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ANTIFASCISMO
Il partigiano Pedro
Corrado Marcetti · Fuori Binario n. 283, Aprile 2026, pagina 7
!Pagina 7 del numero 283
Rubrica: ANTIFASCISMO | Autore: Corrado Marcetti
La lunga notte del fascismo giunse al suo termine a Musso, nei pressi di Dongo, il 27 aprile 1945, su una strada sbarrata da un tronco d'albero, massi e cavalli di Frisia. Il principale artefice della cattura di Mussolini, dei ministri e dei gerarchi al suo seguito fu, con i suoi partigiani, Pier Luigi Bellini Delle Stelle, nome di battaglia Pedro, comandante della 52ª Brigata Garibaldi "Luigi Clerici".
Nato a Firenze il 14 maggio 1920, in una famiglia di appartenenza nobiliare, successivamente trasferitasi a Pistoia, ebbe come compagni di classe al liceo ginnasio Forteguerri Silvano Fedi, divenuto poi leggendario capo partigiano, Iacopo Barbi, combattente partigiano morto in un campo di concentramento in Germania, e Antonino Caponnetto, che diventerà il padre del pool antimafia. Tornato a Firenze con la famiglia e completati gli studi in giurisprudenza, in rivolta morale rispetto al nazifascismo, decise di prendere parte attiva alla lotta di liberazione. Lo fece nel comasco con i partigiani del "Puecher", uno dei distaccamenti che andranno poi a comporre la 52ª Brigata d'Assalto Garibaldi "Luigi Clerici". Pedro conquistò sul campo la stima dei suoi compagni che lo portò prima al comando del "Puecher" e successivamente di tutta la 52ª Brigata.
Il 26 aprile 1945, appresa la notizia dell'insurrezione a Milano, occupò con i suoi uomini e con civili armati Dongo e costrinse alla resa importanti presìdi fascisti e tedeschi della zona. Quando in prima mattina, il 27 aprile, arrivò la comunicazione di un grosso convoglio tedesco in ritirata a cui si erano aggiunti diversi automezzi di fascisti in fuga, fece predisporre lo sbarramento sul tratto di strada strategicamente più conveniente. Nonostante l'esiguità dei partigiani coinvolti costruì la scena di un grande schieramento di forze tramite la mobilitazione di molti abitanti della zona. Una "giocata" coraggiosa ma carica di senso di responsabilità.
Fu questa scelta la carta vincente per impressionare e costringere alla trattativa il comandante Schallmeyer della potente colonna tedesca, lunga quasi un chilometro, composta da 38 camion e oltre duecento soldati della Flack, la contraerea germanica, armati di tutto punto. Al convoglio, preceduto dall'autoblinda della XXXVI Brigata Nera di Lucca di Utimpergher con a bordo Pavolini, erano aggregati 12 automezzi dei fascisti in fuga tra cui ministri e diversi gerarchi, coi loro familiari, e quello delle Waffen-SS al comando del tenente Fritz Birzer, di scorta ma con funzioni di controllo di Mussolini rispetto all'imprevedibilità delle sue mosse, tra cui quella di cercare di consegnarsi coi suoi carteggi agli inglesi o agli americani, le cui truppe erano vicine, così come vicina era la Svizzera. Con intelligenza politica e stratagemmi tattici, dopo le scaramucce iniziali, Pedro seppe condurre le estenuanti trattative con il comandante tedesco e raggiungere l'accordo di lasciare transitare la colonna, ma senza i fascisti al seguito. Questi sarebbero stati presi in custodia dalla brigata partigiana. I repubblichini capirono di essere stati scaricati e cercarono di reagire, ma dopo un breve conflitto a fuoco la loro autoblinda fu costretta alla resa. Qualcuno come Pavolini tentò comunque la fuga ma fu ferito e ripreso. Pedro e i suoi compagni riuscirono a mantenere il controllo della situazione.
La notizia della presenza di Mussolini nel convoglio era intanto filtrata dai fascisti che si erano consegnati al parroco di Musso e poi ai partigiani locali. L'ispezione degli automezzi divenne accurata. Mussolini, su invito di Birzer, aveva lasciato l'auto in cui si trovava con Bombacci e Barracu per mimetizzarsi da sergente delle Flack su un camion della Luftwaffe. Avvertito dal partigiano Peppino Negri, calzolaio detto il zocolin, che aveva riconosciuto el crapùn (il testone, ovvero Mussolini), Bill, il vice commissario Urbano Lazzaro, era salito sul camion e aveva provveduto al disarmo e all'arresto di Mussolini.
Sulla piazza di Dongo, dove il convoglio era stato spostato e dove era stato trasferito Mussolini con tutti i prigionieri, la notizia della cattura del duce aveva cominciato ad attrarre la folla. Dal Municipio di Dongo, ritenuto non sufficientemente sicuro, Pedro decise di trasferirlo in luogo più sicuro per prevenire possibili colpi di mano di qualche brigata nera, ancora presente in zona, o tentativi di prelevarlo da parte degli alleati, pressanti nella richiesta di consegna. La gestione del prigioniero e dei gerarchi da parte di Pedro e dei suoi uomini cessò davanti all'esibizione di un ordine del Comitato di liberazione nazionale alta Italia (CLNAI) presentato da Walter Audisio Valerio e Aldo Lampredi Guido, inviati da Milano con un gruppo di altri partigiani perché prendessero in mano la situazione.
L'epilogo è noto. Con la fine dei fragori di guerra Pedro uscì di scena. Non partecipò alla giostra dei meriti, veri, presunti o fasulli. Non utilizzò a fini di carriera la propria storia partigiana e quell'ultima azione cruciale di cui, coi suoi compagni, era stato protagonista. Nell'Italia del dopoguerra non cercò vantaggi politici e ruoli parlamentari. Sposò Miriana, sorella del compositore Luciano Berio, ed entrò a lavorare all'Eni di Enrico Mattei, che era stato uno dei cinque comandanti del Corpo volontari della libertà. Non cessò mai di difendere la lotta partigiana ogniqualvolta si cercò di gettarle del fango attraverso montature politico-giudiziarie. Nel 1962 pubblicò il libro "Dongo ultima azione" scritto insieme a Urbano Lazzaro. Chiuse la sua carriera come responsabile delle pubbliche relazioni della SNAM a Metanopoli nel comune di San Donato Milanese dove morì il 25 gennaio 1984.
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