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Archivio › Fuori Binario n. 284 · Maggio 2026 › pagina 4

CARCERE

L'orizzonte oltre il muro

Il lavoro all'interno del carcere come opportunità di reinserimento sociale può davvero funzionare?

Francesco Martinelli · Fuori Binario n. 284, Maggio 2026, pagina 4

Palla al piede e piccone in mano. Ah, no: quello era il metodo di un secolo fa. Oggi si ragiona sul lavoro non come un'aggiunta alla pena, ma come un'opportunità. Il lavoro, insomma, come affermazione di dignità, occasione di riscatto e anche come contributo al proprio mantenimento all'interno del carcere per le spese: in teoria un modo per non tornare a delinquere e per limitare il rischio di recidiva.

Alla fine degli anni Settanta il lavoro era ancora considerato una parte accessoria della pena e spesso era reso obbligatorio anche come mezzo per pagare le spese a cui l'amministrazione carceraria andava incontro. Nel tempo si è poi cercato di mutare il senso di questi impieghi, assegnando loro il valore di un processo rieducativo (anche se resta la domanda di quanto ciò possa essere possibile se il carcere rimane un luogo disumanizzante).

La legge Smuraglia del 2000 offre sgravi fiscali alle aziende che assumono detenuti ed ex detenuti cercando di favorire il reinserimento lavorativo e la riduzione della recidiva.

La prima osservazione che propongo, a questo proposito, riguarda la necessità di tenere presente anche l'età del recluso e l'ambiente in cui si forma. Un giovane poco più che adolescente, cresciuto in un contesto criminale, con tendenza a commettere reati per cui la pena non è eccessivamente lunga (6 mesi/1 anno e mezzo circa), difficilmente avrà accesso ad un progetto lavorativo: per la società il suo è un profilo che sa già di irrecuperabilità.

Vorrei però fare qualche considerazione più approfondita, prendendo come spunto la relazione "Il lavoro penitenziario e lavoro in uscita dal carcere come strumento di reinserimento sociale e di dignità della persona", redatta dal Garante dei diritti dei detenuti e dall'Università degli Studi di Firenze".

Il lavoro all'interno del carcere è cosa buona e giusta. Nel rapporto ci viene presentato l'approccio al lavoro da parte dei detenuti non solo come un modo dignitoso per sostenersi all'interno e all'esterno degli istituti di pena, ma anche come occasione in grado di aprire una serie di prospettive positive: un tasso più basso di recidiva da parte di chi ha avviato esperienze di lavoro rispetto a chi non lo ha fatto; una maggiore capacità di socializzazione ed integrazione con la società.

Non vanno tuttavia nascoste le criticità reali di questo nuovo paradigma interpretativo. A cominciare dal fatto che la maggior parte dei detenuti che sovraffollano le carceri hanno pene che vanno dai 6 mesi ai 3 anni, un tempo troppo breve per inserirsi in un percorso di lavoro e soprattutto portarlo a termine, sperando magari di poterne godere anche una volta usciti dal carcere.

Teniamo poi anche conto dell'alfabetizzazione e del livello di istruzione dei detenuti, soprattutto stranieri, con le difficoltà di comunicare che ne conseguono. Infine, credo sia da valutare il metodo di agire a compartimenti stagni tipico delle istituzioni, che certo non agevola il processo di reinserimento.

Avranno fiducia i detenuti in una promessa di lavoro che spesso è inattuabile per motivi tecnici? Lo stesso Fanfani, garante dei diritti dei detenuti, dice "in carcere non c'è lavoro per tutti" (vedi la presentazione del rapporto di ricerca citato).

Ma quanti operatori lavorano davvero per trovare il modo di "riformare riforme" sul lavoro penitenziario? Dopo tanti anni di immobilismo, a pensar male, potrebbe venire persino un dubbio: quanti operatori del terzo settore, che vivono di questo tipo di progetti, sono realmente intenzionati ad esaminarli con occhio critico per valutare quanto realmente siano efficaci per tirar fuori le persone da un sistema da cui, in qualche modo, dipende il loro stipendio?

Nessuna accusa, ma un'amara constatazione: il carcere rimane un cardine di questa società, di cui non si può fare a meno se non si modifica la società stessa. Quanti soldi si spendono solo per "abbellire" un posto che avrebbe bisogno invece di essere radicalmente rivoluzionato? Lasciando da parte le utopie di un mondo senza sbarre e divisioni, cosa succederebbe con le nuove leggi sulla sicurezza se i detenuti decidessero di scioperare? In che modo i detenuti hanno diritto di decidere del loro futuro?

Non ho spazio adesso per parlare degli enormi interessi che ci sono intorno alle carceri e ai detenuti da parte di tante imprese pubbliche e private, un argomento che merita di essere trattato in maniera approfondita. Ci rifletteremo.

Intanto, sperando nella buona fede delle istituzioni e nella progressiva abolizione delle barriere tra cittadini di prima e seconda classe, invito i detenuti a farsi loro stessi portatori di nuove idee e valori, perché, nonostante il corpo imprigionato, la mente possa lavorare ad un mondo migliore per tutti.

Pagina 4 del numero 284 Uscito sul numero 284 (Maggio 2026), a pagina 4. Leggi nel PDF · Sfoglia il numero