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CONTROVENTO

Ci rifiutiamo di essere nemici

Riccardo Michelucci · Fuori Binario n. 257, Dicembre 2023, pagina 2

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Rubrica: CONTROVENTO | Autore: Riccardo Michelucci

Non solo Hamas e Netanyahu: palestinesi e israeliani, ispirati dalla nonviolenza, cercano di costruire una convivenza pacifica e aiutare la popolazione.

In Cisgiordania la resistenza palestinese non ha il volto truce e spietato di Hamas o della Jihad islamica. Ha lo sguardo sincero e rassicurante dei contadini, i modi gentili di operai, medici, attivisti. E la determinazione dei tanti giovani che continuano a credere fermamente nella lotta nonviolenta. Gente che vive da sempre in queste terre che avrebbero dovuto ospitare lo stato di Palestina, se non fossero state sottratte a poco a poco dal sopruso di decine di migliaia di coloni armati e protetti dall'esercito israeliano.

È quanto stabilirono gli storici accordi di Oslo, firmati trent'anni fa da Rabin e da Arafat, accordi che dovevano dar vita a "due popoli, due stati". Uno slogan ormai del tutto irrealistico che ancora oggi viene ripetuto come un mantra, sebbene sia stato sommerso dai fatti creati sul terreno. Creare uno Stato palestinese in una terra disseminata di colonie israeliane, con l'accesso regolato da decine di check-point militari, è ormai solo un esercizio retorico di fantapolitica.

Eppure ci sono persone come Daoud Nassar che non hanno alcuna intenzione di arrendersi. Nel settembre scorso questo palestinese cristiano di 52 anni si è presentato per l'ennesima volta in aula, alla Corte Suprema di Gerusalemme, per difendere i suoi terreni dall'esproprio. La battaglia legale della sua famiglia dura da oltre trent'anni ed è un esempio di resilienza ispirata dalla fede cristiana e dalla nonviolenza.

Era il lontano 1991 quando lo stato di Israele provò per la prima volta a nazionalizzare la sua fattoria, oltre 42 ettari di terreno coltivabile sulle alture di Betlemme. Ma Daoud dimostrò che apparteneva alla sua famiglia da quattro generazioni, presentando i documenti ufficiali di epoca ottomana datati 1916. La legge gli dava ragione ma non bastò a evitare l'inizio di un interminabile contenzioso legale. Da allora i suoi terreni sono stati circondati da cinque insediamenti di coloni ebraici.

Qualche anno fa gli hanno offerto persino un assegno in bianco per convincerlo a vendere tutto e andarsene. "Ho rifiutato senza alcuna esitazione – ci ha spiegato - perché secondo la tradizione biblica cedere la terra dei propri padri equivale a tradire le proprie radici familiari". Al suo interno ha dato vita alla Tenda delle nazioni, un progetto di resistenza nonviolenta dove cristiani e musulmani lavorano insieme per la pace, la tolleranza e la difesa dell'ambiente. Hanno realizzato pannelli solari per l'elettricità, cisterne per la raccolta delle acque piovane, poi hanno aggirato i divieti di costruzione scavando grotte con camere, bagni e cucine nel sottosuolo.

Ogni anno decine di volontari internazionali vengono ad aiutare con le potature, i raccolti e i progetti di energia rinnovabile. Una scritta accoglie i visitatori all'ingresso della fattoria, "We refuse to be enemies" ("Ci rifiutiamo di essere nemici"). Ma nel frattempo i coloni e l'esercito israeliano continuano a fare di tutto per sfiancarlo. Gli hanno distrutto centinaia di piante di ulivo con le ruspe, hanno bloccato la principale strada di accesso alle sue terre, un anno fa un incendio doloso ha mandato in fumo fichi, mandorli, viti e albicocchi.

La resistenza palestinese in queste terre ha anche lo sguardo sincero, la determinazione e i modi gentili del dottor Nidal Salameh di Betlemme. Negli anni '80 Nidal ha studiato medicina in Italia tra mille difficoltà. Ha dovuto sfidare il divieto delle autorità israeliane che volevano impedirgli di rientrare nel suo paese e ha pagato la sua disobbedienza con un anno e mezzo di carcere duro. Vent'anni fa ha fondato il Centro medico Al Saqada, nel cuore di Betlemme, dove insieme a un gruppo di medici e infermieri si prende cura gratuitamente delle famiglie più povere. Il governo di Israele continua a ostacolarlo in tutti i modi, persino inviando i soldati a compiere violente perquisizioni nei corridoi del suo ambulatorio, che pullulano di mamme con i bambini, e di malati di tutte le età. Per molti palestinesi della zona il centro medico di Nidal rappresenta l'unica opportunità di ricevere cure mediche aggirando l'occupazione militare israeliana, che li costringe a estenuanti viaggi, controlli e attese ai check-point. "Se volessi potrei emigrare negli Stati Uniti e andare a lavorare lì", confessa Nidal. "Ma la nostra libertà è in Palestina e io voglio aiutare il mio popolo a resistere qua, sulle nostre terre".

La Cisgiordania è il secondo fronte di questa ennesima guerra israelo-palestinese iniziata con i brutali attacchi lanciati da Hamas il 7 ottobre scorso. Ma contrariamente a quanto accade a Gaza, qui Israele non combatte contro i miliziani delle brigate Ezzedin al-Qassam, il braccio armato di Hamas: si accanisce per rappresaglia contro civili inermi nel tentativo di cacciarli una volta per tutte dalle loro terre. Civili come Daoud e Nidal. "La violenza dei coloni in Cisgiordania è un problema da anni ma ora ha avuto una drammatica accelerazione", denuncia Guy Butavia, attivista dell'Ong israeliana Ta'ayush, che non esita a definirla "una seconda Nakba" con riferimento al tragico esodo che nel 1948 vide circa 700mila arabi palestinesi espulsi dai loro villaggi. A niente è servito finora il grido d'allarme lanciato da una trentina di associazioni di ebrei per i diritti umani che un mese esatto dopo gli attacchi di Hamas hanno documentato centinaia di episodi di violenza da parte dei coloni, intere comunità cacciate con la forza, case e auto incendiate, raccolti distrutti. E almeno 115 palestinesi uccisi. Numeri che crescono giorno dopo giorno, nella più completa indifferenza della comunità internazionale.

Pagina 2 del numero 257 Uscito sul numero 257 (Dicembre 2023), a pagina 2. Leggi nel PDF · Sfoglia il numero