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Archivio › Fuori Binario n. 272 · Aprile 2025 › pagina 6

CARCERE DISUMANO

Cappellani, una voce nel deserto

Vincenzo Russo · Fuori Binario n. 272, Aprile 2025, pagina 6

!Carcere disumano

Sezione: CARCERE DISUMANO | Autore: Vincenzo Russo, già cappellano di Sollicciano

Come si può parlare di speranza a detenuti senza più diritti? La Chiesa non è credibile se non denuncia l'orrore del carcere

Ho letto l'intervista rilasciata su Toscana Oggi dall'Ispettore Generale dei cappellani delle carceri, don Raffaele Grimaldi, in occasione della sua visita di tre giorni presso alcuni istituti penitenziari della Toscana. Dalle sue parole voglio trarre alcune riflessioni. Tutti deplorano le condizioni in cui sono costrette a vivere le persone detenute e, alla loro situazione oggi disperata, vogliono anteporre l'annuncio di una prospettiva opposta, appunto quella della speranza. Così si esprime anche l'Ispettore Generale. Ma se ci fermiamo un attimo e andiamo oltre la superficie, scopriamo che la speranza di cui si sente parlare è un vestito vuoto, una parola di fumo che presto svanisce, piuttosto adatta a infiorettare un cristianesimo di facciata.

Il carcere è luogo di disperazione. Non solo per le inadeguatezze strutturali e di risorse umane, ma particolarmente per l'assenza di proposte vere di vita. Alla desolazione dei detenuti si pensa di opporre un laboratorio o un'attività, organizzati tra quattro mura e semmai immortalati da foto ricordo a fini pubblicitari? Può essere, questo, motivo di vera luce e speranza per chi è recluso? Non occorre, piuttosto, rendere tali persone capaci di "stare in piedi" nella vita, di uscire da quella sfortunata esperienza con elementi di forza e preparazione che possano consegnarle a un futuro possibile e sereno? Ripenso all'intervista e scorgo come la speranza, emblema di questo anno giubilare, appaia ridotta a santino, a bella parola. In carcere quello che manca è la dignità; questa non può scaturire da una pacca sulla spalla, da una buona parola. Per rigenerarla occorre la presenza di una testimonianza che si fa vicina, che condivide, che porta insieme. Il cappellano ha un ruolo essenziale, può sostenere tale percorso di speranza: ma ciò comporta concretezza, significa portare alle persone detenute una prospettiva reale di uscita da quella situazione di pura passività e mestizia.

Il cappellano deve essere voce di uno che grida nel deserto: nel deserto della mancanza di dignità, della violazione dei diritti, dell'assenza di difesa e sostegno in favore delle persone recluse che oggi prevale in ogni contesto. Una voce coraggiosa, che non si limita al momento liturgico, ma va oltre e denuncia gli orrori che vede, affondando la propria attenzione nei luoghi dove l'umanità dei detenuti è calpestata. Caro Ispettore, non è l'invito a guardare Gesù che può risollevare la sorte presente di un detenuto; può farlo, piuttosto, lo sguardo dell'uomo che non si dimentica di lui, sguardo che deve appartenere all'intera comunità esterna e anche al cappellano. Il detenuto ha bisogno di ricominciare a costruire un proprio futuro.

Parlare di speranza ha senso solo se a questa parola segue l'impegno a trascinare quelle persone fuori dal non senso, per offrire loro un percorso concreto ed efficace. La preghiera non è un fatto intellettuale o puramente spirituale, ma un evento che coinvolge tutte le dimensioni della vita. Davanti ai cappellani si pone oggi un grido di angoscia, fatto di vere ferite, di sangue che scorre. La morte spadroneggia in carcere, come dimostra il numero record dei suicidi lo scorso anno. Di fronte a questo non può reggere la storiellina dell'attività ricreativa, o della visitina del personaggio di turno. È necessaria la profezia, quella capace di riconoscere Cristo in chi è tra quelle mura: "Ero forestiero, avevo fame, ero nudo, ero in carcere…". Ogni persona detenuta ci interpella e attende da noi la speranza vera, che deve essere connotata da fatti, qui ed ora, da elementi concreti e oggettivi, non parola di pura promessa rinviata a un domani che mai arriva.

I detenuti sono orribilmente soli e, ad oggi, poco o nulla si fa per strapparli a questa condizione. Soli sono anche i cappellani. Ho letto che un elemento di forza è la vicinanza dei loro pastori. Nella mia esperienza di cappellano ho provato una terribile solitudine, che si è accentuata nel momento in cui più avrei avuto bisogno di sostegno. Volevo essere voce e lo sono stato, voce che grida nel deserto. Ma nessun'altra voce, nella famiglia della Chiesa, si è fatta accanto. Leggo che finalmente oggi è inaugurata una stagione nella quale il carcere ha ricevuto un volto nuovo. Si fa fatica a scorgere questo nuovo volto, che non saprei dove individuare se non, amaramente, nel silenzio. Sì, il volto del silenzio: il silenzio delle istituzioni, della politica, della società, dell'Ispettorato dei Cappellani. Se, come è accaduto fino ad oggi, manca la denuncia forte e chiara dei veri soprusi perpetrati contro il povero dentro le carceri, allora di cosa stiamo parlando, quale speranza vogliamo annunciare?! Non siamo assolutamente credibili.

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Se questa è vita

Da un documento della Comunità dell'Isolotto

Le condizioni di Sollicciano, secondo quanto emerge dalle notizie di cui periodicamente danno conto gli organi di stampa e da quanto sanno e documentano le associazioni che si occupano di detenuti, sono disastrose. Le condizioni strutturali dell'edificio sono pessime (vi piove dentro, ci sono infiltrazioni, umido, infestazioni di cimici, ecc.) e la condizione dei detenuti – il 64% dei quali stranieri - è di grandissima sofferenza (sovraffollamento, uso/abuso di psicofarmaci, numerosi atti di autolesionismo che nel 2023 hanno riguardato il 55% dei presenti, e suicidi).

In questa situazione il direttore, nominato recentemente, lungi dal potersi dedicare a tempo pieno a questa realtà, ha avuto un incarico temporaneo e deve occuparsi anche del carcere di Pistoia. Tra gli aspetti considerati più gravi, l'aumento di detenuti stranieri giovani con pene brevi che non avendo spesso una residenza non possono usufruire dei domiciliari, il trasferimento in altre sedi dei detenuti che avevano presentato ricorso contro le condizioni inumane di vita a Sollicciano, i problemi particolarmente gravi dei detenuti con problemi psichiatrici o connessi alla dipendenza da sostanze e all'uso di farmaci antidepressivi e antipsicotici (anche per il mancato o inadeguato raccordo tra SER.D. e Psichiatria).

In questa situazione di generale sofferenza, accade che le pur numerose attività proposte dalle associazioni di volontariato non vengano frequentate o sfruttate al meglio.

Pagina 6 del numero 272 Uscito sul numero 272 (Aprile 2025), a pagina 6. Leggi nel PDF · Sfoglia il numero