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CONTROVENTO/RITRATTI
Un altro animale
Camilla Lattanzi · Fuori Binario n. 251, Maggio 2023, pagina 2
!Controvento
Rubrica: Controvento/Ritratti | Autore: Camilla Lattanzi
La specie è "un costrutto di convenienza". Nelle parole del neurologo e scrittore tutte le ragioni e gli obiettivi dell'antispecismo
Massimo Filippi, professore di neurologia, è socio fondatore dell'associazione Oltre la Specie, e direttore della rivista trimestrale "Liberazioni", dedicata alle teorie e alle pratiche del movimento antispecista.
Massimo, partiamo dal linguaggio. Tu ami definirti un "altro animale". Perché?
Perché al linguaggio sono associate ideologie e pratiche precise: nel caso degli animali non umani si tratta di un'ideologia di dominio e di pratiche di smembramento dei corpi. Ci definiamo "umani" e definiamo "altri animali" le altre specie perché ci poniamo al centro dell'universo. Va risignificato il linguaggio, definendo noi stessi come "altri animali" che poi è quello che davvero siamo: non siamo altro che animali tra altri animali.
Possiamo definire l'antispecismo come il superamento del concetto di specie?
Anche Darwin definì la specie "un costrutto di convenienza", noi aggiungiamo che ha funzioni politiche e divide i corpi tra quelli che hanno delle "specialità", contano e vanno preservati, e tutti gli altri che possono venire violati, smaterializzati, smontati, eliminati. L'invenzione della specie consente di impostare un ordine gerarchico tra viventi al culmine del quale ci sono sempre "alcuni" umani. La dicotomia umano/animale è una scelta performativa, normativa e normalizzante che produce l'"Uomo" (maschio, bianco, eterosessuale, adulto, sano, proprietario e carnivoro) da una parte e l'"Animale" (l'insieme formato dai corpi che non contano dei non umani e degli umani animalizzati) dall'altra. Neri, poveri, migranti, rom, donne, identità queer, disabili sono stati animalizzati e messi ai margini nei secoli. Solo la vita sensuale è un substrato comune che percorre l'intero vivente animale e consente di superare sfruttamenti e gerarchie anche tra umani: tutti noi viventi siamo corpi vulnerabili capaci di gioire e soffrire: negare gioia e condannare alla sofferenza è un crimine.
Che interesse potrebbe avere un migrante o un lavoratore precario a interessarsi alla liberazione animale?
Lo specismo nasce prima del capitalismo ma vede nel capitalismo la sua esplosione e il sistema capitalistico si modifica solo in risposta alle lotte di liberazione, per sedarle o trasformarle e renderle produttive. Secondo molti pensatori, animali e lavoratori, pur nella diversità, mettono da sempre in atto pratiche di resistenza. Pensiamo alla zootecnia che continua a sfornare nuovi sistemi di contenzione e nuove gabbie; nonostante millenni di selezione genetica per ottenere corpi più docili, questi corpi continuano ad opporsi allo sfruttamento e si continua a progettare sistemi di contenimento in risposta alla resistenza animale: questi corpi considerati abietti sono in grado di mettere in atto resistenze, scioperi della fame, automutilazioni, fughe da recinti e poi morsi, e colpi di zoccoli e artiglio, negli zoo, nei mattatoi, negli allevamenti, nei circhi. Anche il razzismo prevede l'animalizzazione di chi non viene naturalizzato come occidentale e anche gli animali "da reddito" sono preda di processi di animalizzazione: polli da carne e galline ovaiole sono animali espulsi dall'animalità e inseriti nel meccanismo del profitto. Il sistema capitalista teme il movimento dei corpi: animali selvatici che si spostano, che entrano nei nostri paesaggi o migrano, identità queer che compiono migrazioni di genere, umani migranti che si spostano violando confini: tutte queste soggettività dovrebbero allearsi tra loro. La liberazione animale è un percorso politico che non deve coinvolgere solo chi è già attivista animalista: se è vero che anche noi siamo corpi animali, allora siamo esposti alla presa del potere e del dominio, quindi il movimento antispecista deve parlare agli altri movimenti di liberazione facendo capire che la lotta per la liberazione animale non è pensiero borghese per anime belle, ma è parte di una lotta politica per la liberazione.
Che contributo può dare l'antispecismo alla crisi ecologica, così centrale nel dibattito pubblico?
L'antispecismo afferma che non siamo soli sulla terra e che lo sfruttamento animale contribuisce alla crisi climatica. È sempre più evidente che, oltre a quello che pensavamo fosse il nostro mondo, esiste anche un mondo senza di noi che c'era prima e ci sarà dopo di noi. L'antispecismo si oppone all'impegno ecologista inteso come nicchia di sopravvivenza per la specie umana e propone di mettersi all'ascolto delle voci, a tratti disperate e a tratti felici, della moltitudine di viventi che co-esistono accanto a noi, senza smettere di provare a rendere possibile ciò che, a prima vista, appare impossibile.
Cosa possiamo aspettarci dal movimento antispecista?
Il movimento antispecista, la cui nascita possiamo collocare nell'anno di uscita del libro di Peter Singer "Liberazione animale" (1975), ha prodotto molte riflessioni e nuove pratiche, basti pensare alla vicenda di Greenhill o al movimento ALF. Siamo adesso nella fase della intersezione delle lotte, per uscire dalla nicchia identitaria e mescolarsi in un più grande movimento per la liberazione generale. Jacques Derrida afferma che negli ultimi due secoli stiamo combattendo la guerra sulla pietà, in cui si fronteggiano coloro che negano la compassione persino agli umani e coloro che la vorrebbero estendere anche agli animali. Mai come oggi la sproporzione delle forze in campo è stata così sbilanciata, ma queste forze potrebbero capovolgersi: compito della politica trasformativa di cui l'antispecismo è parte, è quello di avvicinare quel momento.
L'ultimo libro di Massimo Filippi è "M49, un orso in fuga dall'umanità", edizioni Ortica, 2022.
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Uscito sul numero 251 (Maggio 2023), a pagina 2. Leggi nel PDF · Sfoglia il numero
