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DIRITTI
Sempre più poveri
Pippo Russo · Fuori Binario n. 258, Gennaio 2024, pagina 4
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Rubrica: DIRITTI | Autore: Pippo Russo
La gaffe incommentabile del ministro Lollobrigida smaschera la volontà di minimizzare e banalizzare un fenomeno in crescita preoccupante.
I poveri mangiano meglio dei ricchi. Poiché la catena delle deprivazioni e delle umiliazioni non bastava, a chi se la passa peggio bisognava infliggere anche lo sberleffo. A farlo ha provveduto il più stralunato ministro della storia repubblicana: Francesco Lollobrigida, il first cognato che si è specializzato in gaffe e non accenna a smettere. Da lui è arrivata la tesi secondo cui chi ha meno si nutre meglio. Poveri ma gourmet. Chi l'avrebbe mai detto?
L'esternazione del ministro potrebbe anche essere liquidata come una fesseria. Una chiacchiera nemmeno da bar perché, in qualsiasi bar che si rispetti, chi pronunciasse uno sproposito del genere verrebbe zittito e messo alla porta. Ma temiamo che le cose stiano in modo più preoccupante, ben oltre la fesseria. E che facciano emergere una paradossale contraddizione: da una parte stanno tutti gli indicatori, che parlano di un aumento generalizzato del numero di persone e famiglie le cui condizioni economiche e materiali della vita quotidiana peggiorano; dall'altra si assiste alla banalizzazione del concetto di povertà, appiattito sulle forme della deprivazione estrema senza che se ne percepiscano le innumerevoli e non meno pesanti gradazioni del "meno peggio".
Meno è meno. Fra chi ha troppo e chi nulla si apre il territorio vasto di chi ha sempre meno. E quel meno è fatto non soltanto di deprivazione materiale. C'è un'incidenza forte dell'abbassarsi delle aspettative, un incubo che parte dal rischio della perdita di status e si spinge fino agli strati sociali costretti a accumulare rinunce, mentre sul versante opposto della piramide un numero esiguo di persone continua a accumulare ricchezza. Proprio la questione della povertà alimentare è un indicatore forte del senso di tutto ciò. Non è soltanto una questione di povertà quantitativa (quanto cibo si porta in tavola e se si tratta di un apporto calorico sufficiente), ma anche e soprattutto della qualità dei cibi consumati. Dove la qualità dei cibi va misurata anche nei termini della loro freschezza e salubrità. In questo senso le indicazioni sono allarmanti. Il cibo fresco e salubre, a partire da quello che deriva dall'agricoltura di filiera corta, è sempre più caro per diversi motivi: perché crescono i costi necessari a produrlo, perché i mutamenti climatici hanno impattato sulle produzioni agricole riducendone il volume e provocando un deciso aumento dei prezzi, perché anche la grande distribuzione lo offre a cifre molto esigenti ma dopo aver tirato al massimo ribasso il prezzo d'acquisto dai piccoli produttori. In condizioni del genere il cibo fresco e salubre diventa anch'esso un genere di consumo alla portata di fasce di reddito sempre più ristrette, un piccolo lusso che si aggiunge ai lussi del superfluo. E chi non se lo può permettere ripiega su opzioni alimentari a basso costo che significano anche una rinuncia alla qualità e alla salubrità del cibo. Parafrasando il detto, less is less. And worse. Su questo aspetto qualitativo della povertà alimentare non si è ancora fatto abbastanza in termini di presa di coscienza. E le parole in libertà del ministro non fanno che peggiorare la situazione.
Le sempre più nuove povertà. Guardi le code alle mense delle organizzazioni solidaristiche e ti viene da pensare a ciò che viene etichettato come "nuove povertà". Un concetto in cui rientra la vasta casistica di chi è scivolato dallo status delle agiatezze medio-borghesi verso il girone delle privazioni crescenti. In realtà è il concetto stesso di nuova povertà a presentare una preoccupante dimensione dinamica. Perché dà l'impressione di essere come una spirale che continua ad avvitarsi e a travolgere quote crescenti di società, portando deprivazione verso strati che non ne erano stati ancora toccati. Gli esempi possono essere innumerevoli, ma per rimanere sui sentieri che meglio conosciamo è il caso di soffermarsi sulla povertà abitativa. Che a Firenze è diventata l'emergenza principale senza che si sia ancora riusciti a ipotizzare uno straccio di soluzione. Comprare casa è diventato impossibile, ma ancor più trovarne una in affitto. E lo sanno bene coloro che compongono la vasta popolazione studentesca dei fuori sede, passati dal regime di sfruttamento e vessazione (anche 400 euro per un posto letto in camera condivisa) alla brutale espulsione. Il loro diritto allo studio è stato spazzato via dalla bulimia del mercato – come avviene a tutti i diritti, prima o poi. E ogni volta non si riesce a predisporre altro che misure tampone, temporanee e parziali, il cui solo effetto è dilatare la precarietà e costruire un ulteriore gradino fra "poveri" e "poco meno che poveri". Un welfare rinunciatario laddove sarebbero richieste politiche pubbliche forti di arginamento della bulimia di mercato. È questa la povertà più grande. La povertà di ambizioni delle nostre politiche pubbliche.
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Sei milioni di italiani mangiano poco e male
Sei milioni di persone nel nostro Paese, il 12% dei residenti con almeno 16 anni di età (dati 2021), sono in una condizione di povertà alimentare. A rivelarlo il quarto rapporto sulla povertà alimentare di ActionAid, "Frammenti da ricomporre. Numeri, strategie e approcci in cerca di una politica" che, grazie ai dati Istat, restituisce una fotografia dettagliata della povertà alimentare a partire dalla sua intensità, diffusione, distribuzione regionale e specificità dell'impatto sui diversi gruppi socio-demografici (minori, donne, stranieri).
La deprivazione alimentare materiale o sociale - misurata come l'impossibilità di fare un pasto completo con carne, pollo, pesce o equivalente vegetariano almeno una volta ogni due giorni e con l'impossibilità di uscire con amici o parenti per mangiare o bere qualcosa almeno una volta al mese - risulta più diffusa fra i disoccupati (28,3%), le persone inabili al lavoro (22,3%), coloro con istruzione uguale o inferiore alla licenza media (17,4%), giovani tra i 19 e i 35 anni (12,3%) e adulti tra i 50 e i 64 anni di età (12,7%), stranieri (23,1%), chi vive in una casa in affitto (22,6%) e le persone che vivono nelle aree metropolitane (13,3%).
Il numero di chi riceve aiuti Fead (Fondo di Aiuti Europei agli Indigenti) sotto forma di generi di prima necessità è cresciuto notevolmente negli ultimi anni passando dai 2,1 milioni nel 2019 ai 2,8 milioni del 2022. Un incremento in linea con il trend di crescita della condizione di povertà assoluta e che può essere interpretato come un ulteriore peggioramento delle condizioni di vita di soggetti già in situazione di forte vulnerabilità.
Il sistema di intervento per contrastare la povertà alimentare appare ancora troppo frammentato e privo di una visione strategica. Il paradosso più evidente è che 6 persone su 10 in condizione di deprivazione alimentare materiale o sociale non sono considerate a rischio povertà secondo le soglie di reddito prestabilite. Per ActionAid va cambiata la visione del fenomeno, serve un approccio multidimensionale che ruoti attorno al diritto cibo e non all'aiuto, che coinvolga la comunità e non solo i singoli individui.
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Uscito sul numero 258 (Gennaio 2024), a pagina 4. Leggi nel PDF · Sfoglia il numero
