Archivio › Fuori Binario n. 238 · Marzo 2022 › pagina 3
INCLUSIONE
Housing first: prima di tutto, una casa vera
Dare subito un'abitazione alle persone senza dimora è il primo passo per uscire dalla marginalità. Da Bologna a Torino una cinquantina di progetti di questo tipo mostrano esiti sorprendenti.
Luca Rondi · Fuori Binario n. 238, Marzo 2022, pagina 3
Nascere è un trauma ma vivere dovrebbe essere una passeggiata, non una lotta. Tina alla soglia dei quarant'anni ha trovato un lavoro stabile. Dal novembre 2019 ha lasciato il camper in cui viveva per essere accolta in un alloggio di housing first gestito dalla Fondazione comunità di servizi di Savona. Da quel momento la sua vita è cambiata. Fino al 2014 il diritto alla casa e a una vita dignitosa per Tina sarebbe rimasto garantito solo formalmente. L'intervento tradizionale a sostegno dei senza dimora prevede infatti un modello a "gradini" in cui l'abitazione è il traguardo finale da raggiungere dopo un lungo percorso di trattamento che prevede un radicale cambiamento nello stile di vita. Ma un nuovo approccio all'homelessness si sta facendo strada in Italia.
"L'housing first vede la casa come un diritto umano e non un 'premio' da meritarsi - spiega Giuseppe Dardes, referente della formazione della Federazione italiana organismi per le persone senza dimora (fiopsd.org). Noi crediamo che proprio partendo dall'alloggio si costruisca una possibilità concreta di recupero e integrazione sociale di queste persone e i dati lo confermano". Da Nord a Sud, dalle province alle grandi città, i circa 50 progetti attivi nel Paese dimostrano come la cronicità della condizione dei senza dimora dipenda anche dalle alternative possibili rappresentate, spesso, da accoglienze emergenziali che non garantiscono progettualità adeguate.
Non a caso l'housing first muove i primi passi a New York negli anni Novanta quando Sam Tsemberis, esperto in psicologia clinica, mette in discussione i modelli di intervento tradizionali: le proposte fatte a un gruppo di persone senza dimora che vivono in strada da almeno quattro anni portavano scarsi risultati. Lo studioso immagina così di capovolgere l'approccio rendendo la casa - il premio più ambito - come il punto da cui partire. "Il pensiero di Tsemberis è rivoluzionario e nasce da un gesto 'semplice': ascoltare le persone". L'housing first viene costantemente monitorato e i primi risultati raggiunti sono sorprendenti: l'80% delle persone accolte resta in casa almeno due anni migliorando la condizione di salute, riducendo i comportamenti a rischio e in alcuni casi trovando anche un lavoro. Secondo la mappa di housingfirst.eu oggi è presente in 12 Paesi europei, tra cui l'Italia con progetti pilota a Torino, Bergamo e Bologna. "Non a caso si chiama housing first (prima la casa, ndr) e non housing only (solo la casa, ndr). È importante ricordarsi che non è solo l'abitazione a fare la differenza ma la presa in carico della persona che segue all'accoglienza e quindi anche il sistema in cui l'intervento si realizza", sottolinea Dardes.
I dati dei primi monitoraggi sono in linea con le tendenze europee. Delle 420 persone accolte tra il 2017 e il 2019 solo il 7% ha abbandonato il progetto. Mentre in 24 mesi il 23% ha già raggiunto l'autonomia e l'occupazione lavorativa è cresciuta del 17%. Grazie anche al finanziamento di 50 milioni di euro lanciato nel 2016 dal ministero delle politiche sociali questo approccio continua a diffondersi. "Da quando abbiamo iniziato più di 50 territori hanno avviato progetti ispirati all'approccio housing first con circa mille persone che vi hanno partecipato - spiega Caterina Cortese, ricercatrice dell'Osservatorio fio.PSD. È un approccio che ormai rientra tra i servizi da potenziare nel contrasto alla povertà". Tanto che all'interno del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) sono stati stanziati circa 250 milioni di euro per questi progetti. "I decreti attuativi aiuteranno a capire meglio come verranno investiti questi soldi. L'attenzione è alta", sottolinea Cortese e nel 2020 è nata la Community italiana dell'housing first (Hfi).
L'interesse della collettività non è solo in termini di "responsabilità sociale" ma anche di spesa pubblica. Nelle Linee di indirizzo per il contrasto alla grave emarginazione del Ministero del lavoro si cita uno studio del 2014 svolto nel Regno Unito su un campione di 2.500 persone: l'esperienza della malattia fisica e mentale e dell'abuso di sostanze nella popolazione homeless è quasi doppia rispetto a quella generale. Secondo il ministero la stessa tendenza si riscontra anche sul territorio nazionale. "La politica deve avere il coraggio di affrontare la questione puntando sulla casa e superando tutta questa frammentazione tra intervento sociale, sanitario e di ordine pubblico - spiega Dardes -. 'Di colpo', con un investimento di almeno un paio d'anni, vedi ridurre quelle spese non immediatamente visibili ma evitabili". Il costo medio di un'accoglienza in housing first è di 26 euro al giorno: per un ricovero ospedaliero è di 600 e per l'accoglienza in comunità psichiatrica è di 150. A questo si aggiunge che in circa il 41% dei progetti il beneficiario contribuisce al pagamento dell'affitto con un terzo del suo eventuale reddito.
Servono però politiche abitative nazionali che rendano accessibili le abitazioni, nuove regolamentazioni per aprire le migliaia di case vuote presenti in Italia. Inoltre, le fasce vulnerabili della popolazione incontrano troppi ostacoli nell'accesso al sistema di protezione: il reddito di cittadinanza ne è un esempio. I dati ci dicono che il 30% delle persone accolte ha tra i 45 e i 55 anni e che il 51% vive la propria condizione da oltre due anni. Un segnale di cronicità che ci deve far riflettere".
La questione è urgente. L'Ue prevede tra gli Obiettivi di sviluppo sostenibile da raggiungere entro il 2030 la fine dell'homelessness. È difficile stimare a che punto sia l'Italia: l'ultimo censimento dei senza dimora risale al 2015 quando l'Istat aveva stimato circa 50mila persone. "La loro condizione peggiora per la mancanza di una presa in carico integrata tra ente pubblico e servizi territoriali che metta la persona nelle condizioni di integrarsi di nuovo nella comunità", conclude Cortese.
Una condizione di vulnerabilità che va accolta. Come ricorda Tina: "Io come tanti credo nel diritto di vivere: vorrei che ogni essere vivente potesse decidere di vivere la propria esistenza in base alle sue attitudini, sogni e limiti".
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Uscito sul numero 238 (Marzo 2022), a pagina 3. Leggi nel PDF · Sfoglia il numero
