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CITTÀ
Giornali di strada: facciamo rete
Jacopo Stefani · Fuori Binario n. 262, Maggio 2024, pagina 6
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Sezione: CITTÀ | Autore: (j.s.)
Non siamo soli: almeno questo – e non è poco – emerge dall'incontro fra le testate di strada organizzato nell'ambito del convegno per il trentennale di Fuori Binario. Era facile pensarlo, in un'epoca così dominata dal senso di impotenza, e dopo molti anni dall'ultimo incontro. Invece Piazza Grande, Scarp de' Tenis, Zebra e L'Osservatore di Strada non solo hanno onorato la storia di questo giornale, ma hanno anche risposto all'appello che sempre più echeggia fra chi vuole immaginare modelli alternativi rispetto alle logiche dominanti: "facciamo rete". Credo che questa esigenza di incontrarsi sia anche il tentativo di riscoprire in forme nuove il fare comunità, un'esigenza forse essenziale dell'essere umano. Oggi siamo stretti nelle maglie di una modernità occidentalizzata a senso unico, un capitalismo tecnocratico che impiega concetti come "merito" per nascondere la fragilità della propria idea di democrazia. Ma proprio l'ineludibilità di questo paradigma introduce il problema di come adattarcisi persino dentro a realtà di frontiera come i giornali di strada. Per questo ho trovato importante che nella mattinata molto spazio fosse dato al confronto fra i modelli organizzativi delle diverse testate. Due sono i temi emersi come base su cui da qui in avanti si potrebbe – proprio nell'ottica di far rete – intavolare ulteriori riflessioni. Da un lato la tensione fra l'idea di "riscatto sociale" e quella di "gratuità"; dall'altro il livello di organizzazione e indipendenza della testata rispetto a logiche ed enti (anche finanziatori) esterni. Nel corso del dibattito è emersa una certa distanza fra modelli più strutturati in termini economici, persino imprenditoriali, che pensano l'attività dei diffusori come riscatto lavorativo – per poi trovare altri impieghi? Ma, poi, quali? – e modelli organizzativi più caotici, che concepiscono l'attività dei collaboratori come una fonte di reddito, sì, ma anche un approccio diverso al tema del lavoro, fortemente connotato in senso culturale e politico. La debolezza dei primi mi pare politica: sembra ovvia l'impossibilità di sostenerli in modo indipendente, se non da fonti di finanziamento, sicuramente dalle logiche in cui si vuole reinserire il collaboratore. La debolezza dei secondi è promuovere una minore capacità organizzativa, insieme al fatto che l'ambiguità sul senso del lavoro dei collaboratori rischia di depotenziarlo come leva per migliorare la propria vita. Ma dove ci sono punti di debolezza, ci sono anche punti di forza. Se davvero il convegno sarà l'inizio di un percorso di conoscenza e relazione, credo che tutte le realtà coinvolte potrebbero trarne insegnamenti insospettati. Certo, ci sarà da ascoltare, riflettere, mettersi in discussione. Ma quando si tratta di comunità, non sono queste le capacità che fanno la differenza?
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Uscito sul numero 262 (Maggio 2024), a pagina 6. Leggi nel PDF · Sfoglia il numero
