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BOYCOTT
Il mondiale del cinismo
Sconfitta annunciata per i diritti umani e civili, travolti dal potere dei soldi di un paese per nulla democratico
Pippo Russo · Fuori Binario n. 246, Dicembre 2022, pagina 4
Man mano che si avvicina la data dell'inaugurazione non ci si preoccupa nemmeno più di eludere la questione dei diritti. Piuttosto la si affronta di petto per invitare a parlare d'altro, o per separare gli esseri umani fra eticamente adatti o peccatori. È il mondiale del cinismo, quello di Qatar 2022. Assegnato a un paese che per decine di ragioni non avrebbe mai dovuto vederselo conferire, ma che infine lo ha avuto in dote per la sola ragione possibile: la forza schiacciante del denaro, cioè l'unico linguaggio che a qualsiasi latitudine (dal globale al locale) i governanti del calcio siano in grado di intendere.
Per certo lo intende benissimo il capo del calcio mondiale, l'avvocato italo-svizzero Gianni Infantino che per una serie di fortunate (e forse nemmeno tutte causali) circostanze si è trovato a presiedere la Fifa. E sarà per il fatto che in patria è finito sotto inchiesta per una questione di incontri segreti con l'ex procuratore generale della confederazione svizzera, Michael Lauber, e che in conseguenza di ciò ha deciso nei mesi scorsi di trasferire la residenza per sé e la famiglia proprio in Qatar, è andata a finire che a due settimane dal calcio d'inizio della competizione lo stesso Infantino ha lanciato attraverso il sito ufficiale dell'organizzazione un messaggio imbarazzante. Ha infatti sollecitato le federazioni dei paesi partecipanti al mondiale affinché, a loro volta, invitino calciatori e staff tecnici a parlare soltanto di calcio, senza lasciarsi coinvolgere nella discussione di altri temi. Ciò che, oltre a voler perpetuare l'irreale immagine di un mondo del calcio avulso dal resto della società, pone definitivamente la Fifa in posizione di complicità con un regime che fa del rispetto dei diritti umani una variabile men che dipendente, assolutamente marginale rispetto agli obiettivi di realizzare la propria politica di potenza e di rimarcare una posizione dominante nell'economia globale del segmento Sport & Entertainment.
I primi a essere pienamente consapevoli di questo stato delle cose sono l'emiro e la sua cerchia che governa il minuscolo emirato proiettato per un mese al centro dell'attenzione mediatica. Di quella cerchia fa parte anche Khalid Salman, ex calciatore che all'età di 60 anni è diventato ambasciatore del Qatar per i mondiali. Intervistato dall'emittente tedesca ZDF l'ambasciatore non ha avuto remora alcuna a definire haram ('peccato') l'omosessualità, per poi passare a etichettarla come "un problema mentale". A quel punto i suoi assistenti alla comunicazione sono intervenuti per interrompere l'intervista, senza evitare però che la frase diventasse patrimonio di questa gigantesca infamia che è la kermesse calcistica celebrata nel posto sbagliato e in un momento storico particolarmente delicato.
Si torna al punto: la questione dei diritti non è dirimente per gli organizzatori, siano essi locali o internazionali. E se si arriva a parlarne in termini minimizzatori, se non addirittura con atteggiamento infastidito, significa che chi si fa portatore di una visione dei diritti umani come tema non cruciale ha compreso di aver guadagnato terreno. Barattarli in un contesto di scambio che assegna il primato alla ragione economica ha cessato di essere un tabù.
(P.R.)
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Uscito sul numero 246 (Dicembre 2022), a pagina 4. Leggi nel PDF · Sfoglia il numero
