Archivio › Fuori Binario n. 247 · Gennaio 2023 › pagina 2
CONTROVENTO
Una lotta esemplare
Chiude una fabbrica, cresce un movimento. Dai primi passi fino all'Insorgiamo tour, la storia continua "fino a che ce ne sarà".
Valentina Baronti · Fuori Binario n. 247, Gennaio 2023, pagina 2
Una fabbrica chiude, un intero territorio si mobilita, lotte che si uniscono ad altre lotte e una convergenza che nasce attorno al motto "Insorgiamo". Eppure, quelli della GKN non sono i primi operai a trovarsi a casa da un giorno all'altro, non è la prima vertenza che viene rimandata di tavolo in tavolo, non è la prima reindustrializzazione che stenta a prendere forma.
Che cosa c'è di diverso allora? Non un personaggio, cui di solito dedichiamo questa rubrica, ma un soggetto plurale: il Collettivo di Fabbrica, con il suo logo di semiassi incrociati che da un anno e mezzo ha invaso la città, su adesivi, striscioni, magliette, bandiere appese alle finestre. Molti di noi lo hanno conosciuto il 9 luglio 2021, quando lo stabilimento di Campi Bisenzio è stato chiuso e si è avviata la procedura di licenziamento per gli oltre 400 dipendenti, 500 se si considerano gli appalti interni. Ma il Collettivo non nasce il 9 luglio, anzi: il 9 luglio con ogni probabilità non ci sarebbe stato senza il Collettivo, non in questa forma.
La storia inizia a cavallo tra il 2007 e il 2009, quando gli operai più giovani dell'ex-Fiat di Firenze, ceduta a GKN e trasferita a Campi Bisenzio, mettono in discussione non solo alcune scelte aziendali appoggiate dall'allora RSU, ma in generale un modello sindacale dal quale non si sentono rappresentati. L'occasione fu l'accordo chiamato "6x8", che prevedeva di lavorare otto ore su sei giorni, quindi anche il sabato, senza il riconoscimento dello straordinario ma con la sola possibilità di recuperare le ore in più stando a casa. Scelta sottoscritta dalla RSU ma non condivisa dalla maggioranza dei lavoratori. È allora che si inizia a lavorare ad una maggiore partecipazione dei lavoratori e alla formazione su leggi, contratti, diritti, e vengono coinvolti sempre più compagni di lavoro, dicendo che "non importa essere sindacalista per fare attività sindacale". Un gruppo prima di 30, poi 50, fino a 70 persone che studia le carte, organizza i momenti di lotta, discute, si confronta, propone soluzioni.
Da subito iniziano a guardarsi intorno, a portare la fabbrica fuori dall'officina. Organizzano riunioni e serate di solidarietà al Cantiere Sociale Camilo Cienfuegos di Campi Bisenzio, partecipano a iniziative pubbliche e manifestazioni insieme al Centro Popolare Autogestito di Firenze Sud, appoggiano altre vertenze. Un ampliamento di prospettiva che si rende maggiormente necessario nel momento in cui il padrone non è più un soggetto industriale nazionale come lo era stato la Fiat, ma una multinazionale e poi un fondo finanziario, completamente sganciato dalle relazioni industriali sul territorio, che in ogni momento poteva decidere di andare da un'altra parte. Questi operai creano, gradualmente, un modello alternativo dei rapporti tra lavoratori, padroni e società, rifacendosi all'esperienza dei consigli di fabbrica che negli anni Settanta hanno fatto la storia del movimento operaio. Ma con una differenza rispetto a quella fase: allora era una tendenza generalizzata, ora sono i soli a farlo. Questo modello alternativo di rappresentanza, autonomo dalle organizzazioni sindacali, si radica negli anni nello stabilimento. Cambia la RSU, i giovani entrano a farne parte e superano le divisioni classiche tra i tre sindacati confederali, convinti che la divisione dei lavoratori sia un madornale errore e che invece bisogna annullare questa diversità nella pratica, allargando la rappresentanza, fino a che ogni decisione diventi patrimonio collettivo.
La lotta della GKN deriva da questo lungo lavoro di preparazione, tanto che il 9 luglio, quando si trovano fuori dalla loro fabbrica, non hanno dubbi su quello che c'è da fare: entrano, si dichiarano in assemblea permanente e portano avanti da subito una lotta esemplare, non per i loro posti di lavoro, ma perché quei posti sono di tutto il territorio e perché, come dicono da subito, "se sfondano qua sfondano dappertutto".
Ad aiutarli arrivano subito quelle realtà con cui loro già avevano stretto rapporti negli anni precedenti, poi se ne aggiungono altre e altre ancora, e se negli anni precedenti si era usciti fuori dai cancelli, ora è la fabbrica ad accogliere un'intera comunità in lotta.
Il resto della storia lo conosciamo: il Tribunale che dichiara illegittimi quei licenziamenti; l'acquisto da parte del nuovo proprietario; l'assemblea permanente che continua fino a che non ci saranno garanzie sulla reindustrializzazione, con le garanzie che non arrivano mai; la cassa integrazione negata, gli stipendi bloccati e la lotta che prende sempre nuove forme in base alle nuove fasi che la vertenza impone; le grandi manifestazioni a Campi, a Firenze, a Bologna; la proposta di legge antidelocalizzazioni; il progetto di un polo pubblico della mobilità sostenibile; la convergenza con tutte le realtà in lotta del paese con l'Insorgiamo Tour, la nascita della Società Operaia di Mutuo Soccorso Insorgiamo; i gruppi tematici sulla reindustrializzazione e la consultazione popolare autogestita sul futuro della fabbrica. Perché ogni fase prevede un nuovo attacco e ogni attacco una nuova risposta. "Fino a che ce ne sarà" come dice la loro canzone, diventata ormai l'inno di qualsiasi lotta, dai disoccupati di Napoli agli studenti della Sapienza.
Con la consapevolezza che tutto questo, comunque vada, è già storia, e che il percorso avviato non si fermerà perché, come dicono loro, "tra noi e il baratro c'è soltanto questa fabbrica".
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Uscito sul numero 247 (Gennaio 2023), a pagina 2. Leggi nel PDF · Sfoglia il numero
