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GIUSTIZIA

Se sei povero soffri meno

Cecilia Stefani · Fuori Binario n. 261, Aprile 2024, pagina 3

!Giustizia

Rubrica: GIUSTIZIA | Autrice: Cecilia Stefani

L'incredibile sentenza di una corte milanese riduce il risarcimento per ingiusta detenzione a un uomo perché "viveva in una baracca"

Vaghi per strada, dormi in una baracca infagottato in vecchie coperte, mangi in qualche mensa, forse chiedi l'elemosina. Chissà cosa ti ha portato a questa vita… una malattia, una dipendenza, la perdita del lavoro, un lutto? Come se non bastasse, un giorno ti arrestano, ti accusano di stupro, finisci in galera. Per 458 giorni e 458 notti resti chiuso lì dentro, soggetto ai ritmi e alle regole del carcere. La chiamano custodia cautelare, serve a non farti scappare e a non farti commettere altri reati. Una cautela durata un anno e tre mesi. Finché non si dimostra che sei innocente, non sei stato tu, hai subito un'ingiustizia. Nessuno ti restituirà quel tempo vissuto dietro le sbarre, ma almeno puoi chiedere un risarcimento. Per ogni giorno sofferto in carcere hai diritto a 235 euro, lo dice la legge, sono 107.360 euro in totale. Ma il tribunale decide diversamente, decide di darti meno, il 30% in meno, perché, in sostanza, la tua vita da uomo libero valeva poco, perché non avevi una casa né un lavoro, non avevi famiglia, e alla fine, diciamolo, sei solo un povero ignorante.

Non è la trama di un racconto di Dickens, ma una storia tanto vera quanto incredibile, che ha visto la Corte di Appello di Milano mettere nero su bianco che "l'aver vissuto in una baracca e l'assenza di occupazione e di rapporti affettivi di qualsivoglia natura" sommato alla "marginalità socio-economica" e alla "subalternità culturale" giustificava la riduzione del risarcimento per ingiusta detenzione di un uomo senza dimora. Viene da chiedersi se questi magistrati abbiano mai letto la Costituzione, o almeno la frase che solitamente è scritta a caratteri cubitali nelle aule di giustizia: "La legge è uguale per tutti".

Per fortuna i giudici non sono tutti analfabeti, e la Corte di Cassazione ha evidenziato l'assurdità del "ragionamento": se al senza dimora spetta una cifra minore, forse si dovrebbe dare di più a chi vive in una villa con piscina con una bella famiglia e un lavoro di successo? Allarghiamoci: se una donna è già abituata alle percosse, avrà diritto a un risarcimento inferiore? Se si è disoccupati da anni, è meno grave lo sfruttamento sul lavoro?

Sentenza cancellata, dunque. Lieto fine? Chissà. Non sappiamo nulla di quest'uomo che da un giorno all'altro si ritrova non più povero, in grado forse di ricostruirsi una vita "normale". Come sappiamo ben poco dei tanti senza dimora che popolano le nostre città. A volte ci stupiamo, quasi indignati, se rifiutano un posto letto offerto dai servizi sociali quando fa più freddo, perché anche a noi, come a quei giudici, sembra che peggio di così non potrebbero stare. Ma quanto vale la loro libertà, o, d'altra parte, quanto può essere dura per loro una condizione di semi-prigionia, ingabbiati in orari e perimetri decisi da altri, senza i loro compagni, amici, cani al seguito?

Certo non può essere un tribunale a valutare la sofferenza, che sia quella patita in carcere o quella inflitta da una società miope e indifferente. Perché dormire in strada è solo l'ultimo anello di una catena di eventi e circostanze di cui siamo responsabili come comunità sociale.

Pagina 3 del numero 261 Uscito sul numero 261 (Aprile 2024), a pagina 3. Leggi nel PDF · Sfoglia il numero