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Oltre il cancello: la visita in carcere

Francesco Martinelli · Fuori Binario n. 263, Giugno 2024, pagina 6

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Autore: Francesco Martinelli

Tra frustrazioni e solidarietà

Si cerca di tenerlo fuori dalla propria vita, ma spesso (troppo spesso) ritorna a farne parte. Almeno nella mia esperienza. A volte come spettatore ed altre come protagonista. Quell'ambiente si incunea comunque sottopelle e nel cervello, anche semplicemente facendo un colloquio con i propri cari.

Ovviamente stiamo parlando un'altra volta di carcere. Sarà un caso? Su Fuori Binario c'è quasi sempre un articolo a proposito. Il lettore viene portato dietro le sbarre insieme a chi non ne può uscire semplicemente chiudendo le pagine del giornale.

Vorrei testimoniare questa volta la difficoltà e la violenza subita quando si entra come visitatori all'interno di una struttura penitenziaria, la tortura psicologica (che non è una metafora forte per descrivere il concetto, ma una realtà) di chi subisce suo malgrado la prassi del visitatore e di chi deve attraversare quel cancello manicheo per andare in visita ad un detenuto o detenuta.

Fidanzate e fidanzati, figlie e figli, madri e padri, fratelli e sorelle in attesa negli squallidi e angusti corridoi della casa circondariale in attesa di essere perquisiti/e dopo aver fatto chilometri per vedere il proprio caro, vedendosi rifiutati i beni portati per dare conforto (dal cibo al vestiario) per un cavillo o un semplice dispetto a seconda dell'appuntato addetto quel giorno in guardiola. Si vive tanta frustrazione, se non fosse per la solidarietà di chi in quei corridoi vive la tua stessa esperienza e spesso dà conforto, consigli, aiuto.

In linea di massima si possono fare quattro colloqui al mese, che per chi è all'interno della struttura penitenziaria vuol dire tanto. In tutti i sensi: è bello riabbracciare la propria donna o il fratello o chi sia, e allo stesso tempo spezza la routine che fa del carcere il tuo mondo e quindi ti ricorda che esiste anche un luogo che è al di fuori delle mura e in qualche modo butta giù le tue difese. Crea una frizione.

Lo stesso vale per chi va in visita. Trovi il tuo caro in condizioni che non sono quelle a cui sei abituato, cambia anche il modo di parlare perché è parte di un'istituzione che priva il/la detenuto/a del contesto da cui proviene. Questa schizofrenia carceraria è per me una delle armi più subdole dello Stato.

Nonostante ci siano molte associazioni e persone che si impegnano in prima linea alla riabilitazione dei rei, non prendiamoci in giro. Quando si esce non c'è redenzione, non diciamo cazzate. Diventiamo tutti e tutte parte di una giostra che ha il solo obiettivo di isolare i cosiddetti buoni dai cattivi.

A voi decidere chi è buono e chi il cattivo. Con la complicità delle istituzioni.

Pagina 6 del numero 263 Uscito sul numero 263 (Giugno 2024), a pagina 6. Leggi nel PDF · Sfoglia il numero