Archivio › Fuori Binario n. 248 · Febbraio 2023 › pagina 2
CONTROVENTO
Le chiavi di una storia
La Pira, le case popolari, la chiesa diffusa di Mazzi: memorie di un tempo da cui ripartire
Laura Bardelli · Fuori Binario n. 248, Febbraio 2023, pagina 2
Il 6 novembre scorso, in una sala intenta fino all'ultima poltrona (fenomeno inusuale per le proiezioni mattutine), il documentario realizzato da Federico Micali sulla Comunità dell'Isolotto ha inaugurato il 63° Festival dei Popoli. In un mix liquido di testimonianze vive e documenti d'archivio, questo epos popolare si dipana per quasi 70 anni di vita intorno alla potente simbologia delle chiavi, come annunciato dal titolo. Quelle effettivamente consegnate da La Pira, per l'appunto il 6 novembre del 1954, alle mille famiglie di diversa provenienza (sfollati, sfrattati, esuli, emigranti) che attendevano di trovare casa in quel nuovo, sguarnito quartiere; quelle ben presto affidate da un giovane sacerdote, Enzo Mazzi (poco dopo affiancato da Sergio Gomiti) agli ex-detenuti, ai responsabili delle case-famiglia, alle persone con disabilità, agli operai della Galilei minacciati di licenziamento, ai comitati di aiuto per l'alluvione del '66; quelle duplicate all'infinito per tutti gli uomini e le donne di buona volontà che volevano far parte di quella chiesa diffusa, in una lettura non autoritaria del sacro (la radice indoeuropea del termine rimanda al significato di avvincere al divino ma anche a quello di onorare e accompagnare) che si ispirava al Vaticano II, e magari lo superava pure.
Morto Elia Dalla Costa, il successore Florit tenta di portare indietro le lancette della storia, ingiunge a Enzo Mazzi la ritrattazione delle proprie posizioni (vizietto della Chiesa già messo in atto con un tal Galileo), lo rimuove dall'incarico togliendogli le chiavi, che il sacerdote riconsegna il 22 gennaio 1969 in una chiesa affollatissima in cui i presenti gli si stringono intorno, alzando in aria e facendo tintinnare quelle delle proprie case: potenza dei gesti simbolici e collettivi. È a questo punto che la chiesa viene sprangata e la comunità si diffonde sul sagrato, nella piazza, per le vie, aprendosi al mondo per celebrare ogni domenica la messa con preti e laici provenienti da ogni parte del pianeta e levare la voce a sostegno delle tante battaglie degli anni '70: per la pace, per la liberazione dei popoli oppressi, per i diritti delle donne, per le leggi sul divorzio e l'aborto, per una scuola popolare e non classista. Virtualmente riconsegnate dal cardinal Piovanelli nel 1985, le chiavi tornano per affrontare un'ansa che, fra gli anni '90 e l'affacciarsi del nuovo millennio, vede la comunità fronteggiare le sfide sempre più stringenti del capitalismo e dei diritti civili.
Morti Enzo Mazzi e Sergio Gomiti, rispettivamente nel 2011 e nel 2020, la Comunità dell'Isolotto ha continuato a ritrovarsi e a celebrare la vita, dal 2005 non più nella Piazza ma alla ex Baracche verdi di via degli Aceri. Sono locali conosciuti nel quartiere perché gestiti come bene comune: chiunque può averne le chiavi per iniziative di fratellanza, solidarietà, inclusione, non violenza, salvaguardia del pianeta, all'insegna della gratuità e della co-responsabilità.
È il canto del cigno? «Una necessità autocelebrativa e nostalgica di un gruppo residuale di persone», ci si chiede nella brochure che accompagna il documentario? È forse il necessario seppure un po' malinconico passaggio di consegne ad una nuova generazione, quella dei giovani interpellati nell'ultima parte del docufilm, che si incontrano ormai altrove, ma che in quella consapevolezza, in quella partecipazione (che è diversa e più feconda dell'appartenenza), in quell'"I care" è cresciuta, respirando a pieni polmoni particelle di umanità?
Ma ha davvero senso parlare di un testimone da consegnare, di soglie anagrafiche, di confini generazionali e quant'altro? Lo stesso regista, trasferitosi all'Isolotto una dozzina di anni fa, pur non avendo preso storicamente parte a quell'esperienza, si considera figlio di essa. E lo è, così come in fondo lo siamo per osmosi un po' tutti, compresi i cani e le cagne sciolte che in sala e dopo si chiederanno dov'erano mentre tutto questo accadeva intorno a loro, se non altro per il propagarsi delle risonanze sprigionate dalla lunga epopea che torna a vivere grazie a questo documentario. La Comunità, con la consapevolezza che quest'esperienza è destinata a finire, in realtà non fa passaggi di consegne, ma lascia alla città una storia e una memoria: la testimonianza di un modo diverso di stare al mondo e di essere ecclesìa, nuovo e insieme antichissimo, laico, orizzontale.
Il dio minore che anima queste contrade sa se, e quanto, ce n'è bisogno. Forse, ha commentato al termine della proiezione Alessandro Santoro della Comunità delle Piagge, a un certo punto occorre saper lasciare andare proprio le storie più fortemente identitarie, disseminandosi con esse per le vie del mondo, a incarnarne l'essenza. E sì, magari buttare via le chiavi, avendo prima lasciato tutte le porte spalancate.
In alto, Enzo Mazzi in una delle assemblee domenicali dopo la chiusura della chiesa. A sinistra il cardinal Florit alla riapertura della chiesa con preti venuti da Vicenza. Qui sotto il sagrato affollato con l'ombrellone della Comunità. Foto di Fernando Vannini
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Uscito sul numero 248 (Febbraio 2023), a pagina 2. Leggi nel PDF · Sfoglia il numero
