Archivio › Fuori Binario n. 246 · Dicembre 2022 › pagina 3
TECNOLOGIE
Proletari digitali
La scissione tra lavoro e salario nel capitalismo della gig economy
Gilberto Pierazzuoli · Fuori Binario n. 246, Dicembre 2022, pagina 3
Lavori menomanti, lavoretti, bullshit jobs o lavori del cavolo: un intreccio al quale il Capitale Digitale dà una veste in prima istanza proletarizzante, per arruolare gli umani alla subalternità produttiva. Le rappresentazioni vitalistiche nella società dell'esposizione e delle merci sono in presa diretta, e la presa è la morsa che il Capitale Digitale esercita sul modo di produzione, ma ancor più su quello della riproduzione e della cura.
L'automazione della produzione ha diminuito il bisogno di manodopera in certi settori manifatturieri, ma anche in quello dei servizi, della comunicazione e della informazione. Questo significa che l'incorporazione dei "saper fare" nella macchina capitalistica ha spogliato e messo a tacere quei saperi. Sostituendoli non con nuovi incarichi che le nuove produzioni hanno permesso, ma con quelli che Graeber chiamava "bullshit jobs", lavori senza senso, o lavori di merda, prodotti dalla proletarizzazione della rivoluzione digitale. Questo fenomeno rimanda a più problematiche. Di fondo, comunque, un'operazione culturale per la quale il lavoro è dispensatore non tanto del salario, ma della dignità individuale, per la quale si assiste al paradosso per il quale gli individui avrebbero bisogno di un lavoro e non di un salario. Se lavoro e salario andavano di pari passo, costituendo un assunto acquisito dell'economia classica, adesso si dà la possibilità di pensare a lavori senza salario. Vedi tutte le frange dell'offerta di lavoro in forma di stage o - in Italia - l'alternanza scuola-lavoro. Se la consistenza del salario in qualche modo corrispondeva a quel minimo indispensabile per la riproduzione della forza lavoro del singolo e dei familiari che da lui dipendevano (cibo, vestiario, abitazione e - in maniera occulta - lavoro domestico e di cura), adesso si può parlare di lavoretti: è la gig economy. Abbiamo già parlato di queste forme ossimoriche di dipendenza da indipendente, con subordinazioni a ritmi e comportamenti che sfociano nel taylorismo perfetto, con l'uso del corpo totalmente assoggettato alla logica delle piattaforme digitali (le App che controllano i percorsi, le soste, le pause dei riders o degli autisti di Uber).
L'operazione che sottomette tutto al mercato lo ha insinuato ovunque, anche là dove un tempo regnava il senso comune, il sapere collettivo, il saper fare e il saper dire di base. Queste cose, che fanno degli umani quelli che sono, sono diventate le professioni che Illich chiama menomanti, i lavori che non paiono lavori di Graeber. Ecco il coach individuale, l'addetto alle relazioni sociali, il produttore di libri o di tutorial dove si impara come comportarsi con il/la partner, come farsi il nodo alla cravatta, in definitiva ad essere uomini e donne: disposte/i e costrette/i a pagare per uno svezzamento che diventa generatore di profitti. Una varietà di tipologie anch'esse estorte al sapere comune, che non ha più tempo per allevare i figli e le figlie. È quella proliferazione di offerte che di ricco non hanno niente, perché contengono soltanto quello che era già nostro. È la proliferazione che ti profila, le innumerevoli categorie di gusto sulle quali lavora l'algoritmo di Netflix. L'apparente abbondanza di toni di colore che sembrano darti la libertà di scelta che la Cuba sotto embargo pare negare. A Cuba, se vuoi colorare le tapparelle di giallo, non hai la "libertà" di farlo, nei negozi in quel dato periodo si trova soltanto il blu. Allora i turisti provenienti dalla società dello spreco dicono che lì non c'è la libertà, perché non pensano al fatto che altrove la libertà c'è soltanto nel senso che si può scegliere, ci si può tuffare nell'esuberante mostrarsi del tripudio delle merci. Sì, ma non tutti. C'è chi non soltanto non ha la possibilità di scegliere il colore, ma non ha la possibilità di accedere a nessuna vernice, gialla o blu che sia.
L'analfabetismo di ritorno è il frutto di questo stile di vita. Dell'intrattenimento forzato reclamato dagli algoritmi del capitale. Siamo al lavoro 24/7, al consumo 24/7, in una commistione temporale che non ha ritmi riconoscibili. Non c'è più il tempo per fare qualcosa di specifico. Il tempo non basta. Il tempo viene metodicamente sottratto. Non c'è storia. Il passato non si ha il tempo di ricordarlo, non ci ricordiamo più come fare a ricordare. La vita è in diretta e il futuro è soltanto il prossimo frame, quello che l'algoritmo ha deciso.
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Uscito sul numero 246 (Dicembre 2022), a pagina 3. Leggi nel PDF · Sfoglia il numero
