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MIGRAZIONI
Riflessioni da un CAS
Via Minima · Fuori Binario n. 270, Febbraio 2025, pagina 9
!Migrazioni
Autore: Via Minima
L'incontro faticoso e costruttivo con persone reali e la necessità di spingerli ad adeguarsi al sistema.
A migliaia muoiono nel Mediterraneo in cerca di fortuna. Il modello meloniano di deportazione in Albania è al centro delle polemiche. Il Consiglio d'Europa ha rimproverato le forze dell'ordine italiane per la profilazione razziale. La magistratura è sotto attacco quando applica il diritto a coloro che migrano nel nostro paese. Sempre più persone sono in fuga da Sud del mondo per cause economiche, politiche e, non ultime, climatiche.
La scorsa estate mi è capitato di lavorare in alcuni Centri di Accoglienza Straordinaria (CAS) per una cooperativa. Non è stata un'esperienza facile, sia per motivi oggettivi che personali. Ma è stata educativa: perché una cosa è leggere di immigrazione, tutta un'altra è avere a che fare con persone in carne e ossa che mettono a rischio la loro vita pur di avere un futuro dignitoso.
Sui migranti impari subito che non sono entità mitologiche, disegnate sull'idea di cittadino borghese, interessato ai propri diritti liberali perché, in realtà, in condizione di relativo benessere. I migranti che ho conosciuto – che, vale la pena sottolinearlo, erano per la maggior parte ventenni arrivati da molto poco – volevano soprattutto lavorare e, quando apprendevano che era impossibile senza sapere l'italiano, allora anche imparare la lingua.
Del resto il sistema di accoglienza è progettato in un'ottica da servizio sociale: per ottimizzare le chance che il richiedente veda riconosciuti i propri diritti, si spinge con una certa brutalità verso l'adattamento al nostro sistema socio-economico. Introiettare le logiche liberiste allora non è una scelta, perché se devi accogliere in un sistema complesso, organizzato in questo modo, non puoi farlo solo con la forza dei buoni sentimenti. Così, con i miei colleghi – per lo più persone davvero interessate al loro bene – capivo ogni giorno di più le difficoltà, per la persona che sbarca in Italia, di organizzare dal nulla una vita secondo i nostri canoni di impiegabilità, ordine pubblico, accesso alla salute, ecc. Si tratta di una sfida durissima di per sé, anche al di là delle insufficienti risorse a disposizione. Tutti capivano che non c'erano soluzioni facili, se non rimboccarsi le maniche.
Su questo molti migranti avevano una visione più concreta di tanti che discutono di immigrazione, da qualunque lato della barricata. Sono ancora colpito dalla loro mansuetudine nei confronti del sistema, dalla capacità di essere sempre costruttivi e dalla loro infinita speranza. Certo, non mancavano le risse, l'ostruzionismo, le crisi psichiatriche. Ci sarebbe tanto da scrivere sull'elemento poliziesco che si infiltrava nel nostro rapporto con loro. Ma intanto la stessa situazione di disagio e stress causata dalla presenza di questi "diversi" (non certo per colore della pelle o "cultura", quanto per condizione di vita, abitudini, miseria) non ci lasciava scelta se non voler stare insieme, e farlo costruttivamente. Se organizzare la loro accoglienza era spesso una pena sia per loro che per noi, era proprio quella fatica che ci faceva diventare migliori. Ci sarebbe da chiedersi quanto siamo ancora capaci di accettare che l'altro ci sia causa di pena, e che proprio per questo ci costringa a cambiare la nostra vita, facendocene scoprire nuovi lati. E forse dovremmo anche chiederci quanto siamo ancora capaci, come popolo, di accettare che le migrazioni siano un fatto ineluttabile e che dovremo prima o poi farci i conti, senza le solite, vergognose, strumentalizzazioni della politica.
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Uscito sul numero 270 (Febbraio 2025), a pagina 9. Leggi nel PDF · Sfoglia il numero
