Archivio › Fuori Binario n. 288 · Ottobre 2026 › pagina 5
DAI MARGINI
Ditemi perché
Yuri Maffei: "Quello che è successo al babbo non deve più accadere. Al Comune di Firenze chiedo trasparenza"
Valentina Baronti · Fuori Binario n. 288, Ottobre 2026, pagina 5
"Né io né mia madre sappiamo perché il babbo si è tolto la vita, ma sappiamo che negli ultimi tempi era angosciato e che il diritto alla casa era per lui una priorità. La questione abitativa era per lui fondamentale. Ha lottato tutta la vita per questo. All'Albergo Popolare aveva trovato il suo piccolo spazio di libertà. Voglio risposte". A parlare è Yuri Maffei, il figlio di Stefano, il volontario di Fuori Binario che nel febbraio scorso si è suicidato all'Albergo popolare, il giorno prima dell'udienza che avrebbe potuto riportarlo in carcere. Quell'udienza in realtà era stata rimandata di tre mesi, ma Stefano non l'ha mai saputo.
"Perché l'Albergo popolare non aveva concesso la struttura per gli arresti domiciliari? Perché il Comune, incaricato dal tribunale di trovare un'altra struttura, non l'aveva fatto? Perché l'unica soluzione che gli avevano dato era al quarto piano senza ascensore, a lui che era invalido e viaggiava con due stampelle?". Sono alcune delle domande che Yuri continua a farsi da nove mesi, senza avere risposte.
L'amministrazione comunale sostiene che, per avere una misura alternativa al carcere all'Albergo popolare, è necessario un progetto specifico dei servizi sociali. A quanto pare a tuo padre non era stato concesso un progetto del genere. Sai spiegarti perché?
No, non so spiegarmelo. All'Albergo Popolare non aveva mai creato problemi, faceva teatro ed era volontario a Fuori Binario. Aveva avuto tanti momenti difficili ma, nella sua debolezza, era un uomo ricco di rapporti umani. Il reato per cui volevano mandarlo in carcere era legato a una manifestazione di piazza. Forse il problema è che per la società il babbo era considerato un reietto, perché era contro il sistema, l'ingiustizia, la disuguaglianza. Oggi, a Firenze, se hai pochi soldi non puoi più vivere. Sono nato e cresciuto in questa città, ma ora mi vergogno di essere fiorentino.
Abiti ancora a Firenze?
Ci vivevo fino a poche settimane fa, quando l'ennesimo acquazzone ha inondato il seminterrato in cui stavo, rendendolo inagibile. Ora sono ospitato in provincia da mia mamma, anche se lavoro in centro. Ho 35 anni e vivo del mio lavoro, ma faccio molta fatica e sicuramente non posso permettermi un affitto sul mercato. Quando vedo i turisti vivere nel lusso in questa città, provo pesantezza e rabbia. La disuguaglianza di classe è sempre più forte e le persone arrabbiate sono sempre di più.
Come hai vissuto questi ultimi mesi?
Sono stati molto difficili e non solo per i tanti problemi pratici legati alla morte del babbo, tra cui il fatto che ho dovuto cambiare lavoro, perché i primi tempi non ci stavo con la testa; ma soprattutto perché una cosa del genere ti lascia spiazzato di per sé, peggio ancora se in nove mesi non hai ancora avuto una risposta. Non si può ricominciare a vivere senza risposte, perché si rimane sempre col dubbio.
Che cosa chiedi alle istituzioni?
Chiedo trasparenza. Il babbo non tornerà, ma una cosa come quella che è successa a lui non deve accadere più. Questa storia tragica deve servire a cambiare queste dinamiche, a far sentire tutelati anche i più fragili. Vorrei che questa città desse ai reietti la possibilità di riprovarci, perché non puoi sapere cosa prova una persona quando gli stai dicendo un no, senza nemmeno motivarlo. Il babbo era depresso e bipolare, oltre che invalido e con problemi di deambulazione. L'ipotesi di andare in carcere lo terrorizzava. Era arrabbiato con il mondo.
Che tipo era Stefano?
Era un disgraziato, ma aveva una grande dignità. Mi ha insegnato molto. Con lui ho passato momenti bellissimi. Durante l'infanzia, nelle occupazioni abitative, mi ha insegnato il valore della solidarietà. Il babbo era un poeta, un artista. All'Albergo popolare aveva una stanza piccolissima, una specie di ripostiglio, però quel buco era casa sua. L'unico spazio in cui potersi chiudere a scrivere. Quando è morto abbiamo trovato i suoi diari. Ha scritto cose bellissime di me.
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Uscito sul numero 288 (Ottobre 2026), a pagina 5. Leggi nel PDF · Sfoglia il numero
