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CULTURA - LA VITA MESSA A NUDO / ARTE E POVERTÀ
Il più bel presepe del mondo
Tomaso Montanari · Fuori Binario n. 280, Gennaio 2026, pagina 9
!Presepe di Arnolfo di Cambio - Santa Maria Maggiore
Rubrica: LA VITA MESSA A NUDO - ARTE E POVERTÀ | Autore: Tomaso Montanari
Segno di un Dio che si fa povero e straniero per aprirci gli occhi
Il più bel presepe del mondo è quello che – settant'anni dopo la notte di Greccio – un papa francescano, Niccolò IV, volle nella Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma, dove si conservano le reliquie della mangiatoia che accolse il Bambino, e le fasce in cui fu avvolto. A scolpirlo fu Arnolfo di Cambio, scultore geniale cresciuto tra le mani di Nicola Pisano: e il risultato fu un intreccio di sguardi e di gesti congelato in una antichità senza tempo.
Come si conviene a un presepe, mobile per definizione, anche quello di Arnolfo ha avuto una vita inquieta, perdendo tra l'altro per strada la Madonna originale. Quando lo stizzoso Sisto V volle costruirsi un algido mausoleo proprio al suo posto, il geniale ingegnere Domenico Fontana riuscì a spostare tutta intera la cappella medioevale che accoglieva il gruppo arnolfiano, calandola sottoterra, nelle viscere della Basilica che custodivano le reliquie.
Da qualche anno un restauro e uno studio sapienti ci hanno restituito la bellezza misteriosa di queste figure solenni e introverse, e forse anche la disposizione delle statue come la pensarono Niccolò e Arnolfo, architetto a cui dobbiamo alcuni degli spazi più seducenti tra quelli in cui ancora si svolge la nostra vita comune. E così abbiamo recuperato un tassello importante nell'immaginario figurativo del mondo occidentale: il presepe di Roma, il presepe dei presepi.
Il presepe, questa sorta di sacramento della povertà inventato da Francesco d'Assisi: segno efficace della massima povertà, quella di un Dio che si spoglia di tutto e prende carne, dolore e morte delle creature. La povertà di una famiglia di stranieri senza alloggio, di un bambino che nasce senza una casa, di un Salvatore salutato dai pastori, ultimi tra gli ultimi. Un sacramento concreto, fatto di figure – corpi – che si toccano, collocati in uno spazio reale; uno spazio che ne rappresenta un altro, lontano – Betlemme.
Un sacramento capace di scuotere anche i laici, perché ci unge la fronte col valore della fragilità, ci apre gli occhi sulla centralità dei margini, ci insegna la forza della debolezza, consacra il primato della debolezza e celebra la centralità del corpo. Un sacramento di immagini che ribalta l'immagine del mondo nel suo contrario: eccolo il senso più profondo del Natale. Anzi, l'unico.
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Uscito sul numero 280 (Gennaio 2026), a pagina 9. Leggi nel PDF · Sfoglia il numero
