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Sharif, finalmente la pace

Barbara Cremoncini · Fuori Binario n. 272, Aprile 2025, pagina 5

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Sezione: ACCOGLIENZA | Autore: Barbara Cremoncini

Fuggito dal terrore del Darfur, è a Firenze per lavorare. E ci aiuta a Fuori Binario: "C'è sempre chi sta peggio"

Sharif i segni della guerra li porta addosso. Segni delle torture, schegge di bombe ancora conficcate sotto la pelle, echi di esplosioni che ancora gli deflagrano negli orecchi. E il terrore che ritorna ogni volta che sente un tuono o un fuoco d'artificio. Perché la guerra è anche dentro. Nella testa, nei pensieri che si affollano e non riescono a diventare parole, anche se l'italiano lo ha imparato e per quello che non sa dire si aiuta con il traduttore del cellulare. Dentro c'è ancora troppo dolore, troppa paura, troppi ricordi di un passato terribile che oggi per fortuna è passato, ma che è durato una vita.

"Sono nato e cresciuto con la guerra. E così i miei genitori e prima di loro i miei nonni". Sharif ha 44 anni, viene dal Darfur, l'immensa regione del Sudan, teatro di un conflitto che ha conosciuto qualche breve tregua solo sulla carta ma che, di fatto, prosegue ininterrotto dagli anni Ottanta del Novecento, con un bilancio tragico di centinaia di migliaia di morti e 10 milioni di sfollati.

"Nel mio paese non si può vivere, né lavorare. Non siamo liberi di uscire senza rischiare di morire. E anche a casa la morte può arrivare in qualsiasi momento". Racconta Sharif che la gente, là, vive di agricoltura: l'economia della regione, vittima di un passato coloniale e di un presente di totale instabilità, è di pura sussistenza. Chi riesce a mettere in piedi qualche attività viene spesso preso di mira dai soldati, o da uomini del governo che rubano, arrestano, falsificano persino i risultati scolastici della popolazione locale. "Da anni la stessa famiglia è al potere in Sudan, in tutti i posti importanti ci sono loro parenti e amici. Così alla televisione, nei giornali e nelle ambasciate". Per questo, anche ora che è al sicuro, Sharif preferisce alcune cose non farle sapere.

A Firenze arriva quasi subito, dopo un periodo in Libia. L'idea era quella di fare il viaggio per mare verso le coste italiane. "Mi hanno rubato tutto, poi mi hanno arrestato e hanno chiesto dei soldi alla mia famiglia in Sudan, ma loro non li avevano". Riesce a scappare e a trovare finalmente i soldi per imbarcarsi.

Il racconto del viaggio è quello sentito ormai troppe volte. Cento persone stipate su una barca da pesca, tanti che non ce la fanno. A Palermo, all'arrivo, Sharif fa domanda di asilo, che ottiene. Poi subito in Toscana, prima Siena e poi Firenze. Qui è inserito in diversi progetti e lavora per conto suo, in maniera saltuaria.

Con i suoi modi gentili fa capire che di tutto questo è grato. E che no, da qui non se ne vuole andare. "Mi hanno curato, qui c'è pace, nessuno ruba le mie cose". Ma non vuole solo assistenza. Fa vedere le mani: "Sono venuto per lavorare". E quando non lavora, Sharif si dà da fare come può. "C'è sempre qualcuno che sta peggio di me", dice.

A Fuori Binario aiuta a distribuire i pacchi alimentari, pulisce e tiene in ordine la sede. Sorride e sulla sua faccia c'è tutto il sollievo di chi ancora si stupisce di poter camminare per strada senza il rumore delle armi. E se il suo corpo ci racconta la guerra, il suo sorriso ci ricorda che la pace è una sensazione bellissima che non bisogna mai dare per scontata.

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Darfur, una guerra senza fine

Il conflitto del Darfur (talvolta chiamato genocidio del Darfur) è un grande conflitto armato nella regione del Darfur, situata nell'ovest del Sudan, cominciato nel febbraio del 2003, quando i gruppi ribelli del Movimento per la Liberazione del Sudan (SLM) e del Movimento Giustizia ed Uguaglianza (JEM) iniziarono gli scontri contro il governo del Sudan, accusato di star opprimendo la popolazione non-araba del Darfur. Il governo rispose agli attacchi avviando una campagna di pulizia etnica contro la popolazione non-araba del Darfur. Questo ebbe l'effetto di provocare la morte di centinaia di migliaia di civili e l'imputazione dell'allora Presidente del Sudan, Omar al-Bashir, per genocidio, crimini di guerra e crimini contro l'umanità da parte della Corte Penale Internazionale.

Uno dei lati del conflitto è composto principalmente dalle Forze armate del Sudan, forze di polizia e dalle milizie Janjawid (letteralmente "demoni a cavallo"), ovvero un gruppo di miliziani arabi reclutati principalmente fra i membri delle tribù africane locali arabizzate e in minor numero tra i Beduini della tribù Baggara originari del Darfur e del Kordofan. L'altro schieramento del conflitto è composto dai gruppi ribelli, tra cui spiccano il SLM e il JEM. Anche l'Unione Africana (UA) e le Nazioni Unite (ONU) disposero la creazione di una missione congiunta di peacekeeping nella regione, denominata United Nations–African Union Mission in Darfur (o UNAMID). Le stime del numero di vittime del conflitto arrivano fino a centinaia di migliaia di morti, sia per i combattimenti che per fame e malattie. Lo sfollamento di massa e le migrazioni forzate hanno costretto milioni di civili a recarsi presso campi per rifugiati o a lasciare il paese, creando una vera e propria crisi umanitaria. (Fonte: Wikipedia)

Pagina 5 del numero 272 Uscito sul numero 272 (Aprile 2025), a pagina 5. Leggi nel PDF · Sfoglia il numero