate il Fuoco a Gaza: attori, registi, musicisti hanno esposto striscioni espliciti sui loro palcoscenici. La scena punk internazionale è andata oltre: No Genocide: A Benefit for Mutual Aid in Gaza è una compilation di brani punk, anzi, peace-punk, per raccogliere fondi per diverse associazioni umanitarie di Gaza, fra cui, Medici Senza Frontiere, Palestinian Children's Relief Fund, ANERA. La compilation è stata fortemente voluta dal gruppo peace-punk The Dissidents, e contiene 18 brani, molti inediti, di gruppi affermati come Witch Hunt, The Pist, Mischief Brew, Mankind. Si può comprare on-line su bandcamp.com pagandola quanto si vuole e decidendo se versare l'importo direttamente ad una delle organizzazioni umanitarie che operano a Gaza.
T come TESTIMONIANZA — C'è un solo popolo sulla faccia della terra che non ha mai dichiarato guerra a nessuno, non possiede un esercito, non possiede una terra: sono i Rom. Non c'è bisogno di ricordare i nomignoli crudeli con cui siamo abituati a chiamarli. Il pregiudizio contro di loro viene da lontano. Paola Trevisan ha pubblicato per le edizioni Viella il libro-testimonianza "La persecuzione dei rom e dei sinti nell'Italia fascista", dove incrocia le informazioni degli archivi con i ricordi personali di Sinti e Rom. Il volume ricostruisce per la prima volta le politiche anti zingari del regime fascista e la loro ricaduta su rom e sinti che vivevano in Italia: prima pensati indistintamente come vagabondi stranieri da respingere ed espellere, poi sottoposti al confino di polizia e forzatamente trasferiti. Raramente, nel dopoguerra, le memorie delle persecuzioni subite sono uscite dallo stretto ambito delle famiglie e il loro mancato riconoscimento come vittime del regime fascista ha favorito la negazione dei diritti di cittadinanza a coloro che oggi vivono in Italia.
U come UNICO — Socrates viene celebrato come uno dei più grandi giocatori brasiliani. Era il capitano della nazionale brasiliana nel 1982. Morì il 4 Dicembre del 2011, nello stesso giorno in cui il Corinthians, la squadra di cui era stato capitano, vinceva il campionato. Fin qui, quella di Socrates assomiglia alla storia di tanti altri sportivi. A segnarne l'unicità fu ciò che successe allo stadio quel 4 Dicembre prima della partita: gli spettatori si alzarono in piedi e, in onore del loro capitano scomparso, alzarono il pugno sinistro al cielo. Socrates fu il simbolo della resistenza al regime militare in Brasile, tanto che promosse la Democrazia Corinthiana, un modo di autogestione dello spogliatoio in aperta polemica contro l'autoritarismo dei colonnelli. Socrates giocò nella Fiorentina nel 1984-1985. "L'Italia mi interessa perché posso imparare certe cose direttamente sui libri. [...] Sono qui per leggere Gramsci in lingua originale." Alessandro Leogrande lo ricorda nel podcast di raiplaysound.it "Socrates: il calciatore rivoluzionario".
V come VERSI — Un tratto distintivo di Fuori Binario sono le sue poesie. Sono presenze non programmate, che trovano posto fra le notizie perché sono altrettanto necessarie a capire il mondo che ci circonda. A scriverle sono gli stessi redattori del giornale, ed è molto probabile che il distributore da cui avete preso questa copia ne abbia scritta qualcuna. Il valore di una poesia è nella sua verità; e le poesie di Fuori Binario sono vere. Il criterio di verità è lo stesso a cui aderiva la poeta Patrizia Cavalli, una delle voci letterarie più alte che abbiamo avuto in Italia. Chi non la conosce può scoprirla con il documentario "Le mie poesie non cambieranno il mondo" di Francesco Piccolo e Annalena Benini, disponibile su raiplay. Il documentario fa emergere il carattere informale e dolcemente ribelle di Patrizia Cavalli, che legge molte delle sue poesie, da cui si intravedono le pieghe di una vita in cui hanno contato, e contano, l'amore, le amicizie, le parole, la malattia. Le sue poesie ci sarebbero state bene su Fuori Binario.
Z come ZERO — "Zero Carcere" è il titolo dell'ultimo capitolo del libro per bambini e ragazzi Il carcere è un mondo di carta - Un abbecedario sul carcere (Momo Edizioni), di Valentina Calderone e Marica Fantauzzi. Si tratta, appunto, di un Alfabeto sul carcere, dove le autrici cercano di spiegare la natura e la storia di una istituzione che si potrebbe pensare inevitabile, mentre invece è solo il frutto di una visione vigliacca della società. Che cos'è il carcere? Da ragazzi ci insegnano che è il posto dove finiscono i "cattivi". Crescendo diventa sempre più una minaccia permanente (eppure sfocata) per tutti. Ma nessuno sa cos'è il carcere fino a che il carcere non entra nella sua vita. "Di carcere si deve poter parlare" dice Luigi Manconi nella postfazione, "e questo libro lo fa, nella speranza che i ragazzi siano abbastanza maturi e liberi dai pregiudizi da poter immaginare e realizzare un sistema delle pene che, a differenza di quello attuale, non mortifichi e umili la dignità della persona".
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Ridateci la legge del taglioneGiampaolo Pancetti · Nonviolenza
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Rubrica: NONVIOLENZA | Autore: Giampaolo Pancetti
Chi non ricorda la vituperata legge del taglione del codice di Hammurabi, legge recepita anche dall'Antico Testamento: "occhio per occhio e dente per dente". Una legge che alla luce del Vangelo di Gesù e del progresso dell'umanità appare barbara e incivile!
Che cosa diceva la legge del taglione? "Se uno farà una lesione al suo prossimo, si farà a lui come egli ha fatto all'altro: frattura per frattura, occhio per occhio, dente per dente; gli si farà la stessa lesione che egli ha fatto all'altro" (Levitico 24, 19-20).
Orribile? In realtà la legge del taglione intendeva porre un LIMITE alla vendetta: Se mi fai un danno posso rispondere al massimo con un danno dello stesso tipo! È un rapporto 1:1.
Ora, nessuno può dimenticare l'11 Settembre 2001 quando vennero abbattute le Torri Gemelle. Il mondo si fermò. Tremila furono i morti. Un atto di violenza ingiustificabile a seguito del quale la "necessaria" guerra della democrazia americana al terrorismo in Iraq e Afghanistan provocò oltre 1.000.000 di morti! Un rapporto 1:300.
7 Ottobre 2023. Anche qui il mondo si è fermato. Un attacco terroristico che ha provocato 1194 morti in Israele, insieme a stupri e altre nefandezze. La risposta israeliana? Ad oggi, 31.184 morti in Palestina. Un genocidio. Un massacro inqualificabile. Anche qui: un rapporto di 1:30, e la guerra non è finita!
Neanche le vendette del regime nazista erano arrivate a tanto… Ecco dove la nostra "sana e progredita" democrazia ci sta portando. Ridateci la legge del taglione!!!
Pace & bene.
- legge del taglione
- codice di Hammurabi
- Antico Testamento
- Levitico
- occhio per occhio
- limite alla vendetta
- rapporto 1 a 1
- 11 settembre 2001
Quelle battute fuori luogoMarta Benettin · Femminismi
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Rubrica: FEMMINISMI | Autrice: Marta Benettin
Vi è mai capitato di sentire una battuta sessista e ritrovarvi a rispondere con una risatina imbarazzata? Forse sì. A me è successo qualche anno fa - avevo già 41 anni - quando ho incontrato un amico che non vedevo da tempo. Ci siamo salutati amichevolmente, poi lui mi ha chiesto se lavorassi sempre nello stesso posto. Risposi qualcosa tipo "sì, ma ora sono diventata Assistente Esecutiva della Direzione". Il conoscente, scherzando, mi ha risposto "accidenti, ne hai fatta di strada, devi essere molto brava sotto la scrivania".
Lì per lì ho abbozzato una risatina imbarazzata, ma poi, proseguendo verso casa, mi sono sentita umiliata e delusa di me stessa per non aver risposto. Ed è allora che ho deciso di diventare una femminista orgogliosa (e felice e coi tacchi, per citare C. Ngozi Adichie in "Dovremmo essere tutti femministi" - leggetelo, ci si mette mezz'ora ed è pure divertente!).
Le donne sono uno dei pochi argomenti su cui si continua a fare battute anche negli ambienti di "sinistra". Nessun attivista scherzerebbe su una persona immigrata o su un nero… ma su questioni di parità di genere ancora sì. Forse perché le donne non sono una minoranza riconosciuta e perciò sembra meno grave. Ma meno grave non è.
Cosa possiamo fare quando sentiamo battute sessiste? La cosa migliore è rispondere "non l'ho capita". Vi risponderanno probabilmente che "è una battuta". Insistiamo: "spiegamela". Ed è allora che il molestatore maschilista, dovendola spiegare, smetterà di ridere.
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RSA, un mondo a parteAnonimo · Attualità
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Sezione: ATTUALITÀ | Riceviamo e volentieri pubblichiamo
Anziani e fragili spostati come pacchi per lavori urgenti alla struttura. In una lettera tutta l'amarezza di chi ci lavora curando "farfalle grigie"
Lavoriamo al padiglione 10 di una qualsiasi città. Al piano terra c'è un centro diurno, al primo una RSA. Al centro diurno vengono, da mattina a sera, persone di una certa età che hanno qualche problemino con la memoria, demenze e Alzheimer, su cui si innestano come parassiti una miriade di altre cose.
In RSA ci sono persone un po' di tutti i tipi, non necessariamente anziane: come quelli che neanche sono vecchi, ma hanno "difficoltà socio-sanitarie poco inquadrabili" e nessuno sapeva dove sistemarli "codesti pacchi" (sono parole di Lucia, che è proprio una di "codesti pacchi" che non "si inquadrano").
E poi i grandi classici, ovvero "le teste", che poi sono quelli che capiscono meglio di noi e di voi come va il mondo ma sono in sedia a rotelle o hanno altre cose fisiche invalidanti. E ancora, l'evergreen dei "mattacchioni", che comunque, a nostro avviso, capiscono anche loro come va il mondo molto meglio di noi e voi messi insieme, ma hanno un modo di starci, nel mondo, troppo fragile e sopra le righe.
Ecco, questo è lo scenario e dentro ci stanno mille cose da raccontarvi. Ma non c'è abbastanza spazio. Cosa possiamo dirvi di nostro? Noi al padiglione 10 siamo operatori, infermieri, educatori, OSS, terapisti. Abbiamo sempre concepito il nostro lavoro come la presa in cura delle radici del nostro paese, quelle a cui il tran tran quotidiano non consente di stare dietro, di innaffiarle, di curarle. Anzi, spesso abbiamo anche avuto l'impressione di dover sostenere dei rami abbandonati, rami secchi che si sono allontanati dal tronco originario.
In questi anni abbiamo visto la struttura in cui lavoriamo cadere a pezzi piano piano. Abbiamo visto il triste gioco dello scaricabarile tra cooperative vecchie e nuove, Asl, prefetti, dirigenti, tutti bravissimi a parlare, tutti con un linguaggio sofisticato, asciutto, burocratizzato, ma soprattutto escludente e ai limiti del disprezzo nei confronti di OSS e altre figure di primo sostegno. È così facile per i vertici dire male di un operatore, dargli tutte le colpe. Addossare alla presunta ignoranza delle ultime ruote del carro i problemi di tutto. Non piace andare alla sostanza, è troppo faticoso riconoscere in un modo di fare che a prima vista può sembrare burbero quella concretezza che manca in tanti bei progetti d'appalto.
Così, ci chiudono "per un po'". Tanto siamo ruote. Intercambiabili. Ha deciso la ASL: ce lo ha detto ieri, per una cosa che avverrà in un paio di settimane, veloce. Finalmente qualcuno si è accorto che caschiamo a pezzi e c'è da fare dei lavori che forse durano sei mesi, forse nove. L'RSA, in un batter di ciglia, smembrata: gli utenti, con gli amministratori di sostegno bravi, saranno spostati nell'ala in cui non si fanno lavori, o in "struttura adeguata". Gli altri, i rami secchi, chissà… Poi ci sono le farfalle grigie del piano terra. Per loro sono importanti le cose minuscole, la routine, i luoghi fisici. E fargliele accettare, queste cose, è un lavoro che dura mesi e non è neanche detto che vada a buon fine: il cicchino in giardino per uno, apparecchiare la tavola per un'altra, le amicizie che si creano come miracoli tra utente e utente come un ultimo commovente regalo della vita. Loro, pure, li spostano come pacchi nel corridoio di qualche altra altra struttura per sei-nove mesi, che per noi e voi è una baggianata, per loro è una cosa gigantesca.
E se su un giornale a caso, una persona a caso legge tutto questo, quella persona si può forse dispiacere, anche commuovere. Ma alla fine ha i suoi problemi a cui pensare: dai figli senza futuro, al pianeta che forse implode, al lavoro quasi sicuramente di merda che fa, sempre che un lavoro ce l'abbia. Ma la notizia non c'è. Perché in uno Stato in stato d'emergenza, si pensa alle priorità. E le farfalle grigie, e i mattacchioni e le teste, sono l'ultimo dei nostri e dei vostri problemi.
Ma queste persone sono le nostre, le vostre radici, i nostri rami: noi avevamo bisogno solo di dirvelo. Di scrivere una cosa inutile come questa lettera. Anche se la notizia non c'è. La notizia non c'è. Non c'è.
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Monica e la violenza della stradaFrancesco Martinelli · Attualità
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Sezione: ATTUALITÀ | Autore: Francesco Martinelli
La quotidiana guerra tra poveri è ancora più dura per le donne senza dimora
Si parla molto di femminicidio, tanto che, ormai, è diventato un termine abusato almeno quanto le vittime in questione, quasi un tormentone. Una parola che, nonostante la potenza del suo significato originale, tende a perdersi nel flusso gergale delle cronache sensazionalistiche, svilendosi suo malgrado. Una parola che riacquista vigore nel momento in cui a parlarne è una donna in prima persona che dichiara a voce alta e chiara: "non voglio morire in strada!" - e che, nonostante l'emozione che trapela dai movimenti delle mani e dello sguardo, è decisa a non essere il prossimo nome sulla triste lista di donne uccise.
Monica è l'ennesima persona che durante il periodo di "quarantena" ha perso il lavoro e, con il classico effetto domino, anche la casa. Un'altra donna ritrovatasi a vivere ai margini della città, ignorata dalle istituzioni e costretta a lottare per il suo legittimo desiderio di poter tornare a vivere con i figli e i nipoti. Monica deve lottare perché è vittima di violenze quotidiane, notte e giorno. "Ti dovessi raccontare tutto...", mi accenna, ma in questo articolo non vuole presentarsi come una martire. Semmai vuole raccontarsi e far capire quanto sia duro per lei e altre come lei affrontare la vita di strada in una città "sicura" come Firenze.
"Una sera, recandomi nel luogo in cui dormo, due ragazzi hanno provato, strattonando, a sfilarmi lo zaino". Li conosce perché anche loro vivono in strada ed è la classica guerra fra poveri. Una guerra silenziosa che le ha lasciato addosso cicatrici visibili e non, che la segna con lividi e tanta stanchezza nei confronti di un mondo che non la fa sentire al sicuro neanche quando è assieme al suo compagno.
È una realtà nascosta dai più tra le pieghe di un perbenismo borghese, ma che noi non siamo disposti a tollerare ancora. Una verità che non sopporta di essere chiamata alla ribalta solo come "femminicidio", perché c'è chi è disposta/o a lottare prima di finire ammazzata/o.
In fondo al giornale, nella rubrica Fuori dal tunnel, c'è il paragrafo "Stop violenza", con i nomi di alcune associazioni che si occupano di questo problema. Per le emergenze esiste un servizio pubblico attivo 24h al numero telefonico 1522.
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Pagine di lotta operaiaValentina Baronti · Attualità
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Sezione: ATTUALITÀ | Autrice: Valentina Baronti
Letteratura Working class: la storia raccontata dal basso. Dal 5 al 7 aprile al presidio ex GKN il festival da difendere
Chi ha paura del Festival di Letteratura Working Class? Da quando il Collettivo di Fabbrica Gkn, insieme alle Edizioni Alegre, alla SOMS Insorgiamo e all'Arci Firenze, hanno promosso la seconda edizione del festival, c'è stata un'accelerazione negli attacchi della proprietà contro l'assemblea permanente. Il culmine si è toccato il 21 marzo, all'indomani della concessione del patrocinio del Comune di Campi Bisenzio all'evento, quando il liquidatore di Qf è entrato per la prima volta nello stabilimento, non per discutere di stipendi non pagati e reindustrializzazione, bensì per lasciare all'interno vigilantes privati, con chiaro intento provocatorio.
Allora viene il dubbio che sia il festival a dare fastidio. Dà fastidio che si tenga proprio al presidio ex GKN a Campi Bisenzio, territorio sfruttato, alluvionato, licenziato, lasciato in balìa della speculazione. Dà fastidio che sia uno strumento di lotta, che sostenga la comunità operaia e contribuisca a disegnare un futuro che la classe dominante non vuole farci nemmeno immaginare. Quel futuro fatto di riconversione ecologica e pacifica dell'economia, di mutualismo e servizi pubblici, di globalizzazione dei diritti, di equità sociale, di lotta alle disuguaglianze.
Quel futuro che non è possibile senza un intervento pubblico che sia all'altezza di questa fase storica, con uno Stato che finanzi progetti innovativi di rilancio e non, come è avvenuto fino ad ora, che copra con soldi pubblici le perdite di privati incapaci.
Con la seconda edizione del festival, i confini della fabbrica metalmeccanica di Campi Bisenzio si allargano ancora di più, arrivando ad abbracciare i romanzi noir spagnoli e i memoir danesi, le graphic novel di classe e la poesia operaia degli anni Settanta, passando dalla letteratura working class francese, inglese, statunitense, svedese, fino alla poesia operaia cinese. Come un'onda partita un anno fa dal presidio ex Gkn, per fare il giro del mondo e poi tornare, carica di sogni e speranze.
È questo il futuro che dobbiamo difendere con il festival, quello immaginato e raccontato da scrittrici e poeti working class. Ed è questo a far paura al potere. Cosa si sono messi in testa questi operai? Pensano di poter usare il proprio tempo per raccontare il proprio punto di vista o addirittura per scrivere la storia? Pensano di poter diventare letterati o poeti, di leggere, recitare, scrivere leggi e piani industriali? Che roba, contessa!
L'appuntamento con il Festival è dal 5 al 7 aprile a Campi Bisenzio. Programma completo su www.edizionialegre.it
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- Campi Bisenzio
- Edizioni Alegre
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- Arci Firenze
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BisogniRoberto Pelozzi · Poesia
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Rubrica: POESIA | Autore: Roberto Pelozzi
Noi, noi. Alla mercé di che c'è allo sbando senza comando, Noi i soli nella notte a cercare un luogo dove riposare, dormire. Noi che se non si può si fa ugualmente, Noi che siamo noi ci guardiamo negli occhi ci sorridiamo, ci accogliamo.
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Giochiamo a salvare il climaFabio Bussonati · Un mondo ganzo
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Rubrica: UN MONDO GANZO | Autore: Fabio Bussonati
È facile risolvere problemi con la Fantasia, e dobbiamo usarla se vogliamo cambiare il mondo in meglio. Fare i balocchi, poi, è il modo di sperimentare empiricamente le costruzioni fantastiche che abbiamo sognato. A chi è al potere non interessa molto salvare l'ambiente che ci dà da mangiare. Lo dimostra ad esempio il fatto di non aver inserito le fibre naturali tra i materiali possibili per l'isolamento termico degli edifici, quando possono invece fornire l'occasione per risolvere parecchi problemi.
La canapa è la pianta che produce più biomassa in assoluto e prende dall'atmosfera quattro volte l'anidride carbonica assorbita da una pianta media: il 45% della pianta è carbonio tolto dall'atmosfera, che possiamo immagazzinare come isolamento degli edifici, durevole, anallergico, antisettico e che regola l'umidità dell'aria; il magazzino di carbonio ideale.
Un gioco bello che possiamo fare per salvare il nostro clima è quello di realizzare gratuitamente l'isolamento termico in canapa e legno per chi ne ha bisogno. La gratuità è necessaria se vogliamo che sia un gioco, e si può fare così: ci sono persone, tante, che avrebbero bisogno di stare in una casa più calda e più sana, si sceglie chi ha più bisogno, si apre un cantiere-scuola, con le offerte degli allievi si comprano i materiali necessari, poi tutti insieme si lavora e si impara. Una volta imparato, chi vorrà potrà a sua volta aprire cantieri-scuola, moltiplicando gli interventi in maniera esponenziale e divertente fino a quando nessuno avrà più bisogno.
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La poesia delle bamboleIlaria Di Biagio · Ricominciare
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Rubrica: RICOMINCIARE | Autrice: Ilaria Di Biagio
Il laboratorio dell'Associazione Pantagruel offre alle donne detenute l'opportunità di creare qualcosa di bello e ricucire il proprio vissuto
Tutelano i diritti dei detenuti e delle detenute, sono attivi nelle carceri di Firenze (Sollicciano e Mario Gozzini), e hanno un laboratorio e uno spazio espositivo in via di Mezzo. È qui, dove ci accolgono entrando le tante bambole fatte a mano che si affacciano dagli scaffali, che incontriamo Antonia Ruggeri, socia dell'associazione Pantagruel e referente del laboratorio esterno "La poesia delle bambole".
Cosa fate in carcere?
Operiamo dentro Sollicciano dalla sua fondazione a metà anni '80, prima con un piccolo gruppo di volontari, diventato poi sempre più esteso. Proponiamo corsi di formazione periodici, visto che il volontariato in carcere è complesso, devi imparare a conoscere e gestire una struttura che ti pone mille ostacoli. Ora per esempio rientreremo in carcere dopo un blocco di giorni dovuto ad un "rinnovo di documenti". Il volontariato in carcere è un attore molto importante, è quello che con la sua presenza tutela, vigila, che i diritti siano rispettati. Il carcere dovrebbe essere un entrare ed uscire di persone che non appartengono all'amministrazione penitenziaria, ci vorrebbe un'osmosi interno-esterno continua.
Come conciliate il lavoro fuori e dentro il carcere?
In diversi modi. Con il progetto "La poesia delle bambole", nato nel 2001, con il quale collaborano e hanno collaborato molte donne. Proprio questo laboratorio è quello che ha fatto da anello di congiunzione tra l'interno e l'esterno. Il laboratorio interno si articola in una-due volte la settimana. All'esterno cerchiamo di portare le donne che hanno accesso ai benefici, come può essere un art. 21, una semilibertà. Vengono qui da noi con delle borse lavoro per imparare a fare un tipo di lavoro che è un vero e proprio esercizio, perché per fare una bambola si devono rispettare tante regole. Il laboratorio diventa così un luogo dove tornare: si crea un ritmo, si parla, ci si racconta, si rielabora il vissuto.
Che regole vanno seguite per fare le vostre bambole?
Le regole sono tante, ciascun oggetto è fatto con materiali naturali, tagliato e cucito a mano. Bisogna essere molto precisi nel realizzare una bambola, per avere un risultato secondo gli standard che abbiamo deciso di applicare. Ci ispiriamo alla pedagogia steineriana quindi ad una filosofia di tipo umanistico che ha una funzione anche terapeutica. Le bambole hanno fisionomie diverse, la prima che viene fatta fare è la Ninetta, la bambola cuscino. Si inizia dal creare una pallina di tessuto, un ovulo, e quindi un feto che cresce piano piano. Anche i fili, che vengono passati e legati in una determinata maniera, rappresentano tutta una serie di linee energetiche; una ragnatela che poi è la ragnatela della nostra struttura cerebrale. La bambola si crea attraverso l'energia della persona che la fa. Possono essere caricate di un valore, di un pensiero, di una fantasia.
Qual è il destino delle vostre bambole?
Quelle prodotte "fuori" vengono vendute ai mercatini e ne ricaviamo delle donazioni. Le altre, prodotte "dentro" dalle donne detenute, offrono un ricavo a chi le fa. Spesso chiedono di tenere la prima bambola fatta, una Ninetta a volte è un vero e proprio parto, rinasce la vita dalle tue mani. Crearla richiede cura, precisione nel dettaglio, molta concentrazione, passione e dedizione. Caratteristiche che, trasferite nella vita fuori dal carcere, ti portano ad affrontare qualsiasi lavoro con la stessa cura e attenzione.
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L'aiuto per i farmaciFuori Binario · Attualità
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Sezione: ATTUALITÀ
Lo scorso anno 427.177 persone si sono trovate in condizioni di povertà sanitaria. Hanno dovuto, cioè, chiedere aiuto per ricevere gratuitamente farmaci e cure. Rispetto alle 386.253 persone del 2022, c'è stato un aumento del 10,6%. È quanto emerge dall'11° Rapporto "Donare per curare" curato dal Banco Farmaceutico. Intanto, la spesa farmaceutica delle famiglie aumenta ma diminuisce la quota a carico del Servizio Sanitario Nazionale. Nel 2022 è stata di 22,46 miliardi di euro, 2,3 miliardi in più (+6,5%) rispetto al 2021. Tuttavia solo 12,5 miliardi di euro (il 55,9%) sono a carico del SSN. Restano 9,9 miliardi (44,1%) pagati dalle famiglie. Ciò significa che rispetto all'anno precedente le famiglie hanno pagato di tasca propria 704 milioni di euro in più (+7,6%).
- 427.177 persone
- povertà sanitaria
- farmaci gratuiti
- cure
- 386.253 persone 2022
- aumento 10
- 6%
- Banco Farmaceutico
Omicidi di genereFuori Binario · Attualità
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Sezione: ATTUALITÀ
Le variabili per identificare un femminicidio sono molte. Nella definizione delle Nazioni Unite vi afferiscono tre tipologie: gli omicidi da parte del partner; gli omicidi da parte di un altro parente; gli omicidi da parte di un'altra persona in un contesto di genere. L'ultimo rapporto redatto dall'Istat con i criteri ONU (2022) stabilisce che in Italia sono state 61 le donne uccise nell'ambito della coppia, dal partner o ex; altre 43 uccise da parenti; soltanto una è stata uccisa da un conoscente con movente passionale, ed è una la donna uccisa nell'ambito della criminalità organizzata. In totale si tratta di 106 femminicidi presunti, su 126 omicidi con una vittima donna. Tra le restanti 20 vittime donne, due sono state uccise da conoscenti uomini con moventi diversi come rapine, interessi economici, ecc.
- femminicidio
- variabili
- Nazioni Unite
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- omicidi partner
- omicidi parente
- contesto di genere
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Imballaggi, Italia tra i paesi più arretratiBarbara Imbergamo · Attualità
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Sezione: ATTUALITÀ | Autrice: Barbara Imbergamo
Presto sarà approvato il nuovo Regolamento europeo. Per capire le novità abbiamo intervistato Marco Musso (EEB)
Marco Musso lavora a Bruxelles per la European Environmental Bureau, la più grande rete di organizzazioni ambientaliste in Europa (oltre 180 associazioni), lo abbiamo intervistato per capire lo stato dell'arte del nuovo Regolamento sugli imballaggi dell'Unione Europea che tanto può fare per la riduzione della plastica e non solo.
Quanti imballaggi consuma un europeo?
Ogni cittadino produce 188 chili l'anno di plastica, carta, alluminio e vetro. Gli italiani ne consumano ben 40 kg più della media. Terzo peggior paese.
Come viene smaltita la plastica?
Non tutta è facilmente riciclabile, ad esempio quella prodotta con un mix di polimeri o di materiali, quella troppo sporca, le plastiche sottili (come le buste da insalata o da patatine). In Europa non si arriva a riciclare nemmeno il 40% dei rifiuti di plastica prodotti e si tratta soprattutto bottiglie in Pet. Il resto viene incenerito o finisce in discarica.
Il riciclo non è quindi una soluzione, meglio il riuso. Ne è consapevole la Commissione Europea?
L'Unione sta rivedendo le proprie regole, vista l'insufficienza delle attuali nel ridurre la produzione e lo smaltimento dei rifiuti di imballaggio. Nella bozza del nuovo Regolamento è prevista una cauzione per i prodotti monouso di plastica e metallo da restituire quando l'oggetto viene riportato. Ci sono anche alcune restrizioni: il divieto di vendita per la frutta e la verdura imballate quando non è necessario proteggerle o se vendute in piccole porzioni; o il divieto di utilizzo di posate e stoviglie monouso di plastica nei locali in cui si consuma al tavolo.
Sembrano dei palliativi.
Passetti avanti verso un'idea di riuso, un modo per abituare i consumatori e per assicurare alti tassi di raccolta per il riciclo. Il nuovo Regolamento interviene anche affinché gli imballaggi siano effettivamente riciclabili. Fino ad oggi i produttori hanno infatti dato più spazio al marketing e alla comodità per il cliente che non alla riciclabilità effettiva. Il vetro, ad esempio si raccoglie bene e si ricicla meglio della plastica, dobbiamo però chiederci se sarebbe più interessante riusarlo piuttosto che riciclarlo.
Qual è la posizione dell'Italia?
Sono contro questo regolamento le imprese dei settori dell'imballaggio monouso sia di plastica che di carta. In particolare il nostro paese, con la scusa strumentale di livelli di raccolta differenziata elevati, si è opposto alla introduzione della cauzione e degli obblighi di riuso ottenendo anche la modifica del testo in Parlamento. Una posizione miope, ben 26 paesi nel dicembre scorso hanno votato a favore di queste norme. Non l'Italia.
Cosa succede nel resto d'Europa?
In Francia esiste già l'obbligo per i fast food di utilizzare stoviglie lavabili e il divieto di usare plastica monouso per frutta e verdura fresca. Anche Spagna, Danimarca, Olanda e Polonia hanno sostenuto posizioni molto più progressiste dell'Italia.
A che punto è l'iter del Regolamento?
La Commissione ha fatto una proposta poi discussa dal Parlamento e dal Consiglio dell'UE che hanno un po' peggiorato la proposta originaria. Il mese scorso è uscito un nuovo testo.
Sì, ed è un passo avanti.
Ci sono regole nuove per prevenire i rifiuti di imballaggio, promuovere il riutilizzo e ridurre la nostra dipendenza dagli imballaggi monouso. Sono stati fissati per la prima volta obiettivi vincolanti di riduzione degli imballaggi (-5% entro il 2030, -10% entro il 2035 e -15% entro il 2040), nonché obblighi di riutilizzo per bevande e imballaggi per il trasporto.
Quanto pesano le lobbies?
Sono riuscite ad introdurre delle deroghe sconsiderate che rischiano di compromettere questi sforzi. Le restrizioni per il monouso nella ristorazione siano limitate solo alla plastica e non alla carta, ad esempio, come previsto nella proposta originale.
Quando entrerà in vigore?
Parlamento e Consiglio europeo devono adottarlo formalmente, poi, una volta pubblicato sulla Gazzetta ufficiale ci vorranno altri 18 mesi per l'applicazione.
- Marco Musso
- European Environmental Bureau
- EEB
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Oltrarno, apre un ambulatorio gratuito per le persone più fragiliFuori Binario · Attualità
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Sezione: ATTUALITÀ
Dal 6 marzo a Firenze, in via Borgo San Frediano 12, dal lunedì al venerdì dalle ore 13 alle 17, apre i battenti un ambulatorio infermieristico gratuito, a disposizione di tutte le persone fragili che ne hanno bisogno. È il frutto della collaborazione tra Chiesa Valdese e la Croce Rossa Italiana che, presentando il progetto, hanno spiegato come siano state considerate anche le necessità degli anziani che non hanno modo di potersi appoggiare a professionisti sanitari, fosse anche solo per consulenze su terapia a loro assegnate, per l'esecuzione di una iniezione, di una medicazione, o semplicemente per avere istruzioni e chiarimenti sull'uso di farmaci.
Oltre alla sede fisica in San Frediano, sarà attivato un ambulatorio mobile notturno con attività itinerante (prevalentemente infermieristica) tra i luoghi dove vivono i senza dimora e i più poveri, tra cui le case di accoglienza e quei posti segnalati come sensibili dalla Asl in tutta l'area metropolitana.
Per Francesco Marfè dei Valdesi "è un progetto che rientra nella logica dell'uso che facciamo dell'8x1000, la restituzione di denaro pubblico al servizio della comunità cittadina". Per Lorenzo Andreoni della Croce Rossa si tratta di un "desiderio che coltiviamo da molto tempo, ovvero quello di aprire la nostra sede e i nostri servizi alla popolazione cittadina e in particolare dell'Oltrarno".
- 6 marzo
- Borgo San Frediano 12
- lunedì-venerdì 13-17
- ambulatorio infermieristico gratuito
- persone fragili
- Chiesa Valdese
- Croce Rossa Italiana
- anziani
La povertà? È donnaFuori Binario · Attualità
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Sezione: ATTUALITÀ
Crescono le famiglie povere in Toscana e a rimetterci sono soprattutto le donne. Il dato emerge dalla ricerca "Povere famiglie. L'impatto dell'inflazione sui redditi degli italiani" (Acli/Iref) che ha coinvolto 30.754 persone utenti dei Caf Acli. In un anno l'81% ha perso reddito, solo il 19% ha guadagnato. La perdita media è stata di 3.921 euro, mentre il guadagno medio di 8.000. In termini assoluti i dichiaranti hanno perso oltre 97 milioni di reddito. E, dal 9,4% di famiglie in soglia di povertà nel 2019, si è passati al 10,9% nell'anno fiscale 2022, ovvero l'1,5% in più. Il trend, però, incide di più sulle donne: quelle in soglia di povertà sono il 17,2%, contro il 7% degli uomini, spiega. In pratica, per ogni uomo vi sono 2,4 donne, per un rapporto leggermente superiore al dato nazionale.
- famiglie povere
- Toscana
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- Iref
- Caf Acli
- 30.754 persone
- inflazione
- 81% perso reddito
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Psicoterapia: che lusso!Valentina Baronti · Sorellanze - Ultima pagina
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Rubrica: SORELLANZE | Autrice: Valentina Baronti
Quanto costa la psicoterapia? Dipende dalla frequenza delle sedute e dalla tariffa oraria, ma si può arrivare anche a 250 euro al mese, per un percorso che spesso dura anni. Un lusso che non tutti possono permettersi.
Ma non è solo questione di soldi, è anche un problema di legittimità sociale. Quanti datori di lavoro e quante scuole sono disposti a comprendere un'assenza per ansia o depressione?
A cento anni dalla nascita di Basaglia, la malattia mentale rimane un tabù e il diritto alla cura finisce per essere un privilegio borghese. Con il Covid ci siamo improvvisamente resi conto che c'è un problema diffuso di disagio psicologico, soprattutto tra i giovani. Eppure, tre anni dopo l'inizio della pandemia, poco è cambiato.
Proprio in queste settimane è in corso la richiesta per il bonus psicologo del 2023, ma questo è insufficiente e arriva tardi, rimborsando chi ha avuto comunque la possibilità di pagarsi la terapia. Oltre ad essere una misura una tantum, che non crea le condizioni per un vero servizio pubblico e rimanda al singolo l'onere di trovare il professionista privato che vada bene per il suo caso.
Alla fine del 2022 la Regione Toscana ha istituito, con una legge, lo psicologo di base, che funzionerebbe proprio come il medico della mutua: assistenza psicologica primaria, con la possibilità di indirizzare il paziente a uno specialista. Solo che ancora oggi, a un anno e mezzo di distanza, questa figura universale non c'è e solo nei prossimi mesi partirà una prima sperimentazione.
La strada è lunga e il percorso molto lento, ma intanto con lo psicologo di base si metterebbe un tarlo in quel tabù e forse chissà, tra qualche tempo, la poltrona dello psicoterapeuta diventerà normale come il lettino del dottore, senza vergogna e senza sentirsi responsabili del proprio dolore.
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