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CONTROVENTO/RITRATTI
Il poeta è un esule
Hasan Atiya Al Nassar · Fuori Binario n. 252, Giugno 2023, pagina 2
!Controvento/Ritratti
Rubrica: Controvento/Ritratti | Autore: Hasan Atiya Al Nassar
Fuggito dal regime di Saddam Hussein, scelse Firenze come casa, dividendo la sua vita fra la scrittura e la strada
In Irak, prima della mia partenza, c'erano quattro quotidiani (due del governo, due indipendenti), un settimanale, quattro riviste mensili e una trimestrale, c'erano inoltre alcune riviste particolari indirizzate alla classe operaia o a quella contadina. Far parte del "cenacolo" degli scrittori mi rendeva estremamente felice: ero convinto che la mia vita sarebbe stata tranquilla, magari piena di gloria. In realtà ben presto cominciarono i problemi: dai miei articoli, dai miei racconti, si vedeva chiaramente che le mie idee erano ben poco simili a quelle professate dal regime, e che comunque io non celebravo mai quest'ultimo.
Cominciarono a perseguitare mio fratello, sapevo che un giorno o l'altro lo avrebbero ucciso, come infatti è poi avvenuto [...]. Ero riuscito ad ottenere un lavoro in un ufficio pubblico, ma ormai vivevo in un vero e proprio clima di disperazione, di terrore: basta un semplice sospetto in Irak per essere imprigionato, torturato, ucciso, e io facevo molto chiaramente parte della lista dei "sospettati". Ero spaventato, vedevo troppo spesso persone nella mia stessa condizione scomparire senza lasciar traccia. Tutto quello che desideravo era poter vivere serenamente, ma non potevo per questo trasformarmi in un servo cantore della gloria di Saddam Hussein.
Alcuni episodi drammatici, che in seguito mi hanno consentito di essere considerato dall'ONU un rifugiato politico, fecero sì che maturasse in me l'idea della fuga. Chiesi un permesso lavorativo per poter andare in Siria, da lì giunsi in Italia. Salii sull'aereo con pochissime cose, sapendo che molto probabilmente non avrei mai più visto l'Irak. Ce l'ho fatta. Dai primi anni '80 vivo in Italia.
Firenze è la città in cui mi sono fermato, la città che ho scelto per vivere. C'è voluto molto per dare alla mia vita quella parvenza di normalità che in realtà essa non ha e che non avrà mai. È difficile ma non impossibile adattarsi a vivere in un paese completamente diverso dal tuo, le cose si complicano se non riesci ad avere un lavoro.
Noi esuli abbiamo dovuto affrontare molteplici difficoltà. Al nostro arrivo nei paesi dai quali speravamo ospitalità non sapevamo dove dormire, come mangiare, spesso non conoscevamo neanche la lingua locale, non potevamo esprimerci. Eravamo privati di tutto, non ci sentivamo più in diritto di fare o di pretendere niente, anche ammirare la natura era diventato amaro.
Vivo in una minuscola soffitta dove, per mancanza di finestre non entrano mai né sole, né aria. Devo accendere la luce anche in pieno giorno dato che l'unica apertura, di piccolissime dimensioni, si affaccia su di un corridoio non illuminato. Sono condizioni deleterie per l'organismo umano, tanto che per ben tre volte sono stato costretto al ricovero ospedaliero.
Viviamo in condizioni inumane, che però abbiamo accettato fin dall'inizio perché anche il più squallido degli alloggi è una sicurezza, se confrontato a quel labirinto spaventoso che è la notte italiana per uno straniero.
Alle persone "normali" sembrerà una cosa ridicola, eppure uno dei miei più grandi desideri è quello di poter vivere in una casa dove si possa respirare senza avere la sensazione di soffocare, e dove possa entrare copiosa la luce solare.
In estate ho spesso dormito nei giardini pubblici, perché, se d'inverno nella mia stanza si gela, nella bella stagione il calore è insopportabile. Questa situazione ha influito anche sull'organizzazione delle mie attività di studente e di intellettuale: non potendo studiare nella mia abitazione, porto sempre con me uno zaino pieno fino all'inverosimile di libri, quaderni, penne... una sorta di studio ambulante non troppo comodo.
Agli inizi della mia 'avventura' italiana ho trascorso molto tempo aggirandomi per la città, da marciapiede a marciapiede, da osteria ad osteria. Bevevo vino per scaldarmi, senza mai pensare a quella cosa che si chiama salute. Ho imparato a vivere insieme alla gente che non possiede niente, agli sbandati, agli "esuli" come me: ci somigliavamo tutti: vagabondi e poveri. Ci sentivamo intimi, vicini, senza differenza di razza o di cultura. Era il bar il nostro punto d'incontro: il bar è l'amico di chi non ha niente.
Queste persone sono stati i miei unici amici per tanto tempo, ricordo ancora le notti in cui io leggevo poesie, e loro mi parlavano del loro paese, della loro famiglia. La strada è l'unico rifugio che possa insegnare all'intellettuale a vivere la sfida. Ho fatto decine di lavori: ho vendemmiato, ho fatto il venditore ambulante, il muratore, l'accompagnatore di malati e vecchi. Mi sono sempre proibito di pensare allo squallore della mia esistenza quotidiana. Non mi sono mai chiesto perché continuare a sopportare tutto questo. Non l'ho mai chiesto perché temevo che la risposta mi avrebbe impedito di continuare a condurre una vita onesta.
[...]
L'esilio è un carcere, l'esilio è la metamorfosi dell'anima, l'esilio è un lento spegnersi: il tempo scorre tra le dita preoccupate, impegnate in qualcos'altro. Io continuo ad andare avanti con molti lavori saltuari, e cerco di non smettere di scrivere: scrivere la mia vita. Ho collaborato per molto tempo alla rivista «Testimonianze», fondata da padre Ernesto Balducci, morto il 25 aprile 1992 in un incidente stradale, che fin dai miei primi tempi a Firenze mi è stato molto vicino e mi ha aiutato nei momenti più difficili. Le mie poesie e i miei racconti continuano ad apparire in numerose riviste. Io vado avanti. Non mi arrendo. Continuo a lottare malgrado sia stato condannato a morte ben cinque volte dal regime come esule e pacifista.
Testo estratto dal libro Poesie 1989-2016, ed. Ensemble, Roma 2022. Hasan Atiya Al Nassar (Ur, Nassiriya 1954 - Firenze 2017).
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Uscito sul numero 252 (Giugno 2023), a pagina 2. Leggi nel PDF · Sfoglia il numero
