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MUGELLO
In attesa degli avvoltoi
Simona Baldanzi · Fuori Binario n. 268, Dicembre 2024, pagina 7
Autrice: Simona Baldanzi per Fuori Binario
Ex Rifle, a Barberino una carcassa vuota e lo spettro di nuove speculazioni
Le insegne luminose della Rifle sono ancora accese a presidiare 60.000 metri quadri di vuoto. In certe notti di nebbia le lettere da lontano sembrano occhi arrossati di bestie enormi.
La chiusura dello stabilimento produttivo dei famosi jeans, avvenuta nel 1999, presuppose la nascita dell'outlet. Nell'accordo sugli esuberi, nel nuovo centro commerciale costruito su somiglianza di un paese, c'era infatti la ricollocazione di 60 operaie, diventate però solo una dozzina perché l'apertura avvenne concretamente un bel po' di anni dopo. Nel paese finto che scimmiotta la forma di Firenze, adiacente al casello autostradale, ci sono decine di negozi di qua e di là dal torrente; nel paese vero, proprio all'ingresso del centro, una carcassa di bestia morta fatta dai resti della fabbrica, coi suoi capannoni, i suoi magazzini e i suoi uffici inutilizzati.
La famiglia Fratini, dopo aver delocalizzato la produzione e venduto il marchio, ha ceduto anche le quote dell'outlet e ora pare concretizzarsi una proposta per la riconversione della ex Rifle. Di alcuni spazi è rimasto un utilizzo ridotto per la logistica, di altri si paventa un centro smistamento carni, ma per il resto? Si è detto di tutto, da una residenza per anziani, ad un centro sanitario privato, ad una clinica di chirurgia estetica. Si cita la sanità pubblica come concessione: se ci fate fare la clinica, lasciamo delle stanze per le Asl. Funzionò più o meno così anche per l'outlet: c'era l'asilo, la stanza sindacale e l'ufficio pubblico turistico, ma poi non è arrivato nessuno di questi spazi. Al posto dei jeans, servizi sanitari privati, un settore in crescita per molti ex industriali, guarda caso coincidente con lo smantellamento del servizio pubblico sanitario nazionale e universale.
La politica urbanistica è ancora uno strumento di potere pubblico: il cambio di destinazione di uso è la leva che misura i rapporti di forza rimasti. Dopo decenni di utilizzo di suolo, di umanità che ha lavorato lì per decenni, cosa concederemo di fargli fare? Prima usufruiscono di sgravi per portare le aziende in terre marginali, con la promessa di emancipazione dalla fatica della terra, poi chiudono e ti prendono per la gola con l'outlet e il consumismo e posti di lavoro sempre più precari, poi lasciano il vuoto a marcire e quando il deterioramento comincia a pesare, tornano come avvoltoi sui corpi cadaveri dei nostri territori.
La casa dove è nata mia mamma (ex vestaglia blu che ha lavorato alla Rifle) non esiste più. Fa parte delle poche case sparse sommerse dall'invaso di Bilancino costruito per regimentare l'Arno dopo l'alluvione del '66 e ormai considerato bene essenziale per via dell'acqua, risorsa collettiva per tutta la piana da Pistoia a Firenze. Spesso quando ci battiamo contro le grandi opere inutili ci accusano di Nimby, not in my back yard. Ma il cortile di ex poveri mezzadri è diventato un abbeveratoio collettivo e c'è da esserne orgogliosi considerando il cambiamento climatico.
E le loro fabbriche private invece? Non vogliono interferenze sui loro profitti. I cortili dei capannoni serviranno per andare a spianarsi le rughe, prima di portarci a decomporre definitivamente al cimitero che sta proprio in fondo al viale? Produci, consuma, crepa. Sbattiti, rifatti, crepa. Vogliamo finisca così?
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Uscito sul numero 268 (Dicembre 2024), a pagina 7. Leggi nel PDF · Sfoglia il numero
