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IL RACCONTO
Oscillando lieve al triste vento
Fraska · Fuori Binario n. 238, Marzo 2022, pagina 4
Zona Stazione. Quartiere in mano ai ribelli; qui ancora si può parlare quasi ad alta voce di quel che si vuole. Qualcuno si dedica ad attività illecite come il formulare idee.
Leo scrive. Arrivato in fondo alla pagina si concede una pausa.
Nella guerriglia urbana, che devasta il mondo del suo tempo, ogni momento per sé è anche una tregua. Nel suo scritto voleva mandare un messaggio chiaro ai suoi compagni e compagne di lotta, ma gli riesce impossibile.
Si mescolano domande e risposte quando si esplora il mondo.
Cosa cercava Salomè nel piatto che recava la testa di Giovanni il Battista? Cosa c'è oltre le nebulose a settentrione? Cosa c'è di nascosto oltre la vista mortale? Cosa possiamo affermare noi, scarsi di vedute e mentalità, di vedere oltre il visibile?
Noi osserviamo i nostri simili terminare il loro tempo, noi osserviamo nostri simili terminarsi a vicenda, noi osserviamo tecnici adoperarsi per questo; noi sappiamo bene dove voltare lo sguardo.
Gli estremi… le estremità... le stremità... le metà… la mia età.
Noi vorremmo sapere... ma ormai... non lo sapremo mai. Forse qualcuno vorrebbe vivere abbastanza, un cretino.
Ma io attendo coi miei, attendo la venuta di un altro. L'ennesimo mostro delle attitudini umane per tormentare i fallimenti innati dei nostri corpi mortali.
Ogni immaginabile conquista che crediamo di ottenere, ogni lotto di sapienza da concupire, la vedremo sempre - ed ogni volta - rotolare via al primo vento violento e impune.
Ed i furbi rideranno con i saggi. Date a Cesare, meschino, il suo tributo: egli non attende altro.
Conoscevo un uomo che aveva rinunciato al mondo e un mondo che aveva rinunciato all'uomo. Entrambi vivono ancora sterili. Il capriccio non basta senza l'intenzione.
Alzando il livello delle proprie convinzioni si abbassa il livello della comprensione.
Leo guarda Nellie e le sue pagine di appunti e poi le sue pagine e ancora Nellie. Guarda il fuoco che spartiscono a riparo del freddo brumaio che tormenta le mura cittadine e, infine, le sue mani gettare il suo quaderno nel fuoco.
Si ripete, vanità tutto è vanità.
- È così che finisce la tua filosofia? – chiede Nellie.
- Già… che guerra è questa? -
- E chi lo sa più? Ma tu devi consegnare il tuo scritto! -
- Lo so, lo so! Ognuno vive la sua follia… tutto è così difficile. Sembra veramente complicato, e difficile, e tutto resta sempre così confuso, che fare? Siamo schiavi fino a questo punto? Zero emozioni?
Nellie senza farsi troppo pregare allunga uno schiaffo e dice:
- Io non ho più domande e ancora chiedi risposte? Nulla! Io non ho niente se non l'assenza di tutto ciò di cui avremmo bisogno, nulla se non un presente in attesa, un futuro afflitto da troppe memorie! Non vedi dove porta tutta questa ricerca della verità? Guerriglieri che si rincorrono come in un mantra in preda all'ansia. A cosa porta? A chi serve e perché ho questa nausea? -
- Io non lo so più, è tutto una maschera che maschera un'altra maschera e non ha senso seguire il senso delle parole perché è tutto nel movimento delle labbra e tanto basta, il resto è inutile. A che serve questa nostra guerra? A cosa noi in questo tempo? –
Lacrime rigano i volti dei due compagni ormai già da minuti.
In cosa potranno credere ancora? Mani intrecciate e cuori in sospensione. Millantatori di un'umanità non ancora arrivata.
- Allora aspettiamo. Un aspettare che stride con le aspettative, Nellie cara, un aspettare pieno di aspettative. Da quando Caino fracassò il cranio di un illuso in buona fede, in buona fede aspettiamo in ginocchio un futuro anche per noi che sia altro che pietra. E di sasso restammo infine, osservando languide onde sulle barche di lana di vetro. Casi particolari, onde sinuose di odori che hanno portato al nostro incontro. Casi molto specifici, sintassi di feromoni e dialettiche balbuzienti in gestazione. Parentele scardinate e liberazione ipersessuale. Avremmo fatto meglio senza alcun consiglio, poco ma sicuro. E quel che non è certo è qualunquismo astratto o altissima poesia a seconda dei casi. Tanto noi saremo comunque fottuti. Questa è la guerra, la resistenza è appunto questo: resistenza. Ma io non ne posso più, non resisto più, perdo di consistenza e divento ombra e nebbia. Chi mi conosceva non mi conosce più, resto me – ma di un'altra specie – resto qui, ma nell'altrove. Mi sono beato di troppe e dolci lacrime per meritarmi redenzione; ora aspetto il mio castigo e in verità già lo scorgo prima della curva che porta con sé ogni afflizione. Amica mia, butta ogni tremito di terrore oltre la pelle e la pelle oltre te stessa, tanto non sei niente più che un riflesso clandestino pallido ed obliquo.
- Verseremo altro sangue? Sarà già coagulato prima ancora che tu possa vendicarlo in ogni modo potrai fantasticare… La mela incantata è già stata ingoiata -.
Leo si alza e, abbracciando Nellie, risponde:
- E tu sei una vecchia serpe che cova! -
Poi si sente il rumore di scarponi che corrono sull'asfalto! Esercito simil nazista! La stazione non è più sicura! L'allarme è arrivato tardi!
Grossi corvi sulle carcasse, nervi stesi al sole come corde di chitarra. Orizzonti neri ad ogni lato, punti cardinali deviati da saturnali, ossa rotte.
Il compagno di cella scuote Leo dal suo incubo, ma lui si rigira:
- Fammi finire, è ereditario! –
L'amico lo guarda grattandosi la testa, insonnolito. Ha i brividi, è finito, rovinato! Ognuno di noi è finito, finito all'interno del proprio inferno. Cosa fare? Questi mostri che ci costringono in catene sono tutto intorno e non mi abbandonano. Ci sarà permesso vedere dalla piccola finestra di questa cella una qualche rivelazione? Una risoluzione apocalittica? O aspetteremo semplicemente la nostra fine, più o meno uguale a tante altre.
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Uscito sul numero 238 (Marzo 2022), a pagina 4. Leggi nel PDF · Sfoglia il numero
