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ATTUALITÀ

La fragile tregua di Gaza

Riccardo Michelucci · Fuori Binario n. 271, Marzo 2025, pagina 9

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Autore: Riccardo Michelucci

La pace resta lontana, stretta tra gli equilibri interni alla destra israeliana e i deliri espansionistici di Trump.

"Ci riserviamo il diritto di tornare in guerra": con questa chiara minaccia Benjamin Netanyahu ha dato il via libera alla tregua a Gaza entrata in vigore il 19 gennaio scorso. Il primo ministro israeliano ha voluto fugare ogni dubbio fin da subito, chiarendo che questa non è la pace. Per Israele, circa 50mila morti - che secondo un rapporto di Lancet potrebbero essere addirittura 70mila - non costituiscono affatto un problema. Anzi, per qualcuno all'interno del suo esecutivo sono persino troppo pochi.

Ma perché la mattanza dell'esercito israeliano non poteva essere fermata prima? Cos'è cambiato rispetto a qualche mese fa? Semplicemente, Netanyahu aveva bisogno di accreditarsi con Trump cominciando a individuare strategie comuni per il Medio Oriente e contro l'Iran. L'accordo di cessate il fuoco firmato a Doha, con la mediazione di Stati Uniti, Egitto e Qatar, è suddiviso in tre fasi. La prima dovrebbe durare 42 settimane e prevede il rilascio, da parte di Hamas, di 33 dei 95 ostaggi ancora in vita. In cambio, Israele dovrebbe rilasciare quasi duemila prigionieri politici e guerriglieri palestinesi. Contemporaneamente, sarà permesso ai camion di aiuti umanitari di entrare a Gaza dal valico di Rafah, al confine egiziano. All'inizio di febbraio sono iniziate le discussioni relative alla seconda fase, in cui Hamas dovrebbe rilasciare tutti gli ostaggi ancora presenti nella Striscia, in cambio di centinaia di prigionieri palestinesi. Israele dovrebbe completare il ritiro di tutte le sue truppe da Gaza. La terza e ultima fase, infine, prevede che Hamas consegni i corpi degli ostaggi morti durante la prigionia e si raggiunga un accordo sul futuro governo di Gaza. Se i negoziati per le fasi due e tre falliranno, potrebbe anche essere prorogata la prima fase, altrimenti i bombardamenti e i massacri di civili riprenderanno come prima.

Il raggiungimento della pace dipende innanzitutto dagli equilibri interni alla Knesset. Netanyahu deve tenere a freno la furia bellicista dei falchi della destra messianica, che spingono per il controllo dell'intera Striscia di Gaza e si oppongono strenuamente al cessate il fuoco. Come moneta di scambio, Netanyahu ha lanciato subito una nuova operazione militare su vasta scala in Cisgiordania e Trump gli ha spianato la strada revocando le sanzioni sui coloni israeliani dei Territori occupati, ulteriore conferma del fatto che la nuova amministrazione di Washington sarà ancora più vicina a Tel Aviv di quanto non fosse stata la precedente.

Sulla testa del premier israeliano pende un mandato d'arresto della Corte penale internazionale per crimini di guerra e contro l'umanità, ma il 4 febbraio scorso Netanyahu è stato il primo leader straniero ospitato alla Casa Bianca dalla nuova amministrazione statunitense.

In quell'occasione Trump ha annunciato il suo piano di pace per Gaza: una sorta di protettorato degli Stati Uniti che costruirebbero al suo interno grattacieli e lussuosi resort affacciati sulle spiagge del Mediterraneo, sullo stile di Dubai. Le immagini dell'esodo biblico di migliaia di palestinesi sopravvissuti (per ora) al genocidio, che cercano di rientrare a Gaza tra le macerie delle loro case hanno fatto il giro del mondo. Ma forse lui non le ha viste.

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Never Again - Il fumetto di Spiegelman e Sacco

Il premio Pulitzer della memoria dell'Olocausto e il più pervicace narratore del dramma del popolo palestinese uniscono le loro matite.

Due fumettisti si sono incontrati tra le macerie della striscia di Gaza, non nella Gaza reale ma negli spazi bianchi di un fumetto intitolato "Never Again" pubblicato negli Usa dalla New York Review of Books e in Italia dalla rivista Internazionale. I due non sono due autori qualsiasi e tutto nasce con una telefonata sulle conseguenze del 7 ottobre 2023, prende forma in un equivoco e si chiude con una profezia.

Art Spiegelman, 77 anni, celebre per aver disegnato Maus: 296 pagine che nel 1991 rivoluzionarono il mondo editoriale. Maus è la storia di una famiglia ebrea - la famiglia Spiegelman - tra gli anni della guerra e il presente, tra la Germania nazista e gli Stati Uniti. Un padre scampato all'olocausto e un figlio che fa il cartoonist: nel racconto, gli ebrei sono disegnati come topi (da qui il titolo Maus) e i nazisti come gatti.

All'altro capo del telefono c'è Joe Sacco. Fumettista 65enne, statunitense nato a Malta, che ha fondato il graphic journalism con un libro pubblicato nel 1996: si intitola Palestina e racconta i viaggi dell'autore nella striscia di Gaza. Il ritratto delle condizioni del popolo palestinese continua con "Footnotes on Gaza" del 2009 e "War on Gaza" del giugno 2024 sul massacro compiuto da Israele.

Spiegelman e Sacco usano senza remore il termine 'Genocidio'. Il fumetto si chiude con una profezia: i due autori si allontanano tra le macerie palestinesi, in mano hanno due cartelli che dicono "Mai più. Per nessuno". La parola sottintesa è genocidio. Nel dialogo c'è un gioco di parole tra soluzione giusta (alla questione palestinese) e soluzione finale (la Shoah). E infine l'inquietante didascalia che chiude il fumetto: sopra una raffigurazione moderna dei quattro cavalieri dell'Apocalisse, i due autori si chiedono se le profezie bibliche avessero ragione: sarà in quella terra che avrà inizio la fine del mondo? Le parole non danno risposta, i disegni non lasciano intravedere speranze. Restano solo le pietre di Gaza.

Pagina 9 del numero 271 Uscito sul numero 271 (Marzo 2025), a pagina 9. Leggi nel PDF · Sfoglia il numero