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Archivio › Fuori Binario n. 286 · Estate 2026 › pagina 7

PALESTINA

Abitare scenari di guerra

La VII edizione del Premio Bargellini è stata dedicata al popolo palestinese e al cinema impegnato a favore di Gaza.

Ornella De Zordo · Fuori Binario n. 286, Estate 2026, pagina 7

Quest'anno il Premio "Lorenzo e Donato Bargellini" ha scelto come tema "Abitare scenari di guerra" ed è stato dedicato al popolo palestinese. Nello specifico, il bando della nuova edizione ha inteso portare l'attenzione sugli scenari di guerra – conflitti in corso e processi di militarizzazione in atto – e sulle loro implicazioni sociali. Si tratta di fenomeni che ci portano a confrontarci con l'industria della guerra, i colonialismi, l'ineguale distribuzione delle risorse, le migrazioni, gli apparati di controllo e gli esiti dei dispositivi legali creati alla fine della II Guerra mondiale, compreso l'apparato del diritto internazionale. E con tutto quello che questo può comportare sulla vita quotidiana di persone e gruppi, sulla loro possibilità di agire e di immaginare scenari futuri. Ha quindi valorizzato tesi focalizzate su questi campi di ricerca attraverso analisi originali, criticamente fondate e impegnate, che hanno esplorato le esperienze di resistenza (passate e presenti) prodotte dalle comunità/territori/piazze in termini sia di pratiche che di approcci e immaginari. Ha ricevuto lavori di tesi di laurea magistrale e di dottorato di alto livello, ognuno dei quali ha mostrato quanto siano importanti e sentiti i temi, le visioni del mondo e la sensibilità che sono stati al centro delle vite di Lorenzo e Donato Bargellini.

Il premio è stato attribuito alla Tesi di Laurea Magistrale in Scienze Antropologiche ed Etnologiche (Università degli Studi di Milano-Bicocca) di Maria Elena Marabotto Petrelluzzi "Rappresentare Palestina. Pratiche cinematografiche e articolazioni identitarie palestinesi". La tesi analizza la storia della diaspora palestinese dal 1948 ad oggi, attraverso l'occhio cinematografico come forma di resistenza e di resilienza "diversa". Ben costruita e documentata, affronta il cinema come mezzo che aiuta a capire, attraverso approcci filmici originali, la storia e la capacità di resistere di un popolo a cui viene negata la propria identità ed il diritto ad esistere. La ricerca portata avanti dall'autrice entra dentro le difficoltà, le censure – anche a livello di distribuzione internazionale –, i rischi e i limiti sia tecnici che di budget del fare cinema in un territorio soggetto ad una pesante occupazione militare.

Tra i documentari analizzati, "Jenin Jenin" di Mohammed Bakri e "Route 181" dei registi Khleifi e Sivan, il primo palestinese e il secondo israeliano, entrambi molto forti e spiazzanti. Il primo, in particolare, narra della distruzione del campo profughi di Jenin da parte di IDF e ground zero, con la perdita di molte vite umane e delle proprie case. Particolarmente interessante è l'analisi del film di Saverio Costanzo "Private" (2004), potente metafora dell'occupazione israeliana, al cui centro vi è una famiglia palestinese di Tulkarem, vicina al muro che separa Israele dalla Cisgiordania, che vede la propria casa – occupata al piano superiore da una base militare israeliana – divisa in zone A-B-C, in cui al piano inferiore vive la famiglia (A), il bagno è zona B di uso comune limitato a orari definiti, e la zona C (piano superiore) è off limits, con rischio di essere fucilati. Maria Elena Marabotto ci guida, attraverso lo sguardo del mezzo cinematografico, all'interno del tema stesso del Premio di quest'anno: la negazione del diritto ad abitare, la negazione del vivere in pace e dell'identità e della vita di un popolo, che sta subendo un atroce genocidio.

La Menzione di merito è andata alla Tesi di Laurea magistrale in Antropologia culturale ed etnologia (Università di Bologna) di Daniel Calò "Attivismo ebraico per la Palestina a Berlino: Pratiche di solidarietà e contromemoria diasporica come resistenza alla Staatsräson tedesca". Tra ottobre e dicembre 2024 l'autore ha condotto una ricerca sul campo a Berlino, tra le fila dell'associazione ebraica antisionista Jüdische Stimme, impegnata dal 2003 in diverse forme di attivismo di solidarietà per la causa palestinese nel repressivo clima politico tedesco. Il lavoro di Calò mira a mettere in luce le strategie adottate dagli attivisti ebrei che si mobilitano a Berlino in solidarietà con il popolo palestinese e la loro negoziazione per un posizionamento identitario alternativo al modello ebraico promosso dallo Stato tedesco. Attraverso l'osservazione partecipante prolungata e l'intervista qualitativa semistrutturata, Calò propone una riflessione sul pensiero diasporico inteso come "esercizio di immaginazione che proietta l'identità oltre le categorie di appartenenza e definizione dello Stato-nazione e colloca le esperienze degli attivisti intervistati entro il quadro teorico offerto dalle riflessioni relative alla diaspora, intesa come risorsa etico-politica capace di generare identità controegemoniche, decentrate, ibride e relazionali". Il lavoro di ricerca permette di comprendere dall'interno i processi politici che informano la mobilitazione, le conseguenze della repressione statale, i repertori simbolici della protesta, i processi decisionali, le alleanze e i conflitti interni ed esterni. Lo studio si avvale anche dall'analisi di dibattiti parlamentari precedenti e successivi al 7 ottobre 2023 e campagne di panico morale connesse al discorso sul "nuovo antisemitismo importato", evidenziando il ruolo del discorso egemonico sulla memoria nella fabbricazione discorsiva della crisi morale alla base della "guerra all'antisemitismo".

Pagina 7 del numero 286 Uscito sul numero 286 (Estate 2026), a pagina 7. Leggi nel PDF · Sfoglia il numero