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RITRATTI - CONTROVENTO
Virdimura
Nel libro di Lo Iacono la storia della "dotturissa" di Catania, che nel Medioevo curava i poveri e le donne ripudiate
Gisella Filippi · Fuori Binario n. 281, Febbraio 2026, pagina 2
!Virdimura
Simona Lo Jacono, magistrata presso la Corte di Appello di Catania, narra la storia della "giudea" Virdimura ("verde come il muschio che affiora dal duro e forte come le mura di Catania") che fu nel 1376 la prima "dotturissa" che conseguì la "licenza di praticare l'arte della medicina inerente le cure della psiche e del corpo, in massimo grado nei confronti dei poveri". Licenza, come testimonia il documento proveniente dall'Archivio di Stato di Palermo, concessa dopo che "augusti dottori e il Dienchelele", che era il supremo giudice ebreo, ebbero valutato la sua preparazione negli studi e la sua abilità pratica.
La dotturissa pretese che fosse scritto che voleva curare soprattutto le persone più deboli. È Virdimura che si racconta a coloro che la dovevano giudicare.
Siamo in Sicilia nel periodo delle lotte tra Angioini e Aragonesi, a Catania, città multietnica in cui convivevano ebrei, musulmani, cristiani. Gli Ebrei vivevano nelle "giudecche", zone malsane e paludose ed erano sottoposti ad una serie di proibizioni fra cui quella di non potere curare i cristiani.
Per gli Ebrei la formazione medica avveniva in famiglia, laddove esisteva un medico, come accadde per Virdimura, oppure si recavano in altre regioni come fecero il padre Uria e il marito Pasquale.
La mamma morì dandola alla luce e Virdimura scoprì, già matura, che era stata violata da giovane e ripudiata dal padre e incinta fu accolta in una casa di prostituzione. Uria, che era il medico delle prostitute, volle sposarla e allevò da solo la bimba. Era un medico ebreo molto stimato, ricercato da tutti, anche dai cristiani che lui curava nonostante il divieto del 1310. Curava i più umili senza farsi pagare, con piante, pietre, (medicine che preparava nel suo laboratorio), musica, poesia, ascolto dei sogni… Ma la cura più efficace era sorridere, amare i malati ed ascoltarli.
Uria e Virdimura superarono molte difficoltà. Quando scoppiò l'epidemia di tifo i cittadini si rivoltarono contro Uria che l'aveva predetta ritenendolo in rapporto con il Male e il medico sparì.
Virdimura cominciò a curare le donne che si rivolgevano a lei perché restituisse loro la verginità. Nel 1322 il Papa aveva lanciato per la Sicilia un interdetto che impediva le funzioni religiose: le donne non si potevano più sposare, venivano abbandonate dagli uomini con figli illegittimi.
Virdimura le accolse tutte. Vivevano insieme "guaritori e guariti, coscienti e folli". Si mantenevano vendendo stoffe, medicine, profumi, prodotti dell'orto… Queste donne autonome che non avevano bisogno degli uomini davano noia, Virdimura fu accusata di prostituzione, di non essere una dottoressa e fu imprigionata.
La salvò, sposandola, Pasquale De Medico, figlio di Josef, maestro di Uria, tornato da un lungo peregrinare nel mondo per imparare l'arte medica. I due si erano conosciuti da piccoli.
Pasquale "non voleva ricompense quando curava, parlava poco, preferiva sorridere, ascoltare e farsi abitare dal rumore del mondo". Con Virdimura superò anche la carestia e l'interdizione dalla professione inflittagli perché non riuscì a salvare dalla morte il re Federico.
Si prendevano cura dei campi, degli animali, Pasquale realizzava mulini, canali di irrigazione, sedie con ruote di carro per chi non poteva camminare, imbuti per i sordi, bastoni con campanelli per i ciechi, ma allo stesso tempo faceva il bucato, cucinava, filava… Non faceva distinzione tra mestieri maschili e femminili.
Dopo la carestia dovettero affrontare il "male degli ardenti" (il fuoco di Sant'Antonio) e Pasquale curò tutti, nonostante l'interdizione che, visto il risultato positivo, gli fu tolta.
Arrivò la peste, il medico si aggirava per la città potendo solo consolare le persone. Tra queste trovò Uria, ormai in fin di vita, lo portò in braccio da Virdimura, lasciandosi contagiare. I due morirono pochi giorni dopo.
Virdimura continuò a curare e a riunire donne "spaesate che la vita aveva rifiutato", ripudiate, prostitute, che diventarono sue allieve.
Alla fine del suo racconto ai giudici dice: "Il curare nasce continuamente dalla nostra storia. Nessuno può medicarci se non forza il limite del nostro passato [...] È da lì, da quella narrazione che si inizia a guarire. È lì che si scopre quale sia la nostra ferita".
Mi ha colpito come veniva vista la cura: al centro non più la malattia, ma la persona con la sua dignità, con dei sentimenti, portatrice di una storia personale e sociale; come la cura fosse più efficace se il medico era empatico; l'importanza dell'ambiente: un ospedale luogo aperto in cui vivere in comunità, in cui ognuno aveva un suo ruolo e dava il proprio contributo (di basagliana memoria!). Virdimura aveva creato una comunità di donne, quelle stigmatizzate, che hanno avuto la forza di reagire allo stupro, alla "negazione", hanno lottato per vedersi riconosciute e stimate.
Mi ha colpito l'attenzione alla psiche, all'inconscio diremmo oggi, e l'anticipazione di alcuni principi della psicoanalisi: l'importanza delle relazioni, i sogni come strumento di cura, la narrazione del proprio passato…
Il discorso di Virdimura termina: "Non rifiutatemi la licenza di curare. [...] Fatelo per tutti quei medici che non montarono mai in orgoglio. Che ebbero a cuore la fragilità che ci avvolge, che non vollero essere altro che guaritori feriti".
(Carl Gustav Jung più di 500 anni dopo scriveva: "il terapeuta può guarire gli altri nella misura in cui è ferito egli stesso").
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- Simona Lo Iacono
Uscito sul numero 281 (Febbraio 2026), a pagina 2. Leggi nel PDF · Sfoglia il numero
