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RITRATTI - CONTROVENTO
Antonio, Guido, Leandro, Ottorino, Adriano
Franco Bassi · Fuori Binario n. 271, Marzo 2025, pagina 2
!Ritratti
Rubrica: CONTROVENTO | Autore: Franco Bassi
Avevano vent'anni e non volevano arruolarsi nella Repubblica di Salò. Furono fucilati al Campo di Marte per ordine del maggiore Carità.
L'8 settembre 1943 segna la data in cui viene resa pubblica la firma dell'armistizio con le forze angloamericane, tramite un proclama del maresciallo Pietro Badoglio, diventato primo ministro il 25 luglio in seguito alla deposizione di Mussolini. Nella notte tra l'8 e il 9 settembre il re Vittorio Emanuele III fugge da Roma insieme alla regina Elena, al principe ereditario Umberto, al maresciallo Badoglio e allo Stato maggiore al completo. Quarantotto ore dopo arrivano nel porto di Brindisi sotto la protezione americana. Lasciato senza comandi, sia in Italia che all'estero, l'esercito italiano è allo sbando: oltre un milione di uomini in Italia e 900.000 nei Paesi occupati. Un esercito male equipaggiato, con armamento inadeguato e senza direttive.
Molti ufficiali, vista la guerra persa e senza ordini precisi, consigliano alle loro truppe di mettersi in salvo. Fu così che circa il 40% dei soldati e degli ufficiali abbandonarono le divise, visto che le truppe tedesche li cercavano per farli prigionieri o fucilarli. Circa 700 mila soldati italiani furono catturati dai tedeschi e portati nei campi di concentramento in Germania. Molti furono uccisi dai fascisti. Gli altri riuscirono a fuggire.
Tra loro, c'erano Guido Targetti e Leandro Corona, guardie di frontiera sulle Alpi, tra l'Italia e la Francia, esattamente in un piccolo paese di nome Valdieri. La sorella maggiore di Targetti, Ida, la prima di otto tra fratelli e sorelle, preoccupata della situazione che si era creata, partì da Vicchio, dove con la sua famiglia era mezzadra, per raggiungere a piedi il confine italo francese e riportare a casa il fratello Guido, di appena 20 anni.
Dopo innumerevoli peripezie arrivò alla piccola caserma di Valdieri dove trovò il caos più completo. La quarta armata italiana che occupava il sud della Francia era in ritirata. Pressata dalle forze angloamericane, si era riversata nel cuneese, completamente allo sbando. I contadini aiutarono questi soldati a scappare verso le loro case, dando loro abiti da indossare al posto delle divise e sfuggire così alle armate tedesche che li stavano cercando.
In questa situazione di caos, Ida Targetti riuscì a trovare il fratello per riportarlo a casa in salvo. Lui le disse: "Ida, con me c'è un commilitone che per me è un amico fraterno, si chiama Leandro Corona, è sardo e non è in grado di raggiungere la sua famiglia, lo possiamo portare con noi a Vicchio?". La risposta naturalmente fu positiva e si misero in viaggio a piedi e con mezzi di fortuna. Le linee ferroviarie erano interrotte per i bombardamenti e lo stesso valeva per strade e ponti.
Arrivati a Vicchio, Guido e Leandro si nascosero in un vecchio casolare abbandonato nella campagna circostante, insieme ad altri tre ragazzi del posto, Ottorino Quiti, Adriano Santoni e Antonio Raddi, fuggiti in borghese da altri fronti. Rimasero nascosti per non doversi arruolare nella nascente Repubblica Sociale di Salò, composta da alcune migliaia di fascisti irriducibili guidati da Mussolini, liberato da Hitler dalla prigione di Campo Imperatore e messo a capo della Repubblica fascista.
A Vicchio intanto ci furono manifestazioni di protesta dei contadini, perché i fascisti razziavano raccolti e bestie senza nessun rimborso, e nelle campagne erano attive alcune piccole formazioni partigiane. Fu allora che il Maggiore Carità, famigerato comandante fascista e torturatore presso "Villa Triste" a Firenze, decise una spedizione punitiva a Vicchio. Fecero trenta prigionieri tra cui i cinque ragazzi nascosti, che furono scoperti per una "soffiata" e portati nel carcere delle Murate a Firenze insieme agli altri. Furono liberati in venticinque, ma non i cinque ragazzi, che invece furono condannati a morte, perché renitenti alla leva obbligatoria della Repubblica di Salò. In carcere, urlarono la loro innocenza, si disperarono e il giovanissimo cappellano militare dei carabinieri Don Angelo Beccherle provò a salvarli tramite il cardinale Elia della Costa, che incontrò i gerarchi fascisti. Ma non ci fu niente da fare: volevano dare una lezione a chi rifiutava di arruolarsi nella Repubblica Sociale.
Il mattino del 22 Marzo 1944, molto presto, furono portati allo stadio di Firenze per la fucilazione. Il plotone di esecuzione era composto da giovani militari che non ebbero il coraggio di sparare, alcuni svennero, altri spararono in aria. Furono sostituiti da un plotone fascista. Partì l'ordine di fare fuoco e i cinque caddero. Due di loro erano ancora vivi, Quiti e il sardo Corona, e gridavano: "Mamma, mamma". Fu allora che il Maggiore Carità si avvicinò e diede il colpo di grazia. I fratelli della Misericordia composero le salme nelle bare, ma si accorsero che il Quiti era ancora vivo e continuava a dire: "Mamma, mamma". Lo tirarono fuori dalla bara e Carità gli scaricò addosso un caricatore di proiettili. Al rientro in caserma si volse verso i militari e sghignazzando disse: "Allora, vi è piaciuto il cinema che abbiamo fatto stamani?".
Allo stadio di Firenze scese il silenzio della morte. La morte di cinque ragazzi di appena venti anni, contadini di Vicchio, che niente sapevano di politica o della guerra ma avevano seguito solo il consiglio dei propri ufficiali di mettersi in salvo. A molti ufficiali la cosa riuscì. La loro storia è andata un po' diversamente.
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Uscito sul numero 271 (Marzo 2025), a pagina 2. Leggi nel PDF · Sfoglia il numero
