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ESPERIENZE
Nel buio dell'abisso
Emanuela Bavazzano · Fuori Binario n. 272, Aprile 2025, pagina 4
!Esperienze
Sezione: ESPERIENZE | Autore: Emanuela Bavazzano
La morte di un figlio è un dolore disumano e "contro natura". In due realtà toscane si sperimenta insieme una "cura collettiva"
"Nessuno di noi può sapere in anticipo quanto dovremo stare nella voragine o per quanto tempo dovremo percorrere quel tunnel nel buio. In entrambi i casi ci è d'aiuto e di conforto chi ci cammina accanto in silenzio nel tunnel, o ci aspetta ai bordi della voragine, dandoci il coraggio di risalire" (A. Marcoli, 2003).
Ho conosciuto due realtà toscane, dedicate alla "cura collettiva" delle persone che sperimentano la perdita dei figli e delle figlie, perdita "contro-natura" che mette alla prova la "fede" (fiducia) nella vita: il "Gruppo Naìn", presso la Fraternità di Romena, e "La stanza accanto", presso l'Abbazia di San Miniato al Monte, a Firenze. Si ritrovano una volta al mese, nella comune consapevolezza che, se "io ho nel cuore un dolore disumano, solo chi ha nel cuore lo stesso dolore può capire", perché "se tutti abbiamo vissuto gli stessi problemi, ci si capisce al volo". Il primo gruppo ha doppia conduzione, Don Luigi e Maria Teresa, con ruoli armonizzati nei differenti tempi del lavoro (insieme, divisi in gruppi, nuovamente insieme); il secondo gruppo ha conduzione unica, Abate Bernardo, sia pure con la presenza di una responsabile, Loredana, in ruoli distinti. Entrambi partono dal presupposto che essere "testimoni credibili" faciliti il passaggio verso una "tensione costante verso l'orizzonte", sempre nel rispetto dei differenti percorsi di ricerca in una spiritualità soggettiva, in una laica "benedizione" che consiste in "Accogliere, Ascoltare, Abbracciare" e, se possibile, "Affidare, Affidarsi". Se avere fiducia non implica essere di una confessione religiosa, al tempo stesso non comporta entrare nella dimensione clinica-psicoterapeutica, perché è il mettere insieme le emozioni, le lacrime e i sorrisi, a creare un senso di appartenenza che aiuta e conforta. Il primo gruppo propone la musica di contenuti profondi ed elevati (De André, Guccini, Battiato…), tenuta ad alto volume; il secondo gruppo si ritrova nel buio, dove l'illuminazione è quella di tre candele accese.
"Le persone che soffrono hanno bisogno di presenze umane, capaci di ascolto e capaci di creare comunità di cura e di destino. La comunità di cura è una forma di vita, di vicinanza umana e di solidarietà, alla quale siamo tutti chiamati, nella quale timidezza e insicurezza, inquietudine e debolezza, gentilezza e mitezza possono trovare ragioni di speranza" (E. Borgna, 2014).
Raccontano alcune persone testimoni di esperienza del gruppo: "All'inizio si è scettici, poi si sente il bisogno di tornare, perché è il confronto che aiuta a stare meglio (…) anche se il dolore non sparisce, si modifica, si impara a conviverci (…) si interiorizza e si lascia maturare".
E quando la comunità di cura da sola non basta? Potrebbero talvolta configurarsi nuovi traumi, derivanti dalla rimozione collettiva del lutto, inteso come un passaggio necessario, anche negativo, o dall'attaccamento prolungato a chi ha lasciato la vita. È possibile restituire un dolore "bonificato", non scisso o attaccato, dentro un atto terapeutico, che non patologizzi ma sappia scorgere i sintomi e i segni di un dolore troppo forte da poterlo condividere. È necessaria una sintonizzazione, che forse richiede uno sguardo esterno allo spazio di condivisione tra persone "pari", perché non si è subito capaci di mettere insieme i pezzi e c'è bisogno di trasformare, nel rispetto di eventuali temporanei blocchi psichici, le proprie difese. Ed ecco che "Accogliere" può richiedere anche "Progettare" entro percorsi terapeutici psicologici, che si accompagnano alla partecipazione in gruppo non terapeutico, attraverso i servizi pubblici sociosanitari sul territorio.
Raccontano le persone: "La psicologa non ha fatto esperienza, cercavo qualcuno e qualcosa di somigliante (…) la psicologia tende a ricercare il motivo della sofferenza, cercavamo altro (…) qui riusciamo a dirlo il dolore, perché c'è la libertà di parlare o stare in silenzio"; eppure io credo che anche la psicologa e la psicologia debbano trasmettere il senso del fare esperienza, al di là dell'essere madri e padri o orfani; ed io penso che, al di là di tutto, dobbiamo insegnare la libertà di manifestare il sentire, facilitare la possibilità di com-partecipare anche le differenti strade percorse, che siano l'una di stimolo all'altra, orientando delicatamente verso nuove direzioni di vita.
Raccontano le persone: "Non ho trovato una risposta preconfezionata (di fede) (…) io non lo so nell'aldilà che cosa possa trovare (…) io non so nemmeno se ci riuscirò a pensare di poterci ritrovare". Benedire laicamente consiste quindi rivolgere uno sguardo d'amore verso le persone che hanno lasciato la vita. Questo potrebbe facilitare la ricerca della speranza che arrivi la primavera, che possa essere desiderata, quindi ricercata, partendo da tracce, terrene, che siano capaci di nutrire i germogli: gemme terminali, che richiedono tempo, per poter divenire fiori e frutti.
"Riparare un lutto non vuol dire non soffrire più né dimenticare; dobbiamo creare una 'stanza' dentro di noi, un posto nel proprio mondo interno dove si rifugia il dolore dopo avere invaso la mente: una stanza che resta per sempre, da visitare per incontrarsi di nuovo". (I. Lapi, 2021)
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Uscito sul numero 272 (Aprile 2025), a pagina 4. Leggi nel PDF · Sfoglia il numero
