Archivio › Fuori Binario n. 252 · Giugno 2023 › pagina 3
DIRITTI
Cpr: chiuderli ovunque
Sergio Bontempelli · Fuori Binario n. 252, Giugno 2023, pagina 3
!Diritti
Rubrica: Diritti | Autore: Sergio Bontempelli
Centri di Permanenza per il Rimpatrio: cosa sono, cosa non sono e perché sono inutili e vergognosi
Dopo anni nei quali il tema sembrava caduto nel dimenticatoio, si torna a parlare di un Centro di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) da aprire anche in Toscana. La destra di governo è tornata all'attacco, e ha sostenuto che i CPR sono necessari per contrastare la criminalità. Quanto agli amministratori di centro-sinistra, che nei mesi scorsi si erano espressi favorevolmente, si assiste a qualche ripensamento. Il presidente della Regione Toscana Eugenio Giani, per esempio, ha spiegato che i CPR «per come li abbiamo conosciuti» non vanno bene, e ha tirato fuori l'idea di un centro per il rimpatrio «più vicino al concetto di un centro di accoglienza», «dotato di caratteristiche di assistenza sociale».
Leggendo queste dichiarazioni, si ha la sensazione che molti amministratori e politici non sappiano di cosa stanno parlando. Cosa c'entrano i CPR con la criminalità? E come può un luogo detentivo trasformarsi in un «centro di accoglienza» dedito a funzioni di «assistenza sociale»? Forse è il caso di riavvolgere il nastro, e di spiegare cosa sono, e soprattutto cosa non sono, i Centri per il Rimpatrio.
Il primo punto da chiarire è che i CPR non hanno nulla a che vedere con il contrasto alla criminalità: la legge dice chiaramente che nei «Centri» finiscono non gli stranieri che hanno commesso furti, rapine o aggressioni, ma quelli che si trovano in Italia senza un permesso di soggiorno, e che per questo devono essere allontanati dal territorio nazionale. L'irregolarità, a sua volta, non ha nulla a che fare con la criminalità: molti stranieri diventano irregolari per banali motivi burocratici, ad esempio perché hanno perso il lavoro, o perché si sono visti rifiutare la domanda di asilo, o - ancora - perché sono arrivati in Italia con un visto turistico, che (secondo la legge Bossi-Fini) non può essere trasformato in un permesso di soggiorno stabile. Per capirci: può essere irregolare - e dunque può finire in un CPR - la signora georgiana che accudisce un pensionato, o il bracciante nigeriano che lavora nei campi. All'inverso, uno straniero che commette un reato può subire un processo e una condanna, ma se ha un permesso di soggiorno non viene internato in un CPR.
I CPR sono stati pensati dunque per espellere gli stranieri irregolari: perché eseguire un'espulsione non è una faccenda semplice. Servono anzitutto dei mezzi di trasporto (aerei, autobus ecc.), e una squadra di agenti di polizia addetti alla scorta. Spesso per risolvere queste banali questioni pratiche servono alcuni giorni, durante i quali lo straniero potrebbe darsi alla fuga. Un altro problema è quello che tecnicamente si chiama «riammissione»: espellere un migrante significa rinviarlo al suo Paese di origine, ma le autorità di quel Paese devono essere disponibili a «riprendersi» il loro cittadino (a «riammetterlo», appunto). E proprio qui nascono le difficoltà: nelle regioni più povere del pianeta gli emigranti sono una risorsa economica preziosa - perché mandano i soldi alle loro famiglie - e le espulsioni sono percepite come un sopruso e un'ingiustizia. Per le autorità dei Paesi di origine, dunque, agevolare il rimpatrio degli emigranti significa inimicarsi le proprie opinioni pubbliche. Così, quando la polizia italiana deve allontanare uno straniero, le trattative con il Paese di provenienza possono prolungarsi per giorni, a volte anche per settimane.
Per farla breve: c'è sempre un fisiologico lasso di tempo che intercorre tra la decisione di espellere un immigrato e l'effettiva esecuzione del rimpatrio. In questo lasso di tempo lo straniero potrebbe darsi alla fuga: ed è per questo - solo per questo, e non certo per «contrastare la criminalità» - che i Paesi di immigrazione hanno creato luoghi detentivi, che in Italia si chiamano CPR.
E qui si apre un altro nodo problematico: quello relativo all'anomalo status giuridico di questi Centri. Si tratta di luoghi di detenzione in cui però sono rinchiuse persone che non hanno commesso alcun reato. Esterni al circuito penitenziario, i CPR non sono sottoposti ai controlli che l'autorità giudiziaria esercita nelle carceri. Non c'è da stupirsi che in strutture di questo tipo si verifichino violazioni anche molto gravi della dignità dei detenuti. Tutte le ricerche sul tema parlano chiaro: le condizioni di vita all'interno dei centri di detenzione sono indegne di uno Stato democratico. Mancano servizi di base come il riscaldamento, le docce, le medicine, la carta igienica. Vi si consumano soprusi e violenze.
I più cinici ritengono però che queste violazioni siano il prezzo da pagare per garantire almeno l'efficacia dei meccanismi di rimpatrio. Ma ancora una volta le cose non stanno così: i dati ci dicono che gli stranieri effettivamente rimpatriati sono appena la metà di quelli trattenuti nei CPR. In altre parole, si sprecano ingenti risorse pubbliche, si infliggono sofferenze a persone che non hanno commesso reati, e per di più non si riesce neppure ad allontanarle dall'Italia: al danno inflitto allo stato di diritto e alle garanzie costituzionali si aggiunge la beffa dell'inefficacia complessiva del sistema.
Abbiamo insomma a che fare con strutture opache, costose e del tutto inutili. L'unica «soluzione» è chiuderle, in Toscana e ovunque.
Presidente dell'Associazione Africa Insieme di Pisa, membro di Adif-Associazione Diritti e Frontiere
- CPR
- Centri di Permanenza per il Rimpatrio
- migranti
- detenzione amministrativa
- rimpatrio
- irregolarità
- diritti umani
- espulsioni
- Toscana
Uscito sul numero 252 (Giugno 2023), a pagina 3. Leggi nel PDF · Sfoglia il numero
