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Archivio › Fuori Binario n. 285 · Giugno 2026 › pagina 6

DIRITTO ALL'ABITARE

Piano casa o piano sfratti?

Le insidie nascoste dentro il pacchetto per l'emergenza abitativa presentato dal governo il Primo Maggio

Laura Colini · Fuori Binario n. 285, Giugno 2026, pagina 6

Alla vigilia del Primo Maggio 2026, il governo Meloni ha presentato un pacchetto di misure per contrastare l'emergenza abitativa: il cosiddetto Piano casa che promette il rilancio dell'edilizia residenziale pubblica ed economicamente accessibile. Nel pacchetto si presenta un Decreto legge con "Disposizioni urgenti per il Piano casa" e un Disegno di legge per il rilascio degli immobili. Il Decreto prevede tre linee di intervento: il recupero di circa 60.000 alloggi di Edilizia Residenziale Pubblica (ERP); la creazione di un apposito strumento finanziario con a disposizione di 10 miliardi di euro (nazionali ed europei) gestito da Invimit Sgr; l'attivazione di investimenti privati per la realizzazione del Piano casa, con l'obiettivo di affittare o vendere alloggi a prezzi calmierati (nella formula Rent-to-buy). Il Disegno di legge sul rilascio degli immobili prevede misure accelerate per la liberazione di case occupate illegalmente. (Nel frattempo il decreto è entrato in vigore. Il provvedimento è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 7 maggio e l'8 maggio è entrato in vigore come Decreto-Legge n. 66/2026, ndr)

Approfondiamo i tratti di ciascuna disposizione, iniziando dalla matematica. Per il recupero dell'ERP si prevede la riattivazione di circa 6.000 alloggi l'anno, una goccia nel mare delle necessità: i dati dell'Osservatorio nazionale ERP 2024/25 dice che la domanda inattesa di famiglie che rientrano dei criteri di assegnazione ERP è di 300.000 unità e che le case popolari inutilizzate sono 84.000 (di cui 22.700 occupate abusivamente). Quindi il Piano casa accompagnato da un'enfasi elefantiaca, produce un misero topolino, ovvero la copertura di solo un quinto delle domande inevase.

Sfratti più facili

Senza aumentare significativamente l'offerta pubblica (si parla di aumentare la quota ERP ma non si specifica come), il Piano intende recuperare tutti gli 84.000 immobili inutilizzati compresi gli alloggi occupati abusivamente. Come? Con una misura draconiana, ovvero accelerando gli sfratti: si riducono i tempi di rinvii e passaggi procedurali; le tutele per i soggetti più fragili sono minimizzate (si parla di rinvii per malati gravi e over 75, ma non ad esempio di nuclei con minori); si introduce un passaggio che apre alla possibilità che soggetti diversi dall'ufficiale giudiziario eseguano materialmente alcune attività dello sfratto, (attivando una sorta di "esternalizzazione" di parti dell'esecuzione) senza che sia prevista alcuna misura compensativa né un sistema organico di tutela abitativa per chi subisce lo sfratto. Per dare una dimensione calata nella realtà è da sapere che ogni anno sono circa 40.000 le sentenze di sfratto, con una media di circa 150 sfratti eseguiti ogni giorno. Per inciso, la relazione illustrativa del Disegno di legge sulla liberazione di immobili, dichiara di fronteggiare esclusivamente le difficoltà economiche di "proprietari di immobili" a seguito della pandemia, inflazione e crisi energetica, e non di coloro che per le stesse ragioni sono diventati morosi per incapacità di pagare gli affitti. Tutto ciò senza risolvere il problema di accesso alla casa per le fasce più deboli della popolazione (resta un gap di circa 21.500 alloggi, senza contare coloro che non fanno nemmeno domanda), e spostando e aumentando il problema senza risolverlo.

Investimenti immobiliari di Stato

Dal punto di vista finanziario, il Piano promette 970 milioni iniziali con un possibile flusso pluriennale, sperando in forme di cofinanziamento europeo (incluso Fondo social per il clima e altro). Il Decreto assegna a Invimit Sgr, società partecipata dal Ministero dell'economia, un ruolo centrale come ente finanziatore immobiliare, che fa leva sul capitale pubblico iniziale di 970 milioni per poi valorizzare il patrimonio con vari strumenti finanziari. In altre parole lo Stato usa il proprio patrimonio e capitale pubblico per attivare finanza immobiliare. Quindi i 10 miliardi promessi dal governo per avere più case non sono una spesa sociale diretta, ma un sistema di investimento che privilegerà progetti "bancabili" ovvero quelli più attraenti per la leva finanziaria.

Nuove case per la classe media

Inoltre, quanti dei 970 milioni potrebbero essere destinati all'ERP? Non è chiaro e non si stabilisce una quota minima obbligatoria, favorendo invece un ambiguo sistema misto. Un punto chiave del lessico del decreto è usare continuamente formule aggregate che mettono insieme "edilizia pubblica e sociale", "edilizia convenzionata" etc, che - per un'esplicita scelta politica - tendono a mescolare welfare abitativo in edilizia residenziale pubblica e l'abitazione economicamente accessibile per la classe media, basata su sostenibilità finanziaria secondo leggi di mercato. Il Piano inoltre nega un fondo specifico per prevenire la morosità nei casi in cui gli affittuari si trovino in situazioni di difficoltà economica, mentre introduce un fondo di garanzia rotativo per morosità incolpevole che sembra però pensato per la stabilizzazione finanziaria degli enti gestori dell'ERP, piuttosto che per annullare il debito di chi è fragile.

Nessuna garanzia per i più deboli

Molti altri dettagli andrebbero analizzati. Il decreto non è attuativo, ma suggerisce un orientamento del Governo verso un sistema che pone l'enfasi su un mix indefinito di alloggi "a vendita-riscatto" e "pubblici", e che mette al centro del partenariato pubblico/privato una leva finanziaria con minime condizionalità e sicurezze per i soggetti più deboli. Assistiamo così ad un ridicolo paradosso fondato sull'utilizzo delle logiche di mercato come strumento per correggere le distorsioni generate dal mercato stesso.

Pagina 6 del numero 285 Uscito sul numero 285 (Giugno 2026), a pagina 6. Leggi nel PDF · Sfoglia il numero